Melchisedek appare nel Tanakh e nel Nuovo Testamento passando per i salmi. In questi testi si dice pochissimo di Lui, eppure da quelle poche righe emerge un personaggio avente funzioni spiritualmente elevatissime ed un mandato essenziale per il genere umano.
Genesi 14,38: quando Aḇrāhām fu di ritorno…….il re di Sodoma gli uscì incontro nella Valle di Save (cioè la valle dei re). Intanto Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino era sacerdote di Dio Altissimo e benedisse Aḇrāhām con queste parole: “Sia benedetto Aḇrāhām dal Dio Altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici.”
Aḇrāhām gli diede la decima di tutto.
Dobbiamo fare alcune precisazioni. Aḇrāhām aveva già incontrato Dio Altissimo che lo aveva invitato a lasciare tutto e ad abbandonare la terra d’origine per seguire la Sua volontà. E così Aḇrāhām prese con sé la moglie Sara e andò nella terra di Canaan, terra che il Signore YHWH promise in possesso al patriarca ed ai suoi discendenti.
È importante sottolineare che Aḇrāhām risponde prontamente alla chiamata del Signore abbandonando la sua terra di Carran e dirigendosi verso la nuova terra; durante questi incontri Adonai si manifesta come YHWH mentre in seguito Aḇrāhām lo vedrà come El Shaddai (Dio onnipotente) che secondo il punto di vista della ghematriah ha valore 314 (è lo stesso valore ascrivibile a Metatron quando si presenta scritto senza la “Iod”). Nella Kabbalah i nomi sono molto importanti, soprattutto quelli che si riferiscono a Dio, poiché sono dei nomi attributi, così YHWH sarebbe, secondo alcuni, legato alla misericordia e alla compassione, mentre Elohim richiamerebbe alla severità e al rigore; in tal modo, infatti, si manifesta quando richiede ad Aḇrāhām il sacrificio del figlio Isacco.
Si tratta di teofanie, tra le quali possiamo inserire anche la comparsa abbastanza improvvisa di Melchisedek ritenuto un re sacro, re di Salem, ma in realtà molto di più.
In questo preciso contesto, Melchisedek viene presentato come re di giustizia, re di pace, di Salem, come Shalom pace. Infatti nell’ ebraico del testo masoretico del Tanakh la parola Melchisedek può essere Malki Tzedeq re di giustizia che porta la pace. Dobbiamo inoltre precisare che il lemma Shlm significa anche perfetto, quindi Melchisedek è un re perfetto.
Melchisedek offrì pane e vino così come Gesù nell’ultima cena dà ai dodici il pane, il vino, che divengono carne e sangue del Signore e che devono essere mangiati; profondo mistero alchemico che rappresenterebbe il dominio della coscienza sull’anima inferiore. Melchisedek con quell’offerta, istruisce Aḇrāhām, come Gesù, istruisce gli apostoli. Infatti, anche la Sapienza offre pane e vino come si legge in Proverbi: “..venite mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato…” Sembra perciò verosimile che lo spirito di Verità di cui parla Giovanni 15,17: “che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce………..voi siete in me ed io in voi.”- Luca 17 21: “….perché il Regno di Dio è dentro di voi, sia parte dell’uomo”. La Shekhinah è quindi immanente ma per manifestarsi, l’individuo deve rinunciare alla sua anima carnale al Beliar degli esseni. La via non è facile, richiede meditazione profonda sui propri difetti e lati negativi che sono poi quelli di tutti gli uomini: egoismo desiderio di possesso ecc. per acquisire la maggior consapevolezza del Sé possibile.
Con il termine kabbalisti si riuniscono studiosi e ricercatori della mistica ebraica con punti di vista affatto omogenei e non di rado in forte contrasto tra loro; quindi, è necessario non dimenticarlo mai.
Ad ogni modo, soprattutto il ramo degli estatici come Abulafia, forse avrebbero sempre intuito che Melchisedek potesse identificarsi con la Shekhinah l’anima universale dei figli di Dio “l’Anima Mundi” di Platone. Nel Midrash “Rabbah”, Melchisedek è identificato con l’Intelligenza in noi che ci trasforma in sacerdoti eterni, in uomini giusti disposti a fare la suprema volontà dell’Altissimo.
