Di solito si afferma che l’Alchimista tende a perfezionare sé stessi e i processi della Natura.
È evidente che per cercare di riuscirci, è necessario conoscersi e compiere un cammino verso una profonda trasformazione che agendo sull’anima, la eleva progressivamente a uno stato di beatitudine e conoscenza assoluta.
Il risultato finale è la “trasformazione del Piombo in Oro”, il raggiungimento di uno stato che si potrebbe definire “angelico”, ossia uno stato di coscienza superiore che consente all’Adepto di attraversare e di viaggiare attraverso tutte le dimensioni dell’essere.
Sul frontone de Tempio dell’oracolo a Delfi spiccava un’iscrizione: “Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei”. E Sant’Agostino ammoniva: “È nel profondo dell’uomo che risiede la verità”. Questi precetti, secondo Plotino, sono al centro di ogni processo evolutivo e mistico diretto al congiungimento della coscienza con la nostra essenza divina.
Per cercare di raggiungere tale obiettivo, occorre una iniziazione effettiva che implica un processo dinamico di trans-mutazione interiore. Ubbidendo, poi, alla legge del “solve et coagula”, al processo di macerazione a cui fa seguito una nuova materializzazione, l’Alchimista provoca su sé stesso una metamorfosi che per completarsi, richiede pazienza, concentrazione e una grande forza di volontà.
Il vero Alchimista è un iniziato e ogni vero iniziato è un Alchimista; egli sa bene che, sia il “vil metallo”, che “l’oro” non saranno cercati e prodotti in recipienti posti su fuochi reali, i quali affumicano i laboratori ma saranno cercati e prodotti in quell’Athanor posto al centro del proprio Essere.
È però vero che esiste un’Alchimia operativa che tratta sostanze vegetali e minerali al fine di estrarne quello che Paracelso chiamava “i doni divini”, ossia prodotti capaci di curare o riequilibrare forze carenti archetipali dell’uomo. Questa tecnica prese il nome di Spagiria. Ma a noi interessa il cammino che l’adepto percorre verso la propria “resurrezione”, ossia l’Alchimia Spirituale che è un fatto, un’esperienza metafisica. La via dell’ascesi, potrebbe configurarsi principalmente in quattro strade (diversi autori ne contemplano anche un numero maggiore), quattro tappe che si concludono con la redenzione e resurrezione dell’adepto che si ritroverebbe in una nuova condizione spirituale. Esse sono: la Nigredo o opera al Nero, la Viriditas o opera al Verde, l’Albedo o opera al Bianco e la Rubedo o opera al Rosso.
In questo percorso non viene abolita l’individualità, ma per lo più, la “maschera” della personalità con cui ci identifichiamo e che possiamo leggere anche nell’esame della prima casa astrologica originata dall’Ascendente. La prima tappa di quelle previste in questo percorso è la Nigredo in cui si dissolve questa maschera per prendere coscienza del proprio “Corpo Astrale” che alcuni Alchimisti hanno chiamato il nostro vampiro.
Il sorgere di una nuova individualità, è stata assimilata al sorgere della Stella del Mattino, ossia di Sirio, che secondo i nove corpi energetici descritti nella tradizione Egizia corrisponderebbe al Mentale di Venere. Questa sarebbe la Materia Prima, la pietra grezza su cui lavorare per ottenere secondo la terminologia alchemica l’Oro.
Secondo l’Alchimismo medievale, sarebbe l’incontro tra la Regina e il Re; l’anima e lo spirito che devono unirsi a formare l’Androgino.
Lo Spirito della Materia prima è il “Fuoco” che all’inizio della Creazione è rimasto imprigionato; ciò significa che in noi c’è una Luce che deve essere sublimata nell’iter palingenetico. La volontà costante dell’iniziato simile ad un fuoco, nel silenzio interiore e mossa dal desiderio, deve fare progressivamente morire l’Io storico.
Il Fuoco è quell’energia o Forza che permette che avvengano le trasformazioni; esse dipendono dalla qualità e quantità di Fuoco che viene usato.
Ogni stagione, ogni mese, ogni giorno hanno una particolare influenza magnetica che dipende dall’insolazione, dall’altezza del Sole, dalla sua declinazione e in conclusione dallo Zodiaco.
