Esplorare continuamente sé stessi

A fronte del prolungarsi di avvenimenti che sono ancora pervasi da stimoli e da suggestioni affatto rassicuranti, alcuni ammettono di scoprire una personale avversione all’operare su qualsiasi cosa, mista a noia, indifferenza e pigrizia. Tra questi non sono mai esclusi anche Fratelli e Sorelle del nostro percorso iniziatico.

Ciò riguarderebbe differenti ma anche contemporanee situazioni: lavoro, famiglia, affetti e soprattutto responsabilità negli ambiti di ricerca spirituale che si erano scelti.

In alcuni di questi ultimi, la necessità di sistematica vigilanza soprattutto su sé stessi e della perseveranza nell’ottemperare a quanto previsto (studi, presenze fisiche, ritualità cerimoniali, ecc.), dovrebbero risultare ineludibili se si volesse veramente procedere oltre i portali auspicabilmente apertisi con ogni cerimonia iniziatica. Eppure, ogni tanto, in piena sintonia con particolari ciclicità astrali, questo non avviene e le giustificazioni a volte cervellotiche, si manifestano regolarmente.

Così, non facendolo, si tratterebbe per lo più, di lasciarsi andare ad uno stato d’inerzia, anche con mancanza di emozioni, sia dolorose, che piacevoli, per immergersi sempre più in una sorta d’indifferenza e quindi di tristezza, di torpore malinconico, quasi a rattristarsi addirittura del bene che possa emanarsi dallo Spirito.

È una situazione forse in stretto rapporto con quella della noia, con la quale si condivide una medesima condizione originata a volte, da uno stato di precedente immersione in una qualche “facile soddisfazione” e non certo di un bisogno.

Si manifesta tale a coloro che errando nel supporre di poter giudicare facilmente lo scoraggiamento, l’abbattimento e la stanchezza, li ritenessero semplicemente antitetici al continuo fare, desiderare, meritare, conquistare qualcosa che si predilige.

Questa evenienza potrebbe concretizzarsi proprio nello stesso “giudicante” soprattutto di sé stesso, allorché si trovasse di fronte ad un personale fare ingiusto ed errato, tanto da ritrarsene disgustato e/o spaventato. Questo sino al punto di disertare i lavori (ove siano previsti, come nel nostro Rito) nel timore che qualcuno sia consapevole di tale fare.

In generale, rispetto a queste situazioni, si assiste, più che a questioni etiche, a vere e proprie questioni psicologiche, a rinvii delle cose, così indicanti un’anomalia della volontà.

Infatti, piuttosto che pensare ad un peccato (come accade in alcuni ambiti religiosi), si potrebbe ipotizzare un semplice sintomo di depressione.

Quindi, come conseguenza, si potrebbe finire per isolarsi progressivamente dal mondo e rimanere sempre chiusi in casa.

Ovviamente, potrebbe trattarsi anche semplicemente di una personalità particolarmente incline all’ozio, ovviamente antitetico ad un concetto, ad un suggerimento come quello di “vigilanza e perseveranza”.

Tutto ciò premesso, non limitandoci solo ad alcune nostre Logge ma proiettando il tutto nell’ambito generale dei percorsi tradizionali, questo potrebbe portarci stranamente a dover constatare un indebolimento generale della maggior parte delle attività iniziatiche, mentre dopo decenni di immersione generale della popolazione nelle piacevolezze sociali (spesso deviate e devianti della modernità materiale) si evidenziano contemporaneamente eventi affatto “buoni” che caratterizzano la scena mondiale.

Ho letto da qualche parte una citazione di Blaise Pascal che scrisse: “l’accidia è la risultante dell’alterazione degli umori in presenza di deprecabili azioni morali tipiche di chi, avendo abusato del piacere, si trova nell’impossibilità di desiderare“.

Forse non sarebbe male meditarci un pochino sopra.

Soprattutto se si stia tentando di camminare su un percorso di ricerca spirituale.

A ciò si potrebbe aggiungere che non sarebbe affatto raro constatare come si tenda a consumare inutilmente o in modo eccessivo qualsiasi cosa. Per alcuni potrebbe trattarsi di denaro, per altri, forse di tempo, oppure di forze, di energia, ecc. sperperando tante cose in modo alla fine dannoso per sé stessi.

Ognuno potrebbe tentare di ricordare quanti e quali gesti, azioni sono stati di-spersi, solo, ad esempio sempre più frequente, per l’effimera necessità di apparire.