È infatti la Sapienza Divina la madre degli iniziati, a formare i giusti; è come una chiamata dello Spirito all’Anima come appunto: “..disse il Signore al mio Signore” che appare proprio come un dialogo interiore di Davide. Ritengo importante una considerazione in Samuele 3,4,5: il Signore lo chiama tre volte prima che il profeta risponda “eccomi”. È una tradizione non solo della Massoneria quella della triplice chiamata. Se il servo non risponde e non comincia il cammino spirituale, rimane escluso dall’iniziazione; a ben riflettere è un volontario chiamarsi fuori.
L’esegesi biblica dei Kabbalisti fa riferimento all’Albero della Vita (Etz Chayim) e qui, per alcuni, il pane allude alla luce di Binah, il ricevimento della grazia di Dio che avviene alla sua destra e il vino allude all’illuminazione di Chokhmah (la Sapienza) che viene dalla sua sinistra; infatti le Sephiroth: Binah e Chokhmah si trovano rispettivamente nella colonna di destra e sinistra dell’albero della vita (però, se lo si guarda da un punto di vista esterno si ha un effetto “specchio”) altrimenti chiamate la colonna del rigore e della grazia, mentre la colonna centrale detta la Via Regale rappresenterebbe appunto il Sacerdote. Quindi, in Melchisedek esistono entrambe le illuminazioni, cioè questo significa: “offrì pane e vino”, così come Malkut e Binah divengono uno, in altre parole il mondo inferiore, il nostro, si sottomette al superiore e questo significato ha anche l’espressione Sacerdote dell’Altissimo, poiché Binah rappresenta la perfezione che è chiamata Altissimo.
La Massoneria ha recepito questa simbologia anche con le due colonne poste a ponente nel Tempio (Boaz e Jackin che, come accade in alcune Obbedienze, ne recuperano i nomi biblici) forza e mitezza ricettiva, consolidante, dette anche le colonne dell’Apprendista e del Compagno, mentre la via centrale spetterebbe al Maestro. “……E gli diede la decima di tutto”; sempre nello Zohar si spiega che questa potrebbe essere la Sephirah Yesod (il fondamento). Questo significherebbe che Melchisedek avrebbe passato ad Aḇrāhām la decima intesa come Sephirah, dopo averla ricevuta dall’Altissimo. La decima è il segreto delle benedizioni che investono il mondo, infatti queste si dipartono tutte da Yesod. Inoltre, se leggiamo Proverbi 10, 25 “il giusto è il fondamento del mondo“, Yesod rappresenterebbe il primo gradino della nostra risalita da Malkut (il nostro mondo) e lo Zohar dice che i giusti portano benedizioni al mondo mentre gli iniqui impediscono alle benedizioni provenienti dall’alto di raggiungerci. Inoltre Yesod è composta da Yod decima lettera dell’Alef Beit e prima lettera del Nome YHWH e da Sod mistero.
Un’altra interpretazione importante di questa figura ci viene sempre dallo Zohar sezione Balac Melchisedek; è il Logos divino per cui tutto il prologo di Giovanni del Nuovo Testamento potrebbe diventare: “in principio era Melchisedek e Melchisedek era presso Dio….” allora Melchisedek diverrebbe lo strumento divino tramite il quale Dio avrebbe fatto tutto.
Anche nei testi di Qmran si parla di Melchisedk, in 4QMLCH e 5, ma soprattutto in 11QMlch, in cui si identifica Melchisedek con Elohim e in Genesi, il creatore è Elohim così come in Proverbi, Salmi e Sapienza, il creatore è la Sapienza: Siracide 1:4 Salmi 104,24 “tu Signore hai fatto tutto con Sapienza”.
Proverbi 8,30 “io ero con Dio come Architetto”. Questo fa pensare che forse l’immaginario Costruttore celebrato anche da alcune Obbedienze Massoniche sia Melchisedek -Sapienza; in realtà costruttore non di questo mondo ma di un mondo “altro”. Dobbiamo notare che Hiram Abif il costruttore indicato dalla Massoneria, è stato da alcuni identificato con Horus anch’egli tra l’altro, figlio della vedova, e nel rotolo esseno dei Salmi 11Qps, anche Melchisedek viene identificato con Horus il vendicatore preannunciato da molte tradizioni non solo ebraico cristiane
Nel Nuovo Testamento, Gesù stesso cita il Salmo 110 quando si difende dai sapienti che lo accusavano di non poter essere re poiché di stirpe non davidica ed Egli risponde infatti che dice: “il Signore al mio Signore…” se Davide lo chiama Signore non può essere un figlio poiché quale figlio chiama il padre Signore? Ma gli ebrei sono rimasti ancorati all’attesa di un re terreno senza comprendere la figura di Gesù identificato da alcuni con Melchisedek sicuramente “sacerdote in eterno al modo di Melchisedek”.
