In questi giorni si sente parlare continuamente di libertà; i giornali e la televisione discutono quotidianamente della capacità del denaro contante di aumentare o meno la libertà dei cittadini, a quali cifra stabilire il pos, ecc. ma lascio queste discussioni agli economisti e ad altri addetti ai lavori e cerco invece di approfondire il concetto di “libertà”.
Questo può essere espresso solo con un paradosso secondo la dialettica: la schiavitù consiste nell’incoscienza della legge cosmica.
Questa legge sarebbe compresa nel Dharma della cultura indiana, il nostro Vero Io che coinciderebbe con il Sé Universale, l’unica Essenza che dovrebbe essere risvegliata. Conosci te stesso e conoscerai gli Dei e l’Universo dice l’Oracolo di Delfi, ma è importante chiarire che non parliamo di autocoscienza individuale, né di analisi psicologica più o meno approfondita, bensì di presa di coscienza dell’Essere trascendente e reale che si è manifestato in noi.
Se non ci rendiamo conto che viviamo e pensiamo immersi nell’incoscienza non potremo avere consapevolezza dello stato di schiavitù nel quale siamo sprofondati. Crediamo di essere liberi di perseguire scopi da noi autonomamente scelti, tramite mezzi altrettanto scelti da noi, ma è falso; i nostri scopi di vita sono determinati da un falso ego prodotto da aggregazioni estrinseche al Vero Sé.
In altre parole si potrebbe immaginare di avere un ego accidentale e un ego sostanziale e solo quest’ultimo deve essere realizzato.
Si può davvero volere e soprattutto sapere, solo andando oltre le azioni istintive incontrollabili che ci rendono simili a bestie o ad automi.
La nostra vita strettamente determinata dal Sé inferiore, è quindi eterodiretta da forze e impulsi estranei alla nostra coscienza e volontà; inoltre anche, il nostro concetto di bene o male è il frutto di dinamiche amorali o metamorali, indipendenti da una nostra libera scelta. La nostra mente è infinitamente condizionata da fattori accidentali esterni che offuscano la coscienza.
È importante perciò riconoscere quale sia la nostra condizione: non liberi, né portatori di una dignità che come schiavi ci è estranea.
Proseguendo su questo argomento, dobbiamo pensare a Dio che abolisce la distinzione tra conoscente e conosciuto, diviene sé stesso e conosce sé stesso, mentre l’Universo è Dio inconscio di Sé.
Il non-essere non partecipa all’essere, solo l’essere assoluto è pienamente consapevole, cioè conscio di Sé.
Le pietre non hanno esistenza oggettiva, sono totalmente incoscienti ed esistono per noi. La nostra mente razionale e analitica divide e crea l’essere sensibile materializzato e gli altri esseri, in quanto distinti e separati non esistono, così come noi non esistiamo per noi.
Dobbiamo prendere coscienza della nostra condizione e del fatto che malattie e morte dipendono da questa schiavitù dello spirito; solo dopo potremo parlare di libertà vera.
L’indifferenza verso gli altri, il vivere fine a sé stesso, il vuoto interiore e l’indifferenza spirituale, derivano dal Sé inferiore dominato da una falsa volontà.
Non so se può essere di consolazione per noi viandanti, ma anche i grandi Santi e molti illuminati raccontano di avere trascorso lunghi periodi della loro vita nuovamente inchiavardati al sé inferiore in quello stato che definiscono addirittura doloroso di “silenzio dell’anima”.
Questo percorso che tutti noi che stiamo scrivendo e leggendo, vorremmo fosse sempre luminoso, in realtà credo che sia un alternarsi di momenti proficui in cui la coscienza diviene viva e vivificante, con la sensazione che non esista nulla al di fuori ed oltre di essa e di altri in cui viviamo “alla giornata” nuovamente inseriti totalmente in un sistema esteriore.
