Esiste un modo particolare di suggerire, di indicare, specifiche direzioni previste per incedere su una strada iniziatica come la nostra che ha come obiettivi: “Conoscenza e Verità”, ma che si posizionano alla base di un’auspicabile tendenza per una reintegrazione nei livelli spirituali, originali, creati dal Supremo Artefice. Tecnicamente, ad esempio, in funzione del desiderio d’indagare sé stessi, questa modalità operativa potrebbe esemplificarsi, per lo più in modo propedeutico, nell’esigenza di provare a fermare a lungo il pensiero su qualcosa (oggetto, ricordo, immagine, suono, ecc.) condensabile in un concetto identificabile nella nostra lingua con la parola: “meditazione”.
La sua applicazione potrebbe avvenire in luoghi e tempi differenti, a seconda degli obiettivi anche intermedi di riferimento. Nel nostro caso, riguarderebbe vari argomenti specifici su cui meditare prima, durante e dopo i Lavori, oppure altri da affrontare anche solo a livello culturale, in qualsiasi momento si voglia.
Ad ogni modo, credo che possa essere interessante notare che tale termine sembrerebbe derivare dal latino: meditatio, riflessione oppure da mĕdĭtor, che è all’origine del moderno meditare. Sembrerebbe che sia stato adottato per tradurre in latino il termine greco melete, presente nella versione in greco della Bibbia, avendo il significato di ponderare, riflettere, contemplare. Sembra che sia stato utilizzato anche per tradurre l’ebraico hāgâ, che indica il mormorare, sussurrare o brontolare tra sé e sé, spesso associato al “rimuginare” o masticare la Scrittura per assimilarla, ma anche la meditazione stessa.
In generale, con quei termini, si ipotizza che ci si possa riferire ad una pratica utile per raggiungere una maggiore padronanza delle attività della mente, affinché un soggetto che ne usufruisca, sia sempre più in grado di concentrarsi su un solo pensiero, su un concetto elevato, oppure su un preciso elemento non solo della realtà. Questo, avendo prima la capacità di abbandonare il normale interesse sui pensieri, sulle immagini conseguenti alle necessità esistenziali, quotidiane, per lo più ricchi anche di emotività passionale e quindi riuscendo ad ottenere un fluire degli stessi in modo morbido, quieto, più o meno evanescente.
Così, lasciando riposare la mente in una sorta di tranquillità naturale, sarebbe ipotizzabile la possibilità di accede poi alla fase di contemplazione di ciò che eventualmente si avesse focalizzato in modo casuale, estemporaneo, oppure in funzione di un impulso volontario, nell’intento di un’auto-realizzazione che nel nostro caso, oltre a mirare ad un miglioramento delle condizioni psicofisiche, tenderebbe agli scopi spirituali, filosofici di cui sopra.
Non si tratta certo di qualche metodo nuovo, infatti questa pratica, in varie forme, è conosciuta da secoli come parte integrante anche di tutte le principali tradizioni religiose. Ad esempio, come ho già accennato in diverse altre occasioni, nelle Upaniṣad, scritture sacre induiste compilate a partire dal IX – VIII secolo a.C., è presente il primo riferimento esplicito alla meditazione giunto fino a noi, con il termine sanscrito dhyāna.
In sintesi, per quanto ci riguarda, si potrebbe definire uno stato della coscienza ottenuto mediante l’indirizzamento volontario dell’attenzione verso un determinato oggetto (meditazione riflessiva) o mediante la completa assenza di pensieri (meditazione recettiva). Ad esempio, qualche cosa del genere sarebbe stato teorizzato anche negli sudi scientifici dello psichiatra veneziano R. Assagioli, a cui andrebbero aggiunti quelli riguardanti l’analisi immaginativa di G. Balzarini e poi l’I.T.P. (Tecnica Immaginativa di analisi e ristrutturazione del Profondo) di L. Rigo,
Giusto per spiegare cosa intendo, l’oggetto della meditazione tramite una tecnica riflessiva, potrebbe essere qualsiasi cosa riguardante elementi del mondo interiore oppure semplici oggetti, per raggiungere uno stato di maggiore concentrazione e di valutazione consapevole. È una modalità esecutiva utilizzata abbastanza frequentemente in Occidente. Diversamente, quella recettiva avrebbe come caratteristica, quell’assenza di pensieri più o meno rumorosi che permetterebbe alla mente di raggiungere un livello di “consapevolezza in assenza di rumori emotivi e passionali”, ovvero una forma di libertà dall’attività psichica, non di rado caotica e confusionaria. È una tipologia utilizzata più frequentemente nell’ambito di varie filosofie e di religioni orientali.
