I nostri antichi maestri ci hanno spesso messo in guardia su come possa essere importante ricordarsi sempre che è necessario, o per lo meno utile per colui che si avvia ad accedere ad un percorso iniziatico, possedere quel particolare desiderio interiore che lo induce a voler riavvicinarsi alla luminosità divina per riconoscerla. Chi non lo possiede e si inserisce per curiosità, per brama di conoscenza di cose nuove o per altri motivi affatto nobili, probabilmente in non pochi casi, verrà ugualmente iniziato (perché non è affatto semplice per chi è preposto ad operare una selezione d’accoglimento, accorgersi delle vere qualità e dei pensieri opportunamente mascherati dal perbenismo e/o dalle etichette di “brave persone”, proprie e particolari della morale comune. esistente nel luogo ove si vive), ma il più delle volte fallirà la prova o, quel che è peggio, si indirizzerà anche verso tendenze che portano alla contro-iniziazione, non riuscendo a distinguere tra ciò che è tradizionale e ciò che non lo è.
Ad ogni modo, una scintilla di Luce, se accolta, può consentire a chiunque di intuire, in qualsiasi momento, la natura di ciò che è sempre stato di fronte agli occhi, ma che forse non si era compreso.
Così, non ci sarebbe da stupirsi, ad esempio, se dopo aver indagato e rettificato correttamente qualche cosa in particolare nella propria interiorità, divenisse abbastanza evidente che tramite l’esecuzione della liturgia prevista da un Rituale, contenente aspetti teurgici ben definiti nella sua “costruzione” Tradizionale, si stia oggettivamente pregando.
Ovvero, non si tratterà dell’adozione di un punto di vista di qualcuno o di qualche cosa di esterno a cui si possa essere stati indotti a prestare fede (quindi, erroneamente, secondo il nostro metodo), ma soprattutto tramite l’intuito, di una semplice, genuina, comprensione personale che si tradurrà in una presa di coscienza e poi di conoscenza, la quale indurrà una particolare modulazione armonica dei pensieri e poi di tutto il resto.
Forse, sarà un modo differente di farlo da quello più o meno stereotipato a cui si è stati probabilmente abituati in ambito strettamente religioso (a qualsiasi fede si faccia riferimento e comunque tenendo conto che una sua rivisitazione può consentire di riscoprirla in modo molto più bello e coscientemente luminoso), ma ad esempio, se si osserva attentamente cosa è scritto nel testo rituale di ogni nostra camera (ma anche di altri Riti che però non abbiano subito rimaneggiamenti impropri, rispetto alla formulazione originale), svuotandosi da vari preconcetti e da possibili innumerevoli fantasie (condizione ineludibile, indispensabile e propedeutica per iniziare con qualche minima possibilità di successo, qualsiasi tipo di esperienza esoterica; comunque non sarà mai proprio facile da mettere in pratica), potrebbero evidenziarsi aspetti veramente illuminanti anche riguardo alle motivazioni del perché sia cosa saggia e buona partecipare attivamente ai Lavori, soprattutto quando le cose del mondo con relative emozioni e passioni (fatiche, impegni, dolori, timori, piaceri, ecc.) sembrano spingere con forza nella direzione opposta, in funzione di quei due imperativi dominanti (sfrondati dalle miriadi di complicazioni derivate dai contesti spazio temporali in cui si manifestano) che si possono sintetizzare brutalmente in: ricerca del cibo e della riproduzione, quasi sempre affiancati dalla paura della morte e del dolore.
Forse si potrebbe scoprire col tempo che comunque quelli sono solo effetti esteriori e che non sono le vere, originali, cause dell’allontanamento dalla Luce, che invece vanno ricercate nell’oscurità di altri livelli.
Poiché potrebbero sorgere equivoci a cosa mi stia riferendo, mi spiegherò meglio, magari mutuando accenni, analogie, convergenze, anche con elementi di differenti vie Tradizionali.
