Vocazione: anacronismo o utopìa?

Tempo fa abbiamo trattato l’argomento della “vocazione”, sviluppandolo particolarmente nell’accezione di “vocazione all’Arte” (alla nostra Arte), evidenziando quei tratti caratteristici della Libera Muratoria che valorizzano la vocazione ed il perseguirla come atto di volontà e di risposta interiore a una domanda interiore.

Per le attuali carenze del nostro modo di esprimerci, ci siamo appoggiati alla lingua tedesca, nella quale il termine Beruf significa tuttora e allo stesso tempo chiamata, appello, vocazione, mestiere, occupazione, professione, rivelando che in esso è contenuto inscindibilmente il senso innato della vita e la possibilità di realizzarlo.

In realtà, per dare alla vocazione un significato comune e condiviso, non riusciamo a trovare quasi nulla nel modo di vivere attuale e nel pensiero sottostante; dobbiamo quindi riandare a ciò che sappiamo o crediamo di sapere su una società più “tradizionale” o (a seconda dei punti di vista) più “economicamente arretrata”; così, inevitabilmente, pensiamo ai pochi scrittori come Guénon o Coomaraswamy, che quasi un secolo fa descrivevano come “normalità”,  una suddivisione in caste corrispondenti a diversi tipi, caratteriali e spirituali.

La classica appartenenza a sacerdoti, guerrieri, mercanti e “sudra”, con molte sfaccettature particolari e locali, non è soltanto una lettura storica (o antistorica) della società umana: è anche uno specchio dei diversi tipi d’uomo. Si auspicava allora il sorgere in occidente di una élite capace di riportare alla “metafisica” i principi della nostra civiltà, particolarmente da risvegliare nel cristianesimo. Ma la Storia non si fa con i “sarebbe bello se” e, dopo cent’anni, abbiamo perso anche la nozione di tutto ciò, come cultura oltre che come vita.

Ritorniamo dunque al tema della vocazione, potremmo dire alla “piccola vocazione”, quella che ogni uomo dovrebbe sentire nel proprio slancio vitale.

Per semplicità e per modesta conoscenza, guardiamo alla vita rurale di un secolo fa. In un sistema chiuso, o almeno molto limitato in conoscenze ed opportunità, era naturale che i figli facessero il lavoro dei padri: per imitazione, per necessità, perché questo ci si aspettava. I contadini, base numerica della società, come coloro che traevano sostentamento dal mare, fin da piccoli imparavano vivendo il loro mestiere, che dava oltre alla sussistenza anche un continuo contatto con la realtà, naturale e antropizzata.

Naturalmente, le famiglie puntavano sulla continuità della presenza e dell’impegno di figli e nipoti in un ciclo che non deve interrompersi o finire, pena la sopravvivenza economica. Assicurata la forza lavoro con una pattuglia di maschi tuttofare, unica “vocazione” consentita e talvolta suggerita era quella religiosa; soprattutto per i figli più piccoli, più svegli ed ai quali si guardava con minore preoccupazione. Si induceva così, vestita da vocazione, un’aspettativa di promozione sociale della famiglia che avrebbe annoverato un sacerdote o forse anche un prelato.

Per le figlie femmine, le opzioni erano anche più limitate: il matrimonio, il convento o restare a far da serve in famiglia. Il tutto con l’idea, se non con le regole di sopravvivenza del “maso chiuso”. Già abbandonare la terra per fare il soldato era motivo di sconcerto, ma l’idea di imparare un diverso “mestiere”, come il falegname o il fabbro era vista come un salto nel buio e creava un turbamento di non poco conto, proprio perché si assecondava uno slancio inconsapevole, una chiamata interiore e sconosciuta.

Questo, per linee molto generali e in un’economia di sussistenza. Nella più dinamica società urbana, le maggiori alternative potevano coniugarsi con una “vocazione” che si sviluppava in un ambito corporativo: un mondo del lavoro semplice ma organizzato ed abbastanza chiaramente leggibile, al quale si accedeva giovanissimi con l’apprendistato. Una realtà, quella delle arti e dei mestieri, che per molti secoli ha mantenuto caratteri, se non di immutabilità, certamente di identità piuttosto chiari, oltre ad una mutualità rassicurante.

Il concetto artigiano del “fare con le mani”, che nella sua eccellenza diventava Arte, è sempre stato un ottimo sostegno alla costruzione della personalità di qualsiasi artifex, fabbro o muratore che fosse, talché l’accesso all’idea di “libero muratore” è contiguo, compatibile, naturale; come la nostra particolare storia insegna.

Comunque sia, oltre alle vocazioni conclamate ed insopprimibili, che pur nelle difficoltà hanno sempre saputo trovare il proprio sbocco, dobbiamo considerare con pari dignità il riconoscere un proprio “destino” ed assumerlo su di sé come forma di vita, assecondando così le qualità innate del carattere e coniugandole con le possibilità concesse dal mondo di relazione.

