Scusandomi con i gentili lettori, tratterò in questa seconda parte della lettera “Shin”ש( incisa sui tefillin e non di quella dello Shema, come avevo promesso.
Errore mio; ragionando meglio ho ritenuto che fosse preferibile affrontare lo Shema dopo aver trattato della shin nelle sue manifestazioni più evidenti di protezione, quella delle abitazioni e quella del singolo fedele e della sua famiglia, per cui in questo scritto tratteremo dei tefillin e della doppia shin che li adorna.
Una delle immagini che più ci colpiscono del culto ebraico è sicuramente l’utilizzo di speciali accessori che il fedele deve indossare durante la preghiera, sia solitaria che in myniam (quorum).
Per un ebreo ortodosso, la tradizione e la Legge impongono di vestire a contatto con la pelle il cosiddetto tallit katan, (katan significa piccolo quale opposto di tallit gadol, grande) una sorta di maglietta rettangolare, preferibilmente di lana, anche se è ammesso il cotone, con quattro appendici di fili annodati in modo speciale che pendono ai quattro angoli dell’indumento. Poiché il tallit katan è indossato sotto i normali vestiti, effettivamente sono solo gli tzitzit che sono esposti all’osservazione esterna; colloquialmente, infatti, al tallit katan ci si può riferire anche solo come tzitzit o arba kanfot (i quattro angoli).
Prima di indossare lo scialle da preghiera, il tallit gadol o solamente tallit, anch’esso dotato di tzitzit ai quattro angoli, il fedele deve però adornarsi con quello che indubbiamente, risulta essere il più affascinante e mistico degli implementi da preghiera cioè i tefillin תפילין
I tefillin o filatteri dal verbo greco phylássein, φυλάσσειν (fare la guardia, proteggere) sono fondamentalmente costituiti da due scatole di cuoio tinte di nero, contenenti delle piccole pergamene portanti determinati brani della Torah, da cui pendono delle strisce di cuoio (retsu’ot), tinte di nero, che l’orante deve porre sul braccio sinistro (shel yad), destro per i mancini, e sulla testa (shel rosh).
I filatteri sono integralmente realizzati a mano da un rabbino qualificato per questa opera, ivi compresa la scrittura sulle pergamene, ed hanno vari gradi di finitura.
La realizzazione dei tefillin è assai laboriosa e complessa ed è governata da moltissime regole.
Le scatole devono essere create utilizzando un unico pezzo di pelle animale e sono formate da una base da cui si erge un compartimento quadrato ove vengono inserite le pergamene.
Sulle pergamene che vengono inserite nei tefillin vi sono scritti quattro brani della Torah:
– Esodo 13:1-10;
– Esodo 13:11-16;
– Deuteronomio 6:4-9;
– Deuteronomio 11:13-21.
Questi passaggi vengono scritti con un inchiostro speciale su pergamena (klaf).
La forma calligrafica dell’alfabeto aramaico detta Ashuri (Assira) deve obbligatoriamente essere utilizzata, seguendo una delle tre maggiori tradizioni: Beis Yosef – in genere preferita dagli Ashkenaziti; Arizal –quella cara ai Chassidici; Velish – usata dai Sefarditi.
I brani in tutto sono formati da 3.188 lettere e, generalmente, realizzarle costa 10-15 ore di lavoro. I tefillin shel yad hanno un unico compartimento che contiene un solo pezzo di pergamena con tutti e quattro i brani scritti su di esso; I tefillin shel rosh hanno quattro spazi separati ove viene inserito in ciascuno uno dei quattro brani della Torah.
E’ considerato segno di devozione procurarsi il migliore set di tefillin che l’individuo si possa permettere.
L’uso dei tefillin sarebbe limitato al solo genere maschile, anche se non mancano, sia prove storiche di utilizzo femminile, sia correnti attuali dell’Ebraismo che, al contrario, consentono alle donne di portare i tefillin.
Teoricamente i tefillin (plurale di tefilah, preghiera ma l’uso è sempre quello plurale) si chiamerebbero biblicamente totafot, parola di cui si è perso il reale significato, ma che venne tradotta dai Settanta in greco nel Vangelo (Matteo 23:5) come “Filatteri” essendo il significato di phulaktērion – φυλακτήριον, “difese,” ovvero “amuleti” od “incantesimi”.
Quindi, in assenza di nuove informazioni, possiamo solo assumere che i traduttori del Vangelo, sicuramente informati meglio di noi sul termine totafot, scelsero una parola che sembrerebbe legare i tefillin ad un amuleto che incorpori un incantesimo di difesa.
In realtà la Kabbalah spiega che i tefillin, come se fossero due antenne direzionali, aiuterebbero il fedele ad incanalare la luce divina, rafforzando la connessione e la comunicazione con l’energia che proviene dalla Keter, la corona.
Non a caso i tefillin sarebbero due: lo shel rosh rappresenterebbe le sephirot superiori da Keter a Daat, mentre lo shel yad le Middot e Malkut.
Vediamo se siamo in grado di trovare qualche altro elemento a sostegno di questa tesi.
In primo luogo, i tefillin non si indossano né di Shabat né durante le feste ebraiche e la spiegazione che viene offerta di tale usanza è che sarebbe pericoloso per il fedele medio aumentare la propria connessione in tali giorni, nei quali il livello di energia sarebbe già altissimo per la particolare maggiore vicinanza con la luce divina.