Però, in entrambi i casi, si richiede in modo propedeutico, una formazione che permetta di utilizzare correttamente varie fasi di concentrazione.
Poiché una di quelle intermedie del nostro metodo, implica la possibilità di conoscersi (non solo interiormente), credo sia opportuno evidenziare che osservando la dinamica del modo di operare della mente si potrebbe riuscire a distinguere l’attività di un “IO” egocentrico, il quale si identifica normalmente anche col proprio nome, e quello che si potrebbe identificare come “Sé” in grado di osservare l’osservatore (oggettivizzazione del soggetto). In sintesi, si potrebbero esemplificare alcune fasi tipiche dell’osservarsi consapevolmente quando ad esempio (nel nostro caso), al di fuori dei riferimenti attinenti agli argomenti previsti per i Lavori, con uno stato d’essere che si manifesti in assenza di pensieri, dove nella mente si tenda a far tacere l’usuale chiacchierio di sottofondo per lasciare spazio all’assoluta tranquillità, ci si concentri su un oggetto; così potrebbe accadere che uno sperimenti:
D’altronde, anche nei riferimenti orientali, lo stato raggiunto tramite la pratica del dhyāna favorirebbe l’esperienza della “visione” e, ad un livello superiore, dell’illuminazione, ossia dello svelamento della divinità onnipresente.
Ovviamente è noto che in alcuni casi, un simile stato di “consapevolezza senza oggetto” potrebbe essere raggiunto con molteplici, differenti, pratiche meditative; ad esempio, quelle basate sulla ripetizione mentale di un mantra, tenendo però sempre presente che ciò che si può immaginare con il termine “meditazione” nella lingua italiana, non sempre risulta adeguato a dare un’idea efficace di questo tipo di pratiche.
Nel nostro caso (durante i Lavori) ciò che si pronuncia ritualmente dovrebbe predisporre a una sorta di preghiera interiore. È opportuno ricordare che il punto di vista mistico è sempre presente e si unisce armoniosamente alla necessaria lucidità mentale, razionale. Non a caso varie fasi vengono sviluppate con cosciente consapevolezza nel Tempio, in presenza dei nostri simboli, del Libro Sacro aperto e della Menorah accesa. Le parole dovrebbero essere strettamente legate al pensiero e alla riflessione sull’origine luminosa divina alla quale, come entità spirituale, ci si vorrebbe riavvicinare e che si invita a dirigere ciò che si sta compiendo.
Inoltre, avendo richiesto a suo tempo di essere accolti, è probabile che si abbia anche ipotizzato l’esistenza di una sorta di Forza Santa che viva nella personale interiorità. Ovvero, da un punto di vista mistico, sarebbe qualche cosa che rappresenti il Regno spirituale e che domini l’aura terrestre, in una ipotesi di reintegrazione spirituale, personale e collettiva, nei livelli e nelle facoltà spirituali, originali.
Tecnicamente, il tutto si sviluppa attraverso diversi passi successivi; li si potrebbe riassumere in modo molto sintetico, così:
Colgo l’occasione per evidenziare che il concetto di meditazione potrebbe essere inteso come “invocazione” o “memoria”, ma che andrebbe immaginato anche come il ricordo di uno stato precedente, in modo da far riemergere progressivamente qualcosa (la Luce interiore) che, fortunatamente, non si sia persa del tutto.
Se però per qualche istante, si volessero abbandonare questi punti di vista abbastanza mistici, sarebbe opportuno valutare che in ogni modo, la pratica meditativa potrebbe portare benefici a chi la pratichi, a prescindere dalle convinzioni animico-spirituali.