In un certo senso, questi modi di pensare alla propria vita sopravvivono in noi che abbiamo conosciuto marginalmente quelle realtà proprio nel momento del loro sciogliersi nella società industriale. Le occasioni offerte da una maggiore e generale scolarizzazione, il momento tecnico-economico che abbiamo vissuto, ci hanno posto davanti alla domanda “cosa vorresti fare da grande?” con un ventaglio inusitato di possibilità, ma con il retaggio di “un mestiere per la vita” che si può declinare anche, come sarebbe normale, costruire la propria vita (economica, professionale, identitaria) attorno ad un mestiere.

Alla domanda “cosa fare?” si rispondeva con le categorie che ci sembravano più adatte a noi e più accessibili, ma con l’idea di “vivere mediante il fare”. Anche chi pensava più in grande e per capacità o per incoscienza si lanciava in un’attività imprenditoriale, aveva la convinzione che bisognasse “fare” e che nel “fare bene” ci fosse la chiave del successo.

Oggi la realtà è sostanzialmente diversa. Al vertice (anche morale) della società, in un empireo anonimo e con regole diverse da quelle che si applicano ai comuni mortali, c’è la vocazione e la capacità, di “fare soldi”. Strana attività; un’idea a lungo disprezzata ed emarginata, che a cascata è scesa nella società civile, impregnandola fino ai livelli più infimi.

Nei “ruggenti anni ’20”, negli Stati uniti, questa era esattamente la “vocazione al mestiere” dei gangster, il business della malavita che aveva come unico scopo e misura il biglietto verde. Senza entrare nel complesso ed opinabile mondo dei perché, non è possibile non vedere che si prefigurava puntualmente la nostra attuale scala di valori. Un tipo d’uomo che meritava allora la sedia elettrica, può trovarsi oggi a capotavola sulla poltrona più alta di un consiglio di amministrazione, con un contorno di suoi simili ossequienti che cercano di portargliela via.

Imprenditori utopisti e visionari, come Adriano Olivetti o i Citroën, con un’idea di qualità di lavoro e di vita per i propri collaboratori, di condivisione di energie, risorse e benefici, sono estinti da due generazioni e chi ha avuto la ventura di conoscere contesti simili, è pieno di incredulità e di rimpianti: sarebbe oggi un disadattato nel mondo del lavoro. Ma è lavoro?  Certamente non è “opera”.

Quello che non abbiamo il coraggio di dire, è che attualmente si cercano e quindi si producono attivamente e con ogni mezzo “schiavi”; e nemmeno gli schiavi dell’antichità classica (parte estesa e patrimonio della famiglia) ma “non-persone” e basta.

Un immenso serbatoio pubblico di “bisognosi”, dal quale pescare ciò che serve al momento e dove ributtare chi non ha più la massima utilità economica.

Incidentalmente, poniamo una domanda non oziosa: come si colloca in questo contesto “l’accoglienza”? Constatiamo che la situazione è di una immoralità che non dovrebbe nemmeno permettersi di chiamarsi democrazia; ma purtroppo temiamo che ne abbia pieno titolo.

Se questo è il nostro ambiente di vita, cosa può significare oggi la vocazione e quali possibilità di realizzazione sussistono? Tolte alcune aree particolari che ancora sopravvivono, come in teoria, la pubblica amministrazione e forse alcune professioni (tipicamente quella medica), tutto è destinato a venir distrutto, ricostruito e gestito all’unico dichiarato fine di “fare soldi”. Ma questa è una grande ipocrisia: i soldi non si “fanno”. Quando si trasformano da “mezzo” a “fine”, non sono la misura di un vero lavoro che produce beni, servizi o valori, ma del potere dell’uomo sull’uomo.

Per propria natura, il denaro si muove da dove ce n’è poco verso la massa più grande, come in un campo gravitazionale, o come avrebbe detto padre Dante: verso il “punto al qual si traggon d’ogne parte i pesi”, senza altre regole né scrupoli morali. In-

fine, con il depauperamento, rimane insopprimibile l’istinto di sopravvivenza; ma anche qui si fa il possibile per abbassarne la soglia e, se qualcuno si suicida, lo si considera una riduzione di costi.

Dov’è allora la vocazione? Di una ragionevole aspirazione a costruirsi una personalità mediante una vita normale ed organica, si è persa ogni traccia. Si cercano occasioni, nicchie privilegiate, si è pronti (e lo si deve essere) a saltare, come da un treno in corsa, da un’azienda ad un’altra che va in diversa direzione; soprattutto, non si può e non si vuole legarsi a niente, perché si vive “alla giornata”.

Un concetto, questo, che abbiamo per molti decenni associato a inettitudine ed arretratezza da terzo mondo, dove non si fanno programmi sul futuro, ma giornalmente si lotta per arrivare vivi, sazi e con un tetto, si è impercettibilmente insinuato nella nostra esistenza e con esso conviviamo. Idee quali costruirsi una casa, mettere su famiglia, piantare un albero per i propri nipoti, sono oggi fortemente limitative; piuttosto, si abita in affitto dove il lavoro ci porta, si divide la vita per brevi periodi con chi capita, non si piantano alberi che verrebbero asfaltati prima di maturare.

