Quante volte al giorno diciamo: questo non è giusto, questo è giusto, quando verrà un po’ di giustizia?
L’idea di giustizia è una rappresentazione mentale che abbiamo dentro di noi una sorta d’immagine, così come è esposta da Platone ne “il mondo delle idee”; in altre parole è un archetipo innato nella nostra coscienza di uomini.
Ho cercato di riflettere e di fare chiarezza, almeno con me stessa, su questo tema che così tante conseguenze ha nella vita e nella storia degli uomini.
Ci sono riferimenti bibliografici interessanti. Ad esempio, Melchizedek (o Melchitzedeq, o Malki-tzédeq) sacerdote in eterno, sia nell’antico testamento, ma anche nei Vangeli canonici ed in quelli apocrifi, è l’espressione di Giustizia. “Tzedeq” è una parola corrispondente al concetto di giustizia in ebraico.
La prima ipostasi di Dio, in tutte le religioni monoteiste, è Giustizia. Derivando da questo assioma, si dice comunemente che la giustizia non è di questo mondo ma che la troveremo solo nell’altra vita. Personalmente non penso che si debba chiudere così la disquisizione su questo tema fondamentale, poiché con più o meno consapevolezza ogni nostra azione quotidiana si raffronta con questo archetipo o principio divino.
Accennando velocemente alla giustizia terrena, per lo più la si potrebbe definire come: “l’ordine dei rapporti umani in funzione del riconoscimento e del trattamento istituzionale dei comportamenti di una o più persone interagenti tra di loro in una determinata azione, secondo la legge o contro la legge scritta dagli uomini in un dato tempo e riconosciuta valida per un luogo circoscritto”. Quindi con l’istituzione di un organo legiferante, viene attuata anche la predisposizione dei dispositivi, tramite la precisazione di obblighi, di divieti, e poi con una struttura giudicante, in sostanza con una magistratura, si sanziona il comportamento che lede l’interesse individuale e collettivo (così indicato come legittimo) previsto negli articoli delle norme.
Ma noi sappiamo che un importante principio ermetico (e non solo) recita: “come sopra così sotto”, ovvero ipotizza la corrispondenza tra ciò che è in cielo e quello che è in terra, tra il manifesto e l’immanifesto; implica che non c’è niente di nuovo sotto il sole e che, come scrivevo prima, tutto quello che gli uomini pensano di aver creato, in realtà esiste già come archetipo o idea eterna.
Ne consegue che la giustizia terrena sia un riflesso di quella divina, e che la Santa Giustizia preveda quindi un legislatore, una legge ed un giudizio.
A ben pensarci, questo è l’argomento per eccellenza fondante il comportamento dell’uomo e in parte dello Spirito; infatti, la Bibbia i Vangeli, i testi di Qumran contengono molti passi per spiegare ed esortare l’uomo a uniformarsi
Ad esempio, Esodo 25:40: “guarda ed esegui secondo il modello che ti è stato mostrato sul monte”; in S. Paolo Ebrei 8.5 e poi in 8.6 abbiamo: “dice il Signore porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori”. Fu Mosè, infatti, a ricevere la Torah sul Monte Sinai, sotto una potente ispirazione, e poi a trascriverla in modo simbolico.
Sulla Terra tutto è diviso e divisione, in Cielo tutto è uno per cui legislatore giudice e legge sono uno solo e questo potrebbe essere identificato in Melchizedek idea eterna e divina di santa Giustizia che diventa Intelletto e Persona. La giustizia Biblica quindi si fonda sul rapporto Uomo-Dio dal presupposto che l’uomo senza Dio non è nulla e che tutto deve al Melchizedek o al Cristo manifesto.
A tal proposito diviene interessante enunciare un principio fondamentale della Legge che recita: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Oppure se vogliamo volgerla al positivo “fa agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”.
A ben pensarci questo è il codice che regolamenta il Karma individuale e collettivo.
Riferendoci a Mosè, possiamo leggere che, per ispirazione dall’alto, volle far conoscere all’Israel terrena e carnale, la legge karmica inferiore gestita dalla magistratura astrale e/o dagli Arconti (riferendoci allo gnosticismo, ma anche alla mistica ebraica).
Ne troviamo un accenno negli Atti 7.53: “Voi che avete ricevuto la legge per mano degli Angeli e non l’avete osservata”.
