Il viaggio esoterico di ulisse.

Abito a Cosenza e ogni giorno calpesto la terra che un tempo era colonia greca in Calabria. A pochi chilometri dalla mia città gli Achei, popolo stirpe Dorica e abitanti la regione del Peloponneso che si affaccia sul Golfo di Corinto e sul mar Ionio, fondarono nel 720 a.C. Sibarys. Gli abitanti di Sibarys (oggi Sibari) amavano le arti e la cultura al contrario di Kroton (oggi Crotone) che praticava l’arte della guerra. Rendo onore alla genialità del popolo greco e riconoscenza ad Omero, cantore immortale e autore degli indimenticabili poemi dell’Iliade e dell’Odissea sottolineando che i suoi canti, ancora oggi, sono oggetto di studio nelle nostre scuole. Voglio tentare di cimentarmi nell’interpretazione esoterica dei poemi omerici prendendo, per adesso, in esame l’Odissea. Omero con il viaggio di Odisseo ha trasmesso, per chi riesce a leggerlo, l’immagine di un percorso di elevato contenuto esoterico. Sono riconoscente a Platone per aver trasmesso a noi l’insegnamento esoterico delle due navigazioni a vela e a remi: nella navigazione a vela si è in balia del vento, mentre nella navigazione a remi è il navigatore che sceglie la rotta. Unitamente a questi grandi Maestri non posso che ricordare Seneca perché in uno dei suoi scritti affermava che non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Ora voglio dedicare particolare attenzione al viaggio di Ulisse sotto il profilo esoterico. Il ritorno da Troia verso Itaca, per la verità, non è molto lungo. Ma in realtà, tra avventure e disavventure, è costretto a vagare per tutto il Mediterraneo, per dieci anni prima di far ritorno alla sua isola. A guerra finita Ulisse, come tutti gli altri guerrieri, parte da Troia con le sue dodici navi per fa rotta verso la propria terra d’origine: Itaca. Per raggiungere la sua petrosa isola deve navigare il mare Egeo, doppiare il Peloponneso per poi risalire verso nord lungo il mare Ionio. Appena imbarcato, nella sua mente vede scorrere le immagini della moglie Penelope e di suo figlio Telemaco. Il suo pensiero ritorna alla partenza, ricorda di aver lasciato il figlio fanciullo mentre ora sarà certamente un prestante e vigoroso giovanotto.

