Preso atto di quanto viene pubblicato ovunque e soprattutto in modo approssimativo, caotico, sui social, suppongo che ogni tanto, con molta prudenza e umiltà, possa essere utile per sé stessi ma anche per altri, tentare di sintetizzare il personale pensiero, riguardo a quei punti di vista, a quelle tecniche, a quelle sperimentazioni e contemporaneamente a quelle fantasie, le quali da quando esiste l’uomo, si prefiggono con la volontà, sulle cui caratteristiche e origini si è già scritto molto anche da parte nostra, di influenzare e soprattutto di dominare gli eventi, i fenomeni fisici, l’essere umano, oltre a qualsiasi altra cosa.
In genere, per raggiungere con successo tali finalità, si suppone di potersi servire di pronunciamenti verbali, di gesti, di toccamenti, di immagini e di ritualità appropriate.
Ad esempio, studiosi come Henri Breuil hanno sostenuto che alcune pitture del paleolitico superiore, trovate nelle caverne francesi, avessero finalità magiche per propiziare una buona caccia.
Quindi non c’è da meravigliarsi se fin dagli albori della civiltà si sono manifestate credenze e pratiche con caratteristiche sostanzialmente simili anche se spesso formalmente diverse, che sovente spaziavano nell’occultismo, nella stregoneria; però per lo più, interagivano anche, sia con ciò che era ritenuta scienza, che con gli esseri spirituali delle religioni e quindi con le religioni stesse.
Continuo con gli esempi osservando velocemente la terra d’Egitto, ove magia e credenze occulte sono state vive per millenni, mescolandosi con caratteristiche, funzioni, facoltà, delle molteplici divinità. Forse secondo alcuni, sono anche ora abbastanza attive, visti i recenti avvenimenti scenografici ma in fondo rituali, riguardanti la traslazione di ventidue mummie di Sovrani-Dei, da un museo ad un altro.
Nel pantheon egizio, oltre a Uerethekau e Heka, divinità collegate particolarmente a facoltà straordinarie e magiche, troviamo per citarne altre, la stessa Iside e poi Thot a cui in Occidente si attribuiscono, sin dal Rinascimento ma con maggiore insistenza negli ultimi tre secoli, quegli “svelamenti” dai quali derivò la diffusione dell’ermetismo.
Però a fronte delle facoltà divine in cui si intravvedeva la magia, si contemplava anche tra il popolo (non solo quello egizio), la possibilità di attraversare limiti, d’infrangere diaframmi, così come oggi si potrebbe immaginare d’agire in un ambito informatico e “piratesco”, a cura di soggetti identificati col nome di hachers o crachers che però pur estremamente furbi e indubbiamente preparati, non sono mai bravi ed efficaci come i creativi originali
Nonostante le grandi ripetute distruzioni degli archivi ad Alessandria, sono stati trovati comunque documenti, papiri, scritti in varie lingue (ad esempio: greco, copto e demotico), che descrivono funzioni magiche, operative.
Contengono un po’ di tutto: formule tendenti a prolungare la vita, a fornire aiuto in questioni amorose ma poi specialmente a combattere i mali, le avversità ed i nemici.
Sembrerebbe emblematico il cosiddetto Libro dei morti egizio. Alcuni preferiscono chiamarlo degli Incantesimi. Infatti, contempla molteplici pronunciamenti di protezione ma soprattutto si sviluppa in favore della possibilità di resurrezione dello spirito (concetto complicato e composito secondo il loro punto di vista) dell’eventuale defunto e per il suo ingresso nelle migliori regioni dell’ al di là.
Per gli antichi egizi tutto era animato e vivente ma esistente in più dimensioni contemporanee. Cosi, ogni fenomeno, per analogia, esprimeva la manifestazione di un piano spirituale che si riverberava nel piano fisico, rappresentando per vari millenni, un ambito fecondo per favorire la nascita tra i popoli nel mondo mediterraneo, dell’astrologia, della teurgia e di tutti i tipi di magia.
Sempre ad esempio, sono da ricordare in particolare per opera del filosofo neoplatonico Giamblico (III – IV secolo), varie trattazioni ovviamente contemperate dal punto di vista della cultura greca, a favore di tali pratiche.
