“Adesso guardi dritto, ma presto non vedrai che tenebra”
Tiresia – Sofocle – Re Edipo v.419
Continuando a riflettere su vari punti già elaborati in altre occasioni e per proseguire quanto ho accennato nel mio articolo pubblicato nel mese di Febbraio, colgo l’occasione per portare l’attenzione an-che sull’indovino di Tebe Tiresia che è punito dal Sommo Poeta nel XX canto dell’Inferno (vv. 40-45); il suo stile tra lirismo e condotta sono densi di riferimenti mitici e culturali. Come vedremo nel seguito, Tiresia è colui che apre lo spazio di conoscenza affinché si risolva il dramma di Edipo. Il senso della sua capacità aruspica assume un riferimento introspettivo analitico, che ci permette di comprendere gli eventi relativi l’intima esistenza attraverso la cognizione della verità.
Ciò ci riporta ai costanti riferimenti dell’acronimo V.I.T.R.I.O.L.
L’antica Grecia considerava l’essere umano di dominio divino. Gli dèi erano direttamente presenti nella vita di un individuo e decidevano per lui. Le stesse sciagure avevano origini divine e per questo, venivano affrontate con riti, preghiere, sacrifici. Dioniso mandava l’isteria, il dio Pan diffondeva il panico e dietro i deliri c’era sovente la possessione.
Oggi il divino sembrerebbe essere stato tagliato fuori dal corpo e dai limiti dell’umano, il divino che condizionava l’uomo nell’antica concezione greca è stato separato, così l’uomo è rimasto l’unico responsabile del proprio male. Questa nuova posizione sembrerebbe spostare l’asse dalla colpa all’onnipotenza. La prima conseguenza di questo spostamento è che la colpa (però sul concetto di colpa si dovrà procedere con ulteriori approfondimenti in altre occasioni) potrebbe svelarsi assoluta, non espiabile, non ci sarebbe qualcuno al di sopra di me che può perdonarla, per cui la rincorsa alla sanificazione potrebbe intendersi interminabile con difficoltà ad individuare un punto di arrivo possibile. Se immaginiamo i terremoti nel Purgatorio dantesco…
La figura del tebano è stata ampliata e diffusa da molti scrittori che hanno saputo interpretare l’essenza del suo mito fondativo, che porta a scavare gli spazi di ricerca lasciati nell’ombra, affinché diventino uno strumento prezioso di lettura di una mente iniziatica e proseguano con conseguente approfondimento.
Un esempio molto recente sono le “conversazioni su Tiresia” edite e interpretate dal compianto Andrea Camilleri. Zeus mi diede la possibilità di vivere sette esistenze e questa è una di quelle sette. Non posso dirvi quale.
Ulteriore eco del XX secolo lo ritroviamo nel capolavoro di T. Eliot in “La Terra desolata”, dove l’indovino subisce una destituzione nel prevedere il futuro ma riuscirà solo ad annunciare l’exitus.
Per chi voglia interessarsi a questo personaggio, esistono vari antichi scritti; ad esempio, una storiografia tratta dalla “Biblioteca” di Apollodoro, grammatico greco del II secolo a.C., il quale riporta tre racconti sulla causa della cecità e il consequenziale dono-potere di Tiresia, scaturito proprio a causa degli incontri con gli dèi. Nel secondo racconto di Apollodoro, l’indovino nasce dall’unione di Evereo e della Ninfa Cariclo.
Adolescente mentre si aggirava innanzi alla sorgente del Monte Elicone scrutò la dea Atena mentre nuda faceva il bagno, questa osservando il giovane Tiresia pose le sue mani sugli occhi e lo rese cieco (Apollodoro III 6-7). Per quanto la madre supplicò la dea nel ridare la vista al proprio figlio, questa non acconsentì, ma gli affidò il bastone di corniolo e la chiaroveggenza dono che mantenne an-che nell’Ade (riferimento nell’Eneide).
Nell’Odissea Ulisse incontrerà nel mondo dei morti Tiresia, che a differenza degli altri spiriti conserva il dono delle proprie capacità mentali, e seguendo i consigli della maga Circe, riceverà il vaticinio del suo ritorno ad Itaca: «per chiedere all’anima del tebano Tiresia, il cieco indovino, di cui sono saldi i precordi (phrénes): a lui solo Persefone diede anche da morto, la facoltà d’esser savio (nous); gli altri sono ombre vaganti» Odissea X, 492 e sgg
L’ultima narrazione viene da Esiodo poeta greco ripreso da Apollodoro. Tiresia nel percorrere il sentiero sull’oronimo Citerone, osservò infastidito l’unione di due serpenti, e nell’immediatezza colpì la femmina. Nell’istante subì taumaturgicamente il suo divenire donna che perdurò per sette anni, condizione che si tramutò nel seguito, quando ritrovandosi a rivivere l’identica scena colpì questa volta il maschio ritornò ad essere uomo.
Seguendo la storiografia della Biblioteca, esistono poi vari ulteriori racconti riguardanti le interazioni più o meno fortunate con varie divinità.
Il riferimento mitologico si correla con la semantica simbiotica della lingua greca antica, in cui la facoltà di vedere e la capacità di conoscere custodiscono una condizione superiore rispetto alle altre sfere sensoriali. Il verbo ὁράω – vedere detiene come risultato il conoscere, e nella sua forma perfetta οἶδα significa “ho visto” per questo entra in relazione con conosco. Nel mondo greco la conoscenza era posta come un trait d’union con la vista, è per questa regione, la sua funzione sensoriale quanto la sua negazione, rappresentava l’essenziale per una visione mentale posta al di sopra dell’imperscrutabile al fine di leggere una conoscenza di verità. Resta il dubbio se per vedere collegato al conoscere, si intendesse solo l’organo fisico di percezione.
L’uomo materiale percepisce l’aspetto euclideo attraverso i suoi occhi e come ripreso nel tropo di Edipo, non essendo un ricercatore che abbia evoluto le sue possibilità percettive, così come suggerito continuamente durante il nostro particolare percorso, induce a comprendere una verità acquisita solo in modo sensoriale mentre tenta di districarsi tra illusioni e percezioni ingannevoli di una mente normale non disciplinata per riuscire a intuire altro.
