L’Altro – Lo Specchio

Tutto quello che ci circonda sembrerebbe essere direttamente interagente con il nostro modo d’essere.

Questo fatto è difficile da accettare, soprattutto quando si sta male nel proprio ambiente.

Mi sono chiesta del perché di questo ipotetico collegamento, quando tante situazioni accadono apparentemente in modo casuale, anche quando siamo a confronto con persone che ci sembra di non aver scelto di avere intorno. Tra le tante situazioni a cui si può prestare attenzione, gli esempi più diretti sono rappresentati dalla famiglia nella quale siamo nati, o nella quale siamo cresciuti, ma non sono da sottovalutare anche le situazioni con i colleghi e forse ancora di più i propri superiori nell’ambiente lavorativo.

Quando si sta male con certe persone, o per situazioni ad essi collegate, ci si potrebbe addirittura convincere che questo malessere possa, in qualche modo, fungere da punizione per non si sa quale peccato o danno fatto in questa vita o in un’eventuale vita precedente. Però mi sono chiesta: se invece non fosse così?

Se fosse proprio il contrario? Se queste persone fossero una specie di dono, di regalo elargito dalla Provvidenza per consentirci di riconoscere e studiare noi stessi? Se le persone che ci circondano fossero proprio lì per aiutarci a crescere, e forse se noi stessi, in qualche modo, avessimo la stessa funzione per loro?

Chi intraprende una via iniziatica viene normalmente messo subito di fronte al compito di conoscere sé stesso; prerogativa ovviamente non solo di una simile via, ma imperativo più enfatizzato in essa, perché senza la conoscenza di sé, è molto arduo tentare di riconoscere quel divino dentro e fuori di noi, che è ipotizzato negli enunciati di qualsiasi struttura Tradizionale.

Le persone e le situazioni intorno a noi in che modo potrebbero aiutarci per conoscere noi stessi?

Ho tentato di analizzare alcuni, diversi, sentimenti che per lo più, si tende a provare verso il nostro prossimo:

  1. il rifiuto attraverso antipatia, rabbia, disprezzo, invidia, o addirittura tramite il più dannoso dei sentimenti, l’odio;
  2. l’accoglienza con simpatia, apprezzamento, od anche amore;
  3. la compassione;
  4. la neutralità, quando nessuno di questi sentimenti si attiva.

 

Nel quarto punto molto probabilmente non si prende in considerazione l’altra persona. Questa probabilmente, non interagisce con nessuno degli aspetti della nostra personalità e perciò spesso passa anche inosservata. Ciò che non si trova in noi, non può causare un riflesso nell’esteriore. Infatti, quando qualcuno ci suscita un certo stato d’animo, certi tipi di emozioni, molto probabilmente qualcosa che è collegato a lui si trova anche in noi e viceversa.

Penso che gli altri punti invece, possano fornirci dei riferimenti riguardanti il nostro stato d’essere.

Il primo è probabilmente il più diretto e chiaro, il secondo e il terzo forse sono molto più subdoli e più difficili da capire.

Cosa succede quando prendiamo “l’altro” come uno specchio?

1.Il rifiuto. C’è qualcosa nella persona individuata che crea una o tutte quelle reazioni di cui sopra.

Visto che sono sensazioni abbastanza forti, è più difficile non rendersene conto. Perché allora si manifestano? Spesso si rifiuta nel prossimo ciò che non si è capaci di accettare in sé stessi, ma che comunque in qualche modo c’è.

Ad esempio, visto che non si accetta di sé stessi un certo aspetto di cui magari non si è neppure del tutto consapevoli, per forza vedendolo nel prossimo, si crea un istintivo riscontro immediato nella propria interiorità.

Al bugiardo non piace sentirsi raccontare delle bugie, e al narcisista non piace quando un altro gli ruba la scena, ecc. Questa situazione, secondo me, si evidenzia ancora di più quando non si vivono apertamente certe situazioni, sopprimendone ogni ipotesi di consapevolezza, lasciando che il subconscio combatta quotidianamente battaglie di cui non si ha alcuna coscienza.

Questo confronto diventa più complicato quando la persona di riferimento non ha nessuna cattiva tendenza o premeditazione nei nostri confronti, ma siamo noi che trasponiamo le personali intenzioni in essa. Supponiamo che le persone si comportino in un certo modo perché noi avremmo reagito così, se fossimo stati al loro posto. Questa è la morte di ogni interazione e conversazione; è un’oggettiva mancanza di ascolto e di volontà di comprensione, basandosi solo sulla mera supposizione di intenti. In questo modo si costruisce un’oggettiva ed inevitabile barriera tra le persone.