Ora occorre fare una profonda riflessione: l’Iliade e l’Odissea hanno le sembianze di un progetto letterario mirato a formulare e a tramandare un vero e puro messaggio iniziatico ecco perché mi viene in mente la terzina 61-63 del IX canto dell’inferno di Dante Alighieri “O voi, che avete gli intelletti sani, / Mirate la dottrina che s’asconde / Sotto il velame degli versi strani” Il sommo poeta ci suggerisce che bisogna togliere i “veli” al fine di saper leggere e comprendere tutto ciò che è scritto e detto in chiave ermetica. Il consiglio consente l’interpretazione dei racconti di Omero solo quando si conoscono gli elementi fondamentali della cultura greca, della cultura pre-ellenica e ancora prima della cultura egizia. Solo per inciso, voglio ricordare che le regole che governavano la società egizia erano molto più eque di quelle greche o romane. A quell’epoca per le donne si contemplava il divorzio e il godimento del diritto di eredità (come nella cultura celtica), il maltrattamento verso il sesso femminile era mal visto. Era radicata la tradizione per cui ogni statua costruita veniva realizzata con il piede sinistro sempre avanti, rispettando così il principio che nel lato sinistro del corpo si trova il cuore. I nemici, durante gli attacchi ai templi, quasi sempre, distruggevano le gambe ed il piede sinistro delle statue in questo modo si distruggeva simbolicamente la vita del faraone e quindi egli era destinato all’eterno oblio. Queste civiltà a noi hanno tramandato lo studio e la conoscenza dell’astronomia, dell’astrologia, dell’ermetismo, del misticismo e della cabalistica che insieme agli altri “saperi” possiamo “leggere” le varie relazioni di carattere esoteriche contenute nel poema dell’Odissea. Iniziamo con l’osservare che nel poema sono contenuti, in tutte le sue molteplici diversità, i primi tre elementi naturali: la terra, l’acqua, il fuoco e quindi ci riportano alle tre prove imposte al profano durante il rito di iniziazione. Tali prove secondo alcuni studiosi venivano praticate anche dagli Egizi durante alcune cerimonie sacre di particolare importanza. Prima di proseguire nel viaggio esoterico di Ulisse occorre fare un fondamentale distinguo fra l’Iliade e l’Odissea: mentre per l’Iliade, possiamo affermare, co-me succede in tutti gli antichi scritti di cose arcane, appare evidente che è un racconto imperniato su azioni cosiddette “corali” e gli insegnamenti esoterici sono sparsi alla rinfusa in tutto il poema e quindi senza un preciso criterio, per l’Odissea, invece, si descrive l’iter iniziatico, con un’allegoria un po’ meno difficile da interpretare, e apparentemente con una migliore “logica”. In conclusione, nell’Odissea il percorso iniziatico è descritto tramite l’allegoria della navigazione che inizia a Troia termina ad Itaca. Il viaggio in mare di Odisseo non è continuo ma è costituito da varie tappe obbligate e con sosta in ogni una delle tante isole del mediterraneo. Esotericamente le tappe sono paragonabili allo stazionamento nei gradi iniziatici nei quali il massone deve trattenersi per acculturarsi tramite lo studio e la ricerca prima di giungere alla destinazione successiva (ulteriore conoscenza). Insieme a voi percorrerò le tappe e scoprirò i luoghi visitati da Ulisse. La navigazione di Odisseo ha inizio nel Mar Egeo dove si sorge Troia (Ilio in greco antico) e termina nel Mar Ionio dove si trova Itaca. Faccio analisi esoterica provando a confrontare la navigazione di Odisseo al mio lungo ed inesplorato viaggio massonico (ancora non completato) con la speranza che alla fine del faticoso tragitto e dopo aver acquisito le conoscenze necessarie mi permetteranno di irradiare “luce” intorno a noi. La traversata ha inizio ed io idealmente mi unisco a Ulisse in questa meravigliosa ed ardita navigazione.

  • Troia.

Il viaggio ha inizio da questa città, nell’attuale Anatolia in Turchia. La città viene sconfitta e distrutta con il contributo fisico e con l’ingegno di Ulisse. Odisseo insegna che l’uomo è un essere intelligente capace di partorire idee tale da superare anche i più grandi ostacoli. Il nostro eroe dimostra la capacità di supere gli ostacoli posti da-gli dei, dagli altri uomini o dalla natura.

Ulisse parte da Troia con 12 navi e 500 uomini.

  • Terra dei Ciconi.

La prima tappa di Ulisse è la terra dei Ciconi, attualmente si trova sulle coste della Tracia. In questo luogo Ulisse approda per fare razzia, per rifornirsi di provviste, distrugge la città di Ismaro.

Nell’incursione perde 70 uomini. I suoi soldati dopo aver abbondantemente bevuto dell’ottimo vi-no si ubriacano e quindi diventano sordi al richiamo di Ulisse; dopo lungo penare finalmente Odisseo riesce a ripartire evitando ulteriori perdite di nelle file del suo equipaggio.

  • Terra dei Lotofagi.

Un’improvvisa tempesta costringe Ulisse e le sue navi ad approdare nella terra dei Lotofagi, isola dove viene coltivato in grande abbondanza il Loto. Lotofagi dal greco lōtophágos composta da lōtós=Loto e phageȋn=mangiare che vuol dire letteralmente mangiatori di Loto: un frutto che procura l’oblio. Qui avviene il primo di tanti avvenimenti avversi: i compagni di Ulisse mangiano in abbondanza questo frutto e di conseguenza diminuisce il desiderio di tornare in patria, infine Ulisse li costringe a riprendere il largo.

