La Tradizione, Fonte di Inesauribile Saggezza

Nell’Antichità il mondo della cultura greca ha costituito la colonna centrale del sapere occidentale, soprattutto grazie all’adozione romana che ne fece il modello ideologico ed a cui poi, successivamente, si è rifatto il mondo cattolico-cristiano.

Ha rappresentato la madre della filosofia occidentale; filosofia che ha sempre il suo posto di elezione nel potere della mente razionale, laddove la saggezza, oltre che della mente, ha necessità della infinita potenza del cuore.

Da sempre, gli antichi greci, romani, italici e non solo, hanno posto una particolare curiosità, a volte morbosa, verso il sapere dell’antico Egitto come fonte da cui apprendere il sapere nascosto, esoterico.

Lo stesso, mitico, Ermete Trismegisto, padre della conoscenza ermetico-esoterica, è stato identificato con il dio Thot, dio della scrittura, scriba di Osiride.

Alla cultura egizia si rivolgevano i grandi filosofi della antichità: Platone, Pitagora e lo stesso Erotodo; chiedevano alla sapienza egizia la chiave della conoscenza per arrivare alla saggezza.

Un nuovo grande interesse verso l’Egitto fu posto soprattutto a partire dal XVIII secolo quando l’Egitto fu messo al centro dell’attenzione, da parte delle correnti di esoterismo in vigore nel periodo.

Nei Riti Egizi, la vita dell’iniziato oscilla tra due poli; ad esempio: materia e spirito, bene e male, gioia e dolore. Tutto il percorso dell’iniziazione tende a condurci dalla Luna al Sole, da Iside ad Osiride, dalla materia all’essenza divina.

La Tradizione Egizia viene incontro allo studioso con tutta la sua forza iniziatica.

Si può identificare questa forza come il fine ultimo (o per lo meno, molto importante) del nostro Rito Egizio: la Osirificazione; ovvero, la cosiddetta identificazione con Osiride, cioè divenire un Corpo di Luce, secondo come le varie scuole intendono definire il processo di Reintegrazione nel Padre: riunire ciò che è sparso, armonizzare il proprio essere con il pulsare della Luce e promuovere la supremazia dello Spirito sulla materia.

Osiride, spirito puro, si unirebbe ad Iside, anima umana, generando Horus, Uomo-Spirito, elemento nuovo reintegrato.

Con il termine OSIRIFICAZIONE si può intendere, in ambito massonico tradizionale, la Riunificazione di ciò che è sparso, così come simbolicamente parlando, nel Mito si racconta ciò che fece Iside con le parti del corpo di Osiride smembrato da Seth. È un mito per tentare di descrivere la Riunificazione di ciò che è sparso e che riporta alla mente il Ritorno al Padre, il Principio Uno di tutte le Credenze filosofico-religiose.

Il processo di “Osirificazione” inteso come “riunire ciò che è sparso”, è un concetto molto antico, già presente nella tradizione vêdica. Secondo essa, infatti, “ciò che è sparso” sono le membra del Purusha primordiale che fu diviso nel primo sacrificio compiuto dai Dêva all’inizio dei tempi, e da cui, grazie a tale divisione, nacquero tutti gli esseri manifestati.

Si tratta di una descrizione simbolica del passaggio dall’unità alla molteplicità, senza di cui non potrebbe effettivamente esserci alcuna manifestazione.

Con il concetto della “riunione di ciò che è sparso” si accenna, secondo la tradizione vêdica, alla ricostituzione del Purusha quale esso era “prima dell’inizio”, nello stato non-manifestato, quindi il ritorno all’Unità.

Purusha viene anche definito Vishwakarma, cioè il “Grande Architetto dell’Universo”, simbolo dell’Unità per i Massoni di tutto il mondo.

Per il pensiero faraonico, il mondo metafisico (meglio: non materiale) si riversa in quello fisico (meglio: materiale) e lo impregna di significato.

La consapevolezza egizia è quella di un mondo fisico (materiale) circondato da un mondo spirituale. La rappresentazione fisica del mondo (terra, atmosfera, cielo) è simbolica e presuppone la capacità di vedere attraverso il fisico, per penetrare nella sua interiorità. È l’intus ligere proprio dell’intelletto, che non è la ragione. L’iniziazione deve condurre ad una visione intuitiva, che “penetra nelle forze e negli esseri che esistono nello «spazio spirituale», e che cogliamo nelle raffigurazioni simboliche”.

È in questo contesto che, verosimilmente, si sviluppa l’idea di una leggenda massonica che, anche sotto il velame ebraico, restituisca l’attenzione dovuta alla ritualità dell’antico Egitto, solo a chi sia in grado di intuire e capire.

