La modestia

Durante l’Iniziazione al grado d’Apprendista Egiziana nel Rituale femminile, ad un certo punto viene sottolineato l’auspicio per un comportamento “modesto”, descrivendolo come “il più bell’ornamento di una donna “.

A mio avviso, nei nostri giorni, quello è un aggettivo alquanto desueto, soprattutto quando nei vari corsi motivazionali di sviluppo personale, ormai di larga utilizzazione in ogni ambito,  si sottolinea ed enfatizza l’importanza dell’autostima, però vista soprattutto come modo per dare la priorità alla competizione, al protagonismo “ad ogni costo”, al farsi largo, alimentando anche un contrapposto senso di inadeguatezza che potrebbe creare profondi malesseri e disagi,  a volte purtroppo irreversibili. Si tratterebbe di una corsa che non considera la percezione dell’essere umano nella sua globalità, ignorando volutamente cosa si potrebbe comprendere e amplificare delle molteplici capacità umane più intime.

In questo periodo di restrizioni, in cui ho potuto avere una migliore opportunità di vivere il “silenzio”, facendo finalmente ordine fra libri e pensieri, mi è capitata, per “caso”, di rintracciare in una pubblicazione di circa tre decenni fa, una piccola storia allegorica di F. Vascellari, che parla della “modestia”; ho desiderato condividerla per la sua profonda semplicità:

La Modestia camminava sulla Terra da sempre perché quello faceva parte del suo compito; (compito che aveva l’incarico di svolgere nel modo migliore, come del resto tutte le altre qualità come lei).

Incedeva con passo lento e bussava a tutte le porte che incontrava nel suo cammino; ma raramente ne trovava qualcuna disposta a spalancarsi e ad accoglierla.

Quel giorno di primavera inoltrata, ella era proprio stanca (erano mesi che nessuno l’ospitava), con i sandali tutti impolverati, la lunga veste lacera all’orlo, il velo incrostato di polvere, tanto da non essere più trasparente, aveva proprio deciso di trovare un “qualunque” asilo: doveva assolutamente riposare.

“Mi accontenterò di una accoglienza minima, di poche ore, tanto per sistemare l’abito e fermarmi un po’! Ma devo assolutamente farmi ospitare da qualcuno”.

Vide davanti a sé un palazzetto a più usci, di tre o quattro piani, avvolto nella nebbia.

Sul pianerottolo c’era una porta, quella della casa del portiere.

Pensò: “Sicuramente egli sarà modesto e non avrà difficoltà ad accogliermi”. Bussò.

Il Portiere le chiese che cosa volesse. La modestia spiegò che era molto stanca, chiedeva solo alloggio per un giorno.

Il portiere le rispose che lui personalmente non avrebbe potuto ospitarla, ma che poteva rivolgere la domanda agli inquilini dei piani superiori. Non l’aveva cacciata via, era già molto.

Al primo piano trovò due usci simmetrici: uno a destra, uno a sinistra. Bussò allora all’uscio di sinistra: venne ad aprire una signora tutta elegante; la signora sapeva fare di tutto, era abilissima in qualunque lavoro, soprattutto “recitava” assai bene; doveva perciò essere sempre “Splendente”; dove avrebbe potuto mettere la Modestia? Che provasse piuttosto a chiedere ospitalità al signore di fronte, forse avrebbe avuto più fortuna!

La Modestia bussò alla porta di fronte. Venne ad aprire un giovane di bell’aspetto.

La Modestia espose la sua richiesta, ma ebbe come risposta un rifiuto: il giovane era un giocatore di professione ed era abituato a “Vincere” non avrebbe mai potuto accogliere presso di sé la Modestia, non era proprio una qualità che gli si addicesse!

Che facesse un tentativo al piano di sopra!

Al piano di sopra c’era una sola porta. Quando la Modestia salì l’ultimo gradino della rampa, tirò un grosso sospiro, poi si diede coraggio e bussò.

Venne ad aprire un meraviglioso ragazzo vestito da principe: la sua prerogativa, lo si vedeva lontano un miglio, era la “Bellezza”.

La Modestia non osò domandargli ospitalità e salì con le gambe tremolanti ancora al piano di sopra.

Al terzo piano c’erano due porte simmetriche, come al primo.

Una a destra, una a sinistra.

La Modestia bussò a quella di sinistra.

Le aprì una matrona bella e vigorosa; questa si proclamò la “Forza” di tutta la casa e disse subito che non avrebbe potuto accogliere la Modestia perché non aveva posto.

Ma, visto che era lì, essa avrebbe bussato all’uscio di fronte; vi abitava un signore noto per la sua Giustizia; se era “giusto” per lei avere un posto in quella casa, glielo avrebbe trovato di sicuro; così detto, chiuse la porta.

La povera Modestia era al limite delle sue forze. Con un ultimo sforzo bussò all’ultima porta.

Venne ad aprire il giudice in toga e tocco: “Lui ospitare la Modestia La signora dell’uscio di fronte doveva essere impazzita! La Giustizia deve essere giusta non modesta!”

E così anche quell’ultima porta si richiuse.

Allora La Modestia si ricoprì il volto con il velo e tutta curva stava già per iniziare a discendere le scale quando… udì una Voce chiamarla dall’alto.

“Non vuoi salire ancora un piano? È da me che devi venire prima di tutti. Sono io il Padrone della Casa. Se tu bussi alla Mia Porta, Io ti accoglierò e ti farò ospitare a Mio Nome da tutti gli altri inquilini”.