Insegnamento: non dobbiamo farci soggiogare dai piaceri ma dobbiamo sempre convivere con la realtà e dare ascolto a chi ha più conoscenze ed esperienze di noi.

Probabilmente questo luogo si trova sulle coste dell’attuale Libia, anche se altri studiosi lo collocano sull’isola di Djerba (Tunisia).

  • Terra dei Ciclopi.

Luogo abitato da giganti con un occhio solo. Qui Ulisse incontra e si scontra con Polifemo, figlio di Posidone e della ninfa Toosa, che lo cattura insieme ai suoi compagni e dal quale riesce a scappare con un astuto stratagemma! Ulisse ubriaca Polifemo con il vino che aveva razziato durante la distruzione della città Ismaro e dopo lo acceca. Nel precedente colloquio con il ciclope Ulisse si era nominato Ùtis (Nessuno). Polifemo rappresenta la forza bruta, l’ingenuità e la naturale mancanza delle conoscenze dell’essere umano. Rappresenta senza alcun dubbio l’Apprendista. La terra dei ciclopi, secondo alcuni si trova nella zona di Posillipo, presso Napoli, secondo altri in Sicilia, tra le pendici dell’Etna ed il mare.

  • Isola di Eolo.

In questo luogo Ulisse e i suoi compagni vengono accolti da Eolo, il dio dei venti, che offre in dono un otre dove sono racchiusi i venti contrari alla navigazione, offrendogli l’opportunità di viaggiare in tutta tranquillità. Ovviamente i compagni, all’oscuro del contenuto, per curiosità aprono il recipiente provocando le conseguenti calamità. I venti scatenano un’incredibile tempesta con indescrivibile furia, costringendo Ulisse e i suoi uomini a rimandare ancora una volta il ritorno a Itaca. Appare chiaro che una eccessiva curiosità se non accompagnata dal successivo obbligo della conoscenza porta spesso l’uomo verso l’errore. L’isola di Eolo è stata identificata con Stromboli, nelle isole Eolie.

  • Terra dei Lestrigoni.

Questa isola è abitata da giganti cannibali: distruggono tutte le navi, tranne quella di Odisseo. Oggi nella nostra società sono praticate altre forme di cannibalismo, l’antropofagia è severamente vietata dalle leggi morali e civili, ma viene praticato il cannibalismo predatorio in economia ed altre subdole forme di “antropofagia” che spesse volte affamano e schiavizzano l’essere umano. Questo luogo, secondo alcuni si trova nella Corsica sud-orientale, nella zona di Bonifacio, secondo altri si trova invece nella Sardegna nord-orientale, nella zona della Costa Smeralda.

  • Terra di Circe.

Circe è figlia del dio Elios (il Sole) e della ninfa Perseide, figlia di Oceano. Circe discende direttamente dalla stirpe dei Titani ed è quindi una divinità indipendente dalla generazione degli dei olimpici che ha origine da Zeus e dai suoi fratelli.

Odisseo dopo aver visitato il paese dei Lestrigoni, giunge all’isola di Eea. L’isola è coperta da fitta vegetazione e sembra disabitata. Ulisse affida ad Euriloco con parte del suo equipaggio di effettuare una ricognizione dell’isola. In una vallata scoprono un palazzo dal quale fuoriesce una voce melodiosa. Questa valle ospita degli animali selvatici. Tutti gli uomini entrano nel palazzo ad eccezione di Euriloco. Nel palazzo vengono ben accolti dalla padrona, che altro non è che Circe. Vengono invitati a partecipare ad un banchetto con gustosi cibi e prelibate bevande per poi essere trasformati in maiali leoni e cani a secondo del proprio carattere e della propria natura. Poi Circe li spinge verso le stalle e li rinchiude. Euriloco torna velocemente alla nave e racconta a Ulisse quanto accaduto. Il re di Itaca decide di andare da Circe per tentare di salvare i compagni.