Visto che di norma non sappiamo quale sia l’intenzione della persona che ci sta di fronte, tutte le intenzioni che supponiamo, devono essere per forza le nostre. In altre parole, se avessimo la possibilità o il coraggio di fare come vogliamo, ci comporteremmo spesso in modo totalmente diverso da quello che immaginiamo; non siamo poi così buoni come ci aspettiamo, né tanto migliori di chi ci sta di fronte. In tal caso, l’unico soggetto con cui ci dovremmo arrabbiare saremmo proprio noi stessi.

Se veramente vogliamo capire che intenzione hanno coloro che ci stanno di fronte, un metodo utile potrebbe essere quello d’imparare ad ascoltare di più, di guardare meglio, di utilizzare per quanto possibile, anche gli altri sensi e di conseguenza parlare di meno.

Di solito, quando disprezziamo le persone, lo facciamo perché supponiamo che non siano “buone” o “brave”. Gettando discredito su quello che fanno altri, si ostacola la crescita di quelle persone. Dal nostro egoistico punto di vista, non si ritiene possibile che l’altro sia così bravo, mentre noi non siamo in grado di raggiungere gli stessi risultati. Questi ci mettono di fronte alle nostre bruttezze, alle nostre incapacità, e visto che si vorrebbe essere migliori degli altri, queste nostre disarmonie non sono accettabili.

Dal momento che per noi è troppo umiliante il confronto, l’unico modo che troviamo per salvarci è rendere orribile l’altro. Così se si fa diventare brutto anche l’interlocutore, ci si può tranquillamente arrabbiare con lui. La vera rabbia è però rivolta verso sé stessi; raramente si prende coscienza di questo fatto, ma è poco piacevole arrabbiarsi con sé stessi e non poter sfogare questa rabbia su qualcuno.

Certamente c’è anche il caso in cui ci si trova davanti chi è veramente cattivo, ma se è tale, forse più che rabbia, si prova paura, timore.

Ad ogni modo, è meglio essere preparati e cauti per saper affrontare certe situazioni.

Circostanza ancora diversa è quando incontriamo qualcuno che non è cattivo, ma che percepiamo così solo perché ha più potere di noi. In questi casi veniamo messi davanti alla nostra incapacità di saper gestire questi frangenti, e poi alle personali carenze nei confronti della forza altrui, soprattutto quando sia giusto che ci vengano evidenziati la nostra debolezza, i nostri limiti, sbagli, errori ecc.

Ipotizzare di accettare di non essere il più potente, di dover ubbidire, e di riconoscere la propria posizione non apicale nella società in cui si vive, aprirebbe uno scenario per una presa di coscienza che per lo più non ci piace e che provoca reazioni nella mente, tramite una sgradevole ridda di immagini, di sentimenti strettamente correlati a questi contesti.

Spesso, anche se non sono gli atti a dirci qualcosa di noi, lo sono tutti i pensieri. Se si fosse nella posizione di colui che detiene un potere, cosa si farebbe? Se in quell’attimo le posizioni si invertissero, quale sarebbe la nostra azione? Saremmo in grado di gestire una posizione di vertice, essendone veramente all’altezza? Forse qualcosa in noi manca per essere al potere, però non è facile, non è piacevole riconoscere che ognuno ha solo il posto che deve avere in una determinata organizzazione piramidale.

Come accennavo all’inizio, penso che probabilmente incontriamo chi suscita queste sensazioni negative per avere la possibilità di riconoscere i nostri lati oscuri, se veramente lo desideriamo.

Senza questi stimoli, caratteristici dell’ambiente in cui siamo, sarebbe più difficile indagare certi nostri aspetti che sono più evidenziati se impariamo a metterli in relazione con il prossimo. Fino a quando si tratta di osservare emozioni negative, forse può risultare più immediato e facile riconoscere che questi ci potrebbero insegnare qualcosa della nostra oscurità.

Diviene meno chiaro, quando si tratta di prendere visione delle sensazioni che si trovano piacevoli.

Facendo riferimento al punto “2”, si può intuire come sia molto più difficile riconoscere tutte le eventuali trappole che si potrebbero nascondere dietro le apparenti simpatie. Perché mi circondo di certe persone? Certamente ci sono interessi che si condividono per un certo hobby, uno sport o per un campo di studi, ma appena questo legame di gruppo viene a mancare, ecco che anche le persone si dividono.

