Solitamente chi incorre in un percorso iniziatico e decide di accedervi è mosso da quello che noi definiamo “desiderio di conoscenza”. Tale desiderio può presentarsi come l’intuizione di qualcosa che esiste oltre la materia, il malessere dello spirito che non si accontenta del manifesto, quello che la maggior parte delle persone definisce, oso dire con terminologia quantomeno incompleta, realtà.
Questa è la famosa epoca dell’informazione, della libertà di pensiero: dove a chiunque è concesso dire tutto, persino le stupidaggini più clamorose o le scempiaggini più giustificate. Ed è complesso, per chi cerca davvero la conoscenza, trovare la via giusta o quantomeno qualcuno che gliela indichi, lo conduca. A mio avviso attualmente ci sono due filoni di pensiero estremamente pericolosi che permeano quello che è l’ambiente, chiamiamolo così spiritualeggiante: da una parte la costrizione alla repressione degli istinti che formano la natura umana e animale, dall’altra l’euforica esaltazione degli stessi. Ora. Sia nel primo sia nel secondo caso non si lavora che verso una direzione, quella del basso.
Trovo altamente e pericolosamente contro-iniziatico castrare e impedire la conoscenza delle predisposizioni dell’individuo.
Senza, infatti, un’adeguata lettura delle proprie capacità e dei propri limiti risulterà improbabile ove non impossibile combattere contro le proprie debolezze, che sono presenti. Nessun essere umano (a meno di pochi eletti che sono comunque passati alla storia per la loro grandezza) è esonerato da averne. È necessario, al fine di non esplodere in spiacevoli punti di non ritorno, prendere coscienza che dentro l’essere umano esistono dei demoni, che si alimentano delle passioni dello stesso.
Un’abnegazione fine a sé stessa, con il solo scopo di infliggersi pene per puro scopo masochistico, potrebbe essere anch’essa una passione legata magari a situazioni personali che ognuno poi provvederà da sé ad analizzare.
Viceversa, sguazzare nelle proprie passioni, invitandone all’esagerazione non è sicuramente un modo alternativo per migliorare lo stato dell’essere. Ultimamente ho notato che questo filone è quello che sta acquisendo più territorio, probabilmente perché il più facile da seguire, giustificando quelle che vengono considerate brutture dell’essere umano. Mi permetto un esempio estremamente becero al fine di farmi comprendere: un individuo che ha la propensione genetica all’alcolismo incappa in questi due filoni di pensiero.
Con il primo, reprimerà incoscientemente le sue pulsioni naturali, incorrendo così in violente cadute; con il secondo, si sentirà giustificato, se non glorificato, del fatto che il vizio lo porta a estasi artificiali, ma in ogni caso dannose. È interessante meditare su quanto siamo circondati da tutto ciò. Se non mettesse un po’ di tristezza sarebbe quasi buffo poter notare che raramente si pensa ad una terza ipotesi, quella che il Rito ci insegna: la conoscenza di noi stessi, pregi e difetti, al fine di concederci l’immensa fortuna di essere consapevoli di chi siamo e permetterci di scegliere chi vorremmo diventare. Tutto questo in maniera attiva, non subendo passivamente le situazioni che la vita ci presenta.
Tuttavia, a volte si ha la fortuna di scoprire (nel nostro caso) un Rito che effettivamente aiuta. E si riesce persino a farne parte, riconoscendo una sorta di apparentemente illogica appartenenza. Ma con l’iniziazione il lavoro non è che appena cominciato. Si tratta infatti di niente di meno che di un’opportunità che viene data, si è aperta una porta. Ma attenzione, non è minimamente detto che si sia fatto il passo per oltrepassare la soglia. Quindi da un lato abbiamo qualcuno che ha creduto in noi, nella nostra compatibilità con il Rito, ed è bene ricordarsi che questo “qualcuno” non comprende soltanto una o più persone fisiche più o meno sagge, ma concerne anche tutta la parte eggregorica dei maestri invisibili e magari altre entità su livelli ancora più elevati.
