Alle radici della conoscenza muratoria

Una delle osservazioni che tutti noi abbiamo avuto modo di fare, riguarda le progressive modificazioni del pensiero e dell’atteggiamento degli Apprendisti: primi fra tutti, noi stessi.

È lo specchio della trasformazione iniziatica, maggiormente visibile proprio in quella prima fase di passaggio dalla profanità ad una modalità consacrata di partecipazione attiva.

Proprio l’attività, o meglio la dinamica, è la chiave di tutto; ma evitiamo i malintesi, perché si può facilmente confondere l’attività con l’attivismo, l’agitazione con la realizzazione, la fatica con l’opera.

Torniamo allora al nostro Apprendista; l’inquietudine che lo tormentava e l’insoddisfazione che percepiva e che lo hanno per varie strade portato all’iniziazione, sono sintomi di un potenziale iniziatico.

Le istanze confuse che lo animano, devono venir rettamente ed utilmente incanalate, senza slanci frettolosi ma con paziente applicazione.

Il primo grave errore che spesso si fa, soprattutto per pigrizia, è di dargli da leggere un pacco di libri e libretti con rituali, regolamenti, norme morali, studi “sapienziali” o illustrazioni di simboli, senza una vicinanza responsabile e veramente idonea per lo specifico percorso formativo.

Così facendo, spesso si sottintende che l’importante è prevalentemente studiare, che la conoscenza possa trovarsi nei libri piuttosto che nella vita, che si tratti solo di apprendimento culturale.

Non che queste letture siano dannose, ma dovrebbe essere l’Apprendista a cercarle ed a chiederle nel momento in cui ne sente il bisogno, per approfondire espressioni e concetti, non usuali e non banali, incontrati in Loggia nelle parole dei Fratelli; soprattutto, come si usava una volta, un Maestro ma anche un Compagno dovrebbe avere il compito di assisterlo, innescando così in entrambi il meccanismo virtuoso dell’apprendere e dell’insegnare.

Anche persone iniziaticamente molto evolute, non di rado privilegiano la vastità o la profondità degli studi ad un lavoro di Loggia, frequente, regolare, costruttivo, mettendo così in ombra il “luogo” intellettuale e spirituale del lavoro, dell’incontro, della costruzione del discorso, del formarsi e manifestarsi dell’intelligenza di Log gia. Fatti reali e sostanziali, di cui tutti hanno fatto piccola o grande esperienza.

A questo punto, possiamo chiederci se quelle modificazioni che abbiamo attribuito allo sviluppo del processo iniziatico, derivino dalla semplice imitazione, siano il frutto di studio e di apprendimento, oppure il conseguimento di una seppur modesta ma reale conoscenza; ed in quest’ultimo caso, di quale genere?

Porre come titolo “Alle radici della conoscenza muratoria” è pretenzioso e magniloquente, ma soltanto se si ritiene che questo significhi avere già la verità in tasca e di essere in grado di esporla con chiara evidenza. Altrimenti, è una questione non solo legittima, ma diviene una ricerca doverosa che ognuno di noi deve considerare con assoluta attenzione; ovvero, cosa possa essere una particolare forma di conoscenza iniziatica, specificamente libera, conseguente ad intuizione e comprensione acquisite in un percorso muratorio.

Se dunque esiste una conoscenza tipicamente muratoria, in cosa consiste e da dove riceve forza e legittimità?

Se non si ha la pretesa che con la cerimonia di iniziazione avvenga qualcosa che sia più che aprire dei “portali metafisici”, fissare dei potenziali “collegamenti eggregorici”, porre a dimora un seme, tutto si trae dal lavoro di Loggia, con la continuità e la fedele presenza agli incontri, con l’attenzione al linguaggio, con la volontà di contribuire attivamente alla costruzione del discorso, con il desiderio di comprendere e lo scetticismo per le facili risposte. Tutto ciò, mantenendo un atteggiamento di serena fiducia nella possibilità di diventare progressivamente degni dell’attenzione del Supremo Artefice dei Mondi, la cui presenza si invoca ogni volta, tramite lo sviluppo teurgico della liturgia.