Si potrebbe intuire che la preghiera costituisca una sorta di eccitazione, ardore, dell’anima Divina per chiunque sia nella felice condizione di potersi sentire ricettivo del “bene”, tramite le facoltà emotive che la sua essenza manifesta nel mondo creato (come è accennato anche nella descrizione degli attributi delle sei o sette sefirot inferiori, contemplati in vari filoni kabbalistici) e desideri riavvicinarsi sempre di più alla Luce Divina.
Poiché una sorta di “risalita” non si presenterà mai come impresa “semplice” (a differenza di una discesa) sarà opportuno considerare che le emozioni primarie di amore, timore e misericordia possono trovarsi contemporaneamente associate in modo luminoso e buono, agli impulsi oscuri di dominazione, del riconoscimento e del conferimento di autorità.
Si può infatti comprendere che in ambito pretta mente carnale (quindi anima carnale) questi attributi si presentano prevalentemente malvagi.
Sempre secondo alcuni punti di vista riferiti agli ambiti sefirotici ed alla creazione dei quattro o cinque mondi, nell’anima carnale, ad esempio, Chessed potrebbe diventare lussuria e Gevurah potrebbe divenire rabbia.
Si può così osservare che un orientamento al bene non può essere determinato, come si potrebbe supporre erroneamente, solo attraverso delle meditazioni appropriate (purtroppo va molto di moda supporlo in strani ambienti moderni).
Gli attributi di base riferiti alle condizioni dello stato dell’essere in corrispondenza della saggezza unita alla capacità ricettiva di comprensione possono portare in progressione, attraverso una condizione di amorevole desiderio di reintegrazione nella Luce, all’unione di questi due aspetti e quindi a scintille di conoscenza.
Contemporaneamente, gli attributi emotivi costituirebbero e definirebbero il tipo di relazione tra un soggetto e gli oggetti delle sue sensazioni.
Tutta questa premessa ci potrebbe portare facilmente anche a guardare in modo particolare, il libro sacro, spesso presente sull’Ara, per la esecuzione dei Lavori in varie Camere del Rito.
Poiché per ogni Obbedienza Tradizionale (da non confondere con la miriade di organizzazioni derivate dalle fantasticherie dell’arcipelago new age, unitamente a quelle dolosamente fasulle), i Rituali sono uno strumento liturgico, il cui studio primario, rispetto ogni altro elemento conoscitivo, culturale, dovrebbe portare a comprendere, attraverso lo svelamento di ciò che si trova sotto la superfice delle descrizioni letterali, come camminare correttamente sulla via intrapresa, questo elemento (il libro sacro) non può passare certo inosservato, anche solo come semplice simbolo.
Se l’esegesi mistica è un metodo di interpretare la Bibbia (libro sacro per antonomasia, soprattutto negli ambiti religiosi monoteisti), basato sull’assunto che contenga una conoscenza segreta in merito alla Creazione, alle manifestazioni di Dio, e quindi alle possibilità di ritorno a Lui, forse si può comprendere anche da questo punto di vista, il perché della sua presenza ineludibile nel Tempio.
È inoltre necessario tenere presente che concentrandosi sulla santità del testo, i mistici considerano ogni sfumatura dello stesso come un indizio per scoprire i segreti divini. In ambito ebraico, a esempio, l’esplorazione altalena dalla visione d’insieme dell’intero testo sino agli accenti di ciascuna lettera.
Se si esplorasse anche quello cristiano, si potrebbe intuire, tramite la via cristica, come procedere per un possibile ritorno (a conferma della via antica). La finalità è rivolta ad acquisire quella conoscenza che, solo se rigenerati e trasformati nella personalità e nello stato dell’essere, consenta tramite scelte coscienti dell’intelletto, d’interagire correttamente e per il bene (spesso anche attraverso le formulazioni teurgiche dei Rituali), sia con i mondi superiori, che con il mondo inferiore (ovvero, con tutto ciò che è visibile e invisibile nella nostra dimensione).