Il dialogo fra Edipo e Tiresia nella tragedia di Sofocle, si collega al nesso simbolico dal pro-fondo significato concettuale e filosofico di un confronto con il mito della caverna di Platone nel VII libro della Repubblica. Gli uomini infatuati dalle singole illusioni vivono nel fondo della caverna, ignorando cosa esista veramente fuori; Tiresia quando svela la verità a Edipo, quest’ultimo non sarà capace di accettarla, e si lascerà trasportare dalle ombre delle intime congetture della propria caverna.
Analizzando i fatti sulla base delle proprie percezioni, Edipo edifica la propria realtà partendo da una possibile causa complottistica voluta da Tiresia, apostrofandole di conseguenza co-me una mera illusione e bugia, quest’aspetto si collega al sun-to delle ombre del mito della caverna.
Nel seguito, l’agire enigmatico del vate in Edipo non trova alcuna giustificazione, in quanto troverà una reazione avversa nel considerare i vaticini un affievolimento della sua capacità raziocinante.
L’incapacità di comprendere la forza di quella luce, iniziaticamente, se riflettiamo, ci rende accecati dalla bramosia della materialità sempre più pesante (monito simbolico della Squadra sul Compasso che nelle nostre liturgie offre anche la chiave metodologica per una soluzione evolutiva). Tiresia con la sua forza nel vedere l’oltre, sotto alcuni aspetti agisce come Prometeo, il quale con il dono del fuoco e della luce (simbologie su cui sarà opportuno approfondire) consente (nonostante un conseguente indubbio costo personale) di svelare un’identità sempre più profonda e irraggiungibile per il comune mortale.
Se riflettiamo il tebano addentrandosi nel conoscere il recondito del corporeo subisce di conseguenza la perdita della visione materiale a fronte di un sapere dissimulato. Se questo lo poniamo nel confronto platonico, Tiresia può essere annoverato tra gli schiavi della caverna, che illuminato dalla vera luce della conoscenza riesce ad uscirne e assurge a contemplare una verità ineludibilmente vera.
Zeus concede a Tiresia la straordinaria capacità di leggere il futuro, e trasforma la sua cecità fisica in un dono per decifrare ben altro nel mistero del mondo oscuro tanto ambito dall’uomo greco governato dall’egemonia degli dèi. Su questo ancora oggi esistono differenze concettuali, condizionate da punti di vista non solo religiosi, come la credenza dell’anima divenuta l’oggetto di bisbigli tra conoscenza e salvezza!
In questo però occorre riprende come il conosco e la vista sono causa di un rimando al cosiddetto codice di Callimaco (le cui opere sono andate per lo più perdute), che sancirebbe la severità delle leggi di Crono: “chi vede un immortale contro la sua volontà, pagherà un grande prezzo per questa vita”.
Nella nostra attualità il tutto è precostituito nell’effimera immagine nell’incapacità di essere come Ulisse nell’andare oltre per comprendere la ragione tra il certo e l’incerto. Non a caso in un passaggio rituale riguardante l’accettazione di un nostro Apprendista, si riporta: “…Profano, il viaggio che avete compiuto sta a ricordarvi la vostra vita passata. I rumori che avete udito, l’urto delle passioni, gli ostacoli che avete incontrato rappresentano e vi ricordano tutte le vicissitudini della vita materiale che non siete riuscito a vincere, né ad affrontare, perché vi mancava la forza spirituale che proviene dalla vittoria sulle passioni umane”.
La stessa phantasia che muove creatività e immaginazione, ci porta a vivere il paradossale mondo della cecità. Ci perdiamo nella frivolezza del subito e del dovuto possibile, in cui l’utopia assegna incauta le sorti di un divenire chimerico a fronte della girovaga ruota della fortuna.
Questi spunti trovano nel mitico Tiresia, l’esempio vivente che ci fa vedere il senso del logos, e nello stesso istante ci esorta e leggere il verso della reale vita al fuori dell’incanto di una novella, che delizia solamente il desiderio dell’apparire nel prospettivo di un’analisi interiore che invece si estingue. Su questo trovo la forbitezza su quanto dice Camilleri-Tiresia, che è venuto per “chiarire e dissipare” le tante illazioni congiurate sull’indovino al fine di mostrarci una strada di riflessione, senza alcuna presunzione di scalfirla. Questo prologo ci porta a condividere la possibilità di osservare dal di dentro di chi siamo. Rimane il problema delle illusioni e delle intuizioni fasulle, tipiche in una mente materiale intrisa di passioni che non distingue il vero dal suo contrario.
Le nostre conversazioni su Tiresia per renderle intime devono divenire iniziaticamente un equilibrio di confronto affinché le secolari pietre su cui si eradicano varie misticherie non siamo per sempre un eterno pungolo. Infatti, non di rado leggiamo come alcuni affrontano su più versanti tra fasulli intuiti e premonizioni, le bigotte défaillance che mirano solo nella difesa di un materialismo roboante e becero. Poi dispensano anche consigli in maniera subdola e pretestuosa…
Occorre porsi al riparo dal caos che ci circonda affinché l’arena del nostro mondo sia un tendere verso un Cosmo reale, vivo e sacro, secondo quel trascendente che scaturisce solo dal corretto incedere latomistico. L’elemento che connatura il naturalismo spirituale deve considerare la sua valenza ermetica e filosofica nella capacità affatto semplice di intuire e simbolizzare probabilmente solo nel livello più elevato, il nesso a-duale degli opposti. Certamente questo approccio diviene irriducibile alla mera e miope visione non solo profana.
Riprendendo Edipo, il quale dopo aver varie situazioni non riesce più a vivere con i mortali, i quali sono come i riflessi dell’ombre sul muro della caverna platonica e deviati nelle virtù a favore dell’inganno; così arriverà ad accecarsi. Muovendosi nelle tenebre non è più tentato dalle illusorie ombre, ma sarà pronto e sicuro nel muoversi nella sfera del reale per discernere il vaticinio di Ti-resia.
