Una luce vivente

Nei testi di alcune nostre liturgie del percorso maschile, si evidenzia una frase che recita: “Un raggio divino apprende al M⸫ che per vincere la notte dei tempi è necessario aprire il libro delle rivelazioni.

L’occhio umano, aiutato dalla Luce e dalla Verità, penetra le profondità degli alti misteri“.

Ecco perché quello ed altri raggi possono forse servire da guide al ricercatore smarrito, poiché non vi è un punto dello spazio in cui egli non possa trovare una luce vivente come lo è il “Verbo” che si promana dal Supremo Artefice Dei Mondi di cui da sempre, dal punto di vista mistico, è considerata misteriosa l’estensione infinita delle sue meraviglie e della sua saggezza. Per lo meno, anche se si fosse abbastanza ottusi nella grossolanità della materia, a causa di ciò che emerge dalla personale interiorità più profonda, non si potrebbe evitare di intuirlo e quindi di rimanere ammirati davanti alla sua potenza armonicamente centrata tra giustizia e misericordia.

Con i migliori presupposti psicofisici, nel ca-so lo si desiderasse veramente, si potrebbe arrivare a meditare e forse a comprendere che durante le nostre esecuzioni teurgiche, non sarà davanti agli occhi o agli altri sensi carnali che si dovrà tentare di percepire lo Spirito.

Sia nella liturgia rituale del percorso formativo maschile, che in quello femminile, lo si precisa in diverse occasioni.

Come è stato suggerito innumerevoli volte, secondo varie indicazioni tradizionali, il nostro cuore sarebbe la vera dimora dello Spirito, in diretto collegamento con la mente, all’interno di un aspetto temporale caratterizzato dall’intervallo tra la luce e le tenebre.

Volerlo ignorare, potrebbe portare a limitarsi ad indulgere quotidianamente nelle esaltazioni per la soddisfazione edonistica, secondo cui il piacere sarebbe il bene sommo dell’uomo e il suo conseguimento il fine esclusivo della vita; ciò tenderebbe a favorire l’occupazione di ogni spazio, da parte dell’orgoglio.

Ne conseguirebbe il manifestarsi di cose sempre più vane come quelle di colui che ama contemplare i segni della sua inutile, vuota, potenza op-pure come uno sciocco passionale che cerca soltanto d’impadronirsi dei principi dei sensi, più per corromperli che per goderne.

Forse in tali casi, l’impetuosità della materia, secondo le crudeli ma logiche leggi della natura, potrebbe svelarsi addirittura meno malevola.

Un iniziato non dovrebbe mai dimenticare che il proprio cuore si troverà incessantemente nelle difficoltà esistenziali, almeno sino a quando si troverà in questa dimensione carnale.

Quindi, anche o soprattutto secondo un punto di vista mistico, sarebbe solo lo Spirito che potrebbe confortarci in questi problemi e suggerci se non addirittura predisporre varie, felici, soluzioni. Ne consegue che da parte dei nostri iniziati, sarebbe anche opportuno non solo nella quotidianità, valutare attentamente di chi o di che cosa si dovrebbe avere un po’ di timore a causa dei personali pensieri, parole, azioni, allorché non siano “giusti”. Però, al fine di capirci, soprattutto da parte di coloro che ancora poco evoluti, si preoccupano solo di poter esibire: gradi, fasce, grembiuli in modo da pavoneggiarsi socialmente oppure, peggio, per impadronirsi di “poteri” al fine di dominare sugli altri, sarà inutile non voler comprendere di che si tratti e poi stupirsi o lagnarsi delle inevitabili conseguenze.

Lo ripeto ancora una volta: “la nostra eggregora è da sempre poco tollerante”.

I personali pensieri circolano e ritornano a noi forse attraversando più piani esistenziali. Rimane misteriosa la possibilità che eventuali barriere possano arrestarli e romperne il cerchio, sia virtuoso, che perverso. Ecco quindi l’importanza di eseguire correttamente, ad esempio, non solo il rituale di una catena d’unione durante le cerimonie all’interno del Tempio, ma di armonizzare con prudenza e perseveranza, la personale interazione mentale nella normalità quotidiana.

