Quella mattina Lucio Terenzio era particolarmente agitato.
La sera prima, uno schiavo della principessa Cleope, una dei tanti ostaggi ospitati a Roma per garantire la fedeltà nei territori dell’impero, lo aveva convocato per quella mattina e lui, il più famoso Mago della capitale, non si poteva esimere da quell’invito non certo gradevole poiché era conscio dei capricci e delle stravaganze di quelle donne orientali dedite spesso, oltre che ai profumi, a pratiche negromantiche di oscuro significato.
Uscito dalla sua bottega di alchimista, con buona lena si accinse a percorrere il lungo tragitto che lo avrebbe portato dalla Suburra oltre la riva sinistra del Tevere fino ad una zona residenziale dove sorgeva la villa di quella strana donna.
Lì giunto e dopo vari convenevoli, la richiesta che gli viene fatta è quella di realizzare, per l’illustre ospite dell’Imperatore, uno “speculum maior” al quale ella avrebbe dovuto porre chi sa quali domande.
Più che una richiesta è un ordine e, l’aspetto poco rassicurante delle guardie della principessa non lasciano spazio a che il desiderio non venga esaudito.
La realizzazione di uno speculum non è semplice bensì lunga, laboriosa e per la quale non è concesso neanche il più piccolo margine di errore.
Ritornato in bottega, convoca i suoi collaboratori dando istruzioni e distribuendo compiti.
È necessario procurarsi una buona quantità di carbone fossile poiché deve essere il calore della terra a forgiare il metallo, il rame deve essere puro e mai prima utilizzato, il volatile mercurio deve essere estratto dal cinabro delle Indie mentre, una notevole quantità di acqua forte o di separazione deve essere sempre pronta per i molteplici lavaggi ai quali dovrà essere sottoposto il metallo una volta che abbia raggiunto la forma e le dimensioni desiderate.
Tre nani, a rappresentare gli schivi ed imperscrutabili abitanti del sottosuolo fatato, dovranno azionare per otto giorni, a simboleggiare gli otto anni del ciclo di Venere, il mantice che dovrà fare arrossare il carbone, mantenerlo alla dovuta temperatura e che mai dovrà essere spento.
Cinque aiutanti, tanti quanti sono i sensi, dovranno coadiuvarlo in questa opera.
Egli per primo, insieme ai suoi operai, per un intero ciclo lunare dovrà sottoporsi ad abluzioni quotidiane, astenersi dal mangiare carne, bere vino ed avere rapporti sessuali, infine, un giovane che non ha ancora raggiunto l’età puberale, avrà il compito di cacciare dalla stanza nella quale si deve realizzare l’opera, tutti gli insetti che, se cadessero nel rame fuso, ne inficerebbero le proprietà.
Il lavoro è stato completato, lo specchio consegnato, ma dopo una settimana incominciarono a circolare voci sulla scomparsa della principessa.
Nella sua stanza troneggia solitario lo specchio che, a detta di quanti hanno potuto vederlo, sembra aver perso ogni qualità riflettente.
Mastro Jacobson, il più abile vetraio di Amsterdam, un giorno ricevette la visita di uno strano individuo, il quale gli commissionò un prezioso specchio, pretese però che, al materiale solitamente utilizzato, si aggiungessero degli elementi che lui stesso aveva portato e per il cui uso dette precise istruzioni.
Pietra di Abadir che è la fissazione della materia, Acqua di luce per le sue virtù attive, Mercurio poiché è figlio del Sole e della Luna ed è la quintessenza coagulata degli elementi, Alabari o cuore di Saturno, Alkaest liquido che dissolve tutti i corpi visibili e li riduce alla loro prima materia, Sangue che è allegoria dell’umido radicale dei metalli ed infine Argento vivo, con il quale avrebbe dovuto strofinare lo specchio una volta finito, poiché questi è volatile, bianco, freddo, umido, scorrevole e suscettibile di coagulazione.
Dato un anticipo per la realizzazione dell’opera, il misterioso visitatore andò via.
Finito che ebbe lo specchio, mastro Jacobson attese che il committente venisse a ritirarlo, lo coprì con un panno e lo ripose in un angolo della sua bottega.
Passarono mesi ma, dello strano cliente, non si ebbero più notizie, ogni qual volta, però, che egli passava davanti allo specchio, questi sembrava chiamarlo.
Una sera, rimasto solo in bottega, sentendo sempre più forte il richiamo di quell’oggetto lì abbandonato da troppo tempo, ebbe la curiosità di sollevare il telo che lo copriva e di specchiarsi.