Rimanendo concentrati sul punto di vista mistico, si può notare che lo studio del testo sacro è così basato sull’accettazione della tradizione e sull’atteggiamento derivante dal fatto che se quel testo (visto non solo come oggetto fisico) costituisce un dono divino, la persona deve modellare sé stessa al fine di divenire un degno ricettacolo per riceverlo (su questo assunto, sarà necessario procedere ripetutamente con gli opportuni approfondimenti meditativi), affinché ognuno possa divenire strumento utile per trasformare il male in bene, iniziando ad operare dal livello d’esistenza più basso e materiale.
Si potrebbe conseguentemente intuire che senza una capacità di ricezione, di accoglimento, di comprensione, qualsiasi elemento di sapienza, di saggezza (allorché se ne fosse manifestata qualche scintilla), rimarrà inutilmente sterile, impedendo così la conoscenza.
Di conseguenza, non dovrebbe stupire se durante i lavori ci si rivolge (così dovrebbe essere sempre per tutti) alla Potenza Suprema Divina con il saluto, l’omaggio, l’ammirazione, il prosternarsi di fronte alle sue leggi eterne, con la richiesta d’illuminazione, di dissipazione delle tenebre che nascondono la verità, d’intravvedere qualcuno dei saggi piani perfetti che governano i mondi, in modo che, come previsto nell’invocazione, se “Lui” si degnasse di dirigere i lavori stessi, tramite le sue emanazioni (come conseguente risposta ad una vera e genuina disponibilità ad accoglierlo), si potrebbe celebrare con inni senza fine, l’universale armonia che la sua presenza imprime ad ogni cosa esistente.
Così, oltre ad intuire un possibile significato della dicotomia complementare, rappresentata dal-la saggezza donante e dalla comprensione ricevente, che tramite l’empatia amorosa consentono conoscenza, si comincerebbe a scoprire coscientemente sotto l’ovvia superficialità del testo illustrante lo svolgimento dei lavori, la necessità di camminare correttamente secondo le regole “fondamentali” che possano consentire di risalire (in un percorso non facile di rigenerazione, di rettifica interiore, con colleganze armoniche in parole ed azioni esteriori) anche ad uno stato dell’essere che permetta per chi avrà successo, l’esplorazione “splendente” e “vincente” del corrispondente livello della “veggenza”.
Ciò vale per tutti (partecipare ai Lavori “correttamente” è il momento più alto di meditazione, di comprensione e di teurgia in una via massonica), ma forse per il ruolo che è proprio anche in molteplici ambiti dell’esistenza, potrebbe essere analizzato anche più esplicitamente nel percorso delle Sorelle che, nel loro incedere (separato quasi sempre da quello dei Fratelli) tramite i particolari ed esclusivi rituali del Rito d’Adozione Femminile, tentano di superare i veli che oscurano la loro mente materiale (con tutti i problemi ed i muri d’incomprensione reciproca che le separano dall’elemento maschile) per procedere nella via di rigenerazione e di risalita, alla riscoperta co-sciente e consapevole della loro essenza spirituale così intimamente collegata alla funzione ricettiva e procreatrice più elevata, senza la quale, in ambito luminoso, non ci sarebbe l’accoglimento di quella saggezza fecondante dalla cui unione scaturisce la manifestazione di tutto ciò che esiste.
A maggior ragione, quando riescono ad accedere alla camera appropriata ed iniziano ad osservare e ad utilizzare oggetti come sistro e bacile d’acqua, forse (se le decorazioni del grado non sono solo un inutile supporto esteriore) intuiscono che quelli sono elementi particolari da approfondire non solo nello studio della simbologia, allorché lo stato dell’essere, la personalità progressivamente rinnovata nella sempre più raffinata e luminosa femminilità, unita alla volontà, lo consentano.