Dirigendosi verso il palazzo, incontra il dio Ermes, nemico di Circe, messaggero degli dei, con le sembianze di un bambino, che gli svela il segreto per rimanere immune ai suoi incantesimi. Se mischierà in ciò che Circe gli offre un’erba magica chiamata moly, non subirà alcuna trasformazione. Circe sa di non potersi difendere in altro modo che con l’inganno: è troppo grande la sproporzione tra la sua cultura, le sue forze, la civiltà ch’essa rappresenta e il mondo del nemico che la circonda; dietro gli effetti dell’infuso si celava una sorta di magia. Circe, al vedere Ulisse superare l’inganno grazie all’aiuto di Ermes, chiede di congiungersi con lui perché spera di poterlo “raggirare” con l’ultima chance che le è rimasta, e dice: “saliamo sul letto, ove ci si possa congiungere su di esso in amore e quindi ci si possa l’un l’altro fidare”. Ma Ulisse non cede al ricatto, poiché egli sa dominare i sensi, con l’astuzia anzi gli impone un giuramento per la liberazione dei suoi compagni. Il vero scopo di Ulisse però era di sedurre e far innamorare la temibile maga Circe così da renderla innocua… e così è stato! Il sortilegio fu presto spezzato! Penso che non occorre specificare punto per punto tutto il contenuto esoterico di questa breve descrizione omerica. Questa terra, di forma particolare, è identificata con il promontorio del Circeo, in provincia di Latina, che prende proprio il nome dalla maga. Moltissime sono le “letture” esoteriche e ogni uno di noi ne dia la propria interpretazione.

  • Averno, il regno dei morti.

È il nome di un lago craterico della Campania, precisamente nei campi Flegrei, le cui esalazioni solforose, secondo la leggenda, uccidevano gli uccelli che vi passavano a volo. I Greci e i Romani collocavano in quella regione l’ingresso dell’oltretomba; più tardi, il nome è stato usato dai poeti romani nella poesia classicheggiante come generica designazione degli Inferi, o anche dall’inferno cristiano. Ulisse vi discese a piedi per conoscere il suo futuro per bocca dell’indovino cieco Tiresia. Enea fece quasi affondare la barchetta del mostruoso Caronte perché l’imbarcazione era adatta solo a trasportare ombre nell’Ade e non esseri umani. L’Averno era totalmente circondato da alte pareti boscose ed era simile ad una colossale bocca. Era generato da uno dei cento crateri flegrei. Lo specchio d’acqua, profondissimo e rotondo non vedeva il sole ed esalava vapori sulfurei. Questo luogo per i primi coloni greci era l’ingresso del regno dei morti e residenza delle ombre. I romani con spirito laico, proprio in quel lago vi costruirono un porto. L’opera fu progettata dal famoso architetto ed esperto di gallerie Lucio Cocceio Aucto. Lascio a Voi l’interpretazione esoterica di questo viaggio. È Circe che consiglia ad Ulisse la strada verso l’Averno, il regno dei morti, dove l’indovino Tiresia gli svela che nel suo futuro c’è il ritorno a Itaca. L’ingresso è posto nel Lago Averno, in Campania.

  • Golfo di Salerno.

Fra i racconti più avventurosi e famosi di Ulisse nell’Odissea c’è quello riguardante la tappa sull’Isola delle Sirene che avviene nel libro XII. Questo quadro esaustivo dato dell’episodio è divenuto simbolo della tanta celebrata sete di conoscenza del nostro eroe che trova il modo per subire il fascino delle sirene che tanto hanno affascinato la letteratura, l’arte del mondo in tutte le epoche storiche senza subirne conseguenze. Allora lascio a Voi le risposte alle domande qui di seguito elencate:

– Chi sono le Sirene? È vero che le sirene sono delle figure mitologiche-religiose greche che avevano ereditato dai loro genitori la capacità di intonare dei canti melodiosi e ammaliatori?