Ad esempio, vari studi scientifici risalenti a prima del 1970, ne hanno evidenziato la sua efficacia per la diminuzione di ansia, di stress e nel miglioramento della salute.
A tal proposito, sarebbe stati individuati alcuni aspetti psico-fisici conseguenti a tali attività. Ad esempio:
Giusto per riportare una citazione in merito ai numerosissimi testi scientifici pubblicati nel mondo accademico, mi permetto di evidenziare che nel suo libro “Zen and the Brain” del 1999, James Austin, neuropsicologo dell’Università del Colorado, ha descritto come la meditazione zen possa modificare le connessioni nervose del cervello. Questo sarebbe stato confermato mediante risonanza magnetica funzionale sull’attività del cervello.
Giunto a questo punto, non posso però esimermi dall’evidenziare come un possibile rovescio della medaglia, possa essere rappresentato dall’abitudine frequente per molti, di perdersi in fantasticherie.
Si tratta di abbandonarsi alla normale attività dei pensieri per vagare con la mente fantasticando ad esempio, di viaggi in paesi esotici oppure sul futuro, concependo con la fantasia, particolari cose inattuabili o difficilmente realizzabili; come ad esempio immaginando un viaggio in mondi lontani oppure di compiere grandi imprese.
Arzigogolare con la mente per trovare soluzioni e per pianificare il domani, immagino che sia una componente naturale del pensiero. Tra scenari non sempre reali o anche solo prefigurando il nostro futuro, questa abitudine di solito ci supporta nel pianificare i nostri obiettivi.
In effetti, sembra che ognuno trascorra gran parte del tempo a fantasticare. Una mente normale, non educata tramite qualche disciplina, vagherebbe per oltre il 30% delle ore di veglia; in tali periodi, ciò avverrebbe, sia in merito ad argomenti piacevoli (42,5% delle volte), che spiacevoli (26,5%) o neutri (31%), in modo da prepararsi per eventi futuri ma non troppo lontani (di solito ci si limiterebbe ad una settimana) piuttosto che a ricordare il passato. Quindi, ci si distaccherebbe dalla realtà per ritrovarsi a fantasticare su altre attività quotidiane. Ci si tufferebbe in realtà illusorie per puro gioco mentale o per appagare vari desideri con l’immaginazione (come vincere alla lotteria, ottenere grandi successi o conquistare potenziali partner). Insomma, i propri “film” mentali riguarderebbero spesso cose concrete, materiali.
Purtroppo questo potrebbe accadere anche durante l’esecuzione di un Rito, ritrovandosi a pensare a tutt’altro. Ad alcuni succede continuamente, pur avendo senso di responsabilità e motivazione sufficienti per restare concentrati. Eppure, senza volerlo, immancabilmente spiccano il volo verso i propri viaggi mentali.
In altre occasioni, in altri ambiti, non ci sarebbe motivo di preoccuparsi, dal momento che un cervello efficiente non avrebbe molta attività per impedirgli, senza una formazione opportuna, di vagare, allorché si trattasse di un eccesso di lavoro mentale che trasborderebbe come un fiume in piena da un’eventuale attività che si stia svolgendo.
D’altronde, i compiti semplici che non richiedono molto sforzo mentale, come quelli riguardanti cerimonie affatto complicate come le nostre, sono l’innesco ideale per i sogni a occhi aperti. Però lo sono ancora di più i condizionamenti provenienti dalla cultura famigliare, religiosa, scolastica, dalla morale comune, ecc. che possono “contaminare” le riflessioni meditativa anche fuori dal Tempio, impedendo di predisporsi ad accogliere il fluire dell’intuizione, per limitarsi alle considerazioni deduttive, viziate da quelle suggestioni che conseguentemente, come accade ad ogni profano, portano poi a fissarsi su pregiudizi per lo più errati.
