Voglio intitolare questa storia chassidica, al mio caro amico XXXX, che ha dedicato sin da molto giovane la sua vita ad Eretz Israel, pagando dei prezzi altissimi, anche e soprattutto a livello spirituale.
Tanti anni fa mi fece l’onore di accompagnarmi a Venezia per Rosh Ha Shanah e di pregare con me, spalla a spalla, come due fratelli.
Non ho mai dimenticato quel momento in cui, nel suo volto sofferente, ho visto la gloria, la grandezza e la misericordia di Kadosh Baruch Hu.
Solo Hashem conosce il cuore degli uomini, solo Lui può giudicare, solo Lui può salvarci.
Con atteggiamento umile ed attento proseguiamo il nostro percorso come meglio possiamo, sfruttando al massimo il nostro potenziale come Lui ha stabilito.
Per il resto impariamo a distinguere l’essenziale dal superfluo: “havel havalim, amar Qoelet, havel havalim hakol havel”.
Ed ecco una bellissima storia:
Torrenti di pioggia gli battevano il viso, ma la tempesta non impedì al maestro chassidico Rabbi Leib Sarah[1] di raggiungere il villaggio. Mancavano solo poche ore prima dell’inizio dello Yom Kippur2. Era ancora ad una certa distanza dalla sua destinazione finale, ma fu sollevato nell’apprendere che anche in questo villaggio, ci sarebbe stato un minyan (quorum di dieci3) con cui pregare. Gli otto abitanti del villaggio locale sarebbero stati raggiunti da due uomini che vivevano nella foresta vicina.
Rabbi Leib si immerse, in preparazione del giorno santo, nelle acque purificanti di un fiume che attraversava il villaggio, mangiò il pasto che precede il digiuno e si affrettò ad essere il primo
1 Rabbi Leib Sarah (1730-1791) fu molto stimato dal Baal Shem Tov. Uno dei “giusti nascosti”, passò la sua vita vagando da un posto all’altro per raccogliere fondi per il riscatto degli ebrei imprigionati. Secondo molte fonti, rabbino Leib Sarah e il rabbino Leib noto come “Il nonno di Shpole” sarebbero la stessa persona.
2 Yom Kippur è il giorno ebraico della penitenza, viene considerato come il giorno ebraico più santo e solenne dell’anno. Il tema centrale è l’espiazione dei peccati e la riconciliazione, e termina dopo il tramonto successivo, all’apparire delle prime stelle. Le persone malate consultano in anticipo un’autorità rabbinica competente per verificare se il loro stato le esenti dal digiuno.
nella piccola sinagoga di legno. Lì si sedette a recitare le varie devozioni personali con cui era abituato ad inaugurare la Giornata dell’Espiazione.
Uno per uno, gli otto abitanti del villaggio locale arrivarono in tempo per ascoltare le parole di Kol Nidrei4.
Contando anche Rabbi Leib, ora ce n’erano nove, ma non c’era un minyan. Venne fuori che i due Ebrei che vivevano nella foresta erano stati appena imprigionati a causa di una denunzia calunniosa.
“Forse potremmo trovare anche solo un altro ebreo che vive da queste parti?” Chiese Rabbi Leib.
“No”, gli abitanti del villaggio gli assicurarono all’unisono, “ci siamo solo noi”.
“Forse”, insistette il Rabbi, “qui vive qualche ebreo che si è convertito dalla fede dei suoi padri?”
Gli abitanti del villaggio sono rimasti scioccati nel sentire una domanda così strana dallo straniero. Lo guardarono incuriositi.
“Le porte del pentimento non sono chiuse nemmeno di fronte a un apostata”, continuò Rabbi Leib. “Ho sentito dai miei insegnanti che anche quando si rimesta tra le ceneri, si può accendere una scintilla di fuoco . . . “
Allora uno degli abitanti del villaggio disse.