Rileggiamo i versi 39-46 per dare un giusto contenuto esoterico dell’accaduto nell’episodio narrato da Omero.

Riflettiamo per trarre i dovuti insegnamenti e per asserire: le sirene cosa insegnano?

– Perché le Sirene sono state per Ulisse e i suoi compagni così pericolose?

– Perché Ulisse ottura con la cera le orecchie dei suoi compagni?

– Perché si fa legare saldamente all’albero maestro della nave?

– Perché non vuole rinunciare ad ascoltare la loro voce delle Sirene?

– Chi rappresenta Perimede?

– Chi rappresenta Euriloco?

Questi sono interrogativi che esigono una risposta. Certamente, in questo caso, bisogna dare una risposta sotto il profilo esoterico. Il nostro cammino iniziatico ci condurrà a svelare questi segreti. In questo libro Ulisse e i suoi compagni incontrano le Sirene, ma grazie ai suggerimenti di Circe, Ulisse tappa le orecchie ai suoi compagni e, legato all’albero maestro, resiste al loro canto. Altra riflessione che bisogna fare è quella sul ritorno di Ulisse da Circe a compimento del viaggio nell’Ade (Libro XI) e solo dopo il colloquio con Circe, madre di suo figlio Telegono, affronta il viaggio verso Scilla e Cariddi per poi proseguire verso l’Isola del Sole, l’Isola di Ogigia e quindi l’Isola dei Faeci. La tradizione, accolta anche da Virgilio, colloca l’Isola delle Sirene dell’episodio narrato da Omero in un gruppo di scogli a Sud della penisola di Sorrento (Capri), al largo delle Isole Sirenuse. Secondo altri, invece, le sirene vivevano su un’isola tra Scilla e Cariddi, nello Stretto di Messina.

  • Scilla e Cariddi.

Corrispondono allo Stretto di Messina sulla costa tirrenica calabrese dove ancora oggi c’è un paese di nome Scilla. È qui che Ulisse incappa nei due terrificanti mostri: colei che dilania e colei che risucchia, dai quali però riesce a sfuggire.

  • Isola del Sole.

In questo luogo i compagni di Ulisse mangiano le vacche sacre al dio Sole, così, per punirli, Zeus scatena una tempesta e li fa naufragare. Solo Ulisse si salva e approda a Ogigia. L’isola del Sole è da identificarsi con la Sicilia.

  • Isola di Ogigia.

Ulisse giunge naufrago all’isola di Ogigia. In quest’isola vive la ninfa Calipso. Calipso è figlia di Atlante (quello che sorregge il mondo sulle spalle) e di Pleione. La ninfa impedisce ad Ulisse per ben È lunghi anni di far ritorno a casa. Alla fine, deve obbedire al volere degli dei e quindi far partire Ulisse. Ogigia è davvero il giardino dell’Eden! In questo paradiso non c’è il frutto proibito e nemmeno il serpente tentatore. Questo rettile per noi massoni ha un significato particolare non ha caso costituiva il contorno dello scudo disegnato da Gabriele Dannunzio per il circolo Dalmate a cui apparteneva. L’Isola simile al paradiso terrestre era abitata da un’affascinante fanciulla che si offriva senza alcun pudore e senza alcuna condizione al nostro eroe. Il silenzio regnava sovrano ed era interrotto solo da qualche verso di qualche uccelletto marino. Questo silenzio assordante aveva reso smanioso Ulisse di tornare nella sua petrosa Itaca. Calipso offre a Odisseo l’immortalità a condizione che l’eroe di Itaca rimane accanto alla ninfa. Ulisse rifiuta l’offerta. In quell’isola Ulisse si sente in trappola e nemmeno spera che gli dei con in testa Poseidone provino pietà per lui. La sua disperazione non suscita nemmeno la pietà di Calipso. Calipso è colei che cela nel suo nome la vera natura. È la nasconditrice così la chiama Pascoli rifacendosi all’etimologia greca. Colei che sottrae gelosamente alla vista il suo uomo, ma non può nasconderlo agli occhi degli dei che dall’alto dell’Olimpo tutto vedono. L’isola è disabitata, chi può vederlo? Non c’è pericolo di fuga e non si pone l’eventualità che qualcuno lo possa portare via. Ulisse non immagina che gli dei approfittando della momentanea assenza di Poseidone riunito in concilio decidono che Odisseo deve ritornare in patria. Per Zeus Poseidone non rappresenta nessun problema. Calipso accetta la decisione puramente maschilista e lascia partire Ulisse. Ulisse, appresa la notizia non sta nella propria pelle e armatosi degli attrezzi necessari incomincia a costruirsi la zattera. Salpato sulla precaria imbarcazione ancora una volta Poseidone scatena una tempesta. Un altro naufragio incombe sul destino di Ulisse e ancora una volta una figura femminile non mortale, la dea Ino Leucotea, provvede a salvarlo da morte certa. L’isola di Ogigia simile all’elisio viene identificata con l’isola di Malta. Ancora una volta non elenco i vari insegnamenti esoterici ma lascio che ogni uno di noi valuta con proprie considerazioni e tragga le opportune conclusioni. Conclusioni su quanto ci tramanda l’immortale Omero.