Riuscendoci, si potrebbe avere la gioia, dimenticando eventuali dolori, di contemplare ciò che si svelasse bello e buono, a cui si potrebbe aver dato vita. Si tenderebbe così a supporre che sia proprio lo Spirito a condurre, supportare, l’uomo di desiderio che voglia incedere correttamente verso le sue mete, vegliando anche sulle conseguenze delle sue idee.

Diversamente, non si dovrebbe obliare che purtroppo molte tra le opere frutto del solo pensiero dell’uomo, offrano non di rado, delle risorse ad un ambito oscuro ed inquietante, dal momento che proprio quelle opere tenderebbero a precludere la possibilità di acquisire “conoscenza” velando sempre più la “verità”.

Forse, come si accenna in una camera in cui si formano le nostre Sibille, se si ascoltasse almeno la voce della coscienza, se si facesse ciò che è retto per il Supremo Artefice, se si intuissero e si ascoltassero tutte le sue leggi, anche se a volte si ca-desse, si auspicherebbe di essere risparmiati dai malanni, dalle sofferenze e dai crucci che subiscono i malvagi.

Rifiutando disponibilità ed energie al lato oscuro, probabilmente questo potrebbe essere obbligato a mantenere la sua attività contro sé stesso ed a produrre, nel proprio regno, una guerra intestina; così i nostri Fratelli e Sorelle riuscirebbero allora ad occupare in pace il tempo prescelto ed a condurre i loro pensieri verso una felice meta.

Accenno a queste cose anche o soprattutto per i cosiddetti sapienti letterati, affinché intuiscano che al di là di un loro sapere preso a prestito, nella maggior parte dei casi, lo Spirito sarebbe per sua natura per lo più indefinibile ma ci trasporterebbe, nostro malgrado, fuori dai nostri corpi.

Percepiamo quanto poco si trovi nella dipendenza di un IO egocentrico, sorto dalle necessità materiali ma forse intuiamo che un’altra parte di noi ci mette in rapporto con ciò che per convenzione comune, indichiamo come il Supremo Artefice.

Da un punto di vista mistico, lo Spirito sarebbe un’estensione del Supremo Artefice e tutto ciò che immaginiamo legato alla sua saggezza vivente e sacra, avrebbe oggettivamente su di noi un imperio irresistibile.

Tutte le virtù, tutti i sentimenti, tutte le luci dello Spirito, sarebbero altrettanti raggi di questa eterna e imperitura fonte di energia che si promanerebbe dal Supremo Artefice che si estenderebbe attraverso infiniti livelli esistenziali. Allorché qualcuno di questi raggi giungesse a ravvivarci in un’opera qualunque, noi godremmo della dolce armonia che questo ristabilirebbe tra noi ed il nostro elemento naturale.

Ad ogni modo, tramite le normali facoltà umane, ben poco si potrebbe comprendere della Sorgente, dal momento che lo Spirito sarebbe il frutto di un albero più grande di qualsiasi essere esistente in questa dimensione.

Così tutti coloro che non credono a questi grandi rapporti, è probabile che producano ben poco di spiritualmente elevato.

Sempre da un punto di vista mistico, costoro sarebbero come rami che da sé stessi si sarebbero staccati da questo grande albero e non si alimenterebbero più alla linfa generatrice che lui solo contiene e può trasmettere.

Quindi, si potrebbe dedurre che durante l’esecuzione teurgica dei nostri lavori, il pronunciamento di frasi previste dalla liturgia in ogni camera particolare, avrebbero un vero effetto solo se ci si sentisse veramente legati a questo grande albero spirituale. Guardandosi attorno, si potrebbe percepire come i pronunciamenti risulterebbero altresì “vuoti”, nel caso che da quello ci si fosse voluti separare.

Si potrebbero immaginare raggi producenti, ad esempio: intelligenza e discernimento, la dolcezza e l’amore, l’eroismo e il coraggio, l’eloquenza e la logica, la santità e la preghiera, la forza e la potenza, la carità e la devozione, ecc.

Quindi con questi presupposti, non credo che sarebbe opportuno respingere questa sorgente vivificante di tutto ciò che si configurerebbe come spiritualmente superiore, mentre al contrario sarebbe indispensabile cercare di ravvivarsi alla vista dei suoi doni e delle sue virtù.