Nel mondo greco la saggezza della sapienzialità ammalia il vigore della mente, e la verità ambita nell’Edipo di Sofocle, come nello stesso Platone, di-viene un paradosso, che si articola dalla disquisizione vista-cecità in contrapposizione alla conoscenza-ignoranza, di cui quest’ultima si percepisce con gli occhi della profanità.
Nel lessico greco e metaforico questa tensione si pone in stretta vicinanza fra vista-conoscenza e verità-luce da una parte e ignoranza-illusione (tenebra) dall’altra.
Ciò ci potrebbe riportare ai nostri momenti rituali in cui il Venerabile Maestro, durante un’invocazione al Supremo Artefice pronuncia: “…noi ci prosterniamo davanti alle leggi eterne della tua saggezza, degnati di dirigere i nostri lavori, illuminaci con le tue luci, dissipa le tenebre che nascondono la verità e lasciaci intravvedere qualcuno dei piani perfetti della saggezza con la quale tu governi i mondi…”
Nell’immaginario platoniano il pensiero relativo alla luce e tenebra, pone il verbo vedere con il verbo conoscere in coincidenza al fine di designare l’aletheia filosofica, corroborando le metafore che uniscono il bene assoluto a vista e luce e dal capo opposto ignoranza e male a cecità e oscurità.
Anche iniziaticamente trova corrispondenza il dialogo fra Edipo e Ti-resia nella comprensione del dualismo luce e ombra nella visione fra conoscenza e ignoranza. I fondamenti di questi costrutti per il Massone sono la massima pregnanza nel confronto fra il quaternario e l’agire nella ricerca della vera aletheia (dischiudimento, svelamento o verità. Tiresia legge e vede la verità pur non vedendo fisicamente; Edipo per quanto vede non riesce a leggere la verità. Questi elementi simbolici intimamente legati alla luce del proprio profondo, ci devono portare a riflettere intellettualmente su co-me il condizionamento emotivo distorce l’essenzialità del proprio essere.
Di seguito riporto lo scambio di vedute fra Tiresia e il Re di Tebe in cui emergono proprio queste valenze simboliche:
EDIPO: Credi che potrai continuare impunemente a parlare così?
TIRESIA: Sì, se la verità conserva i suoi diritti.
EDIPO: Certamente, ma non per te: perché tu sei cieco negli occhi, nelle orecchie e nella mente.
TIRESIA: E tu sei un mentecatto; lanci accuse che ben presto ognuno ritorcerà contro di te.
EDIPO: Ti nutri di una notte senza fine: non puoi proprio nuocere né a me né a nessun altro, che veda la luce del sole.
Come viene riportato in questi passi della tragedia sofoclea, Tiresia preannuncia la cecità di Edipo, il quale vaticina protetto dalla forza della verità, e lo schernisce sulla condizione precaria di una cecità non fisica. In risposta, Edipo (come accade anche oggi per tutti coloro che sono oggettivamente limitati nelle sole percezioni materiali), rivolge l’accusa all’indovino ritenendo che la cecità lo renda ignorante e quindi con conseguente precarietà intellettiva.
La lettura sofoclea viene testata anagogicamente su più livelli rilevando anche una possibile lettura nel nostro senso massonico. Le parole che Edipo rivolge a Tiresia non solo sono allusive alla cecità; infatti, il richiamo alla “notte” sottintende lo stato umbratile della mente quale fonte di errore e falsità in antitesi alla luce.
La luce per il greco assume un valore di purezza sacrale, per questo Edipo doveva essere “oscurato” nel percepire la luce del sole fisico, in quanto colpevole di terribili azioni (parricidio e incesto); per questo, la colpa delle sue azioni volontarie o accidentali, lo rendevano impuro e indegno a ricevere la sua purezza.
La fatalità temuta più della stessa morte era la cecità, in quanto diveniva causa della perdita di autonomia nel sostenersi e si diveniva succubi nel dipendere dalla benevolenza del prossimo. L’impedimento esonerava gli individui ciechi dal destino della schiavitù, e come viene riportato da Aristotele nell’Etica Eudemia, questi sviluppavano una memoria longeva e quindi una propensione per la poesia orale. Considerando un approccio diverso, la mitologia e l’epica (Omero) associavano la cecità fisica e l’arte poetica all’equilibrio tra il bene e il male quale riflesso della volontà degli dèi.
Nella cultura ellenica era piena convinzione che non esisteva l’assoluta felicità ma un equilibrio o un’alternanza di bene e male cui l’uomo esisteva. In questo, il sapere mantico come la stessa memoria, caratterizzavano il divinatorio e sotto alcuni aspetti il poeta veniva equiparato al profeta, che assumeva anche funzione di narratore.
Ad esempio, trovando alcune particolari analogie sugli aspetti di predizioni e conoscenze, nella liturgia di una camera del nostro percorso femminile si dice: “…che io e le mie sorelle possiamo essere riuscite a renderci degne, almeno un poco, della discesa dello spirito del signore sopra di noi; per questo siamo state consacrate, per essere in grado di annunziare ai poveri di spirito un lieto messaggio, di proclamare ai prigionieri delle tenebre la liberazione dal buio, di aiutare i ciechi a recuperare la vista oltre le miserie della materia, di aiutare gli oppressi dalle proprie passioni, a rimettersi in libertà…”
L’argomento sulla narrativa profetica è una questione che ha da sempre tessuto interessi particolari nel distinguere le profezie epiche e quelle poste nella tragedia, in cui il vaticinio assumeva un carattere puramente narrativo. Aspetto differente lo riscontriamo nella profezia dell’Odissea, quando Tiresia, oramai morto, narra il presagio a Odisseo (XI 100-149), sulle vicende future che lo coinvolgeranno nel suo ritorno a Itaca.
Qui emerge la non netta distinzione tra la semplice profezia e il racconto profetico, in cui il tutto si intrica nella finzione letteraria di due tipi di responsi affiancati nell’intimo della stessa performance profetica.
Occorre evidenziare come il racconto profetico non si differenzia dal vaticinio, in quanto proprio la profezia ingloba la narrazione. La profezia rientra tra le modalità con cui l’epico anticipa il futuro e troviamo nei versi omerici vari generi di profezie e vari aspetti di divinazione induttiva, le quali non hanno figura di narrazione.