Espressioni come copertura, tegolatura, innalzare templi alla virtù, scavare oscure e profonde prigioni al vizio, condurre gli operai al lavoro, pagarli e mandarli via, separare ciò che è unito e riunire ciò che è sparso, raccogliere il tronco della Vedova, ma anche squadrare la pietra o levigarla, far girare la parola, ritrovarsi sotto al cielo stellato, osservare il sole a mezzogiorno ed al tramonto, riconoscere la pienezza della mezzanotte, vanno spesso ben oltre la nostra capacità razionale di spiegarne e poi di comprenderne pienamente il senso, perché portano un potente messaggio.

È evidentemente anche una questione di linguaggio: un linguaggio simbolico (ogni Obbedienza, ogni Rito ha le sue particolarità).

Noi certamente possediamo ed applichiamo un metodo: quello speculativo unito agli indispensabili momenti teurgici, che caratterizza la muratoria, con dei passaggi per stati di coscienza, giustamente prefigurati, ma non sistematicamente predeterminati.

Ognuno ha una propria peculiare evoluzione, che si appoggia a stimoli capaci di diventare simboli e che partecipano alla costruzione del pensiero come materiali da lavoro, ma anche come immagini del “progetto” che stiamo realizzando.

Queste considerazioni saranno più o meno chiare ed esatte, ma di certo sono pertinenti, perché connesse allo spirito costruttivo che dovrebbe animarci e presiedere al nostro impegno; parlare di costruzione del pensiero o edificazione della personalità non può portarci fuori tema.

Tuttavia, il vero pilastro è l’intuizione che ispira la “speculatività” del nostro lavoro, della Loggia, della Muratoria, e che trova poi comprensione anche nei riscontri applicativi della vita quotidiana. Non possiamo prescindere dal fatto che la nostra visione e l’eventuale conseguente azione, sono spesso speculative. Che cosa comporta questo punto di vista?

Occorre fare attenzione se ci si limita a contrapporre correttamente il concetto speculativo a quello operativo. Spesso si pensa che tutto si esaurisca nella differenza fra tirare su faticosamente e pericolosamente degli edifici gotici o chiacchierare amabilmente in una sala arredata a Tempio piuttosto che in un salotto. Nel concreto, spesso è andata proprio così, dimenticando, in carenza d’intuizione luminosa, l’importanza della corretta (interiore ed esteriore) esecuzione rituale; ma non possiamo non cogliere il senso universale di questa vicenda ed il particolare momento in cui si è manifestata.

Ci sarebbero numerose considerazioni, ed alcune le abbiamo già fatte in altre occasioni, ma è essenziale riconoscere che nel XVII secolo, nei fermenti che hanno portato al mondo moderno, è avvenuta una storica riduzione delle facoltà d’azione (ovvero operative) della vena iniziatica della Tradizione Ermetica e non solo di quella: relativamente alla politica, alla religiosità ed alla mentalità conseguente.

Se non si comprende che questa nostra particolare forma della cultura iniziatica non può o non riesce più agire direttamente sulle cose, ma deve di necessità lavorare sulle loro immagini, si è condannati alla schizofrenia del “voglio ma non posso” e del “faccio ma non devo”. Alcuni elementi della nostra peculiare simbologia, come il grembiule, i guanti bianchi e, in talune occasioni, il cappuccio, possono dare preziose indicazioni di senso.

Pensare poi che l’opportuna norma che, nel corso dei nostri ordinati Lavori, vieta di “intrattenersi in questioni di politica o di religione” significhi che i liberi muratori debbano lasciare ad altri questi due aspetti essenziali della vita intellettuale, sociale e personale, è a dir poco, riduttivo, allorché ci si proietta nella vita quotidiana.

È sempre una questione di “modo” e di scelta della direzione mentale; evitare di “far questioni” per indirizzarsi durante l’esperienza liturgica, solo verso ambiti spirituali, è ben diverso dal creare tabù innominabili su argomenti che in altri momenti potremmo non saper gestire, causando così divisioni.