Vorrei aggiungere una nota di colore. Quando la mente andasse alla deriva, si potrebbe arrivare a non ricordare cosa accadeva prima, soprattutto se si viaggiasse lontano nel tempo e nello spazio. Così, non ricordando cosa si stesse facendo, ci si potrebbe chiedere improvvisamente dove ci si trovi e che cosa si stia compiendo. È interessante immaginare un’ipotesi simile durante una cerimonia nel Tempio. Però, forse qualcuno potrebbe averlo già sperimentato, scoprendo che in qualche modo era stato fisicamente presente ai Lavori ma che con la sua mancanza di concentrazione consapevole sulle attività che si stavano svolgendo (una parte della mente era probabilmente restata ancorata alle esigenze materiali, con relative fantasticherie), in quel momento aveva oggettivamente vanificato, qualsiasi personale possibilità d’interazione con l’ambito metafisico nella direzione verso cui gli altri partecipanti si erano diretti. Ci sono racconti di qualcuno che lasciandosi andare alle fantasie personali, si è ritrovato addirittura, se non proprio ad addormentarsi, ad entrare in una condizione di pre-sogno.
In effetti, in quell’occasione aveva solo perso tempo e forse aveva creato disturbo all’armonia cerimoniale oltre a quella eggregorica (invece, di norma, in quelle occasioni, ognuno dovrebbe sentirsi coinvolto almeno mentalmente).
Però, attenzione, nell’intento di essere molto concentrati su un compito cercando, anche attraverso un surplus di adrenalina, di non farsi distrarre da uno stimolo che potrebbe sopraggiungere, si potrebbe finire per perdere la consapevolezza dell’obiettivo per cui ci si stava concentrando.
D’altronde, è proprio attraverso il corretto apprendimento e la messa in pratica del nostro metodo formativo che, durante i Lavori, si dovrebbe riuscire a giungere ad una sorta di attenzione selettiva, la quale potrebbe permettere di eseguire consapevolmente ciò che in un preciso momento sia rilevante, escludendo ciò che non lo sia. Non consentendo l’aggancio ai pensieri distraenti, si dovrebbe riuscire a prestare attenzione al compito in cui si fosse coinvolti.
Non dimentichiamo che tutti possono essere distratti. Si tratta di un normale fenomeno insito nel personale programma genetico. Infatti, nella quotidianità di qualsiasi essere vivente, è assolutamente importante che l’attenzione possa venire “catturata” da stimoli improvvisi e diversi da quelli sui quali si fosse inizialmente concentrati. In sintesi, si tratterebbe di una sorta di “allarme” che riporterebbe alla realtà di un fatto imprevisto. Per fortuna esiste nella mente anche un meccanismo di filtraggio, altrimenti se si fosse continuamente attirati da ogni stimolo, sarebbe impossibile concentrarsi su qualunque cosa.
Nel nostro caso, molto dipende da quello che si fa durante i Lavori e quale ruolo si rivesta. In varie occasioni, si potrebbe constatare che alcuni dei partecipanti dedicati a compiti mentalmente poco impegnativi (quindi con maggiori possibilità di vagare con la mente) sono stati ugualmente gratificati da scintille intuitive, similmente a coloro che ne avessero svolto uno più pesante e che per questo potevano essere distratti proprio dalle specifiche esigenze operative. Ma per essere in grado di aprirsi all’intuizione non basta far viaggiare la mente. È indispensabile silenziarne e armonizzarne le attività emotive, passionali, che altrimenti si mescolerebbero al flusso dei pensieri che potrebbero essere stati gratificati dall’alto, in modo illuminante. Quindi, sarebbe opportuno essere sempre più consapevoli di ciò che si stia pensando. Per questo, l’intuizione, si sviluppa progressivamente in modo complesso, in funzione della reale pulizia animica e dalla calma mentale. Ovviamente, questa funzione che tende ad interagire con l’ambito spirituale, non riguarda ciò che si attiva con i cosiddetti sogni a occhi aperti.
È importante comprenderlo, così forse, si eviterebbero anche le inutili performaces di coloro che amano esprimersi nei modi caratterizzati da enfasi, retorica o pomposità per convincere gli interlocutori in merito alla bontà delle loro fantasie che però solo tali sono, oppure per evidenziare quanto sapere preso a prestito sono stati in grado di ricordare.
