Uomo, natura

E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’Eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare[1]

 

La grande e severa lezione ambientale che ha causato gravi danni in Emilia-Romagna, tra le altre, ci ha evidenziato come e quanto ogni Uomo sia legato a tutti gli altri e quanto sia legato alla Natura da un potente filo energetico e vibrazionale invisibile. Da qui si potrebbe introdurre l’ammonimento che sollecita l’attitudine ad una maggiore responsabilità nei confronti del nostro presente e del nostro futuro, sia da un punto di vista profano che da un punto di vista iniziatico, e che si apre all’allargamento della sfera morale e di un codex di doveri in cui si include una riflessione sul rapporto fisico e metafisico fondamentale Uomo-Natura. Quando pensiamo ai concetti di Uomo e di Natura non possiamo non avvertire, sotto certi aspetti, una sorta di segreta dissonanza; l’Uomo sembra guardare alla Natura con un sentimento di ostile tensione e di crescente timore: la tensione di chi, impaziente, vorrebbe che la Natura evitasse di creare resistenze allo sfruttamento, il timore che la Natura faccia pagare costi sempre più alti a quanti intendono approfittarsene in modo indiscriminato. Questa situazione è tanto più dolorosa quanto sorprendente in quanto la nostra Storia ci ricorda che l’atteggiamento è stato spesso controverso; in particolare nell’età antica l’Uomo si è considerato essenzialmente come parte di un unico Essere, di un’unica realtà, di una Physis vista come generosa sorgente di vita e di beni. Nell’età cristiana egli si è poi percepito come creatura, entità derivata dal Dio creatore, con la stessa cura e attenzione dei cieli e delle terre, degli animali e delle piante. Tutte le “cose” sarebbero quindi legate tra loro da un profondo vincolo metafisico che include organicamente anche l’Uomo, indipendentemente dai compiti terreni e spirituali che questi sarebbe chiamato ad assolvere. Andando oltre, nel Rinascimento molti esponenti elaborano, su antiche tracce, la ben nota dottrina dell’armonia Uomo-Natura in cui il primo, microcosmo, sarebbe una sorta di riflessione speculare, in miniatura, di un più vasto “ordine” naturale, il macrocosmo. È forse nel Seicento, nel secolo della grande rivoluzione intellettuale che ha fondato la nostra modernità, che le cose cominciano a cambiare: in quell’epoca è come se l’uomo prendesse le distanze dalla natura, come se il primo iniziasse a considerare la seconda non più come un orizzonte generativo ma come un oggetto, diverso e distinto dal soggetto-Uomo.

Credo che come iniziati, potremmo meditare profondamente sul rapporto interiore ed esteriore che il nostro percorso Tradizionale ci invita ad approfondire in ogni Grado in relazione alla Natura. Dall’ambito cabalistico potremmo ricevere qualche scintilla intuitiva meditando sul collegamento tra la Natura (ַha-téva) e l’Eterno Ĕlōhīm), uniti – tra l’altro – dallo stesso valore ghimatrico.

Ripercorrendo la Storia, dall’antico Egitto in cui la Natura era concepita con rispetto, come un dono, oltre ad un fondamentale strumento da utilizzare per conoscere e per costruire, forse è nell’età dei Lumi che l’Uomo e la Natura hanno intrapreso un complesso e travagliato cammino dissonante: probabilmente attraverso i fondamenti scientifici di Newton e Leibniz la Natura non è più vista come inerte meccanismo ma come realtà dinamica, alimentata e percorsa da forze fisiche e forze spirituali, mentre l’Uomo parallelamente è visto come entità abitata da forze strettamente legate al proprio organismo fisiologico.

Il nostro percorso iniziatico potrebbe suggerirci come l’Essenza intima e fondativa dell’essere umano muti radicalmente: essa non credo che dovrebbe essere vista in un cogito metafisico, diverso ed estraneo alla realtà naturale ma, al contrario, in quell’Essenza che viene identificata sempre più con l’evoluzione del macrocosmo. Se nel Seicento Cartesio aveva fondato l’essere dell’uomo sul pensiero (“cogito ergo sum”), alla fine del Settecento P. G. Cabanis, medico e filosofo francese, osava idealmente contrapporsi all’autore del Discorso sul metodo scrivendo che non il pensiero ma l’intuizione e la sensibilità sono il fondamento dell’Essere. In realtà, con la sua opera[2], Cabanis non si limitava a ricongiungere tra loro la dimensione spirituale-intellettuale e la dimensione corporea dell’essere umano ma offriva un contributo teorico a una nuova riflessione sul rapporto spirituale Uomo-Natura.