“C’è un apostata qui”, si avventurò. “Egli è il nostro paritz, il vassallo che possiede tutto questo villaggio. Ma è affondato nel peccato ormai
3 La tradizione ebraica del numero di dieci maschi ebrei per il Minyan risale al brano del Tanakh in cui Mosè decide di inviare degli esploratori in Terra d’Israele per verificare come fosse: si racconta che essi erano tra i notabili delle dodici tribù d’Israele e che, malgrado il loro livello elevato, ne parlarono dicendo che “divora” i suoi abitanti e gettando lo sconforto tra il popolo anche in merito alla possibile conquista della stessa; Caleb e Giosuè soltanto non si comportarono dimostrando di non avere abbastanza fede in D-o in quell’episodio. I Rabbini del Talmud spiegarono che essi, malgrado non avessero considerato totalmente la protezione di Dio, furono comunque sinceri.
Oltre a ciò si ricorda anche il dialogo tra Dio ed Avraham che pregò perché gli abitanti di Sodoma e delle altre città colpevoli non venissero puniti: con la richiesta di non far perire i giusti assieme ai malvagi, inizialmente egli pregò che venissero perdonati e non puniti nel caso vi fossero stati 50 Tzaddikim, poi 45 e così sino a 10 infatti, per la devastazione del diluvio universale stabilito perché con Noè, la moglie, i tre figli e le loro spose non si giunse a 10, egli sapeva che questo è il numero di individui di una congregazione su cui, se meritevole, si posa la Shekhinah.
4 Yom Kippur è l’unico giorno dell’anno in cui si officiano cinque servizi di preghiera. Il servizio serale, che contiene la preghiera del Ma’ariv, è comunemente noto come “Kol Nidrei”, la dichiarazione di apertura che precede la preghiera stessa.
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da quarant’anni.
Vedete, la figlia gentile del vassallo precedente si innamorò di lui.
Così suo padre gli promise che se si fosse convertito ed avesse sposato la ragazza, lo avrebbe fatto il suo unico ere-de.
Egli non resistette alla tentazione e quindi fece esattamente questo . . .
Non ebbero figli, e sua moglie morì molti anni fa; ora vive da solo nella sua grande casa.
Egli è un padrone crudele, e si comporta con particolare durezza con gli ebrei sulla sua terra.
“Mostrami la sua villa”, disse Rabbi Leib.
Si tolse il tallit5 in un lampo, e corse il più velocemente possibile in direzione della villa, con la sua calotta bianca sulla testa e il suo kittel6 bianco che fluttuava nel vento.
Bussò alla pesante porta, la aprì senza aspettare una risposta, e si trovò di fronte al vassallo.
Per alcuni lunghi, lunghi momenti rimasero in silenzio faccia a faccia, lo tzaddik e l’apostata.
Il primo pensiero di quest’ultimo fu quello di convocare uno dei suoi scagnozzi per afferrare l’intruso non invitato e lanciarlo nella prigione nel cortile di casa.
Ma il volto luminoso e gli occhi penetranti dello tzaddik ammorbidirono il suo cuore.
5 Il tallèd o tallìt (in ebraico תילט), anche definito scialle di preghiera, è un indumento rituale ebraico il cui sviluppo della tradizione e storia risale ai tempi della compilazione della Torah. La pronuncia talled è quella dell’uso Sefardita e Italiano, oltre che dell’uso generale in Israele; nell’uso askenazita, la pronuncia è tallis.
È utilizzato dagli uomini per le preghiere mattutine, per varie cerimonie religiose e una sola volta l’anno durante la preghiera della sera (in occasione di Kippur)
6 Il kittel, scritto anche kitl, (yiddish: לטיק, tunica, veste, cfr. tedesco Kittel “tuta da lavoro, accappatoio”) è una tunica bianca che serve come sudario di sepoltura per ebrei. Viene anche indossato in occasioni speciali dagli ebrei aschenaziti
Nell’Europa occidentale questo indumento è chiamato Sargenes. La parola Sargenes è correlata all’antico francese Serge e al latino Serica. Il kittel viene usato come sudario di sepoltura, indumento semplice che assicura l’uguaglianza di tutti nella morte. Poiché la Legge ebraica richiede che i morti siano sepolti in una bara con niente altro che gli essenziali indumenti di lino, il kittel non ha tasche. Il kittel viene anche indossato dagli uomini sposati durante lo Yom Kippur e qualche volta per Rosh haShanah. Indossare il kittel durante le grandi Festività ebraiche è simbolicamente connesso col suo uso come sudario di sepoltura, al verso: “i nostri peccati diventeranno bianchi come neve” (Libro di Isaia 1:18).