Noi non controlliamo molti processi della macchina umana, ad esempio: rigenerazione cellulare, crescita delle unghie, regolazione degli ormoni, battito degli occhi, ritmo circadiano, ecc. ma anche la mente è meccanica ed è un aggregato etero diretto da forze deterministiche esterne. Infatti noi non controlliamo i nostri pensieri, né possiamo non pensare.
Molti infatti sanno quanto allenamento e studio occorrano per ottenere un certo silenzio della mente, indispensabile piattaforma per iniziare a percepire la nostra trascendenza.
I nostri pensieri sono “entità” che noi aggreghiamo e che hanno potere sul mondo sensibile ma che spesso non ci appartengono. Tali pensieri vengono archiviati nella memoria che è subconscia; si cristallizzano e in seguito danno luogo ad associazioni di idee che possono essere nient’altro che automatismi deterministici. Per questo si potrebbero individuare dei falsi obiettivi non stabiliti dalla nostra vera volontà che non riusciamo a percepire.
Dobbiamo imparare che ciò che facciamo e pensiamo ci torna indietro per essere metabolizzato. I pensieri di odio, invidia, negatività, egoismo, avidità ecc. non sono senza conseguenze, sia nel mondo inferiore, che creando ostacoli al nostro percorso verso la consapevolezza. Se mi è consentita una metafora, sono come certi cibi che chiamiamo spazzatura e che devono essere digeriti con sofferenza per gli organi deputati e di cui inoltre viene rallentata la funzione se non danneggiata.
Il progresso che non sempre significa evoluzione positiva, ha aumentato molto il potere della mente a cui abbiamo affidato il pieno controllo del nostro corpo; soprattutto il progressivo sviluppo psicologico e biologico ha ristretto molto quello spirituale ed infatti gli automatismi sono sempre più prepotenti.
Tutto ciò porta alla ricerca del piacere del vivere per vivere, alla superficialità, a non porsi mai domande essenziali circa lo scopo della nostra vita e perché no a un certo rintontimento e confusione.
Ma anche l’esperienza dell’eventuale risveglio non è senza conseguenze; ad esempio: depressione, sensus finis, ecc.
Come esempio dimostrativo, viene citato spesso il filosofo e astrologo Porfirio che divenne allievo di Plotino di cui scrisse la vita ed ebbe da lui l’incarico di riordinarne le opere; ma si ammalò di depressione con intenti suicidi e fu invitato dal maestro a recarsi in Sicilia per curarsi.
La tendenza a lasciarci vivere porta a sviluppare una intelligenza superficiale delle cose; poi, quasi come un “derivato tossico” c’è l’eccessiva importanza attribuita alla reputazione, poiché l’opinione nostra o altrui è solo manifestazione che non incide sull’essere. Non si tratta di questione marginale; basti pensare alla calunnia o all’estremismo. Abbiamo incoscienza dell’incoscienza. Sappiamo ad esempio che il lamento e il parlarsi addosso sono un modo per censurare e per nascondere a noi stessi la Verità; un’altra rimozione delle nostre contraddizioni la cui consapevolezza potrebbe schiacciarci.
Questa passività personale è caratterizzata dal pessimismo e varie correnti gnostiche ritengono sia conseguenza della mutevolezza corruttibile che porta in sé fragilità e incertezza; quindi ad un irrigidirsi dello spirito in una specie di “status quo”.
Notiamo che nella vita sono gli incidenti, gli eventi negativi, gli accidenti improvvisi che ci scuotono da questo quieto vivere e che ci fanno scorgere magari solo per brevi momenti, dei bagliori di una nuova visione, insieme con l’assoluta certezza della vacuità dell’ego materiale.
Anche se questi barlumi di coscienza sono inizialmente di breve durata, il ricordo rimane per moltissimo tempo e può essere un ottimo motore propulsivo verso la ricerca della consapevolezza. Infatti, chi non ricorda un grande amore durante il quale non esiste nient’altro al di fuori della persona amata e del proprio sentimento oppure un lutto doloroso che parimenti ci proietta al di fuori della quotidianità, rendendoci indifferenti a tutto ciò che prima ci sembrava importante?