Quindi tornando al suggerimento di frequentare con assiduità i Lavori, sarà opportuno non scordare ciò che i nostri Saggi ci hanno tramandato; ovvero che quando una persona entra nel Tempio, accende (direttamente o indirettamente tramite i Dignitari preposti) le Luci, apre il Libro sacro, per comprendere attraverso l’esecuzione del Rito quanto risponda al suo desiderio di conoscenza più elevato e luminoso, accade che la presenza divina, correttamente invitata con purezza interiore ed esteriore, dimora su di lei come su tutti coloro che partecipano nello stesso modo a quella riunione. Sempre secondo i Saggi, viene lasciato intendere che se il numero di coloro che partecipano usualmente in modo corretto ai Lavori (interiormente ed esteriormente) allo studio del testo sacro e del rituale, è ipotizzato in almeno quanto corrisponde a quello delle sephirot, allora la presenza divina su di loro, permane costantemente.
Purtroppo, sappiamo che tale raccomandazione non trova spesso concreta attuazione. È intuibile che il problema non riguardi solo il numero per altro non ininfluente nei piccoli gruppi; da qui la necessità da parte dei Maestri che ne sono sempre responsabili, di accogliere sistematicamente in ogni Triangolo/Loggia almeno una certa quantità minima di bussanti che poi opportunamente formati, costituiscano una base seppur variabile, ma numericamente permanente, di coloro che operano secondo la liturgia prevista, ma soprattutto nella correttezza della partecipazione (quindi il concetto di “giusta modalità, sia operativa, che dello stato dell’essere”, riguarda non solo la nostra comunità, ma tutti i gruppi di tutte le Obbedienze, a prescindere dal numero degli affiliati). Le conseguenze ed i frutti, non sempre buoni in occasione dei fallimenti spesso conseguenti anche agli equivoci riguardanti le necessità numeriche, causati da logiche passionali e profane, oggettivamente difficili da superare, quando non si riesce a rendersi superiori alle meschinità della vita e dei soli bisogni materiali, saranno poi sotto gli occhi di coloro che vorranno veramente vederli e che riusciranno a comprendere come l’universo, la creazione non girino affatto attorno ad ognuno. Non sarebbe male rendersi anche conto che, mano a mano si accede a camere superiori, aumentano le responsabilità verso sé stessi, verso i fratelli e le sorelle, e naturalmente, verso il nostro Rito. È un ribaltamento dei punti di vista profani, quelli tramite cui ci si comporta istintivamente come se gli altri fossero al nostro personale servizio, magari addirittura altalenando tra personali megalomanie più o meno frustrate (infatti, l’universo non gira attorno a noi), e conseguenti permalosità di fronte ad inevitabili svelamenti dei difetti della propria personalità, da parte di qualcuno. Forse si potrebbe intuire e scegliere di essere, al contrario, solo ed umilmente sé stessi, al servizio di un progetto “luminoso” per il bene di tutti.
Infine, lo ribadisco ancora una volta, sarà opportuno non scordare mai che non saranno sufficienti i pensieri e le dichiarazioni di buone intenzioni per mettere in moto cose semplici o straordinarie, ma bensì, prevalentemente, queste saranno conseguenti a ciò che sarà stato fatto veramente nella quotidianità materiale, in coscienza, consapevolezza, volontà, oppure no, e comunque sarà necessario constatare che la lavorazione della pietra ha sempre un costo concreto, ma che se sarà lavorata bene, se ne potranno poi vedere indubitabilmente i “luccicanti” risultati, di gran lunga superiori ai costi, per quantità e valore.
Il S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫
L’articolo è contenuto nel numero di ottobre 2017 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Si potrebbe intuire che la preghiera costituisca una sorta di eccitazione, ardore, dell’anima Divina per chiunque sia nella felice condizione di potersi sentire ricettivo del “bene”, tramite le facoltà emotive che la sua essenza manifesta nel mondo creato (come è accennato anche nella descrizione degli attributi delle sei o sette sefirot inferiori, contemplati in vari filoni kabbalistici) e desideri riavvicinarsi sempre di più alla Luce Divina.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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