La mente umana, a volte, accetta notizie o concetti senza verificarne i fondamenti unicamente perché tali nozioni derivano da fonti ritenute aprioristicamente corrette.
A maggior ragione ciò accade in relazione ai dati che provengono dalle nostre strutture tradizionali, dati che riceviamo con lo stesso atteggiamento di reverente accoglienza che spesso è riservato ai dogmi di fede nelle religioni rivelate.
Tale atteggiamento non risulta però iniziaticamente corretto, in quanto l’iniziato possiede una personale fonte di ‘conoscenza’ diretta delle cose divine (concetto su cui molto insistono i Sufi) e in quanto nei confronti della tradizione si dovrebbe mantenere un atteggiamento di irrispettoso rispetto.
Come ci insegnano i Saggi, in nessuna istanza possiamo abdicare al nostro discernimento, perché non ci è concesso farlo.
Qui risiede l’essenza del libero arbitrio che deve sempre essere esercitato al meglio delle nostre possibilità.
Precisato ciò, l’accoglimento fiducioso degli insegnamenti e delle regole tradizionali è fondamentale per chi segua un percorso iniziatico, soprattutto nei primi tempi, con il limite però di non accettare supinamente eventuali errori, anche se vengono da lontano, magari per non apparire presuntuosi o irriverenti, ovvero per paura di sbagliare.
Un errore resta un errore punto e basta anche se proviene da fonti autorevoli e se si nutrono dubbi su di una questione si abbia il coraggio di domandare, questo è il compito dell’iniziato.
Nella tradizione poi, intesa nel senso latino di trasmissione, gli errori accadono, come la storia ci insegna.
Con grande probabilità, Gesù non parlò mai di CAMMELLI che passavano allegri per la cruna di un ago, bensì di GOMENE, cioè di spesse corde usate sulle imbarcazioni.
Grazie all’errore di un copista, la bella ed efficace immagine della fune grossa che non entra nell’ago è stata sostituita da quella un po’ dadaista del simpatico animale che chissà per quale motivo cerca di infilarsi in un così stretto pertugio.
Di questi esempi nelle Scritture ce ne sono diversi e se ciò è accaduto alla Parola Sacra, figuriamoci se non può essere avvenuto anche per i rituali e le scelte degli iniziati nostri predecessori.
Il nostro Rito si richiama espressamente all’antico Egitto ed è nostro preciso dovere analizzare le scoperte e le interpretazioni, anche recenti, degli studiosi per meglio comprendere il contesto culturale ed esoterico dei nostri riferimenti simbolici.
Non si tratta di dar sfoggio di erudizione: concetti come maat o heka, per fare degli esempi concreti, sono così complessi che ogni minimo contributo può risultare prezioso per illuminare aspetti sempre più profondi di tali strutture.
Come vedremo innanzi, le apparenti contraddizioni e inconsistenze nella teologia dell’Antico Egitto, sono appunto solo apparenza e non sostanza.
Al tempo dei faraoni non la pensavano come noi e poiché questo tempo è durato per millenni, gli stessi faraoni non la pensavano in modo eguale l’uno all’altro essendo separati da secoli e secoli di storia.
Analizzeremo in seguito la pietra che un faraone nubiano, uno dei famosi faraoni neri, dedicò ad una teologia che lo precedeva di mille e cinquecento anni, pretendendo di essere un devoto discendente che salvava la venerata tradizione negletta dagli egiziani ‘veri’ (simboleggiati da un papiro roso dai vermi lasciato a marcire nel tempio di Memphis).
A parte il valore propagandistico del gesto, se facessimo lo stesso percorso logico di Shabaka (2023 minus 1500), per noi ciò significherebbe aderire tout court a fatti e idee del 500 d.c. come se fossero attuali e contemporanei.
Premesso ciò abbiamo, quindi, tutto il diritto di domandarci perché il nostro Rito porti Memphis nella sua intitolazione e non, per fare un esempio, Tebe la possente che da un punto di vista storico ha ricoperto un ruolo anche più importante della stessa Memphis e per un tempo maggiore.
Si noti, ad esempio, che nelle titolature reali di molti faraoni è ben presente l’appellativo heqa Waset (che regna in Tebe) chiamata anche Heliopolis del Sud (Iunu shemau) per sottolinearne la santità pari a quella dell’antico luogo della creazione.
Si aggiunga che visitando il sito oggi denominato Mit Rahina (probabilmente dall’antico nome tardo egizio mjt-rhnt (Strada delle Sfingi con la testa d’ariete), la strada rituale che collegava Memphis e Saqqara, come avveniva peraltro a Tebe tra i due templi principali, visto che le criosfingi sono uno dei simboli del dio Amun-Ra) non è che si rimanga proprio folgorati dall’importanza dei monumenti (quasi inesistenti) e dei reperti (pochi) conservati nel museo locale.
Si aggiunga che il sito è appunto molto vicino alla meravigliosa Saqqara e al luogo chiamato Dahshur ove si trovano le piramidi sperimentali di Snefru e non è lontano dalla stessa piana di Giza, per sottolineare come il visitatore medio dei monumenti egizi possa provare un po’ di delusione per le rovine della città e l’annesso museo.
