Due parole che in ambito profano sarebbero immediatamente agli antipodi; dovremmo riflettere invece che le dimensioni di atemporalità e spiritualità, proprie dei simboli, che essi hanno ne fanno un Uno similmente a come era l’Uomo prima della distinzione tra maschio e femmina.
Rappresentano due fasi di un unico processo; il segreto è l’alternarsi equilibrato delle due fasi.
Non, quindi, contrapposizione ma neanche due fasi temporalmente successive; il silenzio non è prerogativa solo dell’apprendista e quando si avrà l’onere e la responsabilità della parola dovrà esserci un armonioso equilibrio tra la capacità di ascoltare quella voce interiore “quella voce silenziosa e sottile” troppo tempo inascoltata e la parola.
Il Silenzio dunque; il Silenzio che ci viene “imposto” da apprendisti.
Imposizione difficilmente comprensibile di primo acchito; troppi legami ci uniscono ai metalli per comprendere che il dono che ci viene concesso rappresenta la possibilità per stabilire quei contatti con gli stati superiori per acquisire la Conoscenza.
Il silenzio, quello stato d’essere che profanamente tendiamo a rifuggire per paura e viltà.
Per paura di vedere quanto siamo “brutti, sporchi e cattivi”, per viltà nel non voler riconoscere la nostra pochezza nei confronti di noi stessi di fronte all’angoscia di scoprire, forse, un altro sé stesso.
Il silenzio invece come prima condizione perché ci si possa raccogliere in meditazione; il Silenzio visto non solo come nel non parlare ma prioritariamente come “il tacer a sé stessi” per riuscire ad ascoltare, come si diceva dianzi, “quella voce silenziosa e sottile”.
Nel silenzio si ascolta la voce del maestro ma soprattutto la nostra anima; tacere come dominio delle proprie passioni, tacere di fronte ai torti, non covare odio, non come falso ipocrita, dannoso, inutile, fonte di diseguaglianze, buonismo, ma come capacità di rappresentar sé stesso, senza “apparire” come Uomo nuovo, capace di trasformare sé stesso.
Levigare la nostra pietra grezza e il nostro Rito ci indica quale strumento di costante applicazione, il VITRIOL; per liberare i valori spirituali, le nostre energie vitali più intime, da tropo tempo latenti o dimenticate, sicuramente non riconosciute, in energia operativa cosciente.
Come non ricordare che la lettera ALEPH, cabalisticamente, sia legata al Silenzio essendo la sola lettera a non aver un suono proprio ma solo in funzione delle lettere a cui si affianca.
Prima della creazione, prima della BETH, lettera con la quale ha inizio la Genesi, si ha la fase primigenia della Creazione che precede ogni atto;
l’ALEPH manifesta il Silenzio del respiro divino che esiste prima dell’esistente e sempre esisterà.
E nulla nel creato è simile ad IHVE più del Silenzio; sia acustico che come calma tranquilla per accedere alla dimensione del sé.
Ricordate; devono tacere tutti i rumori, deve farsi silenzio, prima di veder la luce e ricevere l’iniziazione.
È nel Silenzio che iniziamo il percorso, è nel Silenzio che dobbiamo riscoprire, rettificando, le scintille divine per ricostruire noi stessi come “Uomo”.
Questo dono deve essere preservato perché attraverso il Silenzio si riesca a salvare quei passi che, con grande fatica, abbiamo fatto dopo il nostro apprendistato, nel cammino della Conoscenza.
È dal Silenzio e con il Silenzio che potremo ricercare la Parola perduta.
Ma nel nostro mondo, e purtroppo non solo in quello profano, la parola o meglio le parole, si sono svuotate di senso; anche quelle più dotte e ricercate nascondono la Verità.
Oscar Wilde scriveva che “la maggior parte delle persone sono altre persone. I loro pensieri sono opinioni di altri, la loro vita una imitazione, le loro passioni una citazione” ovvero tanti, troppi, mancando di idee proprie per spiegare ciò che non conoscono e non possono comprendere si spiegano con parole di altri o con ovvietà o con voli fantastici e misterici.
Parole, parole, parole svuotate di significato che aggiungono confusione a confusione, così come per colpa della molteplicità degli idiomi, fu interrotta la realizzazione della torre di Babele, l’incomprensione fra i costruttori impedendo la realizzazione dell’Opera.
La responsabilità della parola è gravosa quanto e più del silenzio. Scriveva Matteo “non è quello che entra nella bocca che contamina l’uomo, ma quello che esce dalla bocca, quello che contamina l’uomo.”
Le parole non sono dunque la Parola.
Vediamo in essa, come iniziati, una dimensione non solo vibrazionale, acustica, sensoriale, ma che mira a comunicare qualcosa di non comunicabile, qualcosa di inespresso.
Mosè rivolto al suo popolo ricordava loro come avessero udito la voce (il suono) delle parole senza vedere immagine alcuna oltre la voce; in quanto le parole di IHVH non hanno bisogno di immagine perché vibrano direttamente al cuore di colui che ascolta.
“In principio era la Parola”; la parola come principio creativo che agisce nella sfera della immaterialità.
Ogni cosa ha un nome; quindi conoscere il nome della cosa significa la conoscenza della stessa.
Come continuare a giocare con le parole, con il culturame di cui ci si adorna ancor più che di sciarpe e gioielli, senza avere un fremito di dignità.
Senza per un momento ricordarsi di essere stati iniziati e quindi ricordarsi che la vera Conoscenza è solo mediante lo spirito e l’anima, per la via cardiaca, nell’interezza dell’Uomo.
Pierdomenico
L’articolo è contenuto nel numero di giugno 2015 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Il Silenzio e la Parola non si oppongono, ma costituiscono due fasi complementari del cammino iniziatico. Il silenzio, imposto all’apprendista, è spazio interiore in cui si ascolta la voce dell’anima e si avvia la trasmutazione. Solo attraverso questa quiete si può recuperare la Parola perduta, principio creativo e vibrazione essenziale. Le parole svuotate del mondo profano allontanano dalla Verità, mentre la Parola, come in Mosè o nella Genesi, agisce nel cuore e genera realtà. Nell’equilibrio tra tacere e dire si compie la levigazione dell’essere e si riscopre la conoscenza viva, cardiaca, che restituisce unità all’Uomo.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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