Avinu Malkeinu Shema Kolein

AVINU MALKEINU                                                      NOSTRO PADRE, NOSTRO RE

Avinu Malkeinu sh’ma kolenu                            Nostro padre, Nostro re, ascolta la nostra voce

Avinu Malkeinu chatanu l’faneycha              Nostro padre, Nostro re, abbiamo peccato davanti a

Te.

Avinu Malkeinu chamol aleynu                                Nostro padre, Nostro re, abbi

VÈal olaleynu vetapeinu                                       compassione di noi e dei nostri figli

Avinu Malkeinu                                                            Nostro padre, Nostro re,

Kaleh dever                                                                   fai cessare la pestilenza,

vecherev ver’av mealeynu                                   la guerra e la carestia attorno a noi

Avinu Malkeinu                                                            Nostro padre, Nostro re

kaleh chol tsar                                                                fai cessare l’odio

Umastin mealeynu                                                   e l’oppressione su di noi

Avinu Malkeinu                                                            Nostro padre, Nostro re

Avinu Malkeinu                                                            Nostro padre, Nostro re

Kat’veinu besefer chayim tovim                       Iscrivici nel Libro della (buona) Vita

Avinu Malkeinu chadesh aleynu                      Nostro padre, Nostro re che il nuovo anno

Chadesh aleynu shanah tovah                         che il nuovo anno, sia un buon anno per noi

Sh’ma kolenu                                                               Ascolta la nostra voce

Sh’ma kolenu                                                               Ascolta la nostra voce

Sh’ma kolenu                                                               Ascolta la nostra voce

Avinu Malkeinu                                                            Nostro padre, Nostro re

Avinu Malkeinu                                                            Nostro padre, Nostro re

Chadesh aleynu shanah tovah                         che il nuovo anno, sia un buon anno per noi

Avinu Malkeinu                                                            Nostro padre, Nostro re

Sh’ma kolenu                                                               Ascolta la nostra voce

Sh’ma kolenu                                                               Ascolta la nostra voce

Sh’ma kolenu                                                               Ascolta la nostra voce

Sh’ma kolenu                                                               Ascolta la nostra voce


(Per chi non la conoscesse, consiglio vivamente di ascoltare la stupenda e commovente versione cantata da Barbra Streisand, reperibile sul web)

Questa bellissima preghiera è attribuita dal Talmud al grande Rabbi Akiva, della scuola dell’altrettanto famoso Rabbi Hillel, il quale sessanta anni prima di Cristo espresse la propria versione del detto: “Non fare agli altri ciò che non vuoi che sia fatto a te.” Questa frase, che esprime ciò che i moderni studiosi di filosofia definiscono “l’etica della reciprocità” ovvero “la regola d’oro”, costituisce l’unico principio etico che, con alcune varianti, appare veramente universalmente presente sul nostro pianeta (la si ritrova anche nel mondo classico, in Confucio etc.).

Malgrado moltissimi Cristiani siano convinti che sia stato Gesù, nel Discorso della Montagna ed in altri passi del Vangelo (Matteo 7, 12; 22, 36-40; Luca 6, 31; 10, 2) ad affermare tale regola, essa era già contenuta nella Torah “amerai il tuo prossimo come te stesso” (Levitico 19, 18).

Effettivamente Gesù si spinse oltre quanto era già prescritto, in quanto chiese ai suoi seguaci di amare il prossimo più di se stessi (Gv 15,9 – 17) e di amare i propri nemici (Luca 6, 27 – 38).

Ma diversi decenni prima di Gesù, Rabbi Hillel, il primo dei tannaim, i Maestri della Mishnah, rispondendo alla richiesta di un goy (non Ebreo) che provocatoriamente gli aveva detto che si sarebbe convertito se Hillel fosse stato in grado di esporgli tutta la Torah stando su un solo piede, alzò quest’ultimo e gli disse: “Ciò che non è buono per te non lo fare al tuo prossimo.

Il resto è commento.

Vai e studia” (Talmud, Shabbat 31a), così come confermava anche Gesù “Amerai il prossimo tuo come te stesso.

Non c’è altro comandamento più importante di questo” (Marco 12, 29-31). Hillel non ebbe, all’inizio, una vita facile, ma la sua determinazione a diventare uno studioso della Torah e le sue grandissime capacità, lo condussero ad una posizione di assoluta preminenza, tanto da consentirgli di creare una scuola che divenne famosa in tutto il mondo ebraico, anche per i suoi aspri disaccordi con l’altrettanto rinomata scuola di Shammai.