Similmente si potrebbe prendere coscienza delle parole inutili che sono state dette, forse solo per il piacere di ascoltarsi o di notare qualche reazione di apprezzamento negli interlocutori, a prescindere dall’argomento.

Purtroppo, a volte è accaduto anche nello spazio templare di una nostra piramide.

Così, anche pochi o tanti progetti sarebbero stati gettati per incapacità, per noia, per edonismo, per presunzione, mentre si scialacquava in modo smisurato e sconsiderato il proprio patrimonio di energie (ma non solo di quelle).

Molte forze sarebbero state adoperate e distrutte per il personale inutile capriccio.

Tante cose sarebbero state dissipate; tutto magari in funzione di un’onda emotiva proveniente dalla personale cupidità passionale, oppure da altro.

Forse, per lo più, non ce ne si rende ancora conto o forse non lo si vuole proprio fare.

In tal modo, si continua a esistere in un ambito effimero ma, in effetti, non a vivere veramente e meno che mai, a camminare sulle strade iniziatiche che si è scelto, per le quali si è affermato di voler veramente incedere, tendendo a riuscire ad acquisire quei “nuovi sensi” che dovrebbero consentire il progressivo avvicinamento nell’ambito metafisico, a ciò che si invoca tramite le proprie formule liturgiche.

Per memoria mi permetto di accennare che sin dal secondo grado delle nostre camere, sia maschili, che femminili, si evidenzia, tramite la liturgia specifica, l’inutilità dei sensi fisici per tentare di accedere all’ambito metafisico.

Le difficoltà di comprendere questa semplice affermazione, si configurano purtroppo per tanti che sono stati accolti in ambiti particolari di ricerca spirituale ma che continuano ingenuamente ad illudersi di poter vivere una tale esperienza con una mente costantemente condizionata da un Io ipertrofico che imprigiona la luminosità animica, impedendo il sorgere della coscienza ed il collegamento tra cuore e mente. Quindi il nostro personale incedere non deve mai sentirsi escluso da queste possibilità.

Alcuni hanno probabilmente pensato che così facendo (essere semplicemente accolti), ogni cosa che li riguardava si sistemasse automaticamente in modo “giusto”; qualsiasi possa essere stato immaginato per loro il “modo giusto”.

Però non è mai accaduto e forse stanno aspettando ancora che accada, mentre continuano a sprecare inutilmente non solo il tempo, evitando accuratamente di fare quanto spetta ad ognuno e soprattutto di mettere in campo la volontà di camminare, supportata dai suggerimenti della coscienza (anche se ancora a livello embrionale).

Questo nostro è uno strano periodo ma non credo che qualcuno possa sentirsi coscientemente affrancato dal valutare le responsabilità di cosa stia realmente pensando, di cosa stia pronunciando e poi di cosa stia veramente facendo.

Se scoprisse di stare semplicemente dormendo, potrebbe scegliere almeno di svegliarsi, finalmente.

Così forse riuscendoci, non sarebbe raro scoprire che spesso, in funzione dell’educazione ricevuta (famiglia, scuola, morale comune, ecc.) si tenderebbe a percepire ogni cosa esclusivamente da un punto di vista prettamente materiale e competitivo, dominato da un IO egocentrico che muove i personali desideri e che interagisce con le più intime passioni per soddisfare le esigenze di un ritorno “vantaggioso” di qualsiasi tipo ed in ogni settore delle relazioni con l’esterno (quindi anche di difesa).

Se la personalità, per diversi stimoli, fosse pervasa da desideri molto intensi, per ottenere “quanto si brama”, si sarebbe disponibili a prendere in considerazione qualsiasi mezzo da mettere in pratica, nessuno escluso (a livello di pensiero e di parole ma anche delle azioni, se le circostanze lo permetteranno).

Ad esempio, nella liturgia di Compagna (ambito femminile) esiste una situazione particolare che si adatta perfettamente ad illustrare le conseguenze di una bramosia passionale.

Si tratterebbe di un atteggiamento che implica la subordinazione ai propri interessi, dell’altrui volontà e degli altrui valori.

Quindi non sarebbe affatto quella più corretta per rendersi disponibili ad accogliere nuovi Fratelli o Sorelle i quali dovrebbero essere poi aiutati nella loro formazione finalizzata a camminare sui nostri percorsi.