Tanto più oggi, in un mondo in cui nessuno ha un’idea propria, ma tutti e su ogni cosa esternano opinioni disparate e con scarso fondamento, cosa vogliamo ancora dividere? In un confronto di ottuse mònadi, cosa resta da separare? Il nostro ragionevole intento non può che essere di aggregare, unire, consolidare; ma non con un fine associativo, bensì intellettivo interagente con lo Spirito. L’unico mezzo naturalmente efficace, può essere la comune identità, sentita e condivisa nella figura archetipica del Libero Muratore orientato verso un riavvicinamento interiore (con conseguenze esteriori) alle origini più elevate dello Spirito.

Alle radici della conoscenza muratoria, c’è dunque il lavoro, condotto secondo l’Arte, e l’esperienza viva che se ne può trarre in una realtà differenziata; è il riconoscere sé stessi negli altri, il sentirli come parte di noi, come autentici alter ego (diverse e non meno degne modalità di attuazione della propria umanità) portatori di vi-sioni necessariamente complementari.

Questo motiva e giustifica l’aspetto associativo, perché il lavoro “di squadra” dei muratori corrisponde ad una necessità tecnica di questa particolare forma di applicazione all’Arte, che è speculativa ed opera poi concretamente sul riflesso delle cose di cui ci occupiamo.

Riprendiamo brevemente l’immagine del lavoro, che viene esaltato nei rituali definendolo la “massima consolazione del libero muratore”; espressione che ne indica la preminenza fra tutte le azioni e le intenzioni che possiamo mettere in pratica, pur senza mai chiarire di cosa realmente si tratti.

Alla domanda che ognuno di noi si è fatta: “in cosa consiste il lavoro di Loggia?” Proviamo a dare la risposta più semplice e forse più comprensibile: ascoltiamo e parliamo, collaborando tra noi nel dar vita ad un “discorso”, nel trovare una logica e, se siamo fortunati, una parola. Restano poi mille risvolti grandi e piccoli da esplorare, valorizzare e rendere coerenti, ma quanto detto è il minimo, ed è innegabile.

Ciò che si svela però straordinariamente importante (ma non tutti lo riescono a comprendere oltre che ad intuire), riguarda gli aspetti teurgici tesi ad interagire con l’ambito metafisico, proiettandosi sulla verticale, verso li-velli sempre più luminosi.

Inoltre, esistono concettualmente e concretamente i “frutti del lavoro”, che ma-turano grazie alle nostre cu-re e dei quali avremmo il diritto di godere; tuttavia, come per il frutto dell’albero della Conoscenza, assaporarli non libera, ma crea vincoli, genera un karma che va “pagato”.

Già in un breve ricordo di Gastone Ventura, abbiamo citato quanto Krishna dice ad Arjuna: “il fuoco della sapienza riduce in cenere tutte le azioni” ed ancora

“le azioni non vincolano chi, nella devozione, ha rinunciato al loro frutto“.

Queste prescrizioni, strettamente inerenti alla ritualità ed al suo sovrasenso, ci aiutano a comprendere che quanto facciamo ed i risultati che eventualmente otteniamo, hanno un valore superiore in sé, molto più che utilità per noi stessi. Inoltre, la “libertà” della Muratoria, rafforza ed esalta questa immagine.

È una piccola cosa, ma indica che la giusta azione, attuata con la retta intenzione, ha un significato universale, che va ben oltre le nostre modeste e limitate persone.

Se questi concetti vengono compresi e si riesce a vivere in tal modo la propria partecipazione al lavoro di Loggia, incomincia a formarsi spontaneamente la trama di una reale conoscenza.

L’articolo è contenuto nel numero di Ottobre 2021 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Se non si ha la pretesa che con la cerimonia di iniziazione avvenga qualcosa che sia più che aprire dei “portali metafisici”, fissare dei potenziali “collegamenti eggregorici”, porre a dimora un seme, tutto si trae dal lavoro di Loggia, con la continuità e la fedele presenza agli incontri, con l’attenzione al linguaggio, con la volontà di contribuire attivamente alla costruzione del discorso, con il desiderio di comprendere e lo scetticismo per le facili risposte.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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