L’arte del racconto come ci viene tramandato nasce in grembo a un cieco; infatti, in ogni epoca la letteratura ha tessuto un particolare aspetto con la conoscenza.
È interessante notare che nella maggior parte dei casi, sia nelle nostre camere maschili, che in quelle femminili, l’iniziando/a accede con la vista velata o completamente oscurata.
Nel mondo greco questa tradizione ha evidenziato come la cecità sia stato il marchio di una particolare zona di limite tra le dimensioni di vita-al di là e uomo-divino. In stricto sensu la cecità è stata compensata con l’eccesso della visione e quindi una condizione di visione oltre la realtà. Perfino il sonno costituiva una affinità con la stessa cecità. Questa forma mentis era premessa al concetto di vista che per i greci, era capace di cancellare la distinzione tra i due mondi. Accanto a Dionisio dio della trascendete visione, vi era anche Apollo, da cui dipendevano l’aedo il mantis – indovino. Due presenze mitiche spesso cieche.
Il processo di ispirazione andava contestualizzato con gli stati d’animo: l’individuo ispirato riceveva in sé la visione inviata dal dio, oltrepassava la barriera senza infrangere l’equilibrio, ritenuto un dono inestimabile.
Nei nostri percorsi, sia maschili, ma soprattutto femminili, la visione viene intercettata lucidamente, solo se si riesce ad elevarsi spiritualmente verso l’ambito metafisico più elevato, però avendo prima lasciato metalli ed incrostazioni di ogni genere (non è affatto facile riuscirci).
Ecco che le somiglianze innanzi all’arte mantica e poetica che nello stesso frangente convivono e si condividono: Tiresia come vate e Omero dell’epica.
Nella grandiosità della tragedia sofoclea, il re di Tebe si acceca, a significare che la vista divoratrice lo ha ingannato, e la conoscenza della verità gli ha tolto il certo perché intriso dalle apparenze; Edipo, si troverà a separarsi dalla sensibile realtà per l’intelligibile realtà. Qui si esalta la drammatica ironia di Tiresia che contrappone il cieco vedente al vedente cieco.
Su Omero fin dall’antichità erano tessute due etimologie: 1. “colui che non vede”, cui si rifà la leggenda della cecità del poeta, come ripreso anche dall’aedo cieco Demodoco (VIII libro) nell’autoritratto dell’aedo autore dell’Inno ad Apollo.
La caecus ascritta ad Omero è ritenuta antropologicamente significativa, in quanto nella concezione arcaica l’aedo vede con una vista interiore; nel 2 come la interpretava Aristotele indicava ostaggio, pegno.
Volendo considerare realisticamente la cecità di Camilleri e quella di J.L. Borges, ritroviamo come la loro disabilità sia divenuto un vantaggio, proprio perché sono riusciti a incidere nella nebbia un punto dedicato alla forza della scrittura; è proprio attraverso la profonda fantasia che hanno aperto uno squarcio che separa l’enigma celato nel caos del mondo.
Questa fascinazione, Borges la fa straripare nel racconto dal titolo “L’Aleph” in cui tutto è un continuo rinvio al XXXIII ed ultimo canto del Paradiso. Lo stesso Divin Tosco con la stesura della Commedia, ci affida una visione ineccepibile e rivela quel supra che diviene dopo il trapasso l’invisibile della nostra esistenza. Non possiamo celare che lo stesso Dante per volere dell’Eterno, supera le due dimensioni alternando nella concomitanza di alternative visioni, quella degli occhi dell’arte profetica del racconto orale.
La catabasi di Dante nella profezia e nel tramando si itererà, e i personaggi in-contrati nel suo viaggio affidano predizioni e sortilegi, ma in questo i racconti non nascono dalla cecità dei narratori meta-diegetici, inscenati dallo stesso, in quanto è proprio lui che disceso nell’Ade diviene la voce per il futuro che per lui è già trascorso.
Per il fruitore, Dante è nello stesso tempo poeta e profeta. Mentre invece lo scenario è differente per la catabasi di Borges in quanto lui vive nei limiti del sogno, Dante giunge ad accecarsi per vedere quell’oltre e la Commedia altro non è che un esponenziale crescita di luce, che dalla selva oscura osteggiata dalle tre fiere giunge a contemplare il sempiterno della magnificenza del Cosmo. La bellezza della sua visione come le stesse parole si assottigliano nel descrivere il mistero, che esiste e continuerà ad esistere agli occhi nel limite del loro vedere.
A tal proposito, nel nostro percorso femminile in merito ad eventuali facoltà, vengono però precisati alcuni particolari avvertimenti: “…tutti quelli a cui parlerete, a voi daranno ascolto. Avrete così quanto avete chiesto al Signore nostro dio. Ricordatevi però di non pronunciare mai qualche cosa per presunzione o per interesse personale. Questo è il compito che vi spetta nella massoneria e particolarmente nel Rito egiziano…”
Considerando come le esplicite attenzioni formulate da Tiresia non vengono comprese dall’eroe a riconoscere la verità di sé stesso e sulle azioni commesse, anzi proprio nella cecità in cui si trova Edipo, il tutto sembra inverosimile nell’affrontare la realtà. Occorre per questo, tornare virtuosamente a sdoganare per poi svelare quel senso irreale delle associazioni mentali innanzi all’aletheia.
La cecità diventa l’elemento dote del metodo edipico della conoscenza del profondo, in quanto proprio con essa si determina la ricerca del sé. Incamminandoci nel viatico dell’oscurità, come nel nostro V.I.T.R.I.O.L., siamo deboli nel vedere quanto si cela, e accade proprio come Edipo; pur avendo gli occhi ben aperti siamo obliati nel vedere, a differenza di Tiresia che pur non vedendo illumina e ammonisce.
Il nostro percorso ci deve portare anapoditticamente a comprendere quell’oscurità, per quanto la visione fisica ci accompagna in questa riflessione con l’aiuto di Tiresia. Edipo diviene una volta accecatosi, un metodo perché si giunga a interrogare sé stessi. Il brocardo socratico “conosci te stesso” qui diviene sinonimo di cecità a fronte del gesto compiuto da Edipo, che ci permetterà di svelare chi sono e il motivo dell’accecamento.