Questa legge mosaica detta, di solito, anche del Taglione, ovvero occhio per occhio ecc. è la legge di causa-effetto, del contrappasso; tale legge regola i comportamenti umani e, secondo una particolare interpretazione (non solo della Gnosi), è fatta eseguire dalle Potenze zodiacali, planetarie in modo inesorabile. Ne troviamo un’eco in Matteo 5. 20, in cui Gesù dice che la nuova giustizia deve essere superiore a quella degli scribi e dei farisei; inoltre, poco prima in 5,19 aveva detto che non era venuto per abolire la legge ma per darle compimento.
In Matteo 5.25 troviamo anche: “mettiti presto d’accordo con il tuo avversario, mentre sei per via con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. In verità ti dico non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all’ultimo spicciolo”.
È necessario esaminare questo passo al di là del significato letterale; infatti, se non lo esaminiamo alla luce della legge karmica non troviamo un senso logico a queste parole anche perché sono abbastanza slegate dal resto del testo.
Bene se esaminiamo queste frasi, magari pensando al buddismo, alla legge karmica samsara, alla ruota delle incarnazioni (gli ebrei la chiamano Gilgul) ecc. forse scopriamo un significato profondo.
La prigione potrebbe essere la materialità, l’incarnazione; è questo mondo che lega il nostro spirito e la nostra anima al ciclo di morte e reincarnazione. Gli Arconti sarebbero i guardiani di questo mondo; si nutrirebbero dei nostri errori per legarci sempre di più. Questo mondo e soggetto alla legge Karmica inferiore legge di azione-reazione, che è pur necessaria per evitare che l’uomo, al pari di ogni altra creatura, agisca senza freni.
Sempre in Mat.26.52 leggiamo: “chi di spada ferisce di spada perisce”. Forse non vuole dire chi di spada ferisce di spada sia proprio ucciso; infatti, S. Paolo nei Romani 12 dice: “non fatevi giustizia da voi stessi e lasciate fare all’ira divina” e ai Colossesi ribadisce: “chi commette ingiustizia, infatti, subirà le conseguenze del torto commesso e non vi è parzialità per nessuno”.
Secondo la Pistis Sophia (vangelo gnostico scritto in lingua copta probabilmente seconda metà del III secolo) gli Arconti immettono nell’anima uno spirito di opposizione che spinge a peccare in modo che l’uomo rimanga sempre più invischiato nella trappola karmica e nel fluire del tempo. Gesù insegna come sfuggire a questa trappola, precisando che bisogna autogiudicarsi in vita per non incorrere nella legge Karmica dopo la morte.
Gesù ci dice di rinnegare sé stessi la propria materialità e carnalità per riconoscersi come spirito tra gli altri uomini, pure loro spiriti e non solo materia, e riconoscere Dio come Creatore di tutto.
Gesù come Melkisedek ci fa conoscere un’altra legge ben più grande di quella Karmica che pur opera nel mondo. Gli induisti chiamano queste disposizioni: Sanatana Dharma “eterne leggi divine universali”, che quindi si potrebbero così sintetizzare: “fa ciò che Dio vuole, fa la sua volontà”.
Infatti, in Sapienza 6.4, lega indissolubilmente la Legge con la Volontà divina: “Non avete osservato la Legge, né vi siete comportati secondo il Volere di Dio”.
Proviamo a fare qualche riflessione sul libero arbitrio; questo non può esaurirsi nella scelta di fare il bene o il male secondo un’idea mondana, cioè di aiutare o danneggiare qualcuno materialmente. Tutto questo, infatti, viene giudicato e sanzionato dalla giustizia terrena e da quella arcontica, astrale, su un piano invisibile.
Quindi la scelta è tra il Grande Bene e il Grande Male. Su questo tema hanno discusso per secoli studiosi, filosofi, Santi e leggendo i loro commenti credo di poter tentare di riassumere in questo modo: Per la legge ermetica “come sopra così sotto” il bene ed il male terreno devono essere un riflesso di quelli più alti. Quindi “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te”, potrebbe divenire “non fare allo Spirito ciò che non vuoi lo Spirito faccia a te”. La novità del cristianesimo consiste nel ribadire, nel precisare che la vera Giustizia si pone in rapporto solo con la Realtà Divina e non con quella mondana.
In realtà, infatti, è solo apparente novità, poiché la Legge divina è sempre esistita ma Gesù l’ha resa maggiormente manifesta. S. Paolo ai Colossesi 1:26 scrive: “mistero rimasto nascosto da secoli e da generazioni e ora manifestato ai suoi Santi”.