Con questi presupposti, si potrebbe intuire la complessità di una umana costituzione esistenziale, contemporaneamente materiale e spirituale.

Osservando però chiunque, tenuto conto di innumerevoli fatti storici e della situazione contemporanea, si direbbe che si possa percepire una sorta di malignità sparsa sul volto di tutta la specie umana.  Sembrerebbe qualcosa che abbaglia gli occhi e che nasconda tramite innumerevoli brutture, disastri, malattie, prevaricazioni, ecc. la bellezza, la verità delle meraviglie spirituali che ci circondano.

In tal modo non si vede che la morte, mentre la vita è ovunque.

Potrebbe risultare strano ritrovarsi ridotti ad errare solo fra i sepolcri, mentre l’universo intero continuerebbe a manifestare la gloria della creazione.

Per i nostri iniziati sembrerebbe non essere affatto rinviabile la ricerca strumenti nuovi, differenti da quelli meramente sensoriali ma indispensabili per tentare di accedere all’interazione coscientemente consapevole con l’ambito metafisico.

Indagare, rettificare la più intima interiorità, consentirebbe la percezione della Luce Spirituale che abbellisce l’universo.

È però necessario essere prudenti nell’occuparsi delle scienze dello Spirito, mentre si attraversa il regno tenebroso dei falsi sapienti.

Le anime di desiderio si sono possono disporre a marciare nella giusta direzione ma è esperienza comune constatare che non si può intravvedere facilmente la fine luminosa del viaggio.

Sarebbe opportuno tenere presente che la complessità delle debolezze umane che ci condiziona e limita, non ci è quasi mai completamente svelata e che la conformazione intellettiva dell’IO carnale di cui si fa maggiore utilizzazione, non aiuta molto per decriptare le opere spirituali quand’anche si manifestassero in numero sempre maggiore.

Da un punto di vista mistico, una sorta di benda sarebbe stata posta sulle percezioni umane, proprio dalla volontà del Supremo Artefice. Quindi sarebbe solo attraverso la sua azione che potrebbe essere rimossa.

Non a caso anche durante i lavori in grado d’Apprendista, si pronuncia: … ti supplichiamo di vegliare senza posa sui tuoi figli… togli dai loro occhi il fatal velo dell’inesperienza, illumina la loro anima…

Ne conseguirebbe anche la necessità di non dare la propria fiducia a tutte le voci che si manifestano. Esse potrebbero uscire da sé stessi, parlare interiormente ma non essere la voce dello Spirito.

In mezzo a tanta confusione nella quale ci si ritrova, non sarebbe affatto saggio dare fiducia ad eventuali prodigi o semplicemente a pseudo tali, annunciati da quelle o da altre voci, quand’anche fossero in parte giustificati dagli avvenimenti.

A volte è sufficiente prestare esagerata attenzione a qualche cosa però condizionati da emotività e passione, per rimanerne inevitabilmente suggestionati e causare qualche conseguente effetto.

Così lo stesso pensiero più intimo che si riverberasse da eventuali personali successi materiali, potrebbe causare una parte dei pericoli che poi ci si troverebbe a dover affrontare.

Infatti, se non si fosse oggettivamente così potenti nella contemporanea esistenza tra carne e Spirito, probabilmente non ci sarebbe la necessità di vegliare continuamente sui personali pensieri, sulle parole e sulle azioni.

Non ci sarebbe l’esigenza di temere di prendere i risultati delle proprie opere in sintonia con la saggezza suprema, se non ci fosse la straordinaria facilità di ingannarsi da soli individuando similitudini dello Spirito anche dove quello non c’è.

Purtroppo spesso non si procura d’ingannare solo sé stessi ma si coinvolgono anche altri e li si trascina in varie illusioni tenebrose.

Eppure, forse basterebbe guardare un uomo semplice, vicino alla natura ma con lo sguardo rivolto verso quelle altezze ove si possono individuare scintille dei raggi spirituali, per individuare come tutta la specie umana potrebbe camminare se avesse l’intuizione di come saremmo rimasti nella nostra situazione spirituale originale e di come sarebbe possibile ritornarvi.