Il contrasto, nelle sue linee generali, verteva sempre su una differenza di atteggiamento nei confronti del servizio divino.

Secondo la scuola di Shammai, che mostrava una grande intransigenza nei confronti di qualsiasi trasgressione alla halakhah, la severità e la precisione costituivano qualità imprescindibili per esercitare correttamente il servizio divino ed in un eventuale conflitto, tra il rispetto rigoroso della norma e le umane esigenze, non bisognasse mai cedere alle seconde, se ciò avesse comportato un’interpretazione estensiva della regola halakhica.

Al contrario, la scuola di Hillel si asteneva da giudizi così draconiani, riconoscendo l’imperfezione implicita ed inerente ad ogni essere umano e sottolineando che un approccio, umile e consapevole dei propri limiti, alla Torah fosse certamente più vicino alla realtà della creazione ed invitando così ciascuno di noi a fare il massimo sforzo possibile per adempiere alle norme halakhiche. Ovviamente un consimile atteggiamento offriva, rispetto ai singoli casi, soluzioni più miti e compassionevoli, interpretando spesso le norme estensivamente in modo da non considerare trasgressivi comportamenti fortemente condannati dalla scuola di Shammai.

Da ciò il detto talmudico “L’uomo sia umile come Hillel e non severo come Shammai” (Shabbat 30a).

Fatta questa premessa, torniamo all’Avinu Malkeinu la cui origine si trova nel Talmud (Taanit 25a).

“A causa della forte siccità Rabbi Eliezer (scuola di Shammai) cominciò a pregare recitando ventiquattro benedizioni che furono istituite proprio per i giorni di digiuno per richiedere la pioggia, ma non fu esaudito.

Dopo di lui salì a pregare Rabbi Akiva (scuola di Hillel) recitò la preghiera “Avinu Malkeinu, nostro Padre, nostro Re non abbiamo altro re se non Te! Nostro Padre, nostro Re abbi pietà di noi in nome tuo!” Solo a quel punto scesero le piogge e gli altri maestri mormorarono tra loro, dato l’evento, che forse Rabbi Akiva era più giusto di Rabbi Eliezer, ma una voce dal Cielo affermò: “Non perché l’uno sia più grande dell’altro, ma perché l’uno, Rabbi Akiva, agisce con compassione, mentre Rabbi Eliezer non agisce con compassione.”

Questo racconto ci offre numerosi e profondi stimoli di riflessione, a cominciare dal perché Rabbi Eliezer non fu esaudito dal Cielo pur recitando le benedizioni giuste.

Al contrario Rabbi Akiva riuscì a farsi ascoltare da D-o. Come mai i Saggi reagirono mettendo in dubbio la grandezza di un Rabbi rispetto all’altro? Perché la “bat kol” (lett. “figlia di una voce”), la voce dal Cielo, decise di intervenire, puntualizzando il differente approccio tra i due maestri? Cosa significa che Shammai era severo e che Hillel era umile? Il Talmud vuole intendere che il secondo possedeva qualità migliori rispetto al primo, come accadde nel confronto che vide contrapposti i loro allievi Rabbi Eliezer e Rabbi Akiva? È possibile che venga espresso un giudizio così netto verso i grandi maestri delle generazioni precedenti? Non è forse vero che un approccio severo, serio, rigoroso sia un giusto modo di portare avanti il servizio divino attraverso l’osservanza delle mitzvot e lo studio della Torah?

Il punto in discussione non è ovviamente legato all’approccio personale che i due grandi maestri, o i loro allievi, ebbero rispetto alla Torah, ovvero alla qualità dei loro insegnamenti. Ciò che risulta fondamentale è il punto di focalizzazione di tali insegnamenti e dell’intero servizio divino.

Il protagonista del racconto talmudico, Rabbi Akiva, rappresenta uno dei giganti della fede ebraica.

Egli fu l’unico dei quattro Saggi, che la leggenda vuole siano riusciti ad entrare nel Gan Eden, che “entrò in pace” ed “uscì in pace.” Assai numerose sono le storie e le leggende che circondano la sua figura, ma una sua caratteristica predomina nettamente in tutti i racconti, la sua enorme umiltà, fondata sulla consapevolezza della pochezza della condizione umana e delle sue supposte glorie, ivi compresa la conoscenza, anche perfetta, delle norme religiose.