Del resto, l’ammirazione e la curiosità che gli Antichi popoli tributavano all’Egitto era unito al desiderio degli stessi, di partecipare alla sapienza particolare di cui gli egizi erano riconosciuti esserne portatori.

Un esempio potrebbe riguardare l’apporto che il mondo egizio ha dato alla nascente coscienza monoteista di cui i Salmi sono un chiaro esempio, anche in considerazione della loro possibile “contaminazione” egizia.

Per questo, gli occidentali, prima e per alcuni versi ancora oggi, hanno guardato all’Egitto, al suo sapere, come una fonte da cui trarre gli insegnamenti e le indicazioni che portano alla via della saggezza.

Specie negli anni del razionalismo settecentesco, quasi in reazione alla estremizzazione razionale di alcune correnti del periodo, si è sviluppata, ed ampliata, la linea tradizionale denominata Muratoria Egizia.

Quasi un’intolleranza verso la ricerca del razionale che era, nel periodo, esasperata per la necessità si arrivare alla dimostrazione della verità raggiunta.

E gli uomini “speculatori del metafisico” non si sentivano del tutto appagati da questo nuovo modo di ricerca.

La simbologia di cui il mondo egizio era pieno, tornò così alla ribalta.

In considerazione del fatto che si dovrebbe seguire la Tradizione perseguendo la purezza interiore oltre a quella della specifica ritualità, ci si è trovati ad ereditare un metodo tradizionale custodito nel Rito e si deve ancora considerare di seguirlo nel migliore dei modi.

Il Rito: parola derivata dal latino ritum (a sua volta riferibile al termine greco ἀριθμός aritmos numero) e a quello sanscrito rta (ordine cosmico), indica ogni azione o un insieme di azioni eseguite secondo norme rigorosamente definite. Nel contesto massonico, è evidentemente l’essenza dello strumentario offerto, ovvero l’insieme delle modalità operative necessarie per raggiungere l’obiettivo, che altro non è che la conoscenza e la consapevolezza del nostro essere profondo (il nosce te ipsum)

Gli elementi essenziali di un Rito sono: la sacralizzazione del luogo adibito a tempio, la preparazione dei partecipanti e la sua perfetta esecuzione, secondo le modalità previste.

Il tutto è finalizzato a raggiungere l’obiettivo implicito nella liturgia e ottenere quindi quella che può essere definita una sorta di “evocazione”; il tutto al di là della individualità dei singoli, dello spazio e del tempo. Siamo quindi di fronte a una metodologia, riservata agli adepti/iniziati, che richiede una precisa attuazione, che qualora non fosse eseguita correttamente, porterebbe ad un ribaltamento che si potrebbe definire con il termine contro-iniziatico.

Non dimenticandoci che alla porta del Tempio si bussa ogni volta che si chiede l’ingresso, così come per la prima volta della Iniziazione, oltre che per ogni aumento di Luce. Consideriamo in via generale, che lo schema delle allegorie del percorso nella ritualità egizia prevede le ipotesi dell’Amenti (l’ambito spirituale ultraterreno, pieno di Luce) e del Dwat (l’ignoto, l’oscuro, il sotterraneo); in più, teniamo a mente i simboli Bakhau e Manu posti ad Est ed a Ovest sul piano orizzontale, interagenti con Aker, ma guardando il simbolo solare ecco l’Alba-Khepri che merge dalla Soglia, e poi dopo Ra-Harakthe, ecco il Tramonto-la divinità Atum, e poi la Psicostasia, prima di viaggiare nel Dwat interagendo anche con Khnum. E lì dentro entriamo e lavoriamo…

Tutta la simbologia del Tempio, e la stretta ritualità in tale ambito si esegue, ha il suo significato esoterico. Per pochi.

Il Rito Egizio è e rimane, elitario altrimenti non sarebbe un Ordine Massonico Tradizionale. Sarebbe altro…

Antonio

L’articolo è contenuto nel numero di marzo 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Il testo esplora il legame tra la sapienza dell’antico Egitto e la Tradizione iniziatica occidentale, tracciando un filo che va dai filosofi greci fino alla ritualità massonica egizia contemporanea. Al centro si colloca il concetto di Osirificazione come reintegrazione dell’essere e ritorno all’unità originaria, in parallelo al simbolismo del Purusha védico. L’iniziazione è descritta come percorso esoterico volto a superare la materia, mediante una ritualità sacra che consente di penetrare il significato spirituale del mondo fisico. Il Rito è inteso come strumento operativo per raggiungere la consapevolezza interiore, in un contesto simbolico e disciplinato, accessibile solo a chi ne possieda le chiavi.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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