Dalla Pietra Grezza alla Petra Cubica

I suggerimenti per il nostro lavoro massonico, derivanti dall’acronimo V.I.T.R.I.O.L. ci incitano sin dall’inizio del percorso, a trovare la nostra pietra occulta; forse potrebbe trattarsi di quella grezza che dovrebbe essere lavorata per trasformarla nella pietra cubica. Però, cosa ciò possa significare, non è immediatamente chiaro. Cosa sia la pietra nascosta, come la si trovi e come si possa fare il lavoro su di essa, se si tratta di un’analogia con quella grezza, risulta abbastanza misterioso, non solo per un Apprendista (sono tutti riferimenti simbolici particolarmente importanti; da alcuni punti di vista queste due pietre potrebbero essere una sola, ma anche due cose molto differenti per due azioni diverse, sia per tempi, che per modalità). Se proviamo ad ipotizzare una convergenza d’identità tra le due pietre, già la prima fase di ritrovamento apparirebbe come un compito molto arduo; la seconda fase lo sarebbe ancora di più. Come si possa arrivare alla realizzazione della pietra cubica e come sia possibile riuscirci non è affatto interpretabile facilmente.

La pietra grezza che si trova dentro ognuno o che rappresenta la propria complessa essenza, da un certo punto di vista si potrebbe anche riassumere in un concetto di personalità da trasformare. La conquista progressiva della conoscenza di sé stessi, se acquisita con successo, potrebbe favorire la comprensione di cosa e di come siamo fatti e di quali siano le proprie potenzialità, ma soprattutto anche quali non lo siano.

È facile presupporre di conoscersi; spesso si sentono frasi fatte come: “Sono fatta così!”. Ma fatta come? Cosa si è veramente e cosa si presuppone di essere? A volte si immagina di essere in un certo modo che però costituisce solo uno sperare di esserlo, anziché una reale situazione di personalità. Questa nostra pietra occulta, se ci si riferisce alla vera essenza di noi stesse, è nascosta anche ai propri occhi. Non ci conosciamo affatto. La liturgia rituale ci mette a disposizione un metodo di indagine (interiore ed esteriore) che, se compreso ed applicato nelle conseguenti concrete scelte, ci permette di cominciare il lavoro funzionale a scoprire, prima di tutto, questa nostra pietra occulta. I simboli nel Tempio che raffigurano ciò che è contenuto nei Rituali, ci danno continuamente indicazioni in merito a come procedere nella ricerca.

Meditandoci con perseveranza, questi possono svelarsi a chi ne abbia veramente desiderio, consentendo di comprendere solo quanto l’applicazione della volontà abbia permesso.

Bisogna sempre essere vigili sulle illusioni del mondo che ci circonda, ma soprattutto determinati a verificare di cosa e come siamo costruiti noi stessi; è importante perché non di rado tendiamo a nascondere cosa ci sia veramente dietro a molte delle nostre azioni e non azioni. Conoscere sé stessi, vuol dire scavare a fondo su ogni nostro aspetto, capire cosa ci muove realmente. Facilmente ci si trova nella posizione di supporre di comprendere quale sia il vero motivo che muove certe azioni altrui; è poi facile esprimere un giudizio ed eventualmente dare un consiglio, magari non richiesto.

Ma se dovessimo indagare nello stesso modo noi stessi, come una sorta di entità esteriore, potremmo restare sorpresi della propria ipocrisia, non necessariamente solo verso il mondo esteriore, ma soprattutto nei propri confronti.

Così, di conseguenza, trovare questa misteriosa pietra potrebbe essere un processo lento, e magari anche doloroso.

Si possono però ricevere anche delle sorprese positive riguardanti varie nostre capacità; non mi riferisco a poteri straordinari, ma a facoltà particolari che ri-guardano caratteristiche uniche che consentono di affrontare la vita in generale e che possono arricchire la nostra esistenza.