Con gli occhi di Tiresia dobbiamo affrontare le tantissime proiezioni dell’inconsapevole condizione del nostro essere, senza rimanere meravigliati dalle ombre della caverna di Platone. Dunque, riusciamo a leggere alchemicamente, il rectificandus nel profondo di noi stessi partendo dall’elemento Terra?
In questo buio, la tragedia, che attraverso l’eroico esserci ci permette di vedere quel topos in cui l’IO si annida, di fatto è il sintomo che saggia e che non potrà vedere se non sé stesso.
Senza scivolare in aspetti inerenti alla psicanalisi, la tragedia greca ci aiuta a leggerci nel profondo, e come affermava Freud: “Ogni membro dell’uditorio è stato una volta un tale Edipo, in germe e in fantasia, e da questa realizzazione di un sogno trasferito nella realtà ognuno si ritrae con errore“.
La congecy trasmessa dal mito è data proprio dal potere di affascinare e conquistare la nostra vita interiore. Il popolo greco era molto consapevole, e non conobbe una psicologia del profondo (per lo più, non credevano nell’anima e nella resurrezione dei corpi come annunciato da Paolo di Tarso – basta leggere gli Atti degli Apostoli capitolo 17-18,32). Oggi la psicologia assume i miti proiettati in una veste moderna, mentre i miti definiscono la nostra psicologia in vesti antiche. Su questo Freud fu illuminante!
Nello scettiscismo si ritiene che le profezie essendo frutto della fantasia, non vadano credute, per quanto alcune volte si avverino.
Esiste un leitmotiv della catabasi che ha orientato proprio lo stile della cecità del racconto letterario definito minimalismo americano. Questo stile narrativo se pur breve, è divenuto il tramite nel dare voce a quei personaggi abili nel raccontare senza spiegare i propri avvenimenti.
Lo stesso Ernest Hemingway soffriva di crisi d’identità, condizione che subì un netto peggioramento con la perdita della vista, che non gli impedì la sua produzione letteraria. In un particolare racconto dal titolo il “principio dell’Iceberg” lo scrittore inserisce i propri interpreti nell’identica posizione in cui è ubicata la Musa rispetto al proprio aedo e viene concesso a costoro la possibilità di conoscere e quindi di narrare il minimale di quanto conosce ma non descrive. In questo, una parte della narrazione rimane implicita nel racconto, come la stessa interpretazione rimane celata ai protagonisti che li hanno vissuti; il significato verrà realizzato proprio dal fruitore del libro.
La mitica figura di Tiresia trova ulteriori prerogative nell’eminente uomo di oggi, in cui la vista “maliarda”, che inganna e forza le reali apparenze, limita gli aspetti della conoscenza della verità nel sottrarre il mondo oramai invisibile e cieco. Edipo rinuncia alla vista del reale fuggente per leggere l’intelligibile senso del vero. Se veramente l’iniziato saprà leggere oltre questo rabbuio potrà allora comprendere il senso del suo viaggio per giungere alla sua Itaca.
Arrivati in fondo a questa diallage, spronati dall’indovino tebano, occorre interrogarci su cosa serve la verità del sapere… è qui la questione tende nel non escludere possibili appigli di riflessione. Siamo consci che nella vita di tutti i giorni, i nostri intendimenti non trovano interessi, se non sotto l’agire di un sapere sempre più tecnologizzato. La conseguenza di tutto ciò ci porta a dover capire quale limite del sapere sia affidabile nel vivere il nostro esserci nel mondo. La costanza del sapere è ricerca, senza per questo disconoscere come la prerogativa conoscitiva, che si diffonde grazie al gioco delle astrazioni effimere, è per certi aspetti l’uso eccessivo dell’intuizione forviante di un cupo cielo non sempre pronto a distinguere il reale con il “si dice”!
Tiresia ci insegna a cogliere nell’ombra il nonsenso, che annienta e sovverte il reale, perché ci orienti nel fortificare la ricerca dell’oltre.
Su questo occorre precisare come la scienza affermi, dal suo punto di vista, un senso infinito nel contribuire a implementare la conoscenza, favorendo tutte le condizioni che aggiungano sempre più ulteriori contributi. Occorre produrre un sapere ulteriore per le tante ragioni connesse ai bisogni dell’uomo,
che per una sua dinamica interna è destinato a diversificarsi. In questo osserviamo come oggi questo tipo di sapere non presenta défaillance…anzi.
Da un punto di osservazione iniziatico, diviene legittimo pencolare sull’ordine del nostro rapporto con il conoscere, perché la conoscenza per la sua utilità, come le sue ricadute profane, sono la vera testimonianza del nostro essere massoni e ricercatori della Vera Luce.
L’essenza della sua utilità, come altresì si accede alla verità fondamentali, sono i pilastri del retto agire, parlare, pensare.
Aristotele prima e Spinoza dopo, avevano concepito che il senso della vita teorica non era intesa come ricerca quanto il saper custodire l’aletheia.
Eppure, quando ci osserviamo al cospetto dell’occhio della mente e meditiamo su quanto il mondo ci svela, noi esercitiamo la più audace capacità trasformatrice, che ci porta al di là di ogni possibile condizionamento in ordine alla nostra posizione nello spazio e nel tempo, in quanto tendiamo a valorizzare le cose nella loro vera realtà.
Ecco che l’insegnamento di Tiresia ci porta a considerare che il sapere non serve, in quanto esiste solo per sé stesso e il tutto invece si verticalizza verso una virtù più elevata nella ricerca del vero Sé.
Accade nel profano, che quando pensiamo alla conoscenza, la immaginiamo come un aspetto collettivo da utilizzare a nostro piacimento per cogliere a pieno gli obiettivi prefissati. Dunque, quel sapere fine reperibile nel World Wide Web viene usato a scapito del processo memonico e razionale della mente, che sotto molti aspetti si estranea dal reale e si eclissa grazie alla virtualità della nostra stessa identità. Tuttavia, la stessa Libera Muratoria e soprattutto il nostro percorso, deve essere influente nella nostra tradizione intellettuale e non solo, in quanto la “fatica” nell’esprimere questo valore non può divenire sinonimo di un conoscere, perché il conoscere… Tiresia… ci porta a guardare la realtà con una luce diversa, ed ossia una speciale formula ermetica della visione latomistica.