Un rapporto può essere puramente legato al nesso sociale nel quale viviamo e nel quale ci necessitano determinati legami.  Però, quando si cominciano a scegliere degli amici, o delle precise frequentazioni, dietro a queste scelte ci sono sempre certi meccanismi che potrebbero darci, a loro volta, un riscontro su ciò che siamo. La mia simpatia verso questa persona è sincera, o mi serve qualcosa? A volte c’è chi si circonda di determinate persone, solo perché gli danno la sensazione di essere superiore a loro. Lo fanno sentire “il Boss” del gruppo, l’illuminato, il mistico, il centro d’attenzione, rivolgendogli quella che da lui viene percepita come ammirazione. Naturalmente, questa situazione può creare meccanismi alquanto pericolosi, allorché questa persona decida di abusarne per forzare la condizione nella quale possa diventare il “leader” del gruppo (grande o piccolo che sia), senza che si renda conto di tutte le responsabilità che ciò comporta e senza supporre di provocare un pericoloso arresto della propria crescita interiore.

Ci si potrebbe sentire già arrivati quando si supponesse di essere ammirati da tutti e quindi si potrebbe cadere nella trappola dell’autocompiacimento, inducendosi a non lavorare più sui personali punti deboli, oscuri.

Come ci si comporta in questi casi? Se ci pensiamo bene, per fortuna ci sono tutti quelli che ci fanno arrabbiare, perdere la pazienza e che ci mettono davanti ai nostri lati poco illuminati. Poi bisogna anche saper “scegliere” (o almeno non respingere) chi ogni tanto ci fa notare che non siamo poi così perfetti, magari per niente arrivati, e che ci riporta con i piedi per terra.

Se abbiamo intorno solo persone che ci elogiano in continuazione anche quando è palese che si potrebbe essere nell’errore, dovrebbe suonarci una qualche campana di allarme negli orecchi.

Ci possiamo trovare anche con persone che ci prendono sul serio, come punto di riferimento, allora in tal caso sarebbe meglio lavarsi più volte la testa con acqua fredda, perché il loro giudizio non è imparziale, in quanto è magari accecato dal loro affetto e si avrebbe una responsabilità ancora maggiore nell’asservirli alle esigenze della personale megalomania (magari causata da una reazione all’insicurezza provocata da traumi infantili). Ad ogni modo, occorre stare attenti anche a chi potrebbe essere molto più furbo e intelligente di noi, perché ci manipolerebbe proprio grazie alla nostra vanità; così ci farebbe fare esattamente quello che vuole, supponendo di scegliere chissà che cosa, liberamente. Anche in questo caso impariamo tanto su di noi, e sulla nostra incapacità di autodeterminazione, e la nostra inabilità ad ascoltare la nostra voce interiore. Nonostante sia piacevole godere dell’accoglimento altrui (anche se solo apparente), possiamo riscontrare quanta strada ci sia ancora da fare e quanto poco si sia collegati con il proprio centro. Nell’amore in famiglia e/o con il proprio compagno/a, questi aspetti vengono amplificati. Si deve fare molta più attenzione alle sensazioni positive che ci ingannano, e che soddisfacendo solo le personali esigenze, le particolari debolezze egoistiche, ci fanno continuare a vivere nella nostra oscurità, convinti che si stia facendo qualcosa di positivo.

Certi gruppi si formano anche intorno a una figura centrale della quale tutti hanno timore, e seguono la persona per interesse di potere e/o protezione. In tal caso se si è la figura centrale, questo tipo di ammirazione fa vivere in pieno il delirio di potenza promanante dal lato oscuro. Sarebbe utile studiarsi a fondo se ci si accorgesse che chi ci circonda ha paura nei nostri confronti e che noi ne traiamo piacere. Può voler dire che un nostro lato oscuro ha per noi un aspetto positivo, o che lo viviamo in modo affermativo come se fosse qualcosa di luminoso ma che tale non è.  Bisogna essere cauti, perché altrettanto oscuro può essere chi ci sta di fronte; magari teme semplicemente di essere scoperto nella sua debolezza ed è pronto ad attaccarci. Accarezzare a lungo il proprio Ego, facendosi celebrare e complimentare per sentirsi grandi, attira falsi amici, potenziali nemici, che sono lì pronti ad attaccarci. Se mai dovesse succedere, sarebbe stata comunque una conseguenza del nostro agire.