  • Isola dei Feaci.

Partito dall’isola di Calipso sulla robusta zattera da lui costruita, Ulisse naviga 17 giorni, da Ovest ad Est. La direzione è sicura perché le coordinate erano state suggerite dalla diva regina. Come in precedenza detto Posidone o Poseidone (Nettuno per i Romani), è sempre più adirato per l’accecamento del figlio Polifemo. Omero racconta che Nettuno, di ritorno da una festa organizzata in suo onore in terra etiope, avendo compreso che gli altri dei gli avevano giocato un brutto tiro sfoga la sua rabbia contro il povero Ulisse che intercettato in prossimità della sua patria, scatena una furiosa tempesta e Odisseo si ritrova, ancora una volta, naufrago su una altra isola: l’isola dei Feaci chiamata anche Scheria; isola dell’eterna primavera. Ulisse si sveglia al suono di voci argentine ed allegre, curioso come sempre, si spinge in tale direzione e nascosto dietro un cespuglio scorge un gruppo di belle fanciulle, che dopo aver fatto il bucato al fiume, mentre la biancheria era stesa al so-le per asciugarsi, si divertono a giocare a palla.

Fra queste ragazze c’è la figlia del re protetto dagli dei e amato dai sudditi: Alcinoo ed è proprio lei che scorge Ulisse il quale prega la principessa di dargli ospitalità.

Raccolto e vestito con qualche pezzo di straccio Nausica, ragazza in età da marito, molto attenta alle bellezze maschili, unitamente alle altre ancelle, lo conducono alla regia, una regia che non ha l’uguale per magnificenza, dove viene regalmente accolto ed ospitato dal re Alcinoo. Ulisse, svela la sua identità, e racconta al re le peripezie vissute. Alcinoo e gli altri commensali ascoltano attentamente e con molto interesse le vicissitudini di Odisseo. Quindi nell’isola dei Feaci, che corrisponde all’attuale isola di Corfù in Grecia, Ulisse svela la sua identità.

  • Isola di Itaca.

Finita la narrazione di Ulisse, Alcinoo propone ai commensali di portare all’ospite preziosi doni; la sera dopo un banchetto, nel quale il nostro eroe ringrazia per l’accoglienza ricevuta, viene accompagnato alla nave e quindi si corica.