L’indomani, gli impiegati trovarono inspiegabilmente la porta della bottega aperta e di mastro Jacobson nessuna traccia.
Passò del tempo e dell’artigiano non si ebbero più notizie finché, un giorno, molti suoi conoscenti giurarono di averlo visto aggirarsi per la città ma, inspiegabilmente, sembrava essere diventato più giovane e, cosa più strana, mancino.
Specchio, dal latino specere cioè guardare, dal sanscrito pacyam cioè io vedo, dall’antico tedesco spehon dal quale si ritiene derivi il termine spia. In stretto rapporto con specie che in latino significa aspetto esterno e con spettro cioè ciò che appare, in relazione anche con il termine speculare cioè guardare le stelle.
Lo specchio riflette la sincerità, la purezza, il contenuto del cuore e della coscienza.
Rivelatore della verità, nulla può essergli celato, esso rispecchia tutto ciò che è racchiuso nell’animo.
Secondo il Budda è il simbolo dell’illuminazione spirituale e rappresenta la saggezza e la conoscenza.
I pensieri malvagi e le passioni velano lo specchio fino a farlo divenire invisibile, come ricoperto di polvere, rappresentando quindi lo spirito oscurato dall’ignoranza ed i pensieri egoistici ed individualistici non sono altro che le macchie e le incrostazioni che offuscano qualsiasi immagine esso rifletta.
Secondo lo Shinto esso è il simbolo solare fabbricato dagli dèi per indurre la dea solare Amaterasu ad uscire dalla grotta nella quale si era nascosta e così restituire la luce al mondo.
È uno specchio ad otto punte a simboleggiare gli otto anni che servono a Venere per completare il suo ciclo.
Tutto ciò ci porta a considerare che il cuore attrae la luce divina poiché è capace di riflettere come uno specchio e quindi rappresenta lo spirito senza macchia e la purezza perfetta dell’animo.
Sia nelle varie tradizioni che in racconti allegorici, lo specchio è sovente presente per le sue qualità che hanno affascinato l’uomo e lo hanno portato a vari pensieri.
Per i romani, lo specchio rotto rappresentava sette anni di guai poiché la credenza era che la vita si rinnovasse dopo sette anni, ragione per cui lo specchio rotto significava che la salute era stata spezzata e che sarebbe stato necessario questo lasso di tempo affinché tutto ritornasse come prima.
Per l’Islam, l’Ebraismo, il Cristianesimo, bisogna capovolgere gli specchi durante la veglia funebre per evitare che essi impediscano all’anima del defunto di lasciare il mondo terreno.
La divinazione attraverso l’uso dello specchio viene chiamata catoptromanzia ed attraverso questa pratica svolgevano i loro riti gli sciamani e questo, a tutte le latitudini.
Ma anche la favolistica è piena di specchi e di insegnamenti.
Lo specchio di Dorian Gray nel quale il caduco e l’eterno rendono duplice la valenza dello specchio in un riconoscersi e perdersi continuo ed a volte ambivalente.
Nel Signore degli anelli di Tolkien, la regina degli elfi fa specchiare in una pozza d’acqua il protagonista e gli dice “Guarda e vedrai le cose come sono state, come sono o come tu vorresti che fossero”.
Secondo la tradizione i vampiri non vengono riflessi poiché si muovono in una dimensione fra sogno e realtà, il vampiro prende coscienza del suo non esistere e, questa amara rivelazione, lo rende cieco di rabbia e di dolore.
In Egitto troviamo lo specchio di Hathor, la dea con la testa bovina che tiene lo specchio fra le corna. Esso è bi-facciale ragion per cui, da un lato viene riflessa la persona che lo regge e, dall’altro, ciò che le sta di fronte. La doppia capacità riflettente è uno scudo protettivo che permette a chi regge lo specchio di rimanere “centrato” in sé rimandando indietro i pensieri e le energie che gli vengono indirizzate dall’esterno.
Questa sua peculiarità è simile allo scudo di Perseo che altro non è se non uno specchio. Egli lo usa per sconfiggere Medusa la quale, con il suo sguardo, tramutava in pietra tutti coloro che incrociavano i suoi occhi. Riflettendosi nello specchio e vedendo la propria immagine, essa stessa fa sì che l’energia negativa da lei emanata le si ritorca contro tramutandola in pietra.
Ovidio, nelle Metamorfosi, ci racconta di Narciso e di Eco.
