Berlicche – lettera 28

Nella famosa raccolta delle ‘Lettere di Berlicche, scritte da Clive Staples Lewis nel 1941, durante i momenti più duri per gli inglesi, della seconda Guerra Mondiale, spiccano preziosi spunti di riflessione. Ognuno dei 32 brevi capitoli (in origine, semplici trafiletti su “The Guardian”) propone temi e risvolti interessanti, tuttavia, alcuni contenuti sono davvero straordinari; non tanto perché affermino delle piccole o grandi verità, ma come esempi della facoltà di osservazione e del dono dell’intelligenza.

Per chi non lo sapesse, sono le lettere di “sua potente Abissale Sublimità il Sottosegretario Berlicche”, diavolo anziano ed esperto, dirette a suo nipote Malacoda, un giovane apprendista tentatore, allo scopo di indirizzarlo (diabolicamente) nella “professione”.

Ovviamente, il Nemico è Dio ed il “paziente” è un giovane uomo da dannare. Ogni brano è collegato al precedente ed al successivo, sviluppando l’ampiezza delle tentazioni e del riscatto umano, proprio sullo sfondo del difficile momento storico ed emotivo della guerra, di cui dovremmo comunque riconoscere alcuni tratti nel presente.

28.

Mio caro Malacoda, quando ti scrivevo di non riempire le tue lettere di scemenze sulla guerra intendevo dire, naturalmente, che non desideravo le tue piuttosto infantili rapsodie sulla morte di uomini e sulle distruzioni di città.

In quanto la guerra incide veramente sullo stato spirituale del paziente, è chiaro che voglio dei rapporti completi. E da questo punto di vista pare che tu sia singolarmente ottuso. Per esempio dici, sprizzante di gioia, che v’è motivo di attenderci pesanti incursioni aeree sulle città dove abita quella creatura. Ecco un esempio lampante di una cosa della quale ho già avuto occasione di lamentarmi: la tua prontezza a dimenticare il problema principale nel godimento immediato della sofferenza umana.

Non sai che le bombe uccidono gli uomini? O non capisci che la morte del tuo paziente, in questo momento, è precisamente quanto noi vogliamo evitare? È fuggito dagli amici mondani nei quali tentavi di impigliarlo; si è innamorato di una donna assai cristiana ed è temporaneamente immune dai tuoi attacchi contro la sua castità; e i diversi metodi di corrompere la sua vita spirituale che abbiamo tentato si son dimostrati finora inutili.

In questo momento, in cui l’urto supremo della guerra si avvicina sempre di più e che le sue speranze mondane prendono un posto proporzionatamente più basso, nella sua mente, circondato dalle opere di difesa, cotto della ragazza, costretto a badare al suo prossimo più che non abbia mai fatto prima, e godendone più che non s’aspettasse, fuori di sé, come dicono gli esseri umani, e crescendo ogni giorno nella dipendenza consapevole del Nemico, lo perderemmo quasi certamente se dovesse morire questa notte. E una cosa tanto evidente che mi vergogno di scriverla.

Talvolta mi chiedo se non vi si tenga fuori per troppo tempo, voi giovani demoni, a tentare la gente, se non corriate il rischio di prendervi un’infezione di quei sentimenti e di quei modi di valutar le cose che sono propri degli uomini fra i quali lavorate. Essi, si sa, tendono a considerare la morte come il male supremo e la sopravvivenza come il più gran bene.

Ma è così, perché glielo abbiamo insegnato noi.

Non lasciamoci contaminare dalla nostra stessa propaganda.

So che ti sembrerà strano che in questo momento il tuo scopo principale debba essere proprio quella cosa per la quale pregano la fidanzata e la madre del tuo paziente, vale a dire l’incolumità del suo corpo. Ma è così; dovresti custodirlo come la pupilla dell’occhio.

Se muore ora, tu lo perdi. Se sopravvive alla guerra, c’è sempre speranza.

Il Nemico lo ha difeso da te nella prima grande ondata di tentazioni.

Ma, se soltanto lo si può tenere in vita, avrai il tempo stesso come tuo alleato.

Gli anni lunghi, noiosi, monotoni della prosperità o dell’avversità dell’età matura offrono un’atmosfera eccellente per una campagna.

Vedi, è tanto difficile per queste creature “perseverare”.

Il ricorrere dell’avversità, lo sfiorire graduale degli amori giovanili e delle giovanili speranze, la quieta disperazione (appena sentita come dolore) di mai poter superare quelle tentazioni croniche con le quali li abbiamo molto spesso sconfitti, il grigiore che riusciamo a creare nella loro vita e l’inespresso risentimento con il quale insegniamo loro a rispondervi, tutto ciò offre occasioni mirabili di spossare e di logorare un’anima fino alla sconfitta.