In secondo luogo, i tefillin, come uno scudo, si indossano sul braccio “non armato” a difesa del fedele.
Anche qui i kabbalisti avvertono che l’utilizzo del shel yad sul braccio forte, quello dell’arma, potrebbe condurre ad un sovraccarico energetico e, forse, ad un cattivo impiego dell’energia (in attacco piuttosto che in difesa).
Sul tefillin shel rosh sono incise ad altorilievo due shin fra loro diverse, normale da un lato, a quattro gambe per il lato opposto, unico esempio grafico di shin così modificata che sia possibile rinvenire nella cultura ebraica, con l’unica eccezione delle Tavole di Moshe che erano state incise sulla pietra.
Ma, come ho già scritto, shin è legata alla difesa di un luogo (mezuzah) o di una persona/fami-glia e che la shin dei tefillin abbia tale impiego è facilmente riconoscibile.
Quando i tefillin vengono consegnati, entrambi hanno un nodo già fatto utilizzando le strisce di cuoio; quello del shel rosh raffigurante la lettera dalet (o una doppia dalet), quello del shel yad raffigurante una yud.
L’insieme dei tefillin rappresenterebbe quindi shin, dalet, yud ovvero Shaddai (שדי).
Senza ripetere ciò che ho già scritto su questo tema, per cui volentieri rimando il gentile letto-re alla prima parte di questo scritto, vorrei solo sottolineare ancora quanta potenza e quanta fiducia l’Ebraismo attribuisca alla protezione derivante dalla invocazione, anche tramite oggetti inanimati, di tale nome divino.
Di più, è assai rivelatore che al fedele non vengano, al contrario, affidate invocazioni dirette al nome di Shaddai e le cautele sopra descritte nell’utilizzo sulla propria persona di tale nome, quasi che esso sia troppo pericoloso perché l’individuo ne faccia personalmente ricorso, magari in modo aggressivo e non difensivo.
Ma c’è un’ulteriore lettera shin connessa ai tefillin.
Quando il fedele si lega il tefillin shel yad al braccio, lo deve fare seguendo uno schema preciso, che va a formare una shin sull’avambraccio, proprio a guisa di uno scudo un magen.
Vi posso assicurare che la sensazione che si prova osservando il proprio braccio avvolto nelle strisce di cuoio nero a formare questa grande shin, è proprio quella di sentirsi protetti e sicuri fisicamente e spiritualmente. Ma per quale motivo lo shel rosh ha due diverse shin incise sulle sue pareti?
Le interpretazioni sono varie e qui vorrei esaminarne alcune:
– Le due shin, così sovrapposte, rappresenterebbero la Torah che è fuoco nero, lo scritto, su fuoco bianco, lo spazio lasciato libero dalla scrittura nella pagina;
– Le due shin rappresenterebbero la Legge Divina scritta su pergamena o incisa sulla pietra come fece Moshe;
– Il numero sette, derivante dalla somma delle due lettere, rappresenterebbe molti importanti concetti, quali i giorni della settimana, la menorah, i sette Patriarchi (Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Aronne, Davide e Giuseppe, detti anche le “sette grandi anime”), ovvero i tre primi patriarchi e le quattro matriarche;
– La shin a quattro gambe rappresenterebbe il Tetragrammaton, il nome di D-o, quindi il fedele porterebbe su di sé non solo il nome di Shaddai, ma, occultamente anche quello di Adonai, quello impronunciabile;
– Lo Zohar interpreta le parole “shivasayim” (Tehillim 12:7) come sette volte sette, che ha il significato normale di “in eterno”.
Il testo kabbalistico afferma che il salmo si riferirebbe al tefillin shel rosh, spiegando che la shin sarebbe un composto di tre zayin unite alla base. Le due shin sarebbero quindi sette zayin il cui valore numerico è sette, quindi il tefillin shel rosh sarebbe anche il simbolo di “shivasayim”, l’eternità; In conclusione, quindi, possiamo dire come la shin domini completamente la simbologia connessa a questa importantissima e fondamentale tradizione ebraica di indossare i tefillin durante la preghiera, sia a scopo protettivo, che a scopo di aumentare la connessione con l’Altissimo e che detta simbologia ci appare complessa e densa di significati, tra cui possiamo sicuramente citare ancora Shaddai, Adonai, l’Eternità, il Mondo rappresentato dai Sette Giorni della Creazione, la Torah e le Tavole della Legge, le Sette Grandi Anime, i Patriarchi e le Matriarche.
Non sarebbe, forse, erra-to scolpire con la meditazione una grande shin sul nostro cuore ed affi-dare a questa lettera/simbolo il compito di proteggerci e connetterci con Ashem.
Menkaura
L’articolo è contenuto nel numero di maggio 2015 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
La lettera Shin, impressa sui tefillin e formata dall’intreccio delle cinghie di cuoio, è simbolo di protezione e connessione spirituale. Essa evoca il Nome divino Shaddai e racchiude significati profondi legati alla Torah, al Tetragramma, all’eternità e all’armonia cosmica. I tefillin non sono semplici oggetti di culto, ma strumenti di difesa e di comunione con l’Altissimo, che ricordano al fedele la sua funzione di ponte tra Terra e Cielo.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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