L’alternanza di un sostantivato “sapere” di fatto alberga o meglio vive nella possente dimestichezza dell’illuminante, che non perde occasione per vaticinare il trasformismo di un verbo, pur di governare il suo intellettualismo onnipresente e ossessivamente divergente sul senso del reale. Lo viviamo perché accade nel presente…
Dovremmo interrogarci su quanto asserivano i due filosofi citati in precedenza in confronto all’indovino Tiresia…
L’intuizione si sviluppa con rigore e tenacia grazie anche alla giustezza dell’agilità ideativa, è
lo sforzo che compiamo non deve essere solo intensivo, ma soprattutto estensivo. Per tale aspetto occorre ricontestualizzare conoscenza e coscienza nel processo alchemico che subiamo nell’athanor di noi stessi.
Servono ordine equilibrio e armonia, è per questo viene spontaneo cingersi con Socrate quale maestro di maieutica, anche se la sua robustezza intellettiva portava a rimuovere i pilastri conoscitivi invece di edificarli.
Norberto Bobbio pone il dubbio come lente di lettura su quanto la certezza estende e diffonde nell’ombra dell’agire dell’uomo.
La Muratoria che come sappiamo non è mai stata un corpo unico, in alcune sue frange (non solo in quelle minimali) oggi persegue sempre più una valenza del tutto esteriore sul piano puramente estetico e quantitativo. È in questa direzione che tende ad arginare il conoscibile a fronte del riconoscersi, a causa dei gravi compromessi che limitano le ragioni che un tempo erano le colonne della sua storicità.
Tutto sembrerebbe essersi trasformato in un mercato della sciarpite con tutte le conseguenze che oggi oramai sembrano difficili da colmare a fronte della filosofia dell’universalità. Ogni parola per quanto enfatizzata in tal misura si scontra e stritola valori e fratellanza. I Metalli si fortificano nei tempi, destabilizzando le virtuose Colonne e le cause si moltiplicano nel teatro delle cieche illusioni.
Sotto possibili letture, diviene plausibile l’ammonimento di Tiresia nell’affrontare i fondamenti del pensiero con una luce interiore, affinché la schietta realtà dalla sua prospettiva renda la consapevolezza nel viaggiare oltre la “natural burella”, così come riporta Dante nel XXXIV canto dell’Inferno. Ma su questo ognuno di Noi deve saper interagire con il proprio dualismo, al fine di vivificare il senso del proprio viaggio, come ripreso in un precedente articolo.
L’approccio che dall’immanenza porta alla metafisica della trascendenza, ci aiuta, se si è coscientemente pronti, a decifrare con la giusta ragione noi stessi e quanto ci circonda, tentando di focalizzare tramite l’insegnamento ermetico il fondamento custodito e ampliato all’interno del nostro percorso muratorio.
Occorre saper vedere la distinzione dell’indefinito, che nell’aporetica chiarezza tra conoscibilità e pensabilità della nostra ricerca deve circoscrivere l’essenzialità dell’inopinabile vero.
L’eccesso di una sofistica illuminazione di comodo, non può divenire conoscenza, se quest’ultima si autoalimenta dal riflesso di una luna veggente, che renderà perfino Astolfo (Orlando furioso, XXXIV, 70-87) incapace di raggiungerla per ritrovare il senno di Orlando oramai smarrito.
Ecco che Tiresia ancora una volta ha visto giusto… in quanto non trova in fondo una possibile risposta conoscitiva, se irrimediabilmente volente o nolente, il tutto precipita nel piano dell’immaginario permettendo al nulla di estendersi senza dare luce alla realtà.
Altra considerazione è la concezione del valore della conoscenza, ritenuta fruizione di un possesso, che aiuta a svelare l’aletheia innanzi alla doxa, ed ecco che il nostro agire come la nostra centralità interna riuscirà a vedere quel plus di una visione superiore. Bisogna riuscire a comprendere il confine tra il profano-caos e l’ordine-sacro.
In questa visione di certo la verità ritenuta anche da Hegel “vita del tutto”, non esplicita quel conoscere univoco del reale, ma può significare per lo più, una percezione di una visione bistabile, co-me ripreso negli aspetti gestaltici, in cui si palesano due forme messe a fuoco in maniera alternativa.
Bistabile indica non immediata, indefinita, in cui le sue caratteristiche per quanto non sono conoscibili possono pur divenire conoscibili.
Ecco che il nostro intuito deve sollecitarci a vedere il valore trascendentale, adogmatico, perché si tenda verso l’Assoluto inteso non solo in modo hegeliano, quale antidoto contro ogni effervescenza assolutistica, che ci lascia sprofondare nell’oscurità di una misteriosità contorta e negativa.
La distinzione del nostro vedere nel complesso, diviene meno aporetica e più assicurante di quella kantiana tra “conoscibilità” e “pensabilità”.
Volendo scendere ancora più in fondo, se si pondera l’ascendenza blumenberghiana, ossia la radicale dominanza della conoscenza che rappresenta l’effetto della immanentizzazione dell’infinito, questa unitamente alla scienza moderna ci ha condotti nell’infinitizzazione cosmica.
La nausea di Sartre per una visione non disincantata della conoscenza, ci lascia scorgere qualche cosa dal pertugio di un sogno sofocleo, a fronte dei militanti “apprendisti stregoni” dei nostri giorni.
Il nostro viatico è una fonte continua di difficoltà, anche perché è arduo comprendere quel limite dello scibile umano velato dall’ombra della sua cecità, per quanto metafisica, ma di fatto rocciosa da penetrare con la sola luce dell’intuizione.
Nel teatro dell’invero, i tanti Grandi riescono a trovare nelle difficoltà le variopinte visioni di un cospetto trasformista, ma ciò che sfugge è proprio quello spazio su cui interrogarsi in una visione coesa e retta, posta in una tensione di confini angusti di una soggettività che si auto-prospetta, malgrado le apparenze costituiscano una stupita realtà.