Se, d’altra parte, gli anni dell’età matura si presenteranno prosperi, la nostra posizione sarà ancor più forte. La prosperità intreccia l’uomo col mondo.

Sente che vi trova un posto per lui, mentre in realtà è il mondo che trova un posto nell’uomo.

La riputazione che aumenta, il circolo delle sue conoscenze che s’allarga, il senso di importanza, l’urgenza sempre crescente del lavoro piacevole ed assorbente, gli infondono la sensazione di trovarsi proprio a casa sua sulla terra; il che è proprio ciò che noi desideriamo.

Avrai notato che i giovani generalmente sono più disposti a morire dei vecchi e degli uomini di mezz’età. La verità è che il Nemico, avendo stranamente destinato questi semplici animali a viver nel Suo stesso mondo eterno, li ha tenuti lontano con un successo abbastanza ben riuscito dal pericolo di sentirsi a casa propria altrove.

Questa è la ragione per la quale dobbiamo spesso desiderare che i nostri pazienti vivano a lungo; settant’anni non sono troppo per il difficile compito di districare le loro anime dal Cielo e di stabilire un tenace attaccamento alla terra.

Durante la giovinezza ci accorgiamo che sfuggono sempre a una tangente. Anche se riusciamo a mantenerli nell’ignoranza di una religione esplicita, i venti della fantasia, della musica sui quali non si può far assegnamento, magari solo il volto di una fanciulla, il canto di un uccello, o uno sguardo all’orizzonte, ci fan saltare per aria tutta la nostra costruzione.

Non si VOGLIONO applicare con impegno a far carriera nel mondo, a stringere relazioni prudenti, e alla politica della “pelle innanzitutto”.

È talmente inveterato il loro appetito per il Cielo che, in questa fase, il miglior metodo a nostra disposizione per attaccarli alla terra è di fargli credere che la terra può venir mutata in Cielo ad una data futura, per mezzo della politica o dell’eugenetica, o della “scienza”, o della psicologia, o di che so io.

La vera mondanità è opera del tempo assistito, naturalmente dall’orgoglio, poiché noi insegniamo loro a chiamare buon senso o Maturità o Esperienza, la morte che s’avvicina strisciando. Un grande filosofo umano quasi quasi scoprì il nostro segreto quando affermò che, dove è questione di Virtù, l’Esperienza è la madre dell’illusione [David Hume]; ma, grazie al mutamento di moda, e anche, naturalmente, al Punto di Vista Storico, abbiam reso il suo libro in gran parte innocuo.

Quanto il tempo sia prezioso per noi si può giudicare dal fatto che il Nemico ne mette pochissimo a nostra disposizione. La più gran parte della razza umana muore nell’infanzia; e di coloro che sopravvivono moltissimi muoiono giovani. È evidente che per lui la nascita umana è importante principalmente come qualifica per la morte umana, e la morte unicamente come porta all’altro genere di vita.

A noi è permesso di lavorare soltanto su una minorità selezionata della razza, poiché ciò che gli esseri umani chiamano “vita normale” è un’eccezione. Forse Egli desidera che alcuni (ma solo pochissimi) animali umani, con i quali sta popolando il Cielo, facciano l’esperienza di resistere contro di noi durante una vita eterna di sessanta o settant’anni.

Ecco, questa è la nostra opportunità. Più è piccola e meglio dobbiamo usarne. Qualunque cosa farai, tieni il tuo paziente più al sicuro che puoi.

Tuo affezionatissimo zio BERLICCHE.

 

Formidabile, il rimprovero al giovane diavolo di indulgere nel godimento immediato della sofferenza umana nel tempo di guerra, trascurando il capitale dovere della dannazione. Ogni frase meriterebbe attenzione ed approfondimento, tuttavia, per varie ragioni anche personali, colpisce il potere negativo del tempo che passa.

“Gli anni lunghi, noiosi, monotoni della prosperità o dell’avversità dell’età matura offrono un’atmosfera eccellente per una campagna [di tentazione]…

La prosperità intreccia l’uomo col mondo.

Sente che vi trova un posto per lui, mentre in realtà è il mondo che trova un posto nell’uomo.”

L’accettazione, soddisfatta o abitudinaria del proprio stato, è esattamente il contrario di quella inquietudine che porta all’iniziazione e da essa al completo sviluppo della propria personalità. Il senso di impotenza o di appagamento, compiaciuto o rassegnato, che si accompagna alla lieve depressione indotta dall’età che avanza, è davvero una pesante zavorra che toglie ogni slancio di ricerca e di fresca curiosità per qualsiasi aspetto del mondo dell’uomo e del maggior contesto in cui esso si pone.