La Modestia non vedeva scale per salire…capì che il Passaggio per l’ultimo Piano non era fatto di gradini, ma doveva essere un “salto in alto”.

“Volle” essere al piano di sopra, alla Presenza del Signore della Casa. Si concentrò e si trovò di fronte al Padrone.

L’abito lacero era sparito; la veste era di nuovo “modestamente” meravigliosa; il velo terso e trasparente; i sandali lucidi ed in perfetto ordine.

Egli la ospitò e la rifocillò; poi le diede il permesso di presentarsi da tutti gli inquilini del Palazzo a Suo Nome.

La Modestia si recò allora dal Signore della Giustizia ed il Giudice l’accolse in sé, perdette qualcosa e divenne Giudice di Pace.

Poi tornò dalla Signora della Forza, questa l’ospitò, acquistò qualcosa e divenne Forza equilibrata.

La Modestia scese dal Principe della Bellezza, ed egli, per mezzo suo, si trasformò in “Principe d’Amore”.

Poi la Modestia entrò nella casa del “Giocatore Vincente”, anch’egli la ricevette, anch’egli perdette qualcosa e divenne la Vittoria moderata; subito dopo la Modestia fu ricevuta dalla Signora Splendente, essa subito acquistò qualcosa e divenne lo Splendore duraturo.

Infine la Modestia passò dal Portiere, questi accogliendola, si trasformò in Vero Guardiano della Soglia.

Per merito della Modestia tutta la Casa si perfezionò e divenne Albero di Vita.

Allora la Modestia, rinnovata, tutta rivestita di splendente umiltà riprese il suo cammino alla ricerca di un altro Palazzo disposto ad ospitarla e che Ella avrebbe trasformato in Tempio di Luce”.

Questa metafora mi ha fatto riflettere sulla virtù della Modestia evidenziata nel rituale, come una specifica caratteristica femminile da raggiungere con un opportuno percorso.

Nella prima parte, al piano terra il portiere fa “passare” chiunque, qualunque, indifferente alla necessità richiesta ed alle conseguenze che potrebbero verificarsi.

Cercando aiuto, al primo piano la Modestia incontra una donna che vuole dare l’immagine di splendore, recitando dietro una maschera di perfezione ed un giocatore che aspira alla vittoria, credendo di essere padrone di sé stesso tramite una continua competizione con l’esterno.

Al secondo piano solo un uscio, una bellezza arrogante e lontana.

Al terzo piano, trova una forza brutale e indifferente ed una giustizia insensibile ed altezzosa.

Nell’istante in cui la Modestia sta abbandonando la ricerca di un luogo di sollievo, viene sollecitata, tramite il suo bisogno-desiderio, da un oltre il sé fisico, ad affrontare una scelta che non comporta un atto materiale ma un progresso spirituale che richiede volontà e fede.

Conseguendo la “focalizzazione dell’essere”, può andare oltre i suoi bisogni fisici ed emotivi come l’albero che, prendendo il nutrimento dalla terra, attraverso la linfa lo fa salire al sole, alla luce, che ne distilla l’energia, la quale discendendo fa nascere gemme e frutti.

Con un processo di riconoscimento interiore, il bisogno spirituale, prigioniero della materia, risponde all’impulso di ritrovare il proprio generatore.

La discesa del divino, che si affaccia ai piani più densi della materia, è la realizzazione del risveglio spirituale.

Con il giusto equilibrio, una giustizia insensibile scorge la misericordia diventando pace, e la cieca forza brutale trova nella moderazione l’energia che crea e realizza.

L’arrogante e sterile bellezza, incontrando la modestia, si bilancia scoprendo una dolce armonia.

Il giocatore vincente impara a conoscere i propri limiti conseguendo la vittoria nel loro superamento.

La donna che recita abilmente ritrova, non distorta dalle immagini, la capacità di essere sé stessa.

Il portiere diventa un consapevole e attento Guardiano della coscienza che, comprendendo e distinguendone i bisogni, capisce cos’è veramente più adatto alla sua natura.

La donna iniziata, studiando prima di ogni cosa, la sua fisicità, le sue predisposizioni, i suoi cicli naturali, percependoli e distinguendoli, può avviare il percorso più adatto al cammino che ha scelto: -l’etimologia del termine “modestia” deriva dal latino modus-ero, moderare.

Perdere la centratura, a livello concreto, significa discostarsi da ciò che meglio rispecchia le caratteristiche e i bisogni profondi del nostro essere.

Dal mondo dell’azione, degli effetti, del fare, tramite la sua “rigenerazione”, evitando la dispersione energetica con la sempre maggiore cognizione dei bisogni e con un criterio di un’attenta consapevolezza, può tentare di raggiungere il mondo della formazione e poi chissà, andare anche oltre nel livello della creazione.

Consapevole dei limiti, ma proprio attraverso e grazie ad essi, è possibile rintracciare “la trasmutazione nelle virtù corrispondenti, fissando così una nuova personalità”.

L’intima conoscenza della propria “materia” permette di calibrare, equilibrare, l’effettiva occasione per ritrovare la Via che porta al Centro.

L’articolo è contenuto nel numero di Luglio 2020 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

In questo periodo di restrizioni, in cui ho potuto avere una migliore opportunità di vivere il “silenzio”, facendo finalmente ordine fra libri e pensieri, mi è capitata, per “caso”, di rintracciare in una pubblicazione di circa tre decenni fa, una piccola storia allegorica di F. Vascellari, che parla della “modestia”; ho desiderato condividerla per la sua profonda semplicità

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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