Se ci si spostasse in Mesopotamia e nelle culture: sumera, accadica e caldea ma anche in Persia spesso indicata come la terra d’origine dei Magi, si troverebbero, oltre alla perenne e per loro importantissima tradizione astrologica, legata ad ogni evento temporale e naturale, anche numerosi reperti riguardanti rituali di magia cerimoniale.
Infatti, proprio da quelle tradizioni provengono quegli elementi che ancora oggi alimentano le fantasie forse solo favolistiche sistematicamente presenti anche nei film e nei libri.
Mi riferisco a:
Non si sarebbe trattato solo di forme sacerdotali derivate dalla commistione di tradizioni arcaiche con le pratiche rituali. Infatti, l’attrazione per le opzioni operative misteriose, ascrivibile ad ambiti più o meno “oscuri”, era perenne; come forse lo è ancora oggi per tanti.
Comunque, sembrerebbe che nell’ambito culturale ellenistico avrebbe avuto luogo quella fusione dei riti magici con elementi astrologici e alchimistici, che sarà alla base di tutta la speculazione dei secoli successivi in Occidente.
Va però tenuto presente che per i Greci, il concetto di magia era spesso connesso a quello di prodigio inteso per lo più, come intervento divino.
Continuando con le curiosità, si potrebbero osservare nell’antica Roma, alcune pratiche, tra quelle descritte dallo storico Plinio il Vecchio: le dēfīxiōnēs (defissioni) che erano testi dal contenuto magico, spesso contenenti maledizioni, scritti su tavolette (le tabellae defixionum) costituite da lamine di piombo incise a graffio.
Troviamo poi nella letteratura latina (nelle opere di Orazio, Virgilio, Porfirio, Apuleio e di altri) numerose descrizioni relative a tutta una serie di attività occulte. Attività di negromanzia, delitti a distanza, animali parlanti, oggetti inanimati che si muovono, che camminano, filtri, incantesimi d’amore, trasformazioni, metamorfosi, divinazioni, talismani che curano, unitamente a molteplici oggetti e rituali magici adoperati dai maghi.
A fronte di tutto questo, nel diritto romano le leggi antiche contemplavano pene severe per quanti utilizzavano mezzi magici al fine di conseguire scopi criminali.
Nel Medioevo, alcuni scrittori cristiani, come Origene, Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino, deducendo le disposizioni derivate dai testi sacri, mostrarono una forte ostilità nei riguardi delle arti occulte.
Ad esempio, riferendosi alla Bibbia, si individuavano varie precisazioni contro il ricorso a pratiche magiche:
«Non lascerai vivere colui che pratica la magia» Esodo, 22,17
«Saul aveva bandito dal paese i negromanti e gl’indovini», I Libro di Samuele, 28, 3
«In quel giorno – dice il Signore – distruggerò …. Ti strapperò di mano i sortilegi e non avrai più indovini », Michea, 5, 9 – 14
«Molti di quelli che avevano abbracciato la fede venivano a confessare in pubblico le loro pratiche magiche e un numero considerevole di persone che avevano esercitato le arti magiche portavano i propri libri e li bruciavano davanti a tutti. Ne fu calcolato il valore complessivo e trovarono che era di cinquantamila dramme d’argento», Atti degli Apostoli, 19, 18-19
La magia era quindi ritenuta per loro inaccettabile e fin dagli inizi erano ammesse solo pratiche di devozione, come l’utilizzazione di reliquie o acqua benedetta, in opposizione alla “blasfema” negromanzia (nigromantia), che prevedeva anche l’invocazione dei demoni (goetia).
Era comunque prevista per la cristianità, la possibilità dell’ispirazione tramite la divina profezia, ma si rifiutavano “tutte le forme di divinazione”. Le pratiche “di dominare i poteri occulti” al fine di “avere un potere soprannaturale sugli altri” erano (e lo sono anche oggi) denunciate come “gravemente contrarie alle virtù della religione”.
Ovviamente tutti i riferimenti biblici, uniti a quelli talmudici, con relativi avvertimenti e divieti, seppur con varie distinzioni interpretative, erano ugualmente importanti anche per il popolo ebraico.