Commovente, ad esempio, fu il discorso che Akiva tenne alla grande folla che si era radunata per il funerale di suo figlio Shimon.

“Fratelli della casa di Israele, ascoltatemi. Non siete venuti qui così numerosi perché sono uno studioso, in quanto qui ci sono persone più erudite di me. Né a causa della mia ricchezza, perché qui ci sono persone più facoltose di me. La gente del sud conosce Akiva, ma perché la gente della Galilea dovrebbe conoscerlo? Gli uomini magari lo conoscono, ma come potrebbero le donne ed i bambini, che vedo qui, avere conoscenza di lui? Eppure, so che la vostra ricompensa sarà grande, perché vi siete incomodati a venire semplicemente al fine di onorare la Torah e di adempiere ad un dovere sacro.”

Akiva non proveniva da una famiglia nobile o distinta (Berachot 27a), ma da una di convertiti, con l’addizionale handicap di discendere dal malvagio generale Sisera, il persecutore degli ebrei al tempo di Deborah. Inoltre, Akiva rimase illetterato sino ai 40 anni.

Akiva divenne capo dei pastori di uno degli uomini più ricchi di Israele, Kalba Savua (così chiamato perché chiunque fosse entrato a casa sua affamato come un cane, kalba, ne sarebbe uscito sazio, savua). Una volta, incontrò per caso la figlia di Kalba Savua, Rachele, che rimase così impressionata dalla sua personalità che promise di sposarlo, alla condizione che egli si fosse votato allo studio della Torah.

Quando il suocero venne a conoscenza del loro matrimonio, li diseredò e la coppia visse nella più assoluta povertà (Nedarim 50a). Comunque, Rachele continuò a credere in lui e lo incoraggiò a partire da casa per studiare la Torah, secondo le usanze. Egli tornò dopo 12 anni, con un seguito di 12.000 seguaci, ma prima di poter salutare sua moglie, la udì affermare, parlando ad una vicina, “che se Akiva volesse tornare a studiare per altri 12 anni, io acconsentirei volentieri.” così egli tornò a studiare per altri 12 anni, imparando da grandi maestri, quali Rabbi Eliezer ben Horkenus, Rabbi Joshua ben Hannaniah e Rabbi Tarfon.

Dopo 24 anni, quindi, Rabbi Akiva tornò ancora una volta a casa, accompagnato da 24.000 studenti, essendo a capo della yeshiva (scuola) più grande di Israele.

Sebbene la sua reputazione lo precedesse, Kalba Savua non era a conoscenza che il grande saggio che stava arrivando in città fosse suo genero, nondimeno da qualche tempo egli provava rimorso a causa del suo voto di diseredare la figlia e decise di chiedere al saggio se tale voto fosse annullabile.

“Se tu avessi saputo che suo marito sarebbe divenuto un grande uomo, avresti lo stesso fatto questo voto?” gli domandò Rabbi Akiva.

“No, se egli avesse solo conosciuto un capitolo, persino solo una legge (della Torah)!” rispose Kalba Savua. Rabbi Akiva allora disse, “Io sono quell’uomo.”

Kalba Savua si inchinò e gli baciò i piedi e gli regalò metà delle sue ricchezze (Kesuvot 62b-63a).

A dispetto del lieto fine di questo racconto, Rabbi Akiva visse una vita ricca di dolori e di difficoltà, cui rispose con umiltà e pazienza degne di Giobbe stesso, anche quando morì martire per mano dei Romani affermando “Echad” Uno, prima di spirare.

Ben noto era anche il suo senso dell’umorismo. Rabbi Akiva viveva secondo la regola che qualsiasi cosa accada è per il bene. Inoltre, egli riteneva che anche dal male possa nascere il bene. Dai problemi, dalle avversità è possibile cos-truire qualcosa di buono.

Perciò viene riportato che Rabbi Akiva ridesse mentre gli altri piangevano. Mentre camminava con alcuni colleghi, arrivarono al Tempio, nel suo stato di distruzione. Tutti i Rabbini si misero a piangere, tranne Akiva che scoppiò a ridere.

“Perché ridi?”, “Perché piangete?”, “Perché stiamo piangendo? Guarda il Monte del Tempio. Non ti fa venir voglia di piangere?” “È proprio per questo che sto ridendo!”