Dopo tutto quanto accennato sopra, per qualche istante, potremmo ripensare anche alle nostre attività in Loggia, alle eventuali raffigurazioni, ai movimenti eseguiti per tentare di rappresentare anche geometricamente la simbologia della grande opera non sempre esattamente corrispondente alle posizioni generalmente assunte nelle differenti camere, dalle luci nel Tempio dove il Maestro siede all’oriente e rappresenta, fra le molteplici opzioni simboliche previste: il sole che sorge, fonte di vita, scienza e sapere.

Tale fonte sarebbe il Creatore che starebbe nell’alto, allo zenith; il suo opposto sarebbe il fuoco che sta in basso, al nadir e potrebbe essere immaginato come qualche cosa il cui compito sarebbe quello di distruggere ma potrebbe essere purificatore se giustamente dosato.

In tal modo, questi opposti formerebbero una linea verticale di forza e potenza.

Secondo alcune nostre rappresentazioni simboliche, la verticale si intersecherebbe una probabile linea orizzontale che partirebbe da occidente dove potremmo immaginare le acque, ovvero le sorgenti della vita fisica e poi da queste dirigerci verso oriente dove si potrebbe immaginare la fonte del potere terreno.

Si potrebbe voler riflettere su possibili punti di osservazione di queste linee e forse secondo alcuni, immaginare la linea orizzontale come femminile e quella verticale come maschile. Tutto questo senza obliare che la materia ed il potere terreno cesserebbero o almeno, muterebbero, mentre Spirito e fuoco permarrebbero fissi e immutabili, alimentandosi a vicenda.

Secondo alcuni, ciò ci potrebbe portare anche a guardare in modo analogico varie raffigurazioni interessanti di altri percorsi; ad esempio, un’uscita dalla porta degli dei, illuminata dalla luce del nord, chiara, vivificante, pura, mentre l’ingresso tramite la porta degli uomini, a sud, sarebbe pervaso dalla luce rossa, piena di scorie, anche distruggitrice.

È importante continuare a riflettere; forse prima o poi, si riuscirà ad intuire qualche cosa e poi anche a comprenderla.

Ogni tanto indulgo in varie dissertazioni come questa, al fine di suggerire che se si riuscisse a divenire maestri di sé stessi, difficilmente si vorrebbe esserlo per altri, se prima non si fosse messi in grado di riconoscere almeno piccole scintille delle leggi di una disciplina e di una gerarchia universali, necessarie per evitare il ripetersi di errori e l’avvento di conseguenze disastrose, sia dentro, che fuori sé stessi.

Ciò si armonizza con l’esigenza di seguire una disciplina che nel nostro caso, è quella del nostro Rito. Infatti, camminando correttamente è probabile che ci si ritrovi in una comunione di idee e di desideri.

L’iniziazione, un poco alla volta, per gradi, potrebbe aver contribuito ad elevare i singoli soggetti verso un’autentica possibilità d’intuizione comune che indaga l’analogia universale ma che non confonde mai le cose della scienza con quelle della fede.

Si accetta la scienza intesa come conoscenza di ciò che si può dedurre tramite le opzioni sensoriali, ma non si può negare quello che la scienza non ammette o non conosce.

Le eventuali interazioni con gli ambiti metafisici, non sembrano poter essere facilmente a disposizione delle moltitudini, della massa, alle quali necessitano di conseguenza, miti, favole, misteri, speranze, paure per castighi, ecc.

Però, quegli stessi miti, misteri, speranze, paure, potrebbero essere interpretati da un iniziato, anche in modo analogico, attraverso i molteplici simboli. Sono strumenti tramite cui nell’antichità, i saggi si servirono per “velare” alle masse quelle verità che avevano scoperto ma che le moltitudini non erano (e forse non lo sono neppure oggi, né, secondo alcuni pessimisti, lo saranno mai) in grado di capire ed apprezzare.

Da qui ecco risuonare un motto evangelico: “non date mai le perle ai porci“.

Ad ogni modo, suggeriamo continuamente di studiare le tracce tradizionali individuabili in vari filoni sapienziali come ad esempio: kabbalah, alchimia, ermetismo, astrologia, ecc. In tal modo, potremmo forse acquisire varie chiavi per destreggiarci nelle complessità delle analogie e sempre forse, permetterci d’interpretare i miti, i cosiddetti misteri e di ridimensionare le speranze e le paure.