Non si può per altro negare che anche i saggi ebrei avevano intuito che la vera giustizia si fonda su Dio; è Dio stesso che indica il retto cammino per la pace perenne, la pace dell’anima. Nel Salmo 23 troviamo: “Dio è la guida per il giusto cammino e cerca solo coloro che lo cercano oltre il mondo”. Nel salmo 24 leggiamo: “Questi sono i giusti coloro che si sottomettono alla volontà di Dio dopo aver cercato di conoscere le Sue strade”. Ma forse nel salmo c’è qualcosa di molto più grave, ovvero che il contrario della giustizia non è l’ingiustizia ma l’empietà. Anche nel libro di Giobbe 21:14 leggiamo: “allontanati da noi non vogliamo conoscere le tue vie. Chi è l’onnipotente perché noi dobbiamo servirlo?”
Questa fu la volontà di Lucifero e poi di Adamo e di tutti gli uomini con lui. Invece il giusto dovrebbe dire con Mat.16.23: “Allontanati da me Satana perché mi sei di scandalo”.
L’unica cosa che un uomo può fare “versus” Dio è l’abbandono, smettere di servirlo, di cercare la sua volontà e tradire così la Legge eterna: “Ama Dio con tutto il tuo cuore con tutta l’anima e con tutte le tue forze affinché Dio ti ami con tutto sé stesso”.
Se vuoi tutto dallo Spirito devi dargli tutto. Questo è il sacro Shemà di Mosè, Deuteronomio 6.4-5.
Questo è il comandamento più importate a cui si deve conformare il senso di Giustizia vera, Luca 10.27.
Ancora in Tobia 6:13, leggiamo: “forse non sbaglio se dico che questo è il principio fondante di tutta la Torah ebraica. Convertitevi a Lui con tutto il cuore e con tutta l’anima per fare la giustizia davanti a Lui, allora Egli si convertirà a voi e non vi nasconderà il suo volto”
Nei salmi 37.32 parlando dei Giusti, troviamo: “la legge del suo Dio è nel suo cuore”.
Nei Vangeli sono molti i riferimenti ad abbandonare le cose terrene; ad esempio: “Non puoi servire Dio e Mammona” ed anche “Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?”
Se Melchisedek non fosse in ognuno di noi non potremmo avere questa Legge, né questa giustizia. Chi cerca Melchisedek è perché questo è un retaggio della sua anima divina lungi dalle passioni materiali. Tutto questo non è scevro da una terribile lotta contro le nostre pulsioni inferiori.
Per concludere, credo che il vero libero arbitrio sia tra seguire Dio o la materia, e la via è stata indicata molte volte e in molte scienze. Sto pensando in questo momento anche al “solve e coagula” degli alchimisti. Infatti, “Solve”, ovvero sciogliere i lacci che incatenano l’anima alla materia. I cabalisti medioevali parlavano, ad esempio, di spezzare il laccio del Drago “Thli”
Coagula, ovvero legare l’anima allo spirito divino sottomettendo la prima al secondo.
Poiché è noto che le vie di Dio non sono le vie degli uomini, ne consegue che i santi i giusti e i veri saggi non sono riconosciuti dagli uomini poiché consacrati (come Melchisedek) da Dio con l’infusione del Suo Spirito e non dal potere terreno.
A tal proposito, è interessante ricordare che, secondo il Talmud, nel mondo vi sarebbero 16 giusti anonimi “Tzadikim” che nessuno conosce e che la loro presenza sarebbe la garanzia della conservazione del mondo.
Forse essi rappresentano la Divina Presenza sulla terra, la Shekinah.
Per i cabalisti, il giusto è il fondamento del mondo, Prov.10.23
Manuela M.
L’articolo è contenuto nel numero di marzo 2016 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
La Giustizia, archetipo innato nella coscienza, riflette l’ordine divino tanto quanto quello umano. Melchisedek ne è la figura emblematica, simbolo eterno di una giustizia che precede ogni legge scritta. Le leggi terrene, fondate sul principio di causa-effetto, rappresentano un’emanazione imperfetta della Giustizia superiore, espressione del volere divino. La legge mosaica riflette la giustizia karmica, amministrata da potenze invisibili, ma Gesù, come nuovo Melchisedek, svela un principio più alto: la Giustizia come unione alla volontà di Dio. Il vero arbitrio consiste nello scegliere tra Spirito e materia, tra la voce dell’anima e le pulsioni inferiori. Il giusto, allora, è colui che spezza i lacci del Drago e si coagula nello Spirito, rendendo presente sulla Terra la Shekinah. La vera Giustizia non è terrena, ma divina, e risiede nel cuore di chi segue la Legge eterna: “Ama Dio con tutto te stesso”.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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