Su questo, suppongo sia opportuno per tutti fermarsi a meditare.

Ciò sembrerebbe originare da un amore eccessivo ed esclusivo per sé stessi o da una valutazione abnorme delle proprie qualità specifiche, che porterebbe alla ricerca permanente di personali vantaggi, con sotto stima delle altrui necessità (messe sempre in secondo piano rispetto alle proprie) e con la continua loro esclusione dalla possibile condivisione di godimento di qualsiasi cosa si possegga.

Sarebbe una concezione per cui si sarebbe sempre motivati dalle proprie esigenze intese, più o meno, come legittime ovvero dalla convenienza anche in azioni che solo in apparenza sembrerebbero mostrarsi come atti di genuino altruismo.

Infatti si produrrebbero aiuti, semplicemente per ricavarne dei benefici personali che ci si aspetterebbe di ottenere, direttamente o indirettamente, dal fare ciò.

Un beneficio anche non materiale per il donatore potrebbe sempre essere  individuato; ad esempio, la gratificazione di ritorno per la riconoscenza (sempre attesa) ricevuta a seguito di un favore elargito.

Spesso il tutto si potrebbe concentrare anche sull’idea per cui il motivo preminente di ciascuna azione tenderebbe al desiderio di sperimentare il piacere o di evitare il dolore.

Sono cose, comportamenti, che in qualche misura, molti possono aver sperimentato nella propria vita.

Non a caso, per qualsiasi ricercatore spirituale potrebbe essere molto utile ricordare gli episodi in cui si sarebbe comportato in modo particolarmente egoistico; ciò al fine di tentare di scoprire il vero perché, quindi l’origine più o meno occulta dello stimolo che lo avrebbe indotto a pensare, a parlare, ad agire in quel modo. L’esplorazione dovrebbe svilupparsi in tutte le proprie esperienze passate, fino a dove la memoria lo consentirà.

Per qualcuno sarà poi opportuno osservare in coscienza, anche come quasi mai, potrebbe aver considerato o consideri il punto di vista, le necessità, le esigenze, le ragioni altrui, con dignità almeno pari alle proprie.

Scoprendo eventualmente qualche cosa che secondo la sua coscienza, necessitasse di una particolare rettifica, probabilmente potrebbe decidersi di operare, di conseguenza, dentro e fuori sé stesso.

Per qualche ricercatore, forse potrebbe essere opportuno meditare su tutto ciò, se lo ritenesse auspicabilmente di un certo interesse.

Suggerisco di farlo con prudenza e lucidità, dal momento che nella normale ma a volte anche ossessiva predisposizione, ad avere prevalente attenzione verso l’esterno (così comune non solo per i profani), ci si potrebbe ritrovare a ricercare consensi, affetti, che forse plachino anche il disagio di una eventuale perenne insicurezza, rispetto a ciò che gli altri si aspettano o che si vorrebbe rappresentare per loro.

Così, quando le risposte non fossero quelle attese, è probabile che in qualche caso, si intenda anche “vendicarsi” di un risultato negativo. Se si avesse subito una risposta che si percepisce ingiusta (materiale o morale) o lo si è solo immaginata, si potrebbe volere “pareggiare i conti” punendo chi sarebbe causa della sofferenza o del semplice fastidio.

È un comportamento esclusivamente umano presente in tutte le società, in ogni tempo, contraddistinto da uno strano senso giustizia per lo più soggettivo ed egocentrico. Infatti se ci si sente a torto o a ragione traditi, rispetto a quanto si aveva programmato, immaginato, aspirato, allora ci si arrabbia. Se ci si sente sconfitti e non si riesce ad accettare la sconfitta, comunque essa sia avvenuta e per qualsiasi motivo (anche per propria colpa, come nella maggior parte dei casi), allora ci si arrabbia. Se si sente dolore e si crede per causa di qualcuno (anche se si abbia interagito pesantemente nell’eventuale conflitto), allora ci si arrabbia.

Un probabile furore dirompente, unito a dolore, a smarrimento ed a tante altre emozioni, potrebbe però coesistere anche con un freddo, continuo, desiderio di punire, di fare del male, di fare soffrire coltivando un desiderio di farsi giustizia unitamente al provare rancore e risentimento.

In qualche caso, si cercherebbe anche il pubblico che rivestirebbe un ruolo indispensabile per soddisfare il bisogno di rendere evidente l’attuazione della vendetta.