Da parte di quelli che si potrebbero definire pseudo-studiosi che negano anche l’evidenza di eventuali dimensioni differenti da quella materiale conosciuta e che trovano apprezzamenti in un mondo che va sempre più materializzandosi, risulta scontato un giudizio negativo anche per i libri sacri i quali sono così equiparati a storielle senza senso che la scienza avrebbe debellato e dimostrato false e bugiarde.

Giusto per non incorrere in equivoci, è abbastanza ovvio che l’affermare volendo ricercare solo il ridicolo, che gli antichi in Grecia, credevano alle avventure galanti di Giove o che altri adoravano in Egitto il cinocefalo e lo sparviero come dei viventi e reale, potrebbe rappresentare una dimostrazione di crassa ignoranza o di cattiva fede quanto voler sostenere che i cristiani antichi e moderni adorano ottusamente un dio trino composto fisicamente da un vegliardo, da un uomo martoriato, ucciso e da un piccione.

L’incapacità di molti, di spiegare o almeno, di intuire che i simboli siano portatori di messaggi complessi (forse di capirli non se ne parla proprio) potrebbe rappresentare la fonte di molte calunnie. Ciò genererebbe anche quella tipologia di scienza arrogante e presuntuosa che pretenderebbe di saper spiegare tutto, lanciandosi in ipotesi continue, supportate da teorie progressivamente contraddittorie.

Per fortuna, qualche volta si giunge alla dimostrazione sperimentale di quesiti o di questioni che la giusta interpretazione dei simboli fissati decine e decine di secoli fa, avevano già illustrato.

Il caos intellettuale e sociale nel quale, ormai da secoli, stiamo lentamente adagiandoci, ha probabilmente tra le cause, anche l’abbandono progressivo delle scuole iniziatiche che avessero conservato il loro deposito sacrale, senza soluzione di continuità, delle loro prove e dei loro autentici misteri.

Uomini il cui zelo ed il cui amore per l’umanità erano più forti del loro sapere e della loro conoscenza, forse impressionati dalle massime di eventuali testi religiosi, hanno creduto nell’eguaglianza primitiva ed assoluta degli uomini ed hanno propagato questo credo, provocando buona parte errori che hanno causato la degenerescenza dell’umanità.

Infatti, predicare l’eguaglianza a chi sta in basso, senza però dirgli come uno abbia la possibilità di elevarsi, potrebbe condannare sé stessi solo a scendere.

Sarebbe utile, se non indispensabile, che il famoso trinomio: libertà, uguaglianza, fratellanza, che spesso si vuole interpretare letteralmente, abbia invece soltanto un significato simbolico, nobile, che l’iniziato non può e non deve restringere entro limiti di carattere materiale ed utilitario.

Secondo alcuni punti di vista della tradizione più genuina, libertà, uguaglianza e fratellanza sarebbero da in-tendere più correttamente, quelle de-gli iniziati, ovvero: non solo libertà dal mondo esteriore e profano ma soprattutto dalle passionalità di quello interiore; uguaglianza di possibilità per sviluppare, modificare la propria personalità; fratellanza, o meglio comunanza di desideri e di azioni interagendo sia nel mondo fisico, che in quello metafisico, per la realizzazione della grande opera.

Suppongo che su tutto quanto abbia qui dissertato, ci sia molto per il qua-le ognuno possa meditare.

Renato Salvadeo (S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫)

L’articolo è contenuto nel numero di Aprile 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Lo ripeto ancora una volta: “la nostra eggregora è da sempre poco tollerante”.

I personali pensieri circolano e ritornano a noi forse attraversando più piani esistenziali. Rimane misteriosa la possibilità che eventuali barriere possano arrestarli e romperne il cerchio, sia virtuoso, che perverso. Ecco quindi l’importanza di eseguire correttamente, ad esempio, non solo il rituale di una catena d’unione durante le cerimonie all’interno del Tempio, ma di armonizzare con prudenza e perseveranza, la personale interazione mentale nella normalità quotidiana.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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