Egli spiegò che, accanto alla profezia sulla distruzione del tempio, esisteva quella sulla sua ricostruzione e contemporanea redenzione del Popolo Ebraico. Poi aggiunse: “Fino a quando non ho visto avverarsi la profezia sulla distruzione, pensavo che essa non fosse da intendersi in senso letterale. Ma ora che l’ho vista diventare una precisa realtà, so che anche quella positiva si avvererà in modo letterale. Dal male io vedo nascere il bene. Dai guai io vedo sorgere la redenzione.” Ma ancora più illuminante è come Rabbi Akiva si convinse dell’esistenza della Provvidenza Divina individuale.

Come abbiamo detto la frase favorita di Rabbi Akiva era “Tutto ciò che D-o fa, lo fa per il bene.”

Una volta, mentre era in viaggio, non riuscì a trovare un luogo dove dormire nella città ove si era prefisso di pernottare. Così passò la notte da solo, nella foresta, ripetendo con calma “Tutto ciò che D-o fa, lo fa ber il bene.” Con suo grande stupore, nel giro di pochi momenti, un leone uccise il suo asino e lo portò via, un gatto mangiò il suo gallo ed il vento spense la sua unica candela. Rabbi Akiva, ogni volta, ripeté “Tutto ciò che D-o fa, lo fa ber il bene.” Quando venne l’alba, scoprì che una banda di briganti aveva assalito la città durante la notte, uccidendo ovvero trascinando via in schiavitù gli abitanti. Solo la mancanza di rumori da parte dell’asino e del gallo e l’assenza di luce dalla sua candela avevano salvato Akiva dal medesimo destino. (Berachot 60b).

Siamo ora in grado di tentare di dare una risposta alle domande che ci siamo posti innanzi.

È chiaro che Rabbi Akiva non era da considerarsi “migliore” o maggiormente “sapiente” di Rabbi Eliezer, ma solo maggiormente pronto, con totale umiltà, a chiedere a D-o di mostrarsi misericordioso nei confronti del suo popolo.

Il suo servizio divino rappresentava una focalizzazione assoluta sulle caratteristiche di D-o in quanto Re misericordioso e Padre amorevole, qualità che meglio si sposano con la consapevolezza dei propri immensi limiti nei confronti del Ein Sof, rispetto ad un atteggiamento così severo da rasentare l’orgoglio come quello di chi pensa che non si debba mai sbagliare (e forse ritiene di essere, perciò infallibile e di poter giudicare il prossimo). È questo il contesto dell’episodio sopra narrato relativo all’introduzione della preghiera dell’Avinu Malkeinu e delle circostanze in cui è stata recitata, tanto da farci comprendere che l’umiltà di Rabbi Akiva, la sua capacità di lavorare su stesso e di accettare gli altri con le loro imperfezioni, siano stati gli elementi che hanno squarciato il Cielo e fatto accettare le sue invocazioni.

Come affermano i Saggi (Shabbat 151a): “Colui che è pietoso nei confronti delle creature, saranno pietosi con lui dal Cielo e colui che sa passare oltre le proprie giuste istanze, gli si perdonano le trasgressioni.”

Come abbiamo tante volte affermato, la Verità costituisce il primo assioma del nostro sistema di fede, se correttamente costruito.

L’umiltà costituisce un corollario necessario della verità, in quanto la vera umiltà, non quella che si mostra in cerca di lusinghe o di lodi, nasce dalla consapevolezza delle nostre limitazioni e della stupidità di pavoneggiarci pensando, a torto, di essere meno limitati di altri. La consapevolezza, nella verità, della nostra condizione umana ci rende umili e, perciò, rispettosi del Creato e delle creature, in quanto ciò ci rende capaci di acquisire una reale volontà di non fare agli atri ciò che non vorremmo che fosse fatto a noi.

Il resto è commento, come disse Hillel.

Poiché è quasi Natale, vorrei regalarvi una storia bellissima sull’umiltà. Questa è la storia vera dell’Ebreo Israel di Cracovia:

“Nella città di Cracovia viveva un ricco ebreo, chiamato Israel, che era famoso per la sua parsimonia. I mendicanti locali avevano da lungo tempo rinunziato a bussare alla sua porta e tutti i tentativi, da parte dei responsabili dei vari enti benefici, di ottenere da lui almeno un contributo simbolico erano sempre stati vanificati da cortesi ma fermi rifiuti.