Nell’ambito islamico, la magia essendo nota, era ed è considerata una “tecnica”, rispondente a sue proprie leggi, come sempre agenti in funzione di una precisa disposizione divina. Però, fare uso dei cosiddetti sihr, ovvero incantesimi o sortilegi, in grado di servirsi dei jinn, spiriti intermedi menzionati esplicitamente nel Corano, avrebbe potuto portare (e lo potrebbe anche ora) ad una condanna, soprattutto se si usufruiva di magia nera o saḥr shayṭānī, che ricorreva ai jinn diabolici.
Ad ogni modo, la produzione letteraria di carattere magico, crebbe progressivamente durante il basso Medioevo, grazie anche al contributo di scrittori arabi. Alcune opere astrologiche, come il Tetrabiblos di Claudio Tolomeo, l’Introductiorum di Albumasar, il Liber Aneguemis, conosciuto anche Liber Vaccae (o Libro degli esperimenti), un apocrifo attribuito a Platone, ed il famoso Picatrix, ebbero poi un’enorme influenza sulla speculazione magica durante il periodo rinascimentale.
Vari autori tuttavia, come Isidoro da Siviglia e più tardi Ugo da San Vittore, accumunavano la magia all’idolatria, in quanto dal loro punto di vista, era una scienza conferita dai demoni.
Però nel XIII secolo con Guglielmo d’Alvernia e Alberto Magno, s’iniziò a prendere in considerazione la categoria della magia naturale, che vide fortunati sviluppi nei secoli successivi. Sempre nel XIII sc. va ricordato per quanto attiene all’astrologia, il forlivese Guido Bonatti, i cui scritti saranno presi in notevole considerazione nel Rinascimento.
Continuando velocemente la dissertazione tramite semplici cenni, nel periodo che va dal XV agl’inizi del XVII secolo, si ebbe un’interessante attenzione, sia per la magia, che in parallelo, per la scienza.
L’inizio di questa situazione potrebbe individuarsi nelle opere di Marsilio Ficino. Le traduzioni del cosiddetto Corpus Hermeticum, degli Oracoli caldaici e degli Inni orfici furono attribuite dagli studiosi rinascimentali rispettivamente ad Ermes Trismegisto, Zoroastro ed Orfeo. Per altri sarebbero state solo raccolte di testi di età imperiale romana, in cui si mescolavano elementi neoplatonici, con concetti ricavati dal Cristianesimo, con dottrine magico-teurgiche e con forme di gnosi mistico-magica.
Si potrebbe notare che su una base “colta” di dottrine neoplatoniche, neopitagoriche ed ermetiche, sembrerebbe fissarsi un approfondimento speculativo magico, astrologico, alchemico, arricchito da idee derivanti dalla Kabbalah ebraica sovente “contaminata” da punti di vista cristiani, come testimonierebbero emblematicamente alcuni punti di vi-sta di Pico della Mirandola e di Giordano Bruno.
Per alcuni sarebbe particolarmente interessante prendere in esame il “De occulta philosophia” di Cornelio Agrippa Von Nettesheim. In questa opera si definisce la magia come «la scienza più perfetta», e la si divide in tre tipi: naturale, celeste e cerimoniale, dove i primi due rappresentano la magia bianca, ed il terzo quella nera o necromantica.
Successivamente Giovanni Battista Della Porta riprese questi argomenti soprattutto nel dissertare sulla magia naturale e sulle opere di Tommaso Campanella.
Non va però dimenticato anche Paracelso, la cui iatrochimica risente della simbiosi tra magia naturale e scienza sperimentale, tipica del XVI secolo.
L’arrivo del successivo Secolo dei Lumi porterà una crescente polemica contro la cultura magico-alchimistica. Un precursore della condanna delle varie dottrine magiche in nome del sapere scientifico, è da considerarsi Francesco Bacone.
Nel XVIII secolo, con l’avvento dell’Illuminismo, la cultura riguardante la magia, parrebbe essere stata definitivamente sconfitta nell’ambito delle conoscenze dominanti, venendo relegata in una specie di limbo, nel quale tuttavia riuscì in qualche modo a sopravvivere, nell’ambito di strutture iniziatiche, più o meno segrete.