Stesso discorso potrebbe valere soprattutto per chi fosse stato elevato in vari gradi ma che non avesse affatto acquisito la possibilità di intuire ciò che è sotteso come livello più profondo e mistico delle liturgie, ovvero il loro significato nascosto, esoterico e metafisico, mantenuto occulto in piena evidenza, tramite il mascheramento di specifiche allegorie, metafore, simboli.
Essere stati accolti da noi, vestire con le nostre insegne, non implica affatto l’essere diventati automaticamente qualche cosa di evoluto spiritualmente.
Fantasticare di essere diventati “buoni” e idonei per il corretto incedere, solo per essere stati elevati di grado oppure per aver approfondito alcuni studi, per aver aumentato il personale livello culturale, non sarebbe affatto saggio.
Il nostro metodo può dare indicazioni, suggerimenti, importanti con la finalità di conquistare Conoscenza e Verità, nell’auspicio di una reintegrazione spirituale negli stati originali. Quindi anche la meditazione può evidenziarsi come uno strumento (assieme ad altri) efficace per riuscirci.
Però (vale per tutti, nessuno escluso) non sarà affatto utile fantasticare di essere ciò che non si è, evitando accuratamente di scoprire quale sia la propria vera natura che tra l’altro, sarebbe abbastanza semplice da inquadrare, più o meno approssimativamente, per lo meno come predisposizioni iniziali del personale progetto esistenziale. Infatti, basterebbe essere capaci di leggere a livello astrologico, elementare, la propria carta natale (non occorre essere dei geni, basta aver voglia di studiarne le basi). La personalità, le origini e le predisposizioni animiche, spirituali, interagenti con la materialità, sarebbero evidenti; questo a meno che uno non le voglia proprio vedere e per giustificarsi, si racconti che è difficile, che non è capace, oppure che sono tutte sciocchezze. Non esisterebbe miglior cieco di chi non volesse proprio vedersi.
Poi, ovviamente le scelte personali, le eventuali rettifiche con conseguenze concrete nella realtà quotidiana, produrranno molteplici variabili al progetto esistenziale primario, immaginato, secondo il “Fato”.
Concludendo per ora, mi permetto di evidenziare un semplice concetto, ovvero che se non si ricercherà veramente una conoscenza sempre più approfondita di sé stessi (a prescindere da gradi, vestiario, medaglie, medagliette, ecc.), sarà poi abbastanza inutile ergersi a citazionisti compulsivi dell’acronimo V.I.T.R.I.O.L.
Infatti, ci si ti ritroverebbe ad un livello mentale e animico come quello precedente all’accoglimento nel Tempio (se non peggiorato) e forse ci si scoprirebbe anche impegnati nel solo tentativo di stupire qualcuno (prima di tutto sé stessi) con un nuovo livello culturale di nicchia, però apprezzato solo negli inutili salotti mondani, oppure ci si limiterebbe a recitare la parte dei depressi cronici, dei disillusi da ogni cosa, che va molto di moda in questa nostra modernità altalenante tra passionalità romantiche e nichilismo autolesionista; soprattutto in alcuni ambienti.
Diversamente, se si parteciperà correttamente ai Lavori previsti, allora è probabile che anche la “Catena Fraterna” possa essere attivata durante la cerimonia rituale e che conseguentemente l’Eggregore fisico, il quale caratterizza ogni Triangolo/loggia, evolva spiritualmente e si unisca a comporre quello spirituale del nostro Rito.
D’altronde, non sempre e non tutti si ricordano le personali promesse, i giuramenti pronunciati; forse non si hanno neppure compresi i tre quesiti che implicavano dei doveri specifici. Probabilmente ognuno dovrebbe cercare di chiarire con sé stesso cosa aveva inteso con le dichiarazioni di essere e di mantenersi veramente a disposizione del Rito.
L’articolo è contenuto nel numero di Aprile 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Poiché una di modalità intermedie del nostro metodo, implica la possibilità di conoscersi (non solo interiormente), credo sia opportuno evidenziare che osservando la dinamica del modo di operare della mente si potrebbe riuscire a distinguere l’attività di un “IO” egocentrico, il quale si identifica normalmente anche col proprio nome, e quello che si potrebbe identificare come “Sé” in grado di osservare l’osservatore (oggettivizzazione del soggetto).
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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