Nel momento dell’iniziazione si è piuttosto passivi, non si capisce bene cosa sta accadendo e ci si abbandona fiduciosamente nelle mani di quelli che diventeranno per il neofita i fratelli o le sorelle. E credo possa essere normale sentirsi frastornati, confusi, incapaci di mettere a fuoco la situazione. Ed è esattamente in questo punto che comincia il lavoro interiore e personale. Ma cosa significa? Il lavoro varia in funzione della persona che si è, in primis ci viene data un’indicazione: conoscere sé stessi, lavorare su sé stessi. Sembra la più grande banalità; eppure, occorre prendere umilmente atto del fatto che è un lavoro che probabilmente non si finirà di compiere in questa vita. I Maestri sono sempre presenti per sostenerlo, indicargli la via, fornirgli consigli basati sulla propria esperienza, ma è un lavoro che l’iniziato è chiamato a svolgere, nessun altro può compierlo al suo posto. Proprio perché è un lavoro mai fatto prima (difatti, sebbene tutti svolgiamo il lavoro del V.I.T.R.I.O.L. nessun lavoro è uguale ad un altro, poiché siamo tutti diversi) diventa quindi essenziale la partecipazione ai lavori.
Innanzitutto, è uno scambio energetico, si cerca di entrare in contatto con i piani sottili, si entra in una dimensione di sacralità che può risultare piacevole. Ma soprattutto, attraverso la frequentazione, si ha la possibilità di vedere i gesti, le movenze, si osservano i simboli all’interno del tempio, si ascoltano le parole dei fratelli e delle sorelle. Parole che molte volte si rivelano essere portatori di pensieri in armonia con i propri, che formulano domande cui non si riusciva a giungere propone nuovi punti di vista su un tema su cui si stava meditando senza giungere ad una conclusione, eccetera. Questi ritrovi non sono utili solo per l’apprendista, ma anche per chi ha conseguito il grado di compagno o maestro.
Se ci si pensa attentamente infatti oltre al già faticoso lavoro che ci si è prefissati, l’ego rende difficoltoso persino l’impegno preso di portare anche solo la propria presenza. Le giustificazioni che ci si dà sono molteplici, tutte legate ai problemi materiali. Ma inizialmente, se ci si ricorda, uno dei primi obiettivi era proprio quello di trascendere la materia, provando a vedere qualcosa oltre, provando ad andare oltre. Si iniziano percorsi iniziatici per avere questo tipo di aiuti, ma poi inevitabilmente ci si ritrova sommersi da cose a cui noi stessi abbiamo concesso la forza di dominarci.
La partecipazione ai lavori attiva sensibilità che prima risultavano sconosciute e non si può sostituire. Insegna un metodo che non si comprende se non attraverso l’esperienza concreta dell’individuo. Una lettura superficiale della liturgia altro non presenta che uno scenario teatrale apparentemente senza significato, ma approfondendola si scopre che parla un linguaggio universale che permette, solo a chi veramente desidera, di conoscere, capire, vedere, mutare lo stato di coscienza.
Del resto, si chiama Tradizione perché è stata tramandata e per essere tramandata vuol dire necessariamente che sono esistite persone che hanno continuato a portarla avanti, a discapito di tutti gli altri impegni o in epoche passate di tutti i pericoli. Quando scegliamo di intraprendere un percorso di questo tipo, non siamo più responsabili solo di noi stessi, lo diventiamo anche per gli altri, lo diventiamo anche nei confronti di questa Tradizione e soprattutto, lo diventiamo agli occhi di chi non smette mai di guardarci, anche se ogni tanto proviamo a fare finta che non sia così.
Matilde
L’articolo è contenuto nel numero di dicembre 2016 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Il desiderio di conoscenza nasce da un’inquietudine: tra chi reprime gli istinti e chi li esalta c’è una via terza. Il Rito chiede lavoro concreto su sé stessi: riconoscere predisposizioni e limiti, disciplinare le passioni, scegliere chi diventare. L’iniziazione apre la porta, ma serve presenza ai Lavori, ascolto dell’Eggregora e del linguaggio simbolico perché la coscienza cambi davvero. Meno alibi materiali, più responsabilità verso la Tradizione che ci ha accolti.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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