Nel XIX secolo è evidente un rinnovato interesse nei confronti dell’occultismo e dell’esoterismo magico. In merito al revival delle scienze occulte nell’Ottocento, è opportuno ricordare tra i tanti personaggi, Eliphas Lévi, nato Alphonse Louis Constant, la cui ricca produzione letteraria influenzò grandemente la speculazione occultista anche del secolo successivo in cui quelle numerose organizzazioni iniziatiche o sedicenti tali, di cui ho fatto cenno, continuarono ad esistere, a consolidarsi oppure a degenerare come accade per qualsiasi cosa costruita in ambito materiale.
Oltre a queste, in età contemporanea sono nate tutta una serie di associazioni e gruppi esoterici, più o meno influenzati dalle nuove correnti della New Age, della Wicca, della Stregoneria e del Neopaganesimo, oppure intendendo la magia come attitudine superiore e non solo come operatività generica, sarà opportuno tenere presente le correnti di pensiero che si rifanno tra vari soggetti come ad esempio Julius Evola, sostenitore della magia intesa come conoscenza iniziatica, che comporta la trasformazione interiore di chi la pratica, avendo comunque sin dalla nascita, predisposizioni spirituali e psichiche per farlo.
Infatti, secondo questi punti di vista, la pratica della magia e la fiducia nelle sue possibilità presuppone una particolare visione non solo materiale del mondo, in cui la realtà sia dominata da forze spirituali che per la loro stessa valenza possano essere ridestate in vario modo.
L’intenzione con cui si utilizza il potere insito nelle parole, negli scritti, nei simboli magici, se disinteressato o egoistico, intriso di passionalità, determinerebbe, secondo alcuni, la differenza tra i vari tipi di magia, ovvero rispettivamente tra un ambito luminoso ed uno oscuro.
Sono cose più o meno simili a quelle che si raccontano in merito ai sacerdoti persiani o per gli autori dei grimori, i quali avrebbero saputo propiziarsi non solo gli spiriti più elevati a fini benefici, ma anche quelli malefici per rivolgere eventuali calamità contro i propri nemici.
Dopo questa velocissima ed ovviamente grossolana sintesi su alcuni aspetti della magia (ovviamente, non può che essere tale, vista la miriade di situazioni particolari sviluppatesi in alcuni millenni e presenti in molteplici popolazioni), credo sia necessario accennare qualche cosa sulla teurgia, intesa come una pratica religiosa derivata da quanto era stato creato tecnicamente soprattutto nell’antichità greco-romana pre-cristiana.
Con tale pratica, si immaginava di «agire al livello delle divinità», nel senso di consentire agli uomini di trasformare il loro status in senso divino con l’aiuto dell’unione mistica.
Era ed è finalizzata a produrre miracoli, benefici prodigiosi, oltre a sviluppare poteri con cui i teurghi tendono ad identificarsi con la propria parte divina e ad ottenere consapevolezza, conoscenza stabile di sé, oltre ai limiti del Regno materiale, con tutto quello che ne può derivare.
Per quanto ci è dato sapere, tramite vari autori, sembra che nell’antichità, ad esempio nella religiosità tardo ellenistica e propria dell’ultimo Neoplatonismo, le pratiche teurgiche consistessero nell’evocazione delle Divinità per mezzo della telestiké.
Questa tecnica consisteva nel consacrare ed evocare, allo scopo di animare, delle statue magiche di Divinità per ottenerne degli oracoli. Tali operazioni si fondavano sulla credenza che ad ogni Divinità corrispondesse nel mondo fisico (animale, vegetale e minerale) un suo elemento di risonanza e che agendo su questo si fosse in grado di agire sulla stessa volontà della Divinità. Diversamente, si trattava di tecniche estatiche aventi lo scopo di far incarnare, per un determinato tempo, la divinità in un essere umano. In questo caso la pratica teurgica differiva da quella degli oracoli in quanto la divinità evocata non entrava nel corpo per un atto spontaneo ma bensì specificatamente evocata dal teurgo avente questo compito.
