Cenni sulla Mistica Estatica

In seguito ad un sogno inconsueto mi sono svegliata; nel dormiveglia ho riflettuto sul suo significato e su quale possibile suggerimento mi stavano forse dando i nostri maestri (non di rado, ho la sensazione che attraverso il canale onirico mi vengano trasmesse diverse cose). Riporto di seguito gli spezzoni di pensiero che si sono manifestati.

Viviamo in una società in cui giustamente si parla costantemente di diritti e molto spesso come diritti di categoria: diritti delle donne dei bambini ecc. Voglio sottolineare fortemente che condivido tutto ciò e che per alcuni di questi diritti mi sono impegnata anche io; ma non credo che solo questo possa essere sufficiente per costruire qualche cosa di armonicamente giusto. Il diritto deve essere controbilanciato dal dovere; il diritto alla vita è basilare e inderogabile, ma esiste anche il dovere di viverla consapevolmente, senza facili fughe opportunistiche e impegnandosi a usare tutti i nostri “talenti”: “Fatti non foste per viver come bruti ma per seguire virtute e conoscenza” – Dante canto di Ulisse

Anche nel Vangelo, Gesù loda chi sa far fruttare i talenti che gli sono stati dati dal Creatore.

Credo che l’arte di “vivere” sia la più difficile perché ci porta ad una continua lotta con i nostri difetti: pigrizia invidia ecc. (vedi anche le meditazioni giornaliere, pubblicate dal Sedir), ma questo non ci esonera dall’impegno che probabilmente abbiamo assunto non solo con noi stessi, al momento della nascita.

Nella storia dell’umanità e soprattutto nella Bibbia vengono narrati episodi di sacrificio supremo. Ad esempio, Abramo deciso a sacrificare il suo bene più prezioso, l’unico figlio nato nella sua vecchiaia: Isacco. Questo passo dell’Antico Testamento mi è sempre stato un po’ ostico e soprattutto mi sembrava non realistico.

“Nella vita di tutti i giorni non capitano cose simili!” Ma tradizionalmente, nella Bibbia non c’è nulla di sbagliato o di inutilmente scritto. Anche Gesù dice che “nemmeno uno iota dell’Antico Testamento andrà perduto”.

Così, rimango sempre molto colpita e talvolta impaurita, dalla adeguatezza delle Sacre Scritture anche nei tempi moderni in cui tutti crediamo che il Sacro appartenga ad un mondo obsoleto e/o forse un po’ ingenuo. Basterebbe leggerla attentamente per scoprirne la modernità. Penso a quelle madri che hanno de-nunciato i figli per droga; in effetti non avevano altro mezzo per allontanare i ragazzi da quella porcheria e per costringerli a curarsi.

Se quello di Abramo sarebbe stato un sacrificio supremo, credo che si possa definire tale anche quello di queste madri. Abramo avrebbe sacrificato il figlio per Fede, per mantenere l’alleanza” con il Creatore che gli aveva promesso una lunga discendenza; quelle madri per mantenere uno dei compiti più difficili che si erano assunte al momento della nascita in questa incarnazione, ovvero crescere ed educare i figli. Spesso mi accorgo di pensare che questi sacrifici in nome di un bene superiore sono quotidianamente attorno a noi, così come le “fughe” opportunistiche ed utilitaristiche. La nostra vita ci mette costantemente davanti a delle scelte e né Papa, né Re sono esentati.

Quello stesso giorno ho deciso di riprendere, per quanto a me possibile, lo studio della Kabbalah o meglio di una branca di questa, diversa da quella dogmatica-teosofica più conosciuta; si tratta della corrente mistica estatica di cui è il principale ma non unico studioso Abulafia Avraham (1240?). Credo che per questi studiosi che possiamo definire estatici, l’opera del carro, l’albero della vita, ecc. forse erano pure speculazioni teoriche che non insegnano quasi nulla sul come ottenere la “rigenerazione” dell’uomo e l’unione di questo con Dio.

Per quanto posso saperne io, mi è sempre sembrato che ci fosse una certa reticenza quasi un larvato rifiuto per gli ebrei dogmatici e non solo per i cabalisti, a voler affrontare la questione della “sacra unione”. Basti pensare a Gershom Scholem che in “Messianic Idea” scrive: “l’unione con Dio, secondo la teologia Cabalistica, è negata all’uomo persino in quello slancio mistico dell’anima verso l’alto”.