Ulisse piomba in un profondissimo sonno. I marinai proseguono il viaggio al mattino sbarcano sull’isola. Ulisse non riconosce la sua Itaca. Atena per proteggerlo dalla vista dei Proci aveva diffuso dappertutto un velo di nebbia. La dea appare ad Ulisse sotto le spoglie di un giovane pastore. Ulisse diffidando dello sconosciuto racconta menzogne sulla sua identità e per come è arrivato ad Itaca. La dea lo perdona per le bugie raccontate e gli promette il suo aiuto a dar corso alla vendetta verso i Proci. Ulisse insieme ad Atena nasconde le ricchezze regalate da Alcinoo in una grotta. La dea conferisce a Odisseo le sembianze di un miserabile e lo veste di poveri stracci dando ad Ulisse un aspetto irriconoscibile; gli ordina poi di recarsi dal porcaro Eumeo e di restarvi fino al ritorno di Telemaco recatosi a Sparta. Telemaco informa il padre sulla situazione di Itaca. Ulisse e Telemaco concordano il piano di azione per disfarsi dei Proci, strategia che poi attuano. Eumeo è partito per annunciare a Penelope il ritorno di Telemaco e su ordine del giovane conduce con sé il mendicante. Ulisse ed Eumeo si fermano sull’antro del palazzo ove si ode il frastuono dei banchettanti ed il canto di Femio. Poco lontano, su un mucchio di fieno scorgono un vecchio cane, sfinito dagli anni, che al loro avvicinarsi scuote la coda e abbassa le orecchie. È il fido cane Argo che riconosciuto l’antico padrone sopraffatto dall’emozione cade morto. Telemaco ordina che venga rifocillato il povero mendicante concedendogli il permesso di chiedere l’elemosina. Il vecchio presenta ad Antinoo il quale villanamente gli scaglia contro uno sgabello provocando la disapprovazione degli astanti e lo sdegno di Telemaco. Penelope saputo che l’ospite era di ritorno da lunghi viaggi, incarica Eumeo, di riferire al mendicante che desidera parlargli sperando che sappia qualcosa su Ulisse. Il mendicante intimorito dal trattamento ricevuto dai Proci fa dire alla regina che si sarebbe recato da lei solo a tarda sera. Terminato il banchetto Ulisse resta solo nella sala e concerta con Atena la fine dei Proci; ordina al figlio di asportare tutte le armi presenti nella sala. È Penelope a scendere nella sala per parlare con il mendicante; apprende che Ulisse è vivo: di esso ne vuole la descrizione dell’aspetto e della veste. Il mendicante soddisfa la richiesta della regina. Penelope lo ringrazia e gli fa preparare un bagno ed un buon letto. L’ospite vuole che non venga lavato dalle ancelle e Penelope mette al suo servizio la vecchia Euriclea; mentre lo lava scorge una vecchia cicatrice sul corpo del mendicante e se ne turba perché è simile a quella del suo padrone; Ulisse le impone di mantenere il segreto. È notte fonda, si va a letto. Ulisse fatica a prendere sonno pensando come possa disfarsi dei Proci, gli si avvicina Atena rassicurandolo e gli ribadisce il suo aiuto. Atena suggerisce a Penelope che i Proci si devono cimentare alla gara dell’arco e delle scuri: la regina accetta. Salita all’ultima stanza della regia trova il grande arco di Ulisse e lo fa portare giù insieme con il turcasso pieno di frecce, facendo la proposta ai Proci che avrebbe sposato quello che era riuscito ad infilare la freccia attraverso l’anello di dodici scuri. Eumeo consegna l’arco e le scuri a Telemaco il quale le dispone esattamente in fila e vuol cimentarsi anch’egli alla prova: ma i suoi ripetuti tentativi risultano vani. Provano tutti i Proci: inutilmente, non riescono nemmeno a tendere l’arco. Ulisse domanda di poter concorrere, i proci non voglio, Telemaco ordina ad Eumeo di portare l’arco allo straniero; il mendicante esamina l’arco lo tende e lo fa vibrare provocando un ronzio; un tuono di Giove conforta la sua opera con un presagio. Egli scaglia la freccia attraverso i dodici anelli; e subito dopo, ad un suo cenno, Telemaco afferra la spada e il giavellotto e si pone accanto al padre. Balzato in piedi sulla soglia, Ulisse inizia la sua vendetta e scaglia la prima freccia contro Antinoo, il più feroce dei Proci, mentre sta tracannando da una coppa. Simile sorte Ulisse destina a tutti i Proci compreso il pastore Melanzio e Leiode.