Malgrado la capitale del nord, contrapposta alla più meridionale Tebe, abbia raggiunto il proprio zenith sotto la VI dinastia (Antico Regno, dal 2350 a.C. al 2190 a.C.) nel museo di Memphis il pezzo forse più pregiato risale alla XIX dinastia (Nuovo Regno, 1291-1185 a.C.), circa mille anni dopo il periodo di massimo splendore della città ed è costituito da una statua colossale di Ramses II, non proprio una novità per gli amanti delle cose egizie che di tali esempi di glorificazione del famoso faraone ne possono reperire a bizzeffe in molti luoghi della ‘Terra Nera.’
Ma per quale motivo i Ramessidi, i quali ebbero per capitale Pi-Ramses (Casa di Ramses), citata nella Bibbia come le città deposito di Pitom e Ramses, il luogo di nascita di Mosè e il punto di partenza dell’esodo del popolo ebraico dall’Egitto:
«Allora vennero imposti loro dei sovrintendenti ai lavori forzati per opprimerli con i loro vincoli, e così costruirono per il faraone le città-deposito, cioè Pitom e Ramses.» (Esodo 1,11)
Per quale motivo, dicevamo, i Ramessidi che si erano trasferiti da Tebe ad un luogo come Pi-Ramses, ancora più a nord (nordest) di Memphis, al fine di contrastare la minaccia Hittita e non solo quella, trovarono della somma importanza attestare la loro legittimazione collocando le loro statue in Memphis?
Una risposta la possiamo trovare nella titolatura reale del più celebre dei faraoni della XIX Dinastia, forse di tutti i faraoni, cioè Ramses II.
La sua titolatura è stata trovata ovunque in Egitto e presenta numerose versioni dei cinque nomi reali; eccone alcuni, rilevanti per il nostro discorso, tratti dalle varianti del primo nome della titolatura quello di Horus, il più importante per la legittimazione divina del faraone:
Variante B5: Ka nakht mery Maat neb habu sed mi itef Ptah-Tatenen
Il forte toro, amato da Maat, possessore delle feste di Sed come suo padre Ptah-Tatenen
Variante C6: Ka nakht sa Tatenen
Il forte toro, figlio di Tatenen
Varianti C7-C8-C9: Ka nakht sa Ptah
Il forte toro, figlio di Ptah
Variante F: Ka nakht mery Ptah
Il forte toro, amato da Ptah
Variante I3: Wer habu sed mi Tatenen
Grande delle feste Sed come Tatenen
Come si può rilevare molti sono i riferimenti a Ptah-Tatenen e per associazione, a Memphis.
E i riferimenti ad Amun e Tebe?
Variante C1-C2: Ka nakht sa Amun
Il forte toro, figlio di Amun
Variante W: Ka nakht seqa Waset
Il forte toro, che ha innalzato Tebe
Variante Y: Ka en heqau mery Amun
Il forte toro dei governanti, amato da Amon
E sebbene negli ultimi due nomi della titolatura, quello del trono (User Maat Ra – La giustizia di Ra è potente) e quello di nascita (Ramessu mery Amun – Ra lo ha plasmato, amato da Amon) di Ramses II, troviamo la variante User Maat Ra, heqa Waset (La giustizia di Ra è potente, sovrano di Tebe), per ben due volte si rinviene la variante Ramessu mery Amun, netjer heqa Iunu (Ra lo ha plasmato, amato da Amon, sovrano divino di Eliopoli) un chiarissimo memento che Ramses sarà anche stato l’amato da Amun, ma Ra lo ha generato (e non Amun) e sebbene regni su Tebe (ci mancherebbe!), lui è soprattutto il divino sovrano di Heliopolis e di Memphis, associato al dio Ptah-Tatenen.
Confrontando questa grande titolatura con quella, ad esempio, di Amenophi III o di Amenophi IV (Amenhotep – Amun è contento) prima che divenisse Akhenaton, le differenze sono evidenti: Amun e Tebe sono assolutamente predominanti nelle titolature di questi due faraoni.
La XVIII dinastia inizia con uno sbilanciamento evidente a favore del culto tebano di Amun-Ra e, conseguentemente del suo clero; termina con il vecchio generale Horemheb (Horus è in giubilo) che passa le consegne al suo fido visir Ramessu ed alla sua discendenza.
Ma Horemheb non aveva legami con la famiglia reale quindi quale poteva essere il suo nome di Horus, quale legittimazione poteva invocare per il suo regno questo militare che era uscito indenne da una delle crisi più gravi nella storia della monarchia egizia, crisi apertasi con la morte del celebre faraone Tutankhamon?
Ka nakht seped sekheru – Il toro forte, i cui piani sono intelligenti
Se non puoi rivendicare l’appoggio divino almeno usa la testa …
Quanto sopra esposto è già una chiara dimostrazione che se risulta vero che, con la fine della VI dinastia termