Geroglifici

Quando ci si accosta allo studio dell’egittologia, la prima impressione potrebbe essere che la cultura egizia fosse essenzialmente religiosa; ciò può essere vero, specialmente se intendiamo la religione in senso mistico. Ma la religione egizia era anche una “scienza” in senso globale, in quanto comprendeva lo studio delle cause metafisiche, ossia di ciò che va oltre la realtà sensibile, di ciò che non cade sotto in nostri sensi. Possiamo perciò affermare che scienza e religione per gli egizi erano un tutt’uno.

Osservavano un fenomeno non limitandosi a studiarne gli effetti, ma cercando di risalire alle cause subliminali che lo avevano provocato.

Così, il Saggio Egizio era teologo, terapeuta, alchimista; era anche astrologo, ove per astrologia si intende la scienza che studia ed indaga sulle predisposizioni, su cause occulte che producono effetti sul nostro pianeta; egli impiegava l’astrologia stellare che studiava per comprendere attraverso movimenti dei corpi celesti, grandi ere, il susseguirsi di dinastie dei faraoni, le piene del Nilo e il susseguirsi degli eventi in genere.

Naturalmente, c’era la necessità di “scrivere” determinati concetti ed essi furono impressi nei papiri o scolpiti nei templi soprattutto con l’uso di caratteri geroglifici. Il termine geroglifico deriva dalla parola latina hieroglyphicus, che a sua volta veniva dal greco ἱερογλυφικός (hieroglyphikós) composta dall’aggettivo ἱερός (hieròs), che significa “sacro”, e il verbo γλύφω (glýphō), che significa “incidere”.

Gli Egizi li definirono “parole degli dèi”; i greci “lettere sacre”.

Lingua esclusivamente simbolica, questa si esprime a livello materiale ma anche a livello mentale e spirituale; dipende dal livello evolutivo del fruitore. Essa, come ogni simbolo, risveglia la coscienza intuitiva e permette all’uomo di vedere la realtà celata dietro le cose.

L’ideografia dell’immagine e il simbolo espresso in ogni segno, in ogni oggetto dipinto o scolpito, avevano una facoltà espressiva che supera ogni possibilità esistente nelle nostre lingue attuali. Liberi dal legame della “parola”, che si presta sempre a mille interpretazioni, utilizzarono un alfabeto di ideogrammi, di potenza tale che potesse colpire i vari livelli sensibili dell’osservatore, senza che alcun dubbio potesse sfiorare la mente del lettore.

Una parola egizia è composta da vari elementi che sono evocatori di Forze o Energie profonde, che poi sono quelle che portano alla Manifesta-zione.

Interpretare i geroglifici significa comprendere a civiltà egizia e soprattutto capire le basi dell’Alchimia, dell’Ermetismo e dell’Esoterismo in generale.

Riguardo ai geroglifici, si diffuse l’opinione, già sostenuta dal celebre filosofo Plotino – nato in Egitto nel 203 d.C. – che essi fossero simboli esoterici coi quali gli Egizi avevano consegnato ai posteri una sublime sapienza segreta, per metterla al riparo da ogni profanazione.

L’egittologia ha tentato di interpretarli come espressione di una lingua parlata ormai morta, ma ha ignorato che sono simboli, espressione di Archetipi o di Idee divine che si svelano attraverso l’intuizione, che vanno studiati e meditati: cioè, il simbolo, nasconde un Mistero. Ed ecco perciò che, accanto ai tentativi di una traduzione fonetica e linguistica propria dell’egittologia, esiste una tradizione esoterica occidentale che da secoli vive e palpita in uomini che non si fermano al sapere superficiale ma che hanno come obiettivo la Conoscenza reale, quella che permette di entrare in vibrazione con la Natura e con il suo Creatore.

Se per millenni fu mantenuto un sistema di scrittura geroglifico, quindi simbolico, invece di usare un alfabeto convenzionale quale il greco, ci fa arguire che, per l’Egizio, era preminente la conoscenza dei segreti della vita e non una scienza che osservasse le cause oggettive dei fenomeni. La civiltà egizia scelse direttamente dalla Natura i simboli che rappresentavano le funzioni. Un solo simbolo rimase nell’astrazione e nessun geroglifico lo rappresentò: Il Principio di tutti i Principi, l’Essere Supremo, il Dio Assoluto. E per questo la religione fu ritenuta erroneamente politeista.

Le conoscenze egizie furono tenute gelosamente nascoste nei più profondi recessi dei templi e, quel poco che è trapelato, è stato mascherato sotto il grafismo geroglifico, profondamente simbolico e criptografico.

Mosè, principe, sacerdote egizio, con il Bereschit ove si possono leggere i principi cosmogonici che hanno presieduto alla formazione dell’universo e dell’uomo, portò alla luce la Fisica e la Mistica egizia, insieme ad un modo di es-pressione grafica, passata poi come lingua ebraica. Quando parliamo di Fisica, intendiamo la conoscenza dei Principi che la Natura impiega nella formazione degli individui dei tre regni minerale/vegetale/animale, ed in riferimento all’uomo, la conoscenza dell’individuo nel suo insieme somatico/animico/spirituale.

Alcuni secoli dopo Mosè, appaiono altre “rivelazioni”, quella di Esiodo, poi di Orfeo, poi di Pitagora, poi di Platone con altre criptografie e altri simbolismi.

Tutti costoro, come Democrito e Omero, erano stati iniziati alla Sapienza d’Egitto ma è lecito sospettare che ad essi non tutto il “sapere” fu svelato (o fu volutamente taciuto) e quindi fu perso per sempre. La verità però viene trasmessa comunque, seppure in modo velato: a chi sa togliere il velo essa si manifesta nel suo fulgore; per chi non sa togliere il velo, queste cosiddette “verità” restano sempre delle favole e nulla di più.

Perché velare la Verità?! Perché la Conoscenza non è per tutti. “Conoscere” non significa “Sapere”. Per Conoscere, cioè per accedere ai segreti, è necessaria la più alta purezza di pensiero e di intenti o, in altre parole, è necessario seguire la via della virtù e della saggezza. Ecco, quindi, la necessità di velare la verità, come hanno fatto poi gli alchimisti medievali che hanno disseminato i loro scritti di enigmi, allegorie e di simboli indecifrabili.

L’ermetismo figlio dell’Egitto è una conoscenza in corpore; inoltre, la trasmissione dell’esperienza ermetica si presenta pressoché impossibile nella sua interezza, però ha un mezzo efficacissimo per comunicare: il simbolo. Al di là delle fedi religiose e delle speculazioni filosofiche, rimane il grande mistero, il grande Arcano della Coscienza. Mistero che se si vuole svelare, deve appoggiarsi su quella metamorfosi spirituale che si compie per endogenesi e che fu chiamata “iniziazione”.

Credere o sapere una verità equivale a credere o sapere il falso, perché in ermetismo il problema non è credere o sapere ma “conoscere”, e il simbolo è la sintesi delle forze, dell’Archetipo che si rende manifesto nella forma. Esso è l’unico strumento che porta la coscienza a ulteriore dilatazione. Esso ha un carattere universale che non rappresenta la verità ma è un evocatore della realtà che la coscienza osserva su un piano metafisico.

Infatti, nei santuari egizi non si aveva la pretesa di insegnare una verità da racchiudere poi in “sacri libri” o dogmi; in essi veniva insegnato che esiste la possibilità di una palingenesi per l’uomo, e l’iniziato veniva condotto ad una Coscienza superiore. Ciò avveniva attraverso l’ausilio di una ritualità o di un Rito che, al di là delle scenografie, aveva un significato trascendentale che permetteva l’accesso ai sacri misteri anche mediante l’ausilio di gesti, simboli e quant’altro.

Primo scopo dell’ermetista è quindi la conoscenza dei misteri dell’Universo. Secondo è conseguire la liberazione o, come si dice in termini ermetici, conseguire l’immortalità attraverso la morte iniziatica e la resurrezione.

Si parla spesso, in varie tradizioni, di un linguaggio misterioso chiamato “lingua degli uccelli”. Designazione simbolica che indicava un’alta iniziazione. Come dice il Guenon, significava avere sconfitto il drago, che è comunque legato alle pulsioni, all’inconscio, o ai mostri dell’inconscio. Questa vittoria rappresentava la conquista dell’immortalità e quindi della comprensione della lingua degli uccelli, simbolo degli angeli. Comunicare con l’uso della parola la vera sapienza era, ed è, impossibile. Il carattere stesso del linguaggio travisa, deforma il pensiero secondo la forma mentale di chi parla e di chi ascolta. La comunicazione può avvenire solo attraverso il simbolo, linguaggio universale che supera il pensiero stesso. Ed ecco come e perché la scrittura geroglifica, in quanto scrittura essenzialmente simbolica, che può esprimere un’idea materiale oppure spirituale, crea un collegamento col mistero che si vuole svelare.