“Mi chiamo Leib Sarah”, cominciò il visitatore inaspettato.
“Ho avuto il privilegio di conoscere Rabbi Israel, il Baal Shem Tov, che è stato ammirato anche dai nobili gentili.
Dalla sua bocca una volta sentii che ogni ebreo doveva pronunciare il tipo di preghiera che fu detto per la prima volta da re Davide: ‘Liberami dal sangue versato, o Dio, Dio della mia salvezza, e la mia lingua celebrerà la tua giustizia” Ma la parola usata per “sangue” (damim) può anche essere tradotta come “denaro”.
Così il mio insegnante ha esposto il versetto come segue: ‘Salvami, in modo che non consideri mai il denaro come il mio Signore … (salmo 51,14)
“Ora mia madre, il cui nome era Sarah, era una donna santa.
Un giorno il figlio di un nobile locale si mise in testa di sposarla, e le promise la sua ricchezza e il suo status se lei fosse stata d’accordo, ma ella scelse di santificare il nome di Israele.
Al fine di salvarsi da quel malvagio, si sposò rapidamente con un Ebreo vecchio e povero che era un insegnante.
Tu non hai avuto la buona sorte di resistere a questa prova, e per l’argento e l’oro sei stato disposto a tradire la tua fede.
Renditi conto, però, che non c’è nulla che possa opporsi al pentimento.
Inoltre, c’è chi in un’ora si guadagna la propria parte nel Mondo che Verrà. QUELL’ORA È ARRIVATA!
Oggi è la vigilia dello Yom Kippur.
Il sole tramonterà presto. Gli Ebrei che vivono nel tuo villaggio sono a corto di un uomo per raggiungere il minyan.
Vieni con me, ad essere il decimo uomo. Perché la Torah ci dice: ‘La decima sarà santa a D-o”
“Con il permesso dell’Onnipotente, e con il permesso della congregazione, dichiariamo lecito pregare insieme a coloro che hanno peccato … ” Il vassallo impallidì nel sentire le parole pronunciate da questo uomo vestito di bianco con il volto singolare.
E nel frattempo, in fondo alla strada, gli otto abitanti del villaggio locale aspettavano nello shul7, rannicchiati insieme immobilizzati dal terrore.
Chi poteva dire quale calamità questo strano sconosciuto stava per far cadere sulle loro teste?
La porta si spalancò, e dentro si precipitò Rabbi Leib, seguito da vicino dal paritz.
Lo sguardo di quest’ultimo era abbassato, e le sue ciglia erano pesanti di lacrime.
Ad un cenno di Rabbi Leib, uno degli abitanti del villaggio consegnò all’apostata un tallit. Egli si avvolse in esso, coprendo del tutto la testa e il viso.
Rabbi Leib allora si fece avanti verso la Santa Arca, e da lì tirò fuori due pergamene della Torah.
Una la consegnò al più vecchio abitante del villaggio là presente, e l’altra – al paritz.
Tra di loro alla bimah8 c’era Rabbi Leib che cominciò a cantare solennemente la melodia tradizionale per le linee di apertura della preghiera Kol Nidrei9: “Con il permesso dell’Onnipotente, e con il permesso della congregazione, … dichiariamo lecito pregare insieme a coloro che hanno peccato . . .”
Un profondo singhiozzo scoppiò dalle profondità di quell’uomo dal cuore spezzato.
Nessuno riuscì a rimanere impassibile e tutti piansero con lui.
Durante tutte le preghiere della sera, e dall’alba del giorno successivo fino al tramonto, il paritz rimase in preghiera, umiliato e contrito. E mentre i singhiozzi gli squassavano il corpo mentre recitava la confessione, gli altri nove si si commuovevano con lui.