Esaminando alcuni testi alchemici si può capire come il fuoco che alimenta l’Athanor rappresenti uno stato interiore dell’iniziato; è un fuoco diverso in relazione ad un particolare periodo dell’anno.
Facendo riferimento ai mesi invernali nel nostro emisfero, si dovrebbe dare inizio all’opera utilizzando specialmente il proprio fuoco interiore, perché il fuoco-Sole è in declinazione sud, basso sull’orizzonte e quindi poco riscaldante; sarebbe l’ideale iniziare poco prima del solstizio d’inverno: meglio se tra Novembre e Dicembre. È il cosiddetto fuoco di brace.
Dopo il solstizio, il Sole comincia a marciare sull’eclittica in direzione nord; così si potrà sfruttare un fuoco esterno di legna, fino al l’equinozio di Primavera e proseguire fino al Solstizio d’estate ove le mutate condizioni geomagnetiche e astrologiche permetteranno di utilizzare un fuoco violento. Queste ritualità sono importanti perché se non effettuate correttamente, portano al fallimento della prima fase dell’Opera Alchemica; perché l’athanor è alimentato con scarsa energia oppure con eccessiva energia che brucia tutto. È il fuoco che deve scendere dall’alto, il fuoco divino, del Sole inteso non in senso fisico ma spirituale come il Dio RA egizio; fuoco purificante e purificatore.
Non si deve poi trascurare anche il cosiddetto fuoco della Luna perché essa è la lente focale che invia sulla terra tutte le influenze planetarie che da lei sono mediate. La Luna, rispetto al Sole presenta quattro fuochi che corrispondono ai suoi quarti. Questi quattro fuochi che corrispondono alle quattro fasi Lunari, hanno diverse qualità che si traducono in umidità, calore, secchezza e freddo. Ecco perché ogni inizio dell’Opera dovrebbe coincidere con Luna Crescente, calda e umida e senza aspetti con Saturno o Marte che esprimono al massimo la qualità della secchezza, essendo il primo freddo-secco e il secondo caldo-secco. Quindi ogni opera va iniziata nei momenti più opportuni e propizi e richiede all’Alchimista una profonda conoscenza dell’astrologia.
Primo compito dell’iniziato, sarà quello di riportarsi a quell’Umido Radicale o Materia Prima che sottostà a tutti fenomeni visibili e invisibili. Per potere fare questo, cioè riportarsi alla sua Acqua, deve fare leva sulla sua volontà.
Quest’Acqua è chiamata il primo solvente o il Mercurio Comune dei Saggi. È immaginabile come la lotta tra San Michele e il drago in cui la lancia, simbolo marziano, indica la volontà e il Drago è la bestia che deve essere trafitta per farne uscire il sangue nero dell’astralità.
Nell’antico Egitto il Drago era raffigurato dal serpente Apopis che trafitto e tagliato poteva indicare che la materia era sottoposta alla volontà. Colui che riusciva in questo scopo diveniva un tagliatore di serpenti ed aveva la possibilità di rinascere a nuova vita.
Il processo iniziale di trasformazione avviene nel buio assoluto, perché si svolge nell’interiorità dell’interessato.
La Materia prima viene liberata dalla prigione della corporeità mediante il processo di putrefazione e di macerazione; ossia di quella catarsi che ha il suo punto di forza nella volontà costante simile ad un fuoco che calcina. È un processo di introspezione che si effettua mediante la meditazione che porta a riconoscere l’Osiride celato in noi.
Ma per giungere a questo risultato, la materia o il corpo deve simbolicamente morire e con lui gli istinti, i bisogni, i desideri, in modo che nel silenzio interiore, tutti i sensi siano acquetati e i contatti col mondo esterno staccati. Tutto ciò che ha incrostato l’anima dal momento che siamo nati, con le abitudini, i condizionamenti familiari, psicologici, sociali, va ripulito dopo un’adeguata macerazione. È la discesa ad Inferos, con la mortificazione dell’Ego, che porta ad una morte apparente ma cosciente perché illuminata dalla luce solare. Questa discesa ad Inferos è descritta in alcune opere mitologiche come l’Odissea di Omero, l’Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante, che vanno esplorati con la chiave di lettura esoterica, così come lo si dovrebbe fare non solo per tutta la mitologia greca.