Lavorando con costanza nell’indagine del testo rituale, leggendo e rileggendo ciò che ci è stato dato, si scoprono sempre nuovi aspetti che possono consentire maggiore luce su ciò che ci è oscuro di noi stessi. I simboli, se si sono frequentati i lavori, oltre allo studio ed alla meditazione, diventano un poco alla volta vivi dentro di noi, cambiano, aumentano di significato per ognuno. Questo mutamento percettivo ed interpretativo permette di entrare sempre più in profondità nel proprio essere. Quando accade, diviene un chiaro indizio sul fatto che si abbia veramente lavorato, che si abbia fatto correttamente qualcosa, consentendoci di renderci pronti per poter accogliere sempre più pienamente un suggerimento simbolico. Per questa ragione il V.I.T.R.I.O.L. come programma presente sin dal Gabinetto di Riflessione, costituisce l’indicazione principale del nostro lavoro da fare soprattutto inizialmente, ma poi da continuare sempre. La prima parte del suo invito, ci incita a scendere nella propria “terra”, nella parte occulta del nostro essere; occulta non vuol dire obbligatoriamente oscura.

Non sempre quello che consideriamo oscuro lo è; spesso la vera parte “oscura” si trova in ciò che noi di noi stessi consideriamo erroneamente luminoso, chiaro. L’esaltazione del proprio Ego è il più grande ostacolo ad ogni indagine, ad ogni rigenerazione spirituale. Il sacrificio di esso rappresenta l’unico modo per poter scendere verso il ritrovamento della propria pietra e quindi alla lavorazione di quella grezza con quell’azione di “solve” di cui ci parlano i testi alchemici. Bisogna essere non solo coraggiosi, ma terribilmente sinceri nei propri confronti.

È inutile sperare di essere in grado di cominciare il lavoro verso la realizzazione della pietra cubica (azione di costruzione successiva al “solve”) se non si è pienamente consapevoli di cosa e di come sia fatta la nostra pietra grezza. È presuntuoso supporre di poter cominciare il lavoro sulla pietra grezza per modellarla, senza averla compresa a fondo. In primis, perché si potrebbe far danno su sé stessi, ammesso che la si sia veramente individuata; poi, dal momento che magari non si sa su cosa si stia lavorando, sarebbe una dispersione di forza inutile.

Immaginando però che qualcuno abbia compiuto il lavoro di ricerca ed abbia trovato la pietra grezza, acquisendo una certa conoscenza di sé stesso, si spera che dovrebbe aver imparato seriamente su cosa stia lavorando. In quel caso si aprirebbe una questione altrettanto difficile da risolvere. Cos’è questa pietra cubica? Come ci arrivo a realizzarla? Oppure, anche più importante: voglio essere una pietra cubica? Quale pietra cubica voglio essere?

Il nostro Rito ci indica un metodo per trovare da soli la via e la direzione nella quale andare, se si desidera risalire sulla verticale con direzione verso l’alto, luminoso. Si è capito in quale direzione ci si volge? È la direzione che si desidera personalmente prendere? Quali sono le mie vere aspirazioni?

Desiderio, consapevolezza, concentrazione e soprattutto volontà, sono i principali attributi che servono sin dall’inizio e quindi per tutto il percorso. Se non so dove vado, non potrò mai arrivarci. Non esiste nessun campo della vita in cui si raggiunga qualcosa senza aver in mente la meta. Però, se riuscissi a rispondere correttamente ai quesiti e comprendessi quale sia la mia meta, dove voglio arrivare, cosa voglio essere, potrei osservare la mia pietra grezza e cominciare a lavorarci.

Questo lavoro non può essere fatto con azioni a caso, ed è di nuovo il Rito con il suo metodo, che ci fornisce le indicazioni per i tempi e per gli strumenti da utilizzare nelle varie fasi, in modo da procedere con i lavori in modo sano e sicuro.

Bisogna stare attenti, con il rituale in mano, e guardare diligentemente da dove si parte, dove si vuole arrivare e cosa fare per arrivarci.

La conquista progressiva di consapevolezza in merito a cosa si è ed a dove si vuole andare, sono la base in assoluto per modulare il personale cammino. L’intenzione del nostro lavoro, il tendere verso qualcosa, dovrebbe essere come la freccia poggiata sul filo dell’arco, pronta per essere lanciata verso l’obbiettivo.

Tutto questo ha bisogno del supporto indispensabile della forza di concentrazione tesa verso questo obbiettivo, unitamente alla volontà di non mancare il bersaglio.