I greci parlavano di Ananke la dea del destino, della necessità inalterabile e del fato, a cui erano sottoposti gli uomini fin dalla nascita.
Nella cultura ermetica si parla di Heimarmene infatti mentre Ananke è la necessità cosmica Heimarmene è il Fato cosmico; questa nascerebbe dall’incontro del Demiurgo (punto di vista di alcuni filoni gnostici) che per i greci sarebbe Zeus, con Ananke, rendendo così possibile che le leggi cosmiche siano inscritte fin da subito nella coscienza umana. Viceversa, laddove fosse la Provvidenza a governare il Sé, seppure in maniera inconscia, non saremo più soggetti a questo rigido determinismo.
Purtroppo i “dormienti” non hanno nessuna consapevolezza e a questo proposito vorrei ricordare Eraclito di Efeso.
Eraclito ha scritto molto sulla contrapposizione tra dormienti e svegli: “è unico e comune il mondo per coloro che sono svegli, mentre agli altri uomini rimane celato ciò che fanno da svegli, allo stesso modo di quando non sono coscienti di quel che fanno dormendo”. Parlando degli uomini comuni, i “desti” sono quelle persone che vedono oltre il senso intrinseco delle cose, oltre le apparenze e indagano nella loro anima che è infinita. Eraclito parlava di illuminazione e di risveglio; parimenti a molti chilometri di distanza, nello stesso periodo, parlava Gautama Buddha.
Sarebbe importante imparare a guardarci con distacco e a guardare la realtà dall’alto; questo lo si potrebbe forse ottenere rafforzando le potenze dell’anima con la concentrazione della volontà e della coscienza.
Un’altra caratteristica della meccanicità è l’ostinazione e la presunzione, il profondo convincimento di essere liberi e padroni di sé suscitando quasi un senso di onnipotenza e di immortalità.
Questa coscienza illusoria porta ad una grande ottusità, alla fede assoluta nelle proprie idee come uniche giuste e vere.
Questo modello di personalità non solo non può arrivare alla coscienza ma ne rappresenta una preclusione totale e inevitabilmente conduce ad una continua conflittualità.
Viceversa, l’oggettività sarebbe come non vivere ma questa morte è una rinascita su un piano più alto. Il ragionamento è solo un mezzo, è solo la disposizione d’animo che avvicina alla verità; la conoscenza è sempre ascetica e anche rinuncia.
Molti dovrebbero ricordare sempre: “il sapere è soggezione alla verità e non culto dell’opinione”.
La personalità cerca una condizione superiore di vita, il voler diventare importanti peggiora le persone; vi è infatti una legge dialettica paradossale: chi si fa nulla è tutto e chi si fa tutto è nulla.
Bisogna essere impersonali e rifugiarsi nell’ Io trascendente; così, la mente si stacca dal corpo, lo domina e infine riceve la luce del Sé fondendosi con lo Spirito.
Questi due stadi della mente liberata e dello Spirito liberato corrispondono ai piccoli e grandi misteri.
Nei misteri ci vuole il sonno, per questo gli aborigeni australiani chiamano l’età dell’oro “l’età del sogno”.
Infatti nel sonno cedono tutte le resistenze della mente e della personalità ordinaria e può emergere lo Spirito.
Una condizione simile è propria dei bambini non ancora soffocati dalle rigide norme della personalità e dalle costrizioni del divenire sociale; perciò cito sempre Eraclito:
“Aion è un bambino che gioca con le tessere di una scacchiera; di un bambino è il regno del mondo”.
L’articolo è contenuto nel numero di Gennaio 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
La nostra vita strettamente determinata dal Sé inferiore, è quindi eterodiretta da forze e impulsi estranei alla nostra coscienza e volontà; inoltre anche, il nostro concetto di bene o male è il frutto di dinamiche amorali o metamorali, indipendenti da una nostra libera scelta. La nostra mente è infinitamente condizionata da fattori accidentali esterni che offuscano la coscienza.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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