Si è ciechi…come Edipo! Ancora una volta lo zenith elude e nello stesso tempo delude; imprime nello spazio residuale del nostro essere una visione convulsa del sapere, oltre alla deformazione della vetusta tradizione nel quasi ossessivo lavoro di scavo dell’ovvio, è come scriveva Wallace pur essendo “reale ed essenziale”, il certo è nascosto sotto gli occhi di tutti.
Tiresia maestro di lungimiranza, in questo passaggio per quanto accecato, ci aiuta a dilatare il possente Velo di Maya dell’incantevole ritornello dell’essere umano.
Nel rapporto IO–Mondo (Husserl), la visione che domina, è che il valore della conoscenza ci pone al di sopra della sfera umana.
Massonicamente, se riusciremo a camminare correttamente sul nostro percorso, forse riusciremo a contemplare scintille della metafisica del trascendente; questo non come una concettualistica di puro comodo e strumentale, che vacilla all’unisono dei nostri pregiudizi e preconcetti.
In questa conflittualità, la visione predominante è che l’essenza della conoscenza risiede nell’esclusivo della sua utilità, eludendo quell’esatto valore dell’autocomprensione che ci dovrebbe aiutare a sorreggere l’indipendenza intellettiva del nostro essere.
Il vaticinio di Tiresia è l’acquisizione intrinseca della aletheia che ci permette di vedere la realtà così come appare nel buio della nostra coscienza nel trascendere i nostri limiti spaziali e temporali, al fine di osservare l’essenza che illumina il nostro divenire non distopico.
Noi Massoni tendiamo a scrutare il Macro-cosmo dal punto del nostro centro all’interno del Tempio interiore ed esteriore, ponendoci al cospetto del filo a piombo a garanzia del nostro agire giusto e perfetto.
Il saper leggere correttamente, da più punti di vista, questi tratti ermetici al riparo della bieca assurdità, ci permetterà di osservare con saggezza l’imbrunire ove il tutto non è in ordine nel rapporto con la vera luce della conoscenza.
Ancora una volta Tiresia ci aguzza la vista perché possiamo vedere e comprendere come una delle pietre d’inciampo è proprio il saper riconoscere il valore conoscitivo, che risiede nella sua attitudine di superare quelle fiere che limitano la nostra prospettiva visione di un reale e concreto esserci nel mondo.
Questo dono nel comprendere e attingere conoscenze inaccessibili che possono trasparire ubbiose ai miscredenti, ci riporta a vigore dell’indovino proprio sulla base del passaggio duplice della sua natura.
Fattivamente, ha saggiato l’imprescindibilità dell’identità umana, superando quel confine posto dal Dio biblico, il quale aveva vietato ad Adamo e Eva di mangiare i frutti dell’albero della conoscenza (Genesi II, 16-17).
Disobbedendo dall’ordine impartito, entrambi avvertirono in loro una diversa percezione del proprio corpo-essenza e coprirono la loro nudità con le foglie di fico.
Tiresia a causa della visione proibita di Atene sarà accecato. Dunque, la conoscenza come l’ignis ardente non preserva, e Tiresia sacrificherà una parte fisica di sé. La doppia natura, come la cecità di Tiresia, non sarà resa infeconda come Zeus aveva precluso; l’indovino ha una figlia di nome Manto, anche lei vate, che sarà costretta a fuggire da Tebe e giungerà, come descritta da Dante, nella patria di Virgilio ossia Mantova, presente anche nel Purgatorio (XXII v 113).
E quella che ricuopre le mammelle, che tu non vedi, con le trecce sciolte, e ha di là ogne pilosa pelle, (rif. A Manto Inferno XX vv 52-54)
Tiresia denota la tempra razionale della sua mente, indicata da Omero (Odissea X vv, 524-25) integra perfino dopo la morte, che continua a illuminare gli altri nel patrocinare il giusto viatico di conoscenza. Dalla sua illimitata “visione” di sapienza continueremo a trarre il retto agire della nostra coscienza.
Cesare Pavese con il suo libro “Dialoghi con Leucò” sulla strada di Tebe, nella conversazione “i ciechi”, apre la dialettica fra Tiresia ed Edipo.
Come già ripreso, il primo oramai cieco per volere divino e veggente e l’altro prossimo a perdere la vista dopo aver schernito il vaticinio dell’intima verità, fa emergere in questa narrazione la contrapposizione del mondo olimpico costituito da “grandiose parole, illusione, intimidazione” a quello degli uomini, in quanto più longevo a quello degli dèi.
Nel vissuto profano si palesano una consistenza materica e riscontriamo nel Tiresia pavesiano l’ubiquità del sesso “sotto tutte le forme dei mutamenti”, in cui la forza della sua cecità gli dona la capacità di vedere la fattezza del mondo. La scuola odierna ai suoi discenti non apre oltre certi confini… ma li limita.
Considerando questo periodo di Pavese: “verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, si rimane impietriti nel coniugare la robustezza di queste parole innanzi al discorso del nostro essere Uomini. Penetrare l’idea del mito riprendendo a rivedere il senso nascosto, sono di stimolo per approfondire in piena libertà ogni passaggio epurato da ogni concettualità agente in senso avverso e diversivo.
Lo scrittore considera l’Eros e Thanatos di Edipo e di Odisseo, riuscendo dietro questa velatura a liberare una struggente verità. Nel primo racconto intitolato “La nube” percepiamo lo straniamento dell’essere innanzi all’eventuale esitazione del divino: “Siamo tutti asserviti a una mano più forte”. In questo come nel complesso della sua opera, è riuscito a far crescere a dismisura il senso immobile e indifferente dell’uomo sempre più lontano dalla sua reale esistenza. “Esser cieco non è una disgrazia diversa da esser vivo” (da “I ciechi” – dialogo, sublime trovata, tra Tiresia ed Edipo).
L’interrogativo che sorge spontaneo è posto nel saper misurare la ripresentazione dell’indovino proprio a cominciare dall’epica; dunque, cosa significa oggi riprendere in questo disattento e deviante mondo Tiresia? Come lo possiamo invocare nel nostro essere dopo la sua prima epifania nella nekyia dell’Odissea? Lascio a quanti sensibilmente nel labirinto del proprio V.I.T.R.I.O.L. consapevolmente sapranno rispondersi…
Sarebbe corretto, come viene ripreso dall’analisi del filologo Ugolini, partire “dall’esame sincronico di tutte le varianti del mito di Tiresia ricavabile un nucleo centrale organizzativo attorno ad una serie di opposizioni antropologiche-culturali, rispetto alle quali il più celebre mantis della mitologia svolge…”
La ricerca dell’aletheia è un percorso asintotico e proprio per questo tende a un fine che mai si raggiunge… questo il Massone ben lo percepisce dal momento che si accinge sul viatico periglioso del viaggio iniziatico.