Ma una “vocazione” non ha un orizzonte temporale, soprattutto così immediato; la risposta non può essere così infantile come “farò il pompiere o l’astronauta” o la più sincera “spero di cavarmela”, perché non è legata a “cosa” si pensa di diventare, ma a “chi” si sente di voler essere; dopo aver escluso ciò che non si vuole essere.

Non riusciamo proprio a parlare di vocazione realizzata, soprattutto nell’accezione totale ed integrale di uomo e società, e dobbiamo ammettere che, se per il Guénon era un’ipotesi improbabile, oggi è davvero un anacronismo, perché non è solo difficile in sé, ma tutto vi si oppone; oltre che anacronistico, è però anche una grave mutilazione dell’anima. Con molte restrizioni, rimane la possibilità, offerta dalla cosiddetta Libera Muratoria, di un’alternativa perenne e parzialmente fuori dal tempo: l’avviamento iniziatico. Un’alternativa di pensiero, di visione del mondo e di costruzione della propria personalità.

Ma quell’aspettativa interiore, tanto profonda da essere quasi illeggibile nei suoi dettagli, è stata neutralizzata? è morta? non ne sentiamo più la spinta? Non crediamo sia così. L’esigenza che le cose che ruotano attorno alla nostra vita abbiano un senso, che corrispondano ad una logica accettabile, che siano conformi all’Ordine, permane, ma (come abbiamo detto in apertura) tutto si gioca nell’interiorità, nella forma della personalità, poiché la società, nonostante le nostre migliori in-tenzioni ed asserzioni, ha fatto molta strada in tutt’altra direzione.

Realizzare una vera vocazione non è cosa adatta ai tempi che stiamo vivendo, ma proviamo a rispondere all’altra domanda del titolo: seguire la “vocazione” è un’utopia? 

«Una cartina del mondo che non contenga Utopia non è degna neppure di uno sguardo, perché tralascia il paese nel quale l’umanità continua ad approdare. E, quando vi approda, l’umanità si guarda intorno, vede un paese migliore e issa nuovamente le vele. Il progresso è la realizzazione di Utopia.»

Così scriveva nel 1891 Oscar Wilde ne ‘L’anima dell’uomo sotto il socialismo’, rivelando che la sua visione progressista non guardava precipuamente all’uomo, ma piuttosto alla società; cosa che probabilmente bilanciava il suo individualismo. Terreno scivoloso ed infido, quello del luogo di applicazione di ogni idea utopica, fertile alla dissociazione dalla realtà e difficile da tener fermo nella concretezza, col rischio continuo di essere sempre un “altrove”.

Giocando un po’ sulla consonanza fonetica (soprattutto in inglese) tra u-topìa ed eù-topìa, si sono integrati due distinti concetti, costruendo l’immagine di un “luogo buono che non c’è”. Questo permette di fantasticare con la mente su quello che “ci piacerebbe fosse”, ma al contempo esime dal fare qualcosa di reale e positivo: tanto sarebbe inutile; utopico, appunto.

Ebbene, senza tentare fughe nell’impossibile, mi sentirei di dire che Utopia esiste ed ha una realtà: nel mondo delle idee, nel luogo ove “l’intelligenza attiva innamora di sé l’intelletto possibile”, cosa che è la più somigliante alla “vera” vocazione. Ma se abbiamo la pretesa velleitaria di renderla concreta nel mondo, magari mettendoci del nostro, la corda è breve ed i risultati fallimentari sono dietro l’angolo, soprattutto se non si riesce a sublimare l’idea del “fare” in qualcosa di superiore.

Considerando il momento attuale, dobbiamo ritenere che sia pur sempre possibile incarnare in qualche misura il Principio d’Ordine, ma come riferimento spirituale ed intellettuale; e se per avventura questo avviene, è comunque meglio che di ciò non se ne accorga nessuno. Il che ci porta a considerare un ambito separato e protetto (“coperto” diremmo noi), alla Loggia ed al lavoro che in essa si svolge: da almeno tre secoli il luogo dell’Opera e dell’interiorità.

Ritornando all’incipit, rimane comunque una domanda estremamente personale, che non può avere una risposta inequivocabile ed esaustiva, ma che richiede una continua maturazione e riproposizione: “quella del libero muratore, è la mia vocazione?” o è una rassicurante coperta di Linus?

Certo è che una vera vocazione pretende una non meno vera realizzazione.

L’articolo è contenuto nel numero di Ottobre 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Il concetto artigiano del “fare con le mani”, che nella sua eccellenza diventava Arte, è sempre stato un ottimo sostegno alla costruzione della personalità di qualsiasi artifex, fabbro o muratore che fosse, talché l’accesso all’idea di “libero muratore” è contiguo, compatibile, naturale; come la nostra particolare storia insegna.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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