La completa mancanza di compassione da parte di Israel stupiva ed oltraggiava gli Ebrei di Cracovia, in quanto, sin dai tempi di Abramo, fare la carità aveva rappresentato uno dei fondamenti dell’Ebraismo e nell’Europa del diciassettesimo secolo, a causa delle continue confische dei propri beni e delle espulsioni dalle proprie case che gli Ebrei subivano, l’aiuto dei più facoltosi ai bisognosi costituiva un elemento essenziale per la stessa sopravvivenza delle varie comunità.

Come poteva, quindi, un ebreo essere così indifferente alle necessità dei suoi fratelli e sorelle? La gente cominciò a chiamare il ricco avaro “Israel Goy” ed il soprannome ebbe grande popolarità.

Ogni volta che Israel usciva di casa, bande di ragazzini lo seguivano motteggiandolo e chiamandolo in coro “Israel Goy” e tutti disprezzavano l’avaro possidente.

Passarono gli anni ed il ricco uomo divenne vecchio e fragile. Un giorno l’associazione preposta ai riti funerari di Cracovia fu convocata da Israel presso la sua abitazione.

Quando i responsabili furono arrivati, egli disse loro: “sento che i miei giorni sono contati e vorrei discutere con voi i preparativi per il mio funerale. Ho già fatto cucire i teli ed ho ingaggiato un uomo che reciterà il kaddish (preghiera per i defunti) per la mia anima. Rimane solo una cosa: devo acquistare un lotto per la mia tomba”.

I membri dell’associazione funeraria decisero che finalmente fosse arrivato il momento di pareggiare il debito che, a loro parere, Israel aveva accumulato nei confronti della comunità.

“Come ben sai” risposero “non c’è un prezzo stabilito per i lotti del cimitero. Ogni Ebreo paga a seconda delle sue possibilità ed il denaro viene utilizzato per beneficenza. Poiché tu sei ricco e, scusa la schiettezza, siccome non sei stato molto disponibile nel corso degli anni a condividere i pesi della comunità, pensiamo che sia solo giustizia fissare il prezzo a 1000 scudi.”

Israel replicò con calma: “Per le mie azioni sarò giudicato in cielo. Non sta a voi giudicare cosa ho fatto, o cosa non ho fatto, nel corso della mia vita. Ho programmato di pagare 100 scudi per il mio lotto – che è già una somma rispettabile – e ciò è quanto pagherò e non un soldo di più.

Non sto chiedendo di essere interrato in un posto particolare, ovvero con una bella pietra tombale. Seppellitemi dove volete. Ho solo una richiesta, che sulla mia tomba sia scritto “Qui giace Israel Goy””

I membri dell’associazione, si scambiarono occhiate stupite: il vecchio era forse fuori di sé? Cercarono inutilmente per alcuni minuti di strappargli qualche altra somma per i poveri e poi, esasperati, uscirono dalla casa di Israel.

Quando la notizia dell’accaduto si diffuse, tutta la città non faceva altro che commentare l’ultimo esempio di quanto miserabile come essere umano, fosse Israel Goy, che anche nell’imminenza della morte, si rifiutava di lasciare andare anche solo una parte delle sue fortune, a favore dei poveri e dei bisognosi.

Il funerale di Israel fu una cosa terribile. Fu assai difficile persino reperire il quorum di dieci ebrei affinché si potesse procedere al rituale di sepoltura e gli fu assegnato un lotto al confine estremo del cimitero, in mezzo ai criminali ed ai reietti. Non ci fu alcuno che volesse pronunziare una parola di ricordo, perché nessuno aveva qualcosa di buono da dire su di lui.

La sera del giovedì susseguente al funerale, qualcuno bussò alla porta del rabbino capo di Cracovia, il famoso Rabbi Yomtov Lipman Heller (1579–1654).

All’uscio c’era un uomo, che spiegò al Rabbi di non avere soldi per comprare il necessario per Shabbat: candele, vino, challah (pane) e cibo per la sua povera famiglia. Il rabbino gli diede qualche moneta, tratta dalla sua personale beneficenza ed augurò allo sfortunato di passare un buon Shabbat.

Dopo pochi minuti, il rabbino sentì bussare nuovamente alla porta e ciò annunciò una richiesta identica. A ciò seguì una terza richiesta, poi una quarta ed una quinta. In meno di un’ora, oltre venti famiglie si recarono da Rabbi Heller, supplicandolo di aiutarli ad acquistare quanto necessario all’osservanza dello Shabbat.