Nella lettera agli ebrei di Paolo 7,3 si descrive questo personaggio come “senza padre, né madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio è sacerdote in eterno” e in 7,26 “Santo, innocente senza macchia, separato dai peccatori, dotato di una formidabile elevazione spirituale” ed infine poi in 7,16 “conducente una vita indefettibile”.
Leggendo attentamente il Vangelo, notiamo molte analogie con gli insegnamenti di Gesù: anch’egli infatti esortava a lasciare padre e madre, a tagliare i ponti con il mondo; infatti quando gli apostoli vengono chiamati da Gesù alla loro missione, rispondono subito e lo seguono. Così certamente intende quando dice in Lc 9,51: “lasciate che i morti seppelliscano i loro morti“. Ma questo principio è antico; Dio ha chiesto ai suoi prescelti di abbandonare la propria terra con Aḇrāhām, ed a lui ha perfino chiesto di sacrificare il proprio figlio Isacco. Nell’eseguire l’ordine del Signore, Aḇrāhām dimostra di essere completamente staccato anche dalla genealogia umana.
Mosè deve abbandonare l’Egitto identificato con la parte carnale e vagherà nel deserto per 40 anni che probabilmente rappresenta la solitudine in cui ogni uomo deve trovare la propria anima. Il sacerdozio di Melchisedek oltre che eterno, si fonda su un giuramento: al Signore ha giurato e non si presenta molto diverso perciò dal sacerdozio di Aronne che non ha giuramento ed è riservato alla discendenza genetica di Levi.
Il sacerdozio eterno fu di Gesù ma anche del Battista che appunto si ritirò nel deserto, nella solitudine e nel silenzio, allontanandosi dal mondo fino al sacrificio di sé col non solo simbolico taglio della testa e anche dello stesso Paolo che in 2 Corinzi 4,16: “se il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno” oppure quando Gesù dice a Nicodemo “dovete rinascere dall’alto per vedere il Regno di Dio“.
L’iniziatico morire per rinascere era presente anche nelle tradizioni più antiche, dal culto del Dio Mitra agli egiziani ed oggi viene perpetuato in alcuni rami della Massoneria, soprattutto nelle simbologie liturgiche del Rito di Mitzraïm e Memphis.
Un’ultima considerazione sul salmo 110 ….. “finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi.” Se consideriamo il senso letterale, sembrerebbe proprio che si preannunci l’arrivo di un re umano che faccia giustizia al popolo di Israele, ma il senso analogico è molto più profondo e non potrebbe essere altrimenti alla luce di quanto detto più sopra; si tratterebbe di una guerra combattuta interiormente, con l’aiuto dell’ Intelletto Superiore, contro vizi, peccati e contro tutto quel patrimonio genetico che fin dalla nascita, ci lega al senso di appartenenza umano e familiare.
Concludendo, mi permetto di ricordare che il 17 febbraio è stato l’anniversario della morte di Giordano Bruno ucciso sul rogo a Campo dei fiori a Roma nel 1600. La scrittrice Giuliana Conforto, nel suo libro la Scienza futura di Giordano Bruno, riporta il dialogo tra Sagredo, l’unico visitatore del filosofo prima dell’esecuzione: “…guarda dentro di te, Sagredo, ascolta la tua voce interiore e ricorda che l’unico vero Maestro è l’essere che sussurra al tuo interno. Ascolta la verità che è dentro di te, sei divino non lo dimenticare mai. Non ci separiamo Sagredo, siamo tutti uno in eterno contatto con l’Anima Unica…”
Credo che dobbiamo anche ricordare che per raggiungere questo perfetto stato di coscienza, occorre un maestro umano che guidi cautamente su un percorso di consapevolezza.
L’articolo è contenuto nel numero di Aprile 2020 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Un’interpretazione importante di questa figura ci viene sempre dallo Zohar sezione Balac Melchisedek; è il Logos divino per cui tutto il prologo di Giovanni del Nuovo Testamento potrebbe diventare: “in principio era Melchisedek e Melchisedek era presso Dio….” allora Melchisedek diverrebbe lo strumento divino tramite il quale Dio avrebbe fatto tutto.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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