In considerazione di queste premesse, come iniziati, potremmo avere la necessità di ricercare la nostra spiritualità attraverso la Natura in quanto l’Uomo odierno, talvolta o spesso, sente la sensazione di essere perso o frastornato. Una prima domanda che potrebbe essere utile porre a sé stessi è la seguente: “Mi sento compreso all’interno di questa Umanità persa e frastornata, lontana dal suo habitat naturale? Se sì, perché?”. Credo sia importante avere il giusto stato dell’essere e la giusta consapevolezza di ciò che rappresenti veramente il V.I.T.R.I.O.L., ovvero un’operazione che non inizia né si conclude esclusivamente all’interno del Gabinetto di Riflessione ma che rimane attiva per tutto il tempo in cui percorriamo il nostro percorso iniziatico che, come ci ricorda spesso il nostro Sovrano Gran Maestro, è diverso dagli altri percorsi massonici in quanto concettualmente teurgico-operativo in modo davvero profondo. Gli antichi gnostici, per esempio, oltre a correnti neotestamentarie (San Paolo) ed alla filosofica platonica, dividevano l’Umanità in maniera molto precisa, tripartita: alla base si trovava la grande massa degli ilici (dal greco ύλη, materia), mentre “in mezzo” si trovavano gli psichici ovvero coloro che vivevano senza coerenza, instabili, in balia delle correnti-sentimenti-passioni ed infine, nel livello superiore, si trovavano i pneumatici (dal greco πνεΰμα, spirito) ovvero coloro che si consideravano “al di là del bene o del male”, per citare Nietzsche. Una seconda domanda che – io credo – potrebbe essere a questo punto utile, per coloro che percorrono una via Tradizionale, potrebbe essere: “Cosa sono? A cosa appartengo? In quale direzione desidero andare?”. Credo che come iniziati occorra l’essenzialità della consapevolezza genuina di sapere di non-sapere, della non-Conoscenza, non timorosa ma lieta; la modalità mediante cui è forse possibile uscire dalla potenziale sensazione di sentirsi “naufraghi” potrebbe essere quella di ricongiungersi alla propria Essenza e di ricongiungersi al Creato ed al Cosmo. Risulta imperativa, da questo, una riflessione quindi un quesito: da quando il cosmico è divenuto cosmetico? Come l’Uomo è divenuto quasi incapace di collegare sé stesso al Cosmo riducendosi alla superficiale cosmesi? Potrebbe essere utile quindi meditare, come iniziati, sulla necessità concreta dell’Uomo di osservarsi e di ritrovare quell’originale collegamento primordiale con la propria Essenza e con la Natura sia nel piano fisico che nel piano metafisico. In un antico papiro egiziano del 2000 a.C. circa[3] l’autore pone queste domande al proprio “Ba”: “A chi parlerò oggi? A chi potrò offrire la mia energia vitale? Con chi e con cosa potrò instaurare un rapporto e un dialogo? Poiché ovunque io guardi trovo solamente confusione e sopraffazione”. Se noi andassimo ad analizzare storicamente l’impatto ed il rapporto tra Natura e Uomo potremmo notare come questi sentimenti “depressivi” non riguardano solamente l’epoca odierna e proprio da questo punto, immagino che nasca la necessità di un lavoro spirituale interiore: attraverso questo lavoro si potrebbe riflettere sul fatto che il rapporto Uomo-Natura, in un certo momento, si è crepato e, all’interrogativo riguardo alla motivazione che ha causato questa rottura una risposta potrebbe risiedere nella stessa specificità dell’evoluzione dell’Uomo nel piano fisico. La Natura, rispetto all’Uomo, antropologicamente non è più l’unica “casa”: al contrario del mondo animale e del mondo vegetale in cui la Natura rappresenta l’unico habitat possibile.

l’Uomo talvolta o spesso si sente perso o addirittura esiliato nel suo milieu primordiale. Come è possibile dunque riconciliare Uomo e Natura, microcosmo e macrocosmo, per evitare che il primo continui a vedere nella seconda una sola e perenne lacrimarum valle? Penso che uno degli scopi del nostro percorso iniziatico sia quello di ri-scoprire la propria dimensione e ri-trovare le nostre origini Essenziali sia nel rapporto fisico e metafisico con la Natura sia nel piano spirituale e mistico, attraverso soprattutto il lavoro Rituale attivo. Come i primi versetti del Vangelo di Giovanni descriverebbero gli “stati cosmici” della Natura prima dell’evoluzione della Terra, dal Verbo creatore alle “tenebre che non hanno accolto la luce”, così potremmo, io credo, tentare di ri-trovare la nostra identità a partire da uno degli antichi emblemi di Osiride, la spiga di grano, simbolo della ciclicità della vita-morte-rinascita: solamente conoscendo la Natura, macrocosmo, ci si potrebbe forse comprendere e, viceversa, solo conoscendo noi stessi, microcosmo, si potrebbe forse comprendere la Natura e i Piani Superiori.

Credo che l’Uomo, soprattutto l’Iniziato, sia chiamato ad uscire dai propri confini egotici, a farsi Essenza contestuale, soggetto interagente

con le forze e le energie naturali. Egli inoltre è forse chiamato ad un accrescimento della propria coscienza, ad un’osservazione ed interrogazione interiori costanti, ad un lavoro orizzontale quanto verticale, al fine di manifestare, forse, la propria natura e la propria divinità interiore, con la presenza di Fratelli e Sorelle legati da una vera egregora e con la presenza, soprattutto, del Supremo Artefice Dei Mondi.

[1] L’Infinito, Giacomo Leopardi, Recanati, 1818-1819;

[2] Rapporti tra il fisico e il morale dell’uomo, Pier Giorges Cabanis, 1802;

[3] Dialogo di un disperato con la propria anima

L’articolo è contenuto nel numero di Luglio 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Il nostro percorso iniziatico potrebbe suggerirci come l’Essenza intima e fondativa dell’essere umano muti radicalmente: essa non credo che dovrebbe essere vista in un cogito metafisico, diverso ed estraneo alla realtà naturale ma, al contrario, in quell’Essenza che viene identificata sempre più con l’evoluzione del macrocosmo.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

Ricevi aggiornamenti sull’uscita dei nuovi numeri della rivista o sulle nostre iniziative direttamente nella tua email.