Il rabbino era stupefatto: in tanti anni a Cracovia nulla del genere si era mai verificato. A cosa era dovuta questa inspiegabile improvvisa ondata di povertà?

Rabbi Heller convocò una riunione di emergenza dei responsabili dei vari enti di beneficenza, ma nessuno fu in grado di spiegare questo fenomeno. Anzi raccontarono di essere stati sommersi da centinaia di richieste dello stesso tenore nelle ultime ore e che le casse della comunità si erano praticamente svuotate!

In quel momento si udì bussare alla porta ed il rabbino, porgendo qualche moneta a quest’ultimo postulante, chiese: “Dimmi, come ti sei regolato fino ad ora. Come hai fatto, ad esempio, la settimana scorsa a procurarti il necessario per lo Shabbat?”

“Ho comprato a credito dal droghiere” rispose il povero “Ogni volta che avevamo bisogno di cibo ed eravamo senza soldi, il negoziante ci diceva che non era un problema e si limitava ad annotare il conto sul suo registro e non ci ha mai nemmeno chiesto di pagarlo. Ma ora dice che non si può più fare così”

Una ricerca rivelò che centinaia di famiglie di Cracovia erano sopravvissute in tal modo per anni, fino a quel momento. Per qualche strana ragione, nessuno dei droghieri, dei macellai, dei proprietari di pescheria voleva più far credito ai poveri.

Rabbi Heller, allora, convocò nel suo studio questi mercanti di generi alimentari e domandò loro cosa stesse succedendo, ma essi si rifiutarono di rispondere.

Il rabbino replicò che nessuno di loro avrebbe lasciato quella stanza, senza avere spiegato quella strana situazione.

Alla fine, la verità emerse. Per tanti anni Israel aveva soccorso centinaia fra le famiglie più povere di Cracovia. Ogni settimana i mercanti della città gli presentavano i loro conti che lui pagava per intero. La sua sola condizione era che nessuno, neppure gli stretti familiari dei negozianti, dovesse venire a conoscenza delle sue azioni caritatevoli. “Se qualcuno di voi si lascia scappare anche una sola parola” li aveva minacciati “da me non avrete mai più neppure un soldo!”

Rabbi Heller era sconvolto sino al punto di sentirsi male. Fra loro era vissuto un uomo così meraviglioso e loro, con la loro fretta nel giudicarlo, lo avevano insultato e vituperato.

Il rabbino annunziò che lo shloshim (anniversario dei trenta giorni dopo la morte) di Israel fosse dichiarato giorno di pubblico digiuno per gli adulti e che tutti dovessero recarsi al cimitero per supplicare il defunto di perdonarli.

Fu lo stesso Rabbi Hellel che parlò a favore di Israel: “Tu” disse piangendo “hai onorato la mitzvah della tzedakah (beneficenza) nella sua forma più elevata, senza prenderti alcun credito per le tue azioni ed assicurandoti che le persone che tu soccorrevi non dovessero provare vergogna nei confronti del loro benefattore, ovvero sentirsi in debito con lui. E noi ti abbiamo ripagato con la derisione ed il disprezzo” Il rabbino formulò il desiderio di essere sepolto vicino ad Israel. “Ti abbiamo sepolto accanto alla recinzione, come un reietto, ma considero l’essere seppellito accanto a te un grande onore ed un grande privilegio!”

Rabbi Hellel, infine, disse che l’ultimo desiderio di Israel dovesse essere esaudito. Sulla pietra posta sulla sua tomba furono incise le parole “Qui giace Israel Goy.” Però una parola fu aggiunta all’iscrizione, la parola kadosh, santo. Così l’iscrizione posta sulla tomba, che è accanto a quella del famoso Rabbi Yomtov Lipman Heller, nel vecchio cimitero ebraico di Cracovia, recita “Qui giace Israel Goy Kadosh

Menkaura

L’articolo è contenuto nel numero di gennaio 2017 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Anche gli Ebrei hanno il loro equivalente del “Padre Nostro”, l’Avinu Malkeinu, che viene recitato quasi esclusivamente da Rosh HaShana a Yom Kippur, nei dieci giorni di teshuva (pentimento, lett. ritorno) che segnano e caratterizzano il principiare dell’anno, tanta è l’importanza che viene attribuita a questa struggente preghiera (gli Ashkenaziti la recitano anche in tutti i giorni di digiuno, al contrario dei Sefarditi)..

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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