La compassione, accennata al punto “3”, è quella forse più complessa da scoprirne l’origine. Ci sono diversi modi di sentire ed esprimere compassione.

Un tipo di compassione, forse sincera, è probabilmente quella nella quale vediamo il prossimo come un nostro pari, e la nostra sofferenza nei suoi confronti è vera. Magari vediamo in lui le personali debolezze che si ha o si hanno avute, per le quali l’impegno nel superarle è stato simile. In ogni caso, il sentimento non sembrerebbe ipocrita per elogiare sé stessi. 

Un altro aspetto invece riguarda il caso in cui si compatisce qualcuno perché lo vediamo come un essere infimo, non alla nostra altezza; perciò, ci si trova in uno stato d’animo di cui si potrà dire e pensare di tutto, tranne che qualche cosa di nobile. Si accarezza solo il proprio Ego. In tal caso, se osserviamo bene questa sensazione, potremmo individuare dove si trovano i nostri complessi più profondi e più nascosti; quelli meno ovvi.

È tra le sensazioni forse più ingannevoli; ad esempio, è come se dicessimo: “Povero, non ci può arrivare. Invece guardarmi come io sono brava/o.” Dietro magari, potrebbe nascondersi anche: “e se fallisco anch’io? Sarò sempre all’altezza?”

Non sempre colleghiamo la sensazione di compassione direttamente con noi, ma è come se in realtà avessimo compassione di noi stessi.

Difficilmente possiamo conoscere tutto di ciò che alberga nella nostra interiorità; di solito, bisogna che venga stimolato uno di questi nostri aspetti nascosti di cui evidentemente non sappiamo niente.

Mi piace ipotizzare che la Provvidenza ci mandi queste persone e queste situazioni per farci scoprire la nostra oscurità, e per imparare a dominarla. Noi a nostra volta, attiriamo quello che siamo, e non prendiamo coscienza di quello che non siamo, o almeno penso che lo facciamo raramente. Perciò qualsiasi cosa che ci circonda è probabilmente di nostra responsabilità, ed ha la sua ragione d’essere.

Prendere tutto come una punizione, vuol dire perdersi la possibilità di imparare, di migliorare e di dominare i propri demoni.

Forse, più si avanza nel proprio percorso e si fa pulizia interiore, più certe situazioni si dissolvono da sole. Si trovano soluzioni, e così vari intrecci spiacevoli si snodano senza sforzo.

Penso che il nostro essere interiore, in un certo momento, abbia bisogno di imparare altre nuove lezioni e che sia legato proprio con il nostro modo di percepire il mondo.

Fin quando non si sarà imparato quello che serve, in questo stato di personale sviluppo attuale, si rimarrà incastrati proprio dove si è.

Se anche le condizioni esteriori non cambiano, essendo però cambiati interiormente, la stessa medesima situazione non produrrà più sofferenza.

Mentre prima ci mancavano sia il coraggio che le risorse interiori ed esteriori per farlo, ora essendo stati iniziati, è indispensabile trovare il coraggio di cambiare attivamente la situazione nella quale ci troviamo. Qualche cosa di simile va intrapresa con quello che ci donava prima piacere; forse ora, visto con uno sguardo diverso, più sincero, non è raro che ci crei vergogna e dolore, e siamo solo all’inizio di un nuovo processo di apprendimento.

Se facciamo attenzione a quello che noi percepiamo dal mondo ed a quello che il mondo percepisce di noi, ci accorgiamo di avere a disposizione un grande specchio nel quale possiamo osservarci e quindi da usare per conoscerci sempre meglio e per scegliere se e come proseguire sul nostro percorso

Lisetta Eva

L’articolo è contenuto nel numero di gennaio 2017 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Meditare non è fuga né passatempo: è tecnica. Allena la concentrazione, disinnesca il rumore dei sensi e restituisce alla mente il suo uso corretto, così da sostare nel silenzio interiore. Senza disciplina si scivola in visioni e fanatismi; con costanza, il lavoro passa per tre passi chiari—concentrazione, meditazione, contemplazione—finché la coscienza si riorienta dalle apparenze alle cause. La mente diventa chiave (non padrone), l’anima riprende il centro: più lucidità nel quotidiano, responsabilità etica più alta, accesso graduale al sovrasensibile. Non preghiera passiva, ma stato attivo e ricettivo in cui il Divino può affiorare.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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