L’indicazione della prosperità quale ottimo presupposto per la “dannazione”, ci sembra particolarmente acuta. Mentre l’insoddisfazione, la curiosità intellettuale, il desiderio di conoscenza, attivano la dinamica della costruzione del pensiero, il benessere, visto oggi come mero godimento materiale, porta ad una stasi che toglie ogni slancio di ricerca, soprattutto interiore. Ed è naturale che sia così, perché se ciò di cui posso disporre mi soddisfa, se il centro dei miei interessi è intorno a me, non ci sarà motivo di introspezione e di riflessione.

Naturalmente, il diavolo e la dannazione di cui si parla, sono un’allegoria e gli aspetti religiosi sono strumentali ad un più generale discorso sulla salvezza, quale perfezione, o dannazione, come incapacità del compimento.

Il legame con un mondo materiale nel quale “trovare realizzazione”, è uno dei perni su cui incardinare l’opera di dannazione:

“… il miglior metodo a nostra disposizione per attaccarli alla terra, è di farli credere che la terra può venir mutata in Cielo ad una data futura, per mezzo della politica o dell’eugenetica, o della “scienza”, o della psicologia, o di che so io.”

Dopo quasi un secolo, dobbiamo constatare che questa è oggi la fede maggiormente diffusa, con un suo clero di parolai, con una devozione ottusa e bigotta, praticata ed esibita, e con molti aspiranti a far parte del Sant’Uffizio. Su quali basi? Perché è così!

Alla faccia della dea Ragione, la doxa prevalente regna ed in essa ci si nasconde.

Si cita inoltre “la politica della pelle innanzitutto”; questo dovrebbe trovare pronta risonanza nelle nostre coscienze con la situazione attuale: mai come adesso (tra molte altre) la paura di morire è diventata l’idolo sull’altare profano dei valori della vita! A essa stiamo sacrificando ogni ideale, di etica e morale, di libertà e diritto civile e politico, di solidarietà e umanità. Isolati nella solitudine di una paura in gran parte irrazionale, che recide ogni legame con il nostro prossimo ed impedisce di vederlo come alter ego.

Non che la vita non sia importante, ma, considerando l’ineluttabilità della morte, si manifesta diffusamente e con rilevanza inusitata un attaccamento puramente quantitativo e materiale alla vita, che può presentare tratti di vera oscenità, mentre si trascura ciò che davvero può darle un senso: un superiore slancio, in relazione con la qualità autentica.

Eppure ciò risponde a una precisa logica: questo è il trionfo del materialismo, che esclude ogni altro valore e relega l’uomo nella sua piccolezza: nella prigione delle sue paure. Non riuscire a vivere per la paura di morire: un assurdo vicolo cieco, un ossimoro del pensiero.

Questo è il clima, il sentire comune, lo “spirito del tempo”. Ma per il libero muratore può essere l’unico orizzonte? Non abbiamo la presunzione di essere eroi, ma nemmeno l’aspirazione a essere vigliacchi! Non è per la pretesa di “sape re” che ci siamo accostati all’iniziazione, bensì per il bisogno interiore di comprendere (che è tutt’altra cosa) e per la necessità intellettuale di farci delle costruttive domande, nella speranza di trovare qualche coerente risposta.

Una consapevolezza che deve poter nascere dalla costruzione del nostro pensiero, secondo la nostra personale misura e non dalle mille cose banali e perverse che il mondo propone ed impone, per accettare le quali non occorre farsi iniziare: basta accendere la televisione.

Per riprendere poi il tema delle tentazioni senili, è naturale che i minori stimoli dell’età matura portino a delle nostalgie per quella vitalità che nella giovinezza non sente limiti.

Tuttavia, con gli anni, è proprio sotto l’aspetto intellettuale che si aprono spazi inimmaginati al nostro pensiero, e l’ultima occasione per percorrerli.

La grande differenza non sta in ciò che non si può più fare, ma in quello che non si desidera più fare e soprattutto, nella rinuncia a ciò che si potrebbe pur sempre “essere”.

L’articolo è contenuto nel numero di Dicembre 2021 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Il ricorrere dell’avversità, lo sfiorire graduale degli amori giovanili e delle giovanili speranze, la quieta disperazione (appena sentita come dolore) di mai poter superare quelle tentazioni croniche con le quali li abbiamo molto spesso sconfitti, il grigiore che riusciamo a creare nella loro vita e l’inespresso risentimento con il quale insegniamo loro a rispondervi, tutto ciò offre occasioni mirabili di spossare e di logorare un’anima fino alla sconfitta.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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