Telemaco implora grazia per cantore Femio e l’araldo Medonte. Poi Ulisse manda a chiamare Euroclea per domandare quale delle ancelle si siano comportate spudoratamente durante la sua assenza. Quando le domestiche sono alla sua presenza ordina di pulire bene la sala del sangue degli uccisi e di ogni sozzura rimasta dal banchetto e ne fa impiccare dodici insieme al pastore

Melanzio. Incarica poi Euroclea di far scendere Penelope con le sue ancelle e di disinfettare la sala con dello zolfo. Penelope scende nella sala e chiede al mendicante di portargli fuori il letto nuziale. A tale richiesta Odisseo risponde che non è possibile perché e stato realizzato nell’interno di un tronco di ulivo. Questa risposta persuade Penelope. La regina convinta dalla identità di Ulisse, lo abbraccia lungamente e gli chiede di raccontargli le sue molte strane vicende, mentre la dea Atena prolunga la notte. Atena è la costante salvatrice di Odisseo, al lui soltanto aveva tolto la nebbia dagli occhi affinché potesse riconoscere gli dei nel turbinio della battaglia. Infine, è lei che prepara il ritorno del naufrago, assistere con autorità alle nuove nozze ed a proteggere gli sposi prolungando su di loro una lunga notte. Intanto le anime dei Proci guidata da Ermete giungono all’Averno, dove incontrano le ombre dei grandi eroi trapassati: Achille, Patroclo, Antiloco e Aiace, alle quale si aggiunge quella di Agamennone. Questi incontra Achille.

Agamennone riconosce uno dei Proci, Anfimedonte, e gli domanda come egli sia morto. Egli risponde che con gli altri aspirava alla mano di Penelope, ma questa per anni aveva tenuto a bada i pretendenti e infine Ulisse arrivato d’improvviso aveva fatto strage dei Proci. Ascoltato il racconto Agamennone aveva provato un senso di invidia per l’eroe che aveva trovato al ritorno la moglie fedele ben diversa dalla sua, che lo aveva tradito e ucciso. Ulisse arriva al suo podere incontra il padre che lo convince della sua identità mostrandogli una cicatrice su ginocchio ed enumerando le varie piante del podere che Laerte venti anni prima gli aveva assegnato in dono. Il vecchio, allora, gli getta le braccia al collo ed insieme si avviano alla casetta. Ulisse viene accettato e riconosciuto nella sua vera identità. Nella città intanto si è diffusa la notizia della strage dei Proci e qualcuno pensava di vendicarli con le armi. A capo del movimento si pone Eupito, padre di Antinoo che cerca di sollevare il popolo itacese contro Ulisse. Ma mentre il rancore divampa in aperta contesa, Atena d’accordo con Giove interviene per calmare gli animi. Le due schiere si erano già affrontate ed Ulisse aveva ucciso Eupito e i suoi partigiani. L’opera della dea Atena fa cessare le ostilità e tra le due fazioni in aperta ostilità si stringe un patto di durevole amicizia e di tranquilla convivenza.

L’articolo è contenuto nel numero di Aprile 2021 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Il viaggio in mare di Odisseo non è continuo ma è costituito da varie tappe obbligate e con sosta in ogni una delle tante isole del mediterraneo. Esotericamente le tappe sono paragonabili allo stazionamento nei gradi iniziatici nei quali il massone deve trattenersi per acculturarsi tramite lo studio e la ricerca prima di giungere alla destinazione successiva (ulteriore conoscenza). Insieme a voi percorrerò le tappe e scoprirò i luoghi visitati da Ulisse.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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