Tutto questo si celebrava prevalentemente all’interno di attività misteriose e si attuava attraverso operazioni rituali di carattere cerimoniale di cui si fantastica molto ma di cui si sa veramente pochissimo.
Si accenna a gesti ineffabili condotti con precisione e solennità, all’utilizzazione di simboli, formule o di altro che, in senso analogico, erano configurati per attirare la divinità desiderata.
Le divinità infatti, si identificavano con i pianeti e con le stelle, la cui evocazione doveva perciò corrispondere alla loro specifica qualità astrale.
C’è poi il mistero della corretta pronuncia dei nomi, compresi quelli degli Dei, unita alla simbologia ed ai gesti. Non è affatto chiaro quali lingue venissero utilizzate, quali simboli e quali gesti fossero da mettere in campo.
Infatti, sembrerebbe che sin d’allora, tutte queste cose non dovessero essere comprensibili, decodificabili, se non solo da parte degli officianti.
Così per i semplici partecipanti, l’efficacia del rito era condizionata per ognuno, dalla capacità di attivare solamente particolari elementi psichici funzionali a ricevere l’energia divina o demoniaca.
Per questo anche oggi, per gli ingenui sperimentatori a livello di aspiranti stregoni o per gli “sprovveduti” che sono strumentalizzati per mettere a punto alcuni canali di trasmissione, è auspicabile che qualche cosa non si attivi mai casualmente davvero.
Per fortuna non basta pronunciare più o meno propriamente qualche cosa esaltandosi nella convinzione di poter fare chissà quale meraviglia, però con lo stesso spirito e capacità interiori di chi legge superficialmente una ricetta di cucina, mentre è in attesa del proprio turno nella fila per accedere alla cassa in un supermercato.
Questo è ovviamente solo un mio punto di vista.
Tornando agli ambiti degli antichi scrittori, si possono trovare, tramite le descrizioni del filosofo del II secolo d.C. Giuliano il Teurgo, informazioni riguardanti gli Oracoli caldaici, comunque storicamente precedenti a lui.
In questi testi, la teurgia non si limita a discutere intorno al Divino, quanto piuttosto indica i riti e le pratiche per evocarlo.
La teurgia ebbe notevole influenza sul tardo Neoplatonismo. Così anche l’imperatore romano del IV secolo, Giuliano, prima ancora di vestire la porpora imperiale venne iniziato ai Misteri eleusini.
Orientativamente, a partire dal 529 d.C. con la pubblicazione del Codex Iustinianus, emesso dall’imperatore cristiano Giustiniano, il quale proibiva qualsiasi dottrina filosofica o pratica religiosa non cristiana, le pratiche teurgiche tesero a scomparire contestualmente alla chiusura delle scuole filosofiche e teologiche non cristiane.
Nel Medioevo, tali pratiche vennero demonizzate, considerate «malefiche», inaccettabili, giacché l’avvento del Cristianesimo implicava la cessazione di tutte le pratiche pagane che per lo più erano considerate attinenti agli angeli caduti insieme a Lucifero. La pratica teurgica venne chiamata ars goetia, locuzione derivata da una parola greca che significa «stregoneria», «magia nera», alla quale ovviamente si contrapponeva la liturgia sacramentale cattolica, considerata come la nuova e la vera teurgia, ovvero l’opera salvifica e santificatrice di Dio nella mediazione dei suoi sacerdoti.
Nel Rinascimento, in seguito al Concilio di Firenze e all’arrivo in Italia, da Bisanzio, del filosofo Giorgio Gemisto Pletone, le dottrine teurgiche furono oggetto di una riscoperta nell’Occidente e trovarono un terreno fertile di sviluppo nell’Umane-simo dell’Accademia neoplatonica fiorentina, diretta da Marsilio Ficino.
Conseguentemente ebbero un certo sviluppo presso vari filosofi legati all’ermetismo; però venendo da alcuni, assimilate forse non in modo molto appropriato ad una sorta di magia bianca, furono inevitabilmente osteggiate dalla Chiesa.
Perciò restarono per lo più appannaggio di cerchie ristrette di studiosi e di praticanti nelle società iniziatiche segrete. Tutti dovettero essere comunque molto prudenti e riservati.