Occorre a questo punto fare alcune riflessioni e forse considerare anche chi di mistica probabilmente ne sapeva molto; penso agli esseni ebrei. Sembra che per loro esistesse un Mediatore Celeste tra l’uomo e Dio, un misterioso Melkizedek.  Per i Cristiani questa figura è il Cristo che San Paolo nella lettera agli ebrei definisce “sacerdote in eterno”, quindi con attributi simili a quelli di Melkizedek. Sembra che il Mediatore debba esser unico, anche se ha parecchi nomi: Cristo, oppure Melkizedek, ecc. È questa una potenza Celeste che riceve da Dio e dagli uomini e trasmette a Dio e agli uomini

La sua esistenza rende possibile l’unione sacra ma sembrerebbe necessario il “supremo sacrificio” della Croce; infatti, non vi sarebbe altra via per ottenere la separazione in vita, tra l’anima neshamah (relativa all’intelletto e alla consapevolezza di Dio), nefesh (relativa all’istinto naturale), ed anche al soffio ruach (soffio di vita). Questo “trait d’union” tra umano e divino per noi potrebbe essere lo Spirito, per i Cabalisti forse potrebbe esserlo Metatron.

Questi cabalisti estatici, diversamente da quelli più tradizionali, come dicevo all’inizio, sembrerebbero aver preso le distanze dagli scritti nello Zohar di “de Leon, ecc.”; si sono definiti profetici ed hanno ricercato l’unione con Dio, o meglio il sentire la Sua voce, per provare infine un’estasi mistica anche se fugace.

Quando si parla di Cabala profetica dobbiamo tenere in considerazione Avraham Abulafia.

In Italia, in Israele e nell’Impero bizantino si sviluppava una forma di Cabala innovativa che secondo lo studioso Moshe Idel, si incontrava con il Sufismo.

È necessario precisare che in Italia questi studi si affermarono poi, per lo più, solo dopo che Pico della Mirandola mise in risalto un sincretismo tra cabala e cristianesimo (cabala cristiana).

Tornando ad Abulafia, il suo insegnamento era esoterico ed in piccola parte essoterico, motivo per cui non poteva avere molti discepoli. Nel suo testo “Tesoro dell’eden perduto” lui stesso ammette: “io che senza quelle cose connesse alle immagini che vidi nelle prime visioni le quali, sia lodato Dio, sono ormai trascorse, gli studenti non si sarebbero separati da me. Ma quelle stesse immagini che furono la causa del loro allontanamento da me, sono le stesse ragioni divine che mi hanno posto là dove sono e mi hanno fatto resistere alle traversie”.

Mi sembra d’intuire che Abulafia ed i suoi allievi avessero avuto delle visioni collettive, delle teofanie, tutti insieme, che però, mentre esaltavano lo spirito del maestro pronto e desideroso di riceverle, forse terrorizzavano i suoi allievi e li allontanavano.

Per me è interessante cercare di comprendere, di entrare un poco nell’insegnamento di questo Maestro. Certamente il suo messaggio esoterico lo poneva in contrasto con altri Cabalisti; credo sia un caso già di per sè abbastanza raro nel mondo ebraico. Infatti per Abulafia questi insegnamenti promanavano direttamente dalla Shekina che lui definiva “INTELLETTO AGENTE”, quindi dall’interiorità. Da notare che nel libro su citato egli ammette di avere opinioni diverse dai cabalisti, in primis perché lui rivela la cabala esoterica e non gli importa del loro biasimo, in secundis perché non condivide il percorso della cabala teosofica e sephirotica.

Abulafia pur avendo studiato molti testi, soprattutto “la guida dei perplessi”, non riuscì a provare, tramite essi, questi stati di estasi, ma vi riuscì solo tramite la Presenza.

Vorrei citare un brano (con tutti i limiti e le possibili imprecisioni derivate dalle traslitterazioni) : “….al fine di comprendere la mia intenzione rispetto al significato delle quolot (voci) ti tramanderò le qabbalot conosciute, di cui alcune sono tramandate oralmente da bocca a orecchio dai saggi della nostra generazione, altre le ho ricevute dai Sifre Quabbalot (libri di cabala) che sono state composte dai sapienti antichi, e riguardano mirabili questioni, altre tradizioni infine mi sono state concesse da Dio che venne a me nella forma di BAR QOL Figlia della Voce e queste sono le Tradizioni supreme Qabbalor Elyionot la Chiave dei Nomi”.

Non c’erano dubbi per il maestro, che la Tradizione superiore deriva dalla Pre-senza che si manifesta con una teofania uditiva (ad esempio, una conseguenza di tale manifestazione, potrebbe essere il Deutoronomio, ovvero i tre discorsi che sarebbero stati pronunciati da Mosè, poco prima della sua morte, agli Israeliti nella piana del Moab).