In tal modo, si coltiva, si alimenta questa emozione, questa passione per un tempo indefinito, lasciando che condizioni tutti i personali pensieri, le parole, le azioni.

L’orgoglio porta a voler dimostrare a tutti, anche solo come deterrenza che non è conveniente fare determinate cose (a volte se l’avvenimento vero o immaginato non provoca di per sé tanto dolore o fastidio, però lede semplicemente un certo senso dell’onore).

Una saliente caratteristica di queste situazioni è spesso la sproporzione tra il dolore subito e quello arrecato, essendo per sua natura il dolore altrui non quantificabile.

Ad ogni modo, è abbastanza raro che si prenda in considerazione la possibilità che sia sempre oggettivamente “normale e giusto”, in un contesto di azioni e reazioni, dove ognuno ha le proprie responsabilità, che non ci sia nessuno il quale subisca l’odio, un insulto, una truffa, una sconfitta, un tradimento, senza averlo in qualche modo (per furbizia o per stupidità) provocato e quindi, in qualche modo e misura, meritato.

Un ricercatore spirituale dovrebbe tener conto di tutte queste cose. Così, ricordando meglio e meditando, potrebbe tentare di individuare le vere cause del disagio, della eventuale perenne insicurezza che poi portano al dolore e al desiderio di vendetta.

Scoprendo le cause originali (quasi mai facili da focalizzare), potrebbe forse scegliere di rettificare quanto lo necessiti.

Chissà, varrebbe la pena di pensarci un pochino. Forse si potrebbero anche scoprire le cause dell’eventuale perdita della “parola sacra” di cui facciamo cenno nelle nostre liturgie.

Continuando a tenerci sotto osservazione, si potrebbe constatare come già accennato in parte, che a volte, alcuni comportamenti portano a soddisfare le esigenze del solito ego materiale che brama soddisfare appetiti di ogni genere.

Spesso si potrebbe individuare un circolo vizioso del potere per il potere, della ricchezza per la ricchezza, del godimento per il godimento.

Non riguarderebbe solo i cosiddetti potenti, per lo più affascinati dalla possibilità di sopraffare continuamente chiunque.

Ad esempio, lo si riscontra anche nei non ricchi ma che ostentano beni esclusivi al di sopra del buon senso e del gusto.

Non si tratterebbe di qualche cosa che seppur ineludibile come il desiderio carnale, è comunque da considerarsi normale, quando si mantiene nei binari naturali.

È più simile all’avidità dell’avaro, all’ingordigia senza freni.

Sarebbe un modo di coltivare gelosamente la soddisfazione effimera delle proprie esigenze non solo materiali più oscure, nelle quali si conserverebbero le contaminazioni, le devianze, assieme ad una sorta di piacere per lo più insano, intriso di voglie che non sono mai volontà ma semplici supporti traballanti del personale egoismo.

In effetti, qualunque passione, intesa come situazione emotiva di eccitazione, slancio, impeto, impulso, a livelli eccessivi, si presenta “cupida”.

Si tratta di una bramosia intensa, ardente, incontrollabile, di possedere qualcosa.

Non di rado, si manifesta anche assieme alla conservazione gelosa, meticolosa di ciò che già si possiede (cose… ma anche di persone, in quanto, in tali condizioni psicofisiche, si può supporre di poterle “possedere”), con l’intento quindi, di aumentarlo continuamente.

Attenzione però !!!… Si può essere, ad esempio, avari e/o cupidi, senza essere ricchi.

Forse a qualcuno, soprattutto ad un ricercatore spirituale, potrebbe interessare meditare un pochino su questi argomenti. Potrebbe individuare aspetti del desiderio che lo ha portato a bussare alle porte dei nostri templi che non aveva ancora preso in considerazione.

Lo suggerisco perché spessissimo, anziché cercare in coscienza, consapevolezza, di comprendere chi siamo, cosa siamo, ci limitiamo a cercare l’approvazione, l’elogio altrui.

Accade anche quando tentiamo di camminare nel nostro percorso partecipando alle attività previste che però, per fortuna, a differenza di altri, almeno non prevedono cicliche competizioni elettorali o ulteriori amenità del genere che volenti o no, inducono a precipitare nuovamente nell’agone delle umane competizioni, come sempre finalizzate alla guerra. Qualcuno poi si meraviglia che ne scoppino continuamente di vario genere.