Dopo un lungo periodo di esistenza sotterranea, a partire dal XVIII secolo, la teurgia ebbe un revival evidenziatosi poi nel corso del XIX secolo e agli inizi del XX secolo, con la sua utilizzazione sistematica seppur anche molto differenziata nelle molteplici strutture, da parte di ordini esoterici ed iniziatici.
Nell’ultimo secolo poi, questa teurgia ottocentesca ha avuto una sua naturale utilizzazione anche nelle religioni neopagane, come ad esempio nella Wicca e nel Druidismo.
Ritornando per qualche istante agli accenni sulla magia, suppongo che occorra tenere necessariamente presente da parte di tutti, la possibilità che determinate facoltà siano presenti o assenti in chiunque, sin dalla nascita. Quindi non possono essere acquisite. Farebbero parte dello specifico stato dell’essere personale.
Ciò sarebbe forse in sintonia anche con un recente studio condotto dall’Università di Tel Aviv che ha appena messo in discussione uno dei principi alla base della biologia: la barriera di Weismann (quella barriera sostiene che le caratteristiche acquisite sono tratti delle cellule somatiche e in nessun caso possono essere trasmesse alle generazioni successive). Questo studio è il primo passo verso future ricerche sull’ereditarietà della conoscenza esperienziale; vale a dire che apre le porte alla possibilità di ereditare la conoscenza dalle generazioni passate.
Sembrerebbe dimostrato che le cellule del sistema nervoso siano in grado di trasmettere le informazioni memorizzate alle generazioni successive.
Quindi estendendo le teorie all’ambito magico (anche o soprattutto quello naturale), con buona pace di molti che auspicherebbero di potersi dotare di facoltà straordinarie, leggendo qualche libro, pronunciando qualche formula o semplicemente “subendo” qualche iniziazione, per risolvere i propri problemi o per soddisfare i desideri passionali riguardanti ciò che non riescono realizzare con le proprie forze, sarà opportuno intuire, comprendere, che certe caratteristiche, ammesso che siano reali, si hanno solo dalla nascita, sia per eredità, che per mutazione. Se non sono subito manifeste, possono essere forse “risvegliate” in seguito, però solo se sono già presenti.
Così, sarà opportuno fare molta attenzione nel non confondere ciò che faccia parte della propria essenza delle proprie facoltà che qualcuno potrebbe identificare anche come un dono conseguente alla propria evoluzione spirituale, personale o di famiglia, con qualche cosa che si potrebbe prendere in prestito, rubare più o meno furbescamente, oppure da cui farsi possedere.
Come surrogato, qualcuno che volesse soddisfare in ogni modo i propri desideri passionali o risolvere le eventuali difficoltà materiali, potrebbe restare ugualmente soddisfatto da quest’ultima ipotesi e volerlo comunque ad ogni costo, ma come si può intuire, nessuna di queste opzioni è mai gratuita. Ci sono sempre conseguenze e probabilmente costi da pagare, forse molto superiori ai benefici ricevuti.
Ad ogni modo, si organizzano corsi, seminari, per lo più senza senso alcuno op-pure truffaldini.
Altri lo fanno purtroppo, con il preciso intento di diffondere ciò che non è propriamente “luminoso”.
Se poi cambiamo l’oggetto dell’osservazione e tendiamo a riferirci alla pratica teurgica, immaginandola come una preghiera, così come accade in altri ambiti a noi vicini, ad esempio come quelli dell’Ordine Martinista, questa dovrebbe essere considerata come una sorta di applicazione tramite cui ci si limita quasi unicamente nella sua azione, alla ricerca di un contatto, allo sviluppo delle relazioni che intercorrono tra un essere umano inserito nella natura ed il Supremo Artefice.
Lo studio delle relazioni che esistono tra l’uomo e il piano superiore o divino, la messa in pratica conseguente, in tutte le sue modalità applicative, appartiene spesso alla Teurgia nelle sue molteplici forme ed aspetti.
Si tratterebbe di una sorta di “santa magia”, il cui principale obbiettivo era ed è come nel caso dei nostri lavori, quello di favorire per coloro che partecipano alla liturgia di ogni camera rituale, un contatto spirituale sempre più elevato.