Infatti, Bar Qol è un anagramma di qabbalot Tradizione; inoltre anche nel Pentateuco Deuteronomio “ il Signore parlò dal fuoco, voi udivate il suono ma non potevate vedere alcuna figura, vi era soltanto una voce”.

Per Abulafia, condizione sine qua non era l’apertura del Cuore alla Presenza.

Qui si inseriscono le tecniche del Maestro: visualizzazione mentale di combinazioni di lettere, ovviamente dell’alfabeto ebraico.

Il segreto dei Nomi di Dio ricevuto da Mosè sul Sinai e di cui si compone la Cabala estatica, per Abulafia era preesistente a Mosè stesso. Per il maestro, la corrente Sinaita era tardiva poiché tale segreto era già stato ricevuto da Adamo che per primo ne cominciò la trasmissione.

Renè Guenon ed Evola furono sostenitori della Tradizione Adamica come Tradizione primordiale. Adamo fu quindi istruito sui Sacri nomi e sulla ricombinazione di lettere dell’alfabeto (non è però chiaro con quali glifi   o lettere).

Riassumendo, secondo loro la Cabala teosofica parte da Moshè sul Sinai, mentre la Cabala estatica partirebbe da Adamo stesso.

Vi è un passo della Bibbia che potrebbe chiarire questo punto di vista.

Sapienza 10:1 2 “La sapienza protesse il padre del Mondo (Adamo) formato per primo da Dio quando fu creato, solo poi lo liberò dalla caduta e gli diede forza per dominare su tutte le cose”.

Vorrei ora soffermarmi brevemente sulle tecniche di Abulafia e di altri Maestri estatici come Isacco di Acco.

Occorre fare una premessa; nella più classica Tradizione ebraica il misticismo non è mai stato visto di buon occhio, soprattutto verso i Nazirei che si votavano a Dio e dal 300 A.C. in poi, verso gli esseni che vivevano in isolamento (Numeri 6.1).

Del resto cristiani, buddisti, islamici, come pure i mistici ebrei, ritenevano che Dio poteva “parlare con il la loro intimità solo nel silenzio e nella solitudine, così la Sapienza che non è di questo mondo”. Filone infatti “Nell’erede delle cose divine” affermò il carattere solitario di Dio e della Sapienza, definita ipostasi e Colomba per il suo essere solitario; ma Colomba nel Cristianesimo è lo Spirito Santo.

Per i Cabalisti mistici non si trattava di una vera vita monacale, come quella degli eremiti o di certi ordini monastici, ma di periodi di isolamento per ottenere purità corporale mentale e, credo di aver interpretato bene, culturale.

Abulafia dà proprio istruzioni su come predisporre uno spazio all’uopo: “…separare ed isolare te stesso da ogni vanità del mondo da ogni creatura dotata di parola… che non rimanga nel tuo cuore alcun pensiero di cose umane o naturali…come se tu fossi morto al mondo”. A ben pensarci, molto più severo è Isacco di Acco : “…Vivi una vita di sofferenza nella tua casa dell’isolamento se non vuoi che la tua anima appetitiva sovrasti la tua anima intellettiva. Solo così attirerai meritevolmente l’influsso della Divinità e della Torah cioè la conoscenza delle combinazioni delle lettere e dei Nomi di Dio…”.

Vorrei concludere con una citazione che meglio di qualsiasi mia parola può sintetizzare queto scritto. Siamo nel sec. XI; Rabbi ha Ga’on offriva dettagliate informazioni sull’auto reclusione ed infine Rabbi Barzillai affermava: “Vi sono diversi uomini e anziani che vivevano con noi e conoscevano i nomi divini.

Essi digiunavano, e non mangiavano carne, né bevevano vino, restando in un luogo puro, pregando e recitando versetti, essi andavano a dormire, e avevano sogni meravigliosi simili a visioni profetiche…”.

Manuela M.

L’articolo è contenuto nel numero di febbraio 2016 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

La corrente estatica della Cabala, distinta da quella teosofico-sefirotica, ricerca un’unione diretta e profonda con la Presenza divina attraverso l’esperienza estatica. Abulafia, suo principale esponente, fonda il percorso su tecniche interiori di visualizzazione e combinazione di lettere, finalizzate all’ascolto della Voce divina (Bat Qol) come teofania interiore. Diversamente dalla Cabala dogmatica, la mistica estatica si rifà a una Tradizione primordiale risalente ad Adamo, fondata sulla conoscenza dei Nomi divini preesistenti alla rivelazione sinaitica. La via estatica implica isolamento, purezza, rigore e sacrificio, e si pone come chiave per la rigenerazione dell’anima e la reintegrazione dell’uomo nel divino.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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