Eppure, pur indugiando su percorsi che nulla dovrebbero avere a che fare con questi impulsi, nel tentativo di accreditarsi tali elogi, si potrebbe mostrare anche un lato aggressivo, sempre oscuro. Infatti, non di rado, per primeggiare, non ci si farebbero molti scrupoli nel giudicare per biasimare, in modo anche preventivo, eventuali potenziali concorrenti forse solo immaginati da un Io egocentrico.

Così, se lo si ottenesse (l’approvazione, l’elogio, ecc.), per lo più tramite riconoscimenti da esibire tramite l’eventuale variegato vestiario completo di accessori corrispondenti agli estetismi collegati a quelli che purtroppo rimarrebbero, in tal modo, solo gradi di una ulteriore struttura sociale, si riuscirebbe a calmare temporaneamente una sorta di stato d’ansia e/o ci si sentirebbe soddisfatti, senza capire affatto perché lo si sia. È già accaduto in tanti anni; quindi non racconto nulla di nuovo o di strano.

Si potrebbero rivisitare le solite giustificazioni riguardanti i condizionamenti con i quali si è stati educati e formati; per questo ci si comporterebbe in questo modo, oltre a rispondere istintivamente ad impulsi genetici, ereditati dai propri progenitori.

In effetti, dal punto di vista della normalità animale, sarebbe tutto vero, tanto che ogni volta si configurerebbe solo come una situazione temporanea la quale verrebbe immediatamente squilibrata da qualsiasi altro nuovo impulso che richiedesse una dimostrazione, in funzione di esigenze, di parametri esterni, comunque fissati da altri.

Evitando di indagare la propria intimità, ci si potrebbe ritrovare a cercare un nuovo consenso nonostante che in fondo alla coscienza, qualche cosa continuerebbe ad avvertire, inascoltata, che non si sarebbe affatto ciò che si vorrebbe mostrare di essere an-che a sé stessi.

Qualcuno potrebbe chiedersi a cosa vorrebbe portare tutto questo mio disquisire. Credo che si possa dedurlo semplicemente, ricordandosi per quanto ci riguarda, che l’Antico e Primitivo Rito Orientale (Rettificato) di Mitzraїm e Memphis lavora alla ricerca della Verità; di conseguenza, che insegna la necessità di ricercare e ritrovare la propria essenza spirituale, poi che attraverso un sistema tradizionale di allegorie e di simboli, persegue il perfezionamento spirituale e quindi, il rafforzamento del carattere dell’individuo singolo al fine di migliorare l’intera Fratellanza umana.

Le attività, gli argomenti dei Lavori programmati nei Triangoli, nelle Logge, dovranno riguardare sempre l’approfondimento esoterico delle simbologie proprie di ciascuna camera. Le tematiche inerenti alla vita profana, siano esse sociali, culturali o religiose ecc. ma anche le metodologie afferenti ad altri percorsi iniziatici, non dovranno varcare la soglia del Tempio, poiché in esso qualsiasi parola ed atto saranno consacrati alla realizzazione iniziatica di quanto previsto dalle liturgie di ogni camera e poi contemporaneamente ogni cosa che lo si voglia o no, sarà sorvegliata anche nella personale quotidianità dalla struttura spirituale, eggregorica.

Tali tematiche (soprattutto quelle profane) non dovranno entrare, possibilmente, neanche nella sala dei passi perduti.

Il nostro percorso è da individuarsi prevalentemente nelle liturgie maschili e femminili che si svelano come una sintesi affatto semplice da intuire e comprendere. Provenendo da altri filoni tradizionali molto più antichi, implicano come ribadito più volte, la ineludibile necessità di studiare, almeno i riferimenti di base di argomenti inerenti ad esempio a: Alchimia, Ermetismo, Astrologia, Kabbalah, ecc.

Ciò senza escludere: leggende, miti, favole, filosofie, religioni, ecc.

Occorre comunque fare attenzione; a fronte di sempre possibili incapacità di intuire e di dedurre cosa possa celarsi nelle simbologie esposte nei nostri testi, più o meno allegoriche e sovente molto differenti da quelle di altri ambiti massonici (pensiamo ad esempio alla complessità dei molteplici simboli collegati alle nostre colonne e all’architrave, interpretabili differentemente a seconda dei vari punti di vista collegati ai diversi momenti liturgici); si potrebbe immaginare ingenuamente di poterli sostituire anche con ciò che si trovasse in eventuali percorsi a volte addirittura religiosi, supponendo così di poter comprendere ed applicare quello che però non si ha oggettivamente capito e che si continuerebbe a non comprendere.