Però per beneficiarne, ai Fratelli ed alle Sorelle spetta l’onere e la responsabilità esclusiva di formarsi tramite una purificazione spirituale progressiva, nella conquista del silenzio interiore ed esteriore, senza scordare l’equilibrio e la salute del proprio corpo materiale, ma anche ciò che avvolge l’anima, in modo da configurare un poco alla volta questa composizione trina, come un vero ricettacolo degno della volontà del Supremo Artefice.
Gli iniziati maschi e femmine, su percorsi specifici a loro adatti, se finalmente “purificati”, potevano e possono elevare la personale essenza ai livelli necessari per tentare di ricevere intuizioni riguardanti scintille di verità e se a volte necessario, entrare forse in contatto con energie e/o con gli esseri angelici, intermediari, interagenti con la volontà del Creatore.
Forse è per questa finalità che all’interno delle varie liturgie, sono presenti anche brani derivati da Salmi o da altri Testi Sacri, oltre alle indicazioni del corretto posizionamento geometrico, rispetto ai punti cardinali, in cui posizionarsi per procedere con quanto lo necessita, sia in modo mentale, silenzioso, oppure con quello parlato, vocalizzato.
In alcuni casi, servirsi di una recitazione che pronunci correttamente quanto appartiene ad una lingua antica, fa conservare le caratteristiche originali attraverso i tempi e quindi rende chiara la forza vibratoria delle parole e delle lettere. Una pronuncia errata vanificherebbe tutto ciò e presenterebbe a volte, risvolti indesiderati. Quindi sarà opportuno evitarlo, limitandosi in questi casi difficoltosi, ad utilizzare solo la traduzione nella propria lingua.
Nel santificare il nome del Supremo Artefice al quale si chiede attenzione ed a cui ci si mette a disposizione per la stessa esecuzione dei lavori che non hanno altro scopo che la Sua Glorifica-zione e la contemporanea ricerca di avere maggiore conoscenza di sé stessi nella complessità della creazione pluridimensionale, sarà opportuno ricordare sempre che qualsiasi cosa “straordinaria” si pronunci e si faccia, dovrà essere eseguita umilmente solo in funzione del Suo Nome e per la Sua Volontà, aspirando di partecipare alla grande Legge Universale che agisce anche qui nello stato materiale.
Solo Suo è il potere della Corona da cui si es-pande la trascendenza che permea la creazione e l’immanenza di ogni cosa.
Qualsiasi azione di un iniziato accolto nella nostra Obbedienza non dovrà mai configurarsi come conseguenza di un inutile e controproducente moto d’orgoglio.
Coerentemente, anche ogni richiesta d’aiuto “prodigioso” dovrà avere come finalità principale, la rimozione di eventuali ostacoli fisici, psichici, che impediscono, al disopra delle proprie forze, il corretto cammino che si è volontariamente scelto di percorrere, e quindi il raggiungimento delle finalità implicitamente previste.
In tal modo, potrebbe intuirsi meglio come una parte importante del metodo utilizzato per il personale progresso, consista in varie forme di preghiera, nel continuo lavoro di preparazione formativa che attraverso un rapporto sempre più efficace con la coscienza, permetterebbe se lo si volesse veramente, di avere evidenza continua dei propri pensieri, delle parole e delle azioni. In tal modo, una condotta sempre più pura, nel semplice, sano timore e amore per il Supremo Artefice, potrebbe consentire di operare quelle scelte che si svelerebbero indispensabili per fissare le nuove caratteristiche dello sta-to dell’essere, percepibili nelle evoluzioni trasmutanti della personalità, affiancate, a volte, anche da eventi, da manifestazioni, dal risveglio di facoltà gioiosamente straordinarie.
S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫ Renato Salvadeo
L’articolo è contenuto nel numero di Luglio 2021 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Per gli antichi egizi tutto era animato e vivente ma esistente in più dimensioni contemporanee. Cosi, ogni fenomeno, per analogia, esprimeva la manifestazione di un piano spirituale che si riverberava nel piano fisico, rappresentando per vari millenni, un ambito fecondo per favorire la nascita tra i popoli nel mondo mediterraneo, dell’astrologia, della teurgia e di tutti i tipi di magia.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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