Narciso, giovane bellissimo, è desiderato da tante donne, ma egli le sfugge tutte fino a che la ninfa Eco, perdutamente innamorata, si consuma e di lei non resta che una flebile voce. Narciso, pertanto, è condannato ad innamorarsi della sua immagine e si strugge in lamentazioni ripetute da Eco, trovato morto nei pressi di una fonte, ai fiori che lì crescono viene dato il suo nome. Ciò vuole significare che lo sguardo diventa veritas quando riflette il dentro, vanitas quando diviene contemplazione di sé. C’è uno spazio diverso sul fondo dello specchio, una superficie che tanto assomiglia all’acqua ed all’anima umana e si risolve in un gioco di riflessi le cui regole sono quelle dei doppi. Così lo specchio diventa strumento di conoscenza e di punizione, oggetto ponte fra realtà e fantasia, mezzo magico di indagine nell’altra e, metafora, nella nostra vita.
Ma lo specchio più famoso forse è quello della favola di Biancaneve.
La regina nera è l’immagine speculare di Biancaneve, è l’opposizione fra plenilunio e novilunio, ma la vera luce è nel novilunio.
Ma chi è che annuncia la luce? È la stella di Lucifero, colui che sotto le sembianze di un serpente indica ad Eva la mela da cogliere.
Appare la mela fatata che dona la conoscenza del bene e del male ma anche la separazione dell’anima dall’Uno.
Lo specchio portatore di verità e la mela portatrice di sonno e di parzialità.
Il bacio del principe, cioè l’unione dei due opposti, farà risvegliare Biancaneve dal sonno. Biancaneve rappresenta l’anima ed il principe il principio spirituale, la loro unione è la definitiva realizzazione del Se.
Ma anche la psicoanalisi si interessa agli specchi. Jung dice che sognare specchi ha a che fare con l’autoconoscenza e con processi focalizzati sul Se. Egli, mette in rapporto lo specchio con il Se avendo entrambi la capacità di riflettere la coscienza soggettiva dell’ego e la natura oggettiva del centro trascendente della psiche.
Nei sogni, guardare in uno specchio e vedervi riflettere la propria immagine è spesso causa di enorme sorpresa poiché, essendo gli specchi simbolo del risveglio interiore, attraverso questi l’ego riceve informazioni sulla sua vera natura.
Non poteva mancare l’alchimia per la quale lo specchio è collegato sia alla saggezza sia al mercurio. Secondo Sendigovius, esiste uno specchio magico nel quale si possono scorgere e comprendere all’istante le tre parti della saggezza dell’intero mondo. In questo specchio si riflettono la creazione del mondo, le influenze delle virtù celesti sulle cose terrene e le leggi con cui la natura compone le sostanze.
Nel percorso massonico l’apprendista è come uno specchio, egli, nel suo silenzioso percorso, accoglie, trasforma e restituisce, diventando il raccoglitore delle immagini prodotte in loggia. Il compagno, invece, è catapultato in mondi paralleli basati sul rovesciamento di prospettiva, universi nei quali i concetti come giusto e sbagliato, bene e male, si scambiano come il bianco ed il nero del pavimento a scacchi mostrando l’ambivalenza della natura umana.
Il compagno dovrà utilizzare questo metodo per comprendere le contraddizioni della vita ma anche quelle del proprio inconscio.
In tutto ciò non dobbiamo dimenticare un fattore fondamentale, caratteristica dello specchio è quella di invertire destra e sinistra.
Mi domando allora “cosa accadrebbe se mettessimo uno specchio di fronte ad un altro?”
Salvatore
L’articolo è contenuto nel numero di aprile 2016 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Simbolo ambivalente e potente, lo specchio è soglia tra visibile e invisibile, tra verità interiore e illusione dell’io. Oggetto rituale e metafisico, incarna la trasparenza dell’anima quando è pura e la sua opacità quando è travolta dalle passioni. Da Oriente a Occidente, dallo Shinto alla Cabala, dallo scudo di Perseo allo specchio di Hathor, esso rivela, protegge, interroga: riflette ma vela, illumina ma acceca. Nell’iniziazione, lo specchio non è solo metafora dell’autoconoscenza, ma veicolo di trasmutazione: nell’Apprendista raccoglie e restituisce immagini; nel Compagno apre la via al paradosso e al rovesciamento. Tra leggenda e filosofia, alchimia e psicoanalisi, lo specchio custodisce il mistero del doppio: e se un solo specchio riflette il mondo, due specchi specchiantisi potrebbero dischiudere l’Abisso.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
Ricevi aggiornamenti sull’uscita dei nuovi numeri della rivista o sulle nostre iniziative direttamente nella tua email.