Il profondo conoscere l’interiore del Sé, porta a dover cogliere con avvedutezza le parole che trincerano il non detto… l’invisibile mondo del sottaciuto.
Ecco che il tebano aiuta a comprendere il lato sinistro del nostro cervello che analizza e deduce, contrapponendo all’ombra dell’agire, la ricerca di tutte le distorsioni e l’auto-inganno del nostro reale.
La giusta visualizzazione deve aiutarci anche nel saper accedere al piano del cuore; ad esempio, in ambito della tradizione indiana, grazie alla forza dei Chakra attivati dalla energia kundalini.
L’indovino scruta e legge l’invisibile umano che in termini generali viene chiamato psi dai ricercatori: la facoltà di sapere e percepire-vedere quanto viene eluso dalla logica, dal razionale, che si manifesta senza confondersi, continuando con gli esempi, con i giochetti più frivoli del mendacio artificio dei veggenti di una tv commerciale.
La conoscenza che viene dall’esperienza è prodotta per lo più, tramite la comprensione conseguente al pensiero logico divenuto semplicemente veloce ed automatico con il fattore tempo, maturato per causa ed effetti, accelerati dalla ripetizione.
Repetita iuvant. Questo processo sublimale e veloce nell’ambito della psicologia, si chiama chunking (ricevere frammenti di un insieme) e si manifesta quando certe percezioni, attraverso esperienze ripetute, diventano automatiche tanto da sembrare frutto dell’intuito. Il chunking si associa proprio con una forma d’intuizione.
Per tale ragione occorre con nonchalance capire quanto osserviamo al fine di attribuire ad ogni esteriorità il suo giusto valore… quando si palesano espressioni che nulla hanno a che vedere con l’intuizione.
Un tipo di conoscenza intuitiva, per essere chiari, si attua dal punto di vista più scientifico, attraverso i canali sensoriali normali… privi da alterazioni dispercettive dei dati, che in nessun caso si potrebbero ottenere, in quanto trattasi di qualcosa diverso da noi, senza per questo confonderli con l’agire dell’indovino Tiresia.
Il confine tra l’intuizione e la conoscenza metafisica si diversificano. L’intuizione in questo ambito, non sarebbe un’estensione naturale delle percezioni sensoriali normali, ma si muoverebbe oltre la capacità individuale della nostra fisicità e registrerebbe in modo soggettivo quanto l’ambiente spirituale manifesterebbe anche interagendo con l’ambito materiale.
Non sarebbe però una disponibilità automatica per tutti (anche in ambito iniziatico). La conoscenza si potrebbe manifestare con la comprensione razionale di quanto si sarebbe intuito.
In ambito iniziatico, trattasi nella fattispecie anche di immedesimazione o sensibilità, ma in tal caso, non possono considerarsi come la straordinarietà di poteri veggenti.
Se fossero solo i nostri sensi che tendessero ad espandersi innanzi ad un campo più vasto, ci si ritroverebbe immersi solo in una semplice visione euclidea allargata.
Purtroppo leggiamo come a volte, queste manifestazioni definite erroneamente “extra”, trovino il loro effetto anche in ambito iniziatico e non solo. Sono percepite con l’immedesimazione e lette ad alta voce, così incantano il lettore anche se sarebbero da ritenersi naturali e normali.
Aneddoti sulle scoperte, ci descrivono queste aspettative metafisiche, come la eureka di Archimede!
Accade nella regolare normalità, che il livello intuitivo, attraverso l’intimo processo percettivo, ictu oculi, al di fuori di qualsivoglia pensiero logico e coscienza, fabbrichi la sequenza di un input, che divampa lo scenario esteriore enfatizzato come una fonte misterica e divinamente presente.
La scrittrice Caroline Myss, molto appariscente e conosciuta nell’ambiente narrativo e sensitivo, si ritiene molto fiera di essere atipica… è chissà se mai ha incontrato Tiresia… chissà… se qualcuno è stato limato dal corniolo dell’indovino, ma questo ci porterebbe come Astolfo a non vedere la Luna.
In finibus. In apparenza da tutto ciò che domina il vero, scopriremo la “musa” nascosta lontana dalla materia, dall’attualità, nell’astrazione dell’atemporalità del mito, che ci permetterà di affrontare ad visus, i nodi della conoscenza tra l’essere ed essere sé stesso.
La sentita necessità ineluttabile di scavare dentro le parole di Tiresia, rappresentano quella testimonianza del tu per tu dell’esistenza della condizione umana.
Il tebano scende nell’intimità dell’uomo per svelare quel profondo segreto della reale identità.
Reggere tenacemente quest’onta sotto scacco del predominio divino e privato dalla visione dell’effimero, egli scruta i piani sublimali di una trascendenza dell’essere realmente sé stesso… ossia Uomo!
In una nostra camera maschile, la liturgia contiene questa frase: “…degnati Sovrano Arbitro dell’universo di spargere i raggi del tuo amore e della tua sapienza su questo consiglio. Ci sia dato di distinguere chiaramente ciò che è giusto da ciò che non lo è.
Ci sia dato di operare separando il denso dal sottile con cura, come fanno i tuoi benefici raggi…”.
L’articolo è contenuto nel numero di Aprile 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
L’ultima narrazione viene da Esiodo poeta greco ripreso da Apollodoro. Tiresia nel percorrere il sentiero sull’oronimo Citerone, osservò infastidito l’unione di due serpenti, e nell’immediatezza colpì la femmina. Nell’istante subì taumaturgicamente il suo divenire donna che perdurò per sette anni, condizione che si tramutò nel seguito, quando ritrovandosi a rivivere l’identica scena colpì questa volta il maschio ritornò ad essere uomo.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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