Al culmine del servizio detto NÈilah10, quando la congregazione stava per pronunciare insieme le parole “Shema Yisrael”, il paritz si sporse in avanti fino a quando la sua testa fu nel profondo della Santa Arca, abbracciò le pergamene della Torah che stavano lì, e con una voce possente che pietrificò i presenti, gridò: “Ascolta, o Israele, il Signore è il nostro D-o, il Signore è Uno!”
7 Sinagoga in Yiddish
8 Il bimah (ebraico plur. bimot) delle sinagoghe è una piattaforma elevata, nota anche come almemar o almemor tra alcune comunità aschenazite (dall’arabo, al-minbar, che significa “piattaforma/podio”). Tra i sefarditi il bimah è noto come tevah (letteralmente “scatola, cassa”) o migdal-etz (“torre di legno”). Il bimah è tipicamente elevato di due o tre gradini, così come era il bimah del Tempio. La rilevanza del bimah è quella di dimostrare che il lettore è la persona più importante in quel momento preciso e rendere inoltre più facile il sentire la lettura della Torah. Il bimah è diventato una struttura fissa nelle sinagoghe, dal quale vengono lette le porzioni bibliche settimanali (parashot) e l’haftarà. Nell’ebraismo ortodosso il bimah è posto al centro della sinagoga, separato dall’Arca. Tutti coloro che sono fisicamente capaci rimangono in piedi, un atto che richiede uno sforzo aggiuntivo e aggiunge al sentimento di urgenza e trasformazione spirituale.
I diversi membri della congregazione appaiono come un unico penitente, uniti nella loro ferma convinzione che il Giudice divino perdonerà i loro peccati in quest’ultima ora del giorno. Nell’Amidah, la frase usata da Rosh Hashanah, “Iscrivici nel Libro della Vita”, ora diventa “suggellaci nel Libro della Vita”, poiché il sigillo finale è posto sul decreto divino.
Poi si alzò dritto, e cominciò a dichiarare con tutte le sue forze: “Il Signore è D-o!”
“Adonai hu ha-Elohim! Adonai hu ha-Elohim! Adonai hu ha-Elohim!
Adonai hu ha-Elohim! Adonai hu ha-Elohim! Adonai hu ha-Elohim! Adonai hu ha-Elohim!
Ad ogni ripetizione la sua voce crebbe sempre più forte.
Infine, mentre gridava per la settima volta, la sua anima sfrecciò verso l’alto, via dal corpo.
Quella stessa notte portarono i resti del paritz alla sepoltura nella vicina città. Rabbi Leib stesso prese parte alla purificazione e alla preparazione del corpo per la sepoltura, e per il resto della sua vita osservò lo yahrzeit11 di questo penitente ogni Yom Kippur dicendo il kaddish per l’elevazione della sua anima.”
Spero con tutto il cuore che questa storia vi abbia fatto commuovere, così come ha commosso chi vi scrive.
Voglia Hashem che la nostra determinazione, anche se qualche volta si sia dimostrata vacillante in passato, possa infine, portarci sul percorso giusto, sulla retta via che porta a riunirci all’Eterno ed a reintegrare la nostra anima nell’armonia celeste.
Solo Benedizioni!
11 Yahrzeit è una parola yiddish che significa “anniversario di morte”. È l’anniversario ogni anno della morte di una persona cara (tradizionalmente l’anniversario della data ebraica, non la data gregoriana). Gli ebrei osservano lo yahrzeit a casa accendendo una speciale candela a fuoco lungo in memoria del defunto. Le candele per Yahrzeit sono anche conosciute come candele yizkor, perché sono anche accese a nome dei propri cari durante le quattro festività ebraiche (Yom Kippur, Shemini Atzeret, Pasqua e Shavuot) che includono un servizio Yizkor, o memoriale ebraico.
L’articolo è contenuto nel numero di Luglio 2021 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Al culmine del servizio detto NÈilah10, quando la congregazione stava per pronunciare insieme le parole “Shema Yisrael“, il paritz si sporse in avanti fino a quando la sua testa fu nel profondo della Santa Arca, abbracciò le pergamene della Torah che stavano lì, e con una voce possente che pietrificò i presenti, gridò: “Ascolta, o Israele, il Signore è il nostro D-o, il Signore è Uno!”
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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