Un tempo, in tali malaugurate circostanze, andavano di moda (spesso sbagliando) anche le citazioni di quelli che si enfatizzavano come ritualità o pratiche orientali che non erano conosciute a molti e così da parte di coloro che si cimentavano in queste esibizioni, si potevano assumere atteggiamenti da “sapienti”. Oggi, sempre più spesso a fronte della diffusione massiccia di informazioni di ogni tipo, per quanto sembrerebbe evidente in molteplici situazioni, si constata anche il rispolverare di formule magico-religiose di ogni foggia (ovviamente anche quelle completamente inventate dai soliti furbetti ma etichettate come originali), unite o parallele a vagheggiamenti neo-naturalistici dal sapore, a volte, anche stregonesco oppure si recuperano purtroppo in modo quasi fideistico, autori dei secoli scorsi (che però come ben sappiamo, sarebbero da prendere “con le molle”) i quali fra tanti meriti, avevano il difetto di esporre le loro idee (non di rado, un pochino visionarie) in modo perentorio, se non addirittura dogmatico con buona pace di coloro che oggi, stranamente, senza accorgersi di cosa dicono, scrivono e della evidente contraddizione insita anche nella loro modalità espositiva, li utilizzerebbero proprio per propugnare (come al solito, soprattutto per altri) atteggiamenti comportamentali a-dogmatici.

Qualcuno continua a vivere tutto ciò pur di non ammettere a sé stesso, di avere grandi difficoltà nel camminare correttamente sul percorso in cui è stato accolto. Infatti, continua a mantenere quella forma psicologica che porta alla ricerca di ricevere un elogio, in funzione di un giudizio per qualche cosa a cui non si appartiene.

Se si volesse veramente esplorare con perseveranza sé stessi, è indispensabile fare molta attenzione.

Infatti, allorché non si comprende chi siamo e cosa siamo, rimaniamo solo cacciatori d’illusioni e purtroppo non di rado, prede di perversioni illusorie anche o soprattutto quando si presumesse di essere in grado di avvalersi del proprio intelletto senza la guida di altri (che però in assoluto dovrà infine avvenire); però dimenticandosi o volendo farlo, dei pesanti condizionamenti che lo stesso IO concepito per il vivere nella materia mette e metterà continuamente in campo, tramite emozioni e passioni giustificandole, esaltandole spesso, con inutili, devianti immagini e suggestioni di coraggio e di eroicità. Ciò, in antitesi ed ostacolo per qualsiasi esplorazione verso l’ambito metafisico che per sua costituzione non necessita e neppure usufruisce di percezioni sensoriali ma di altro; ovvero per quanto si possa intuire (cosa affatto facile o scontata per chiunque), si avvale, come tramite, della spiritualità di un cuore immateriale, liberato da gusci opprimenti e di una mente collegata ad esso, in modo intelligente e lucido, tramite il canale di quella coscienza che l’IO materiale trova quasi sempre indispensabile tentare di fare tacere e purtroppo, ci riesce spesso.

Tra le tante cose che si sottovalutano, ogni tanto non sarebbe male osservare più attentamente come si vive (pensieri parole, azioni), quali ambienti e quali persone si frequentano nella vita di ogni giorno e soprattutto per quali “veri” motivi lo si fa.

Ci sarebbe poi da valutare anche cosa si mangia, se si abbia consapevolezza di che cosa si tratti, se quegli alimenti siano necessari e in che modo siano arrivati alla propria tavola. Facendolo, forse ci si potrebbe rendere conto che la nostra non è solo una sorta di distrazione accidentale, dettata, a volte, da esigenze naturali.

è opportuno esercitare prudenza e perseveranza se si vuole veramente ascoltare la coscienza.

Renato Salvadeo (S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫)

L’articolo è contenuto nel numero di Febbraio 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Questo nostro è uno strano periodo ma non credo che qualcuno possa sentirsi coscientemente affrancato dal valutare le responsabilità di cosa stia realmente pensando, di cosa stia pronunciando e poi di cosa stia veramente facendo. Se scoprisse di stare semplicemente dormendo, potrebbe scegliere almeno di svegliarsi, finalmente.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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