Ad esempio, il geroglifico rappresentante l’uccello non designava solo l’animale in senso fisico ma richiamava l’idea generica di volatile, e volare significa staccarsi da terra e andare verso il cielo.

L’uccello diventa così simbolo di “elevazione” ma anche, in campo metafisico, di anima o spirito.

La scrittura ieratica fu la forma di scrittura dell’antico Egitto correntemente utilizzata nel quotidiano. Sviluppatasi insieme o in seguito alla forma detta geroglifica, spesso per semplificazione, era maggiormente adatta a essere tracciata con un calamo, cioè una canna tagliata allo scopo e intinta nell’inchiostro, soprattutto su papiro ma anche su ostraka o pietra. Il nome, che significa scrittura sacra, è di origine greca e ha trasmesso la non corretta concezione che si trattasse di una forma utilizzata solamente dai sacerdoti. Infatti nella vita quotidiana gli scribi adottarono una forma geroglifica corsiva e semplificata.

In epoca tarda lo ieratico fu usato solo in campo religioso, cosicché Clemente di Alessandria lo considerò una “lingua sacerdotale”.

Successivamente la scrittura ufficiale della burocrazia divenne il demotico, scrittura ieratica ulteriormente semplificata.

Quando si parla di “scrittura egizia” ci si riferisce al sistema geroglifico originario che, come l’ebraico, è costituito da radicali sostantivi composti da sole consonanti e dove le vocali (pronunciate solo oralmente) modificavano il significato della parola.

Gli Ierofanti, definiti dagli Egizi “coloro che erano a capo del segreto”, ebbero una grandissima istruzione e questa tesi fu confermata da parecchi autori greci.

Essi svelarono alcune cose ma i profondi Misteri dell’interno dei Templi rimasero tali per sempre.

I “Misteri” erano degli spettacoli religiosi per il popolo che celavano però un simbolismo compreso solo dagli Iniziati. La comprensione di tali cerimonie e il portato esoterico di esse era l’Iniziazione. Il Mistero è perciò il segreto e nello stesso tempo l’operazione trascendente o subliminale di esso. L’iniziato riceveva dagli Ierofanti le chiavi di interpretazione ma la Conoscenza doveva essere una conquista personale tramite le proprie facoltà intuitive e spirituali.

Secondo gli Egizi fu Iside che costituì i Misteri e le Iniziazioni, per cui divenne la Maga per eccellenza, ma gli Ierofanti tennero segreta la vera natura di Iside e Osiride.

Iside è l’iniziatrice ai Misteri; gli Dei ne sono i custodi.

La lingua geroglifica conobbe ad un certo momento, la decadenza e alla fine del IV secolo d.C., nessuno ormai sapeva più scrivere in geroglifico. Le parole del dio, come gli antichi Egiziani definivano i geroglifici, erano ormai cosa morta, come gli dèi stessi di quel lontano e affascinante Egitto. Sembrava quasi che la drammatica profezia contenuta nell’Asclepius fosse ormai compiuta.

…”Ci sarà un tempo in cui sembrerà che gli Egiziani abbiano onorato invano i loro dèi con la devozione del loro cuore e un culto assiduo; tutta la loro pia venerazione si rivelerà inefficace e vana. Gli dèi, infatti, abbandoneranno la terra e risaliranno verso il cielo, l’Egitto sarà abbandonato e la terra che fu sede dei riti, spogliata dei suoi dèi, sarà privata della loro presenza” … “O Egitto, Egitto, dei tuoi culti non resteranno che leggende, le quali saranno anche considerate incredibili dai tuoi posteri, e rimarranno solo parole incise sulle pietre, che narrano le tue pie azioni”.

Giovanni

L’articolo è contenuto nel numero di aprile 2018 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

I geroglifici sono la “lingua sacra” in cui l’Egitto unisce scienza e religione: non descrivono effetti, ma richiamano cause invisibili. Ideogrammi–archetipi, “parole degli dèi” che agiscono su più piani (materiale, mentale, spirituale) e aprono alla conoscenza ermetico-alchemica: il simbolo non spiega, evoca e inizia. Ieratico e demotico ne sono derivazioni d’uso; la corrente sapienziale filtra in Israele (Bereschit di Mosè) e nei Greci (Orfeo, Pitagora, Platone). Nei Misteri, gli Ierofanti velano le verità per purezza e disciplina dell’iniziando: la “lingua degli uccelli” indica il grado alto in cui si sconfigge il drago interiore e si accede alla palingenesi (conoscenza e “immortalità” iniziatica). Spenta la scrittura, restano “parole sulla pietra”: segni vivi per chi sa togliere il velo.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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