Dante si avventura nell’Inferno avendo a lato Virgilio, ossia la coscienza solare a cui non si deve mai rinunciare per non incorrere negli aspetti negativi dello psichismo inferiore che non gradisce l’evoluzione spirituale.
A questo livello bisogna evitare, come si dice in ermetismo, di avere gli occhi cavati dai corvi e invece fare in modo che la nerezza di questo uccello venga vinta.
Questo processo è chiamato Opera al Nero, o discesa nell’Ade, nel regno delle Ombre. È il primo passo iniziatico, il primo incontro col nostro piombo o Piombo dei Filo-sofi; secondo la terminologia alchemica, alla fine dell’opera sarà convertito in Oro.
Se, come accennato, l’incontro con gli spettri dell’inconscio o del proprio psichismo si deve concludere con l’uccisione del Drago, non è detto che siano stati eliminati difetti ancora più infernali come l’orgoglio e la superbia che possono derivare dal fatto che si è saputo superare gli ostacoli o dal ritenersi esseri superiori rispetto ai propri simili; in altre parole ci si crede Maestri.
Se questi difetti rimangono o vengono a galla senza alcun controllo, l’opera è fallita. Bisogna ricominciare daccapo e ripetere questa prova più volte, sempre con la guida della propria coscienza solare.
Secondo la tradizione egizia, uno dei grandi personaggi divini, maestro di particolari incantesimi magici, è Anubis: divinità a testa di sciacallo che ha il ruolo di presiedere alla morte reale di tutti gli uomini e alla morte fittizia dell’iniziato che ha intrapreso la via dell’ascesi. Ha la testa di sciacallo forse perché in natura, quest’animale si nutre di cadaveri e quindi, fa sparire tutto ciò che è impuro. Anubis non è l’unico dio con testa di un animale; infatti gli egizi quando hanno voluto rappresentare che nell’uomo o in un dio fossero presenti determinate qualità archetipali, hanno tolto la testa umana dalla figura e l’hanno sostituita con quella di un uccello, di un leone ecc.. come se ci fosse stata l’esigenza di antropomorfizzare gli dei senza per questo umanizzarli completamente.
Il corpo materiale è un ostacolo all’elevazione dell’anima. Come il cadavere è staccato dalla vita terrena, l’Adepto deve morire alla vita materiale e psichica di tutti i giorni. Nei templi è sovente rappresentato con l’aspetto di una mummia e con Anubis che con un gesto altamente iniziatico, tiene le braccia tese con i palmi delle mani giù, gesto che indica emissione di magnetismo, di un fluido di vita che diviene una forza magica per eccellenza. Inoltre spesso due grandi Dee-sacerdotesse presiedono al rito: Iside, la protettrice che agisce con i soffi e Nefti dea della vita segreta.
C’è un geroglifico da individuare come prologo del simbolismo dell’Athanor; esso è il “secchio” che secondo alcuni sembrerebbe corrispondere alla Kaf ebraica e poi astrologicamente a Marte, pianeta dell’operatività, del desiderio e della volontà.
Ad ogni modo, è il vaso egizio dentro il quale veniva impastata la calce e su un piano più alto, il vaso ove si producevano miscele di forze ed energie per potere giungere a nuove manifestazioni materiali fisiche e metafisiche. Inoltre, questo geroglifico unito ad altri come “la civetta”, animale notturno per eccellenza, indicherebbe il carbone che brucia e fa riferimento all’opera al nero che agisce esclusivamente sulla materia.
Altri simboli riguardanti, interagenti in vari modi con l’opera al nero, potrebbero essere:
Ma cos’è, dunque, questa Materia Prima? Forse, non è altro che lo Spirito che si è incarnato, il Fuoco che all’inizio della Creazione è rimasto “imprigionato” nella Materia Primordiale. Ciò significa che nel nostro stesso corpo c’è una luce diffusa che può essere percepita e sublimata nel processo di palingenesi.
L’articolo è contenuto nel numero di Maggio 2022 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Il vero
Alchimista è un iniziato e ogni vero iniziato è un Alchimista; egli sa bene
che, sia il “vil metallo”, che “l’oro” non saranno cercati e prodotti in
recipienti posti su fuochi reali, i quali affumicano i laboratori ma saranno
cercati e prodotti in quell’Athanor posto al centro del proprio Essere.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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