Cosa viene esaltato in evidenza di tutto questo lavoro? Che niente succede da solo. Dobbiamo essere attivi; prima rivolti verso la nostra interiorità, poi successivamente con il pieno coinvolgimento dell’intenzione del nostro essere verso l’obbiettivo scelto, nella realizzazione pratica, quotidiana, conseguente alle scelte.

Conseguentemente all’iniziazione, le porte possono anche esserci state aperte da qualcuno; noi però ci dobbiamo alzare e camminare con le proprie forze, puntando verso la porta e cercando di riuscire ad oltrepassarla.

Lo scopo di un percorso iniziatico come il nostro è auspicabilmente la reintegrazione spirituale con il Divino. Le vie per riuscirci sono comunque molteplici; ognuno deve trovare la sua via. Ma anche sulla stessa via, ognuno la percorre a modo suo, con le proprie capacità. Anche per questo non esistono assolutismi e verità uniche, le esperienze sono personali e individuali.

Se si riesce a raggiungere un dignitoso silenzio interiore con la concentrazione del nostro essere, liberandosi dai rumori delle passioni così legate alle cupide esigenze materiali, la meditazione indirizzata dai simboli e dal rituale, ci dovrebbe permettere di ottenere la contemplazione di noi stessi e di molto altro. Quell’atto di riuscire a fissare lo sguardo verso l’obbiettivo scelto, ci suscita stupore e meraviglia. In cosa vogliamo raggiungere la contemplazione, cosa vogliamo che il nostro essere contempli?

Lavorando su un determinato progetto con tutta l’intenzione del proprio essere, accade una specie di unione virtuosa tra noi ed il fine che abbiamo scelto. Tutto ciò che ci circonda viene imbevuto dalla stessa sostanza. Scegliamo noi di cosa la nostra esistenza sia imbevuta.

La realizzazione di questo dipende dalle nostre scelte e da come le realizziamo. Il Rito è una stupenda guida, il potenziale di realizzare il lavoro che desideriamo sta solo in noi. Avendo scelto uno specifico obbiettivo, un particolare percorso, il nostro essere si muove conseguentemente in un determinato modo. Qualcosa può comunque accadere anche senza consapevolezza, ma se questo non corrisponde alla nostra scelta, prima o poi qualcosa dentro di noi stride allarmandoci in modo sempre più forte. Accade forse anche perché non si è pronti, stride forse perché non è quello che si vuole ottenere, o perché non è il modo con il quale lo si vuole conseguire.

Se vogliamo essere veramente noi a scegliere dove andare, l’unico modo è consentire alla coscienza di farci capire bene se qualcosa può essere dissonante e se noi siamo veramente d’accordo, oppure no, con quanto stia accadendo.

Tutte le scelte possono essere prese con consapevolezza solo nel momento in cui abbiamo fatto il lavoro iniziale con diligenza, lasciando finalmente libera la coscienza di dialogare in modo efficace con la mente, portandole i messaggi più luminosi dell’anima. Altrimenti saranno come al solito, solo le decisioni conseguenti agli impulsi istintuali e passionali che concretizzeranno le scelte per noi.

Si potrebbe concludere che osservando entrambi le fasi del lavoro, queste si svelano dipendenti una dall’altra. Senza obbiettivo non so dove andare e quindi non ci arrivo, senza conoscenza di me stessa, non posso cominciare a camminare e quindi non arrivo anche in questo caso ad alcun obiettivo.

Dalla Pietra grezza alla Pietra cubica il mistero della deambulazione risulta permanere, sino a quando non si ha la volontà di mettere veramente in campo tutto quanto è necessario per riuscire a svelarlo.

Lisetta Eva

L’articolo è contenuto nel numero di novembre 2018 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Bisogna sempre essere vigili sulle illusioni del mondo che ci circonda, ma soprattutto determinati a verificare di cosa e come siamo costruiti noi stessi; è importante perché non di rado tendiamo a nascondere cosa ci sia veramente dietro a molte delle nostre azioni e non azioni. Conoscere sé stessi, vuol dire scavare a fondo su ogni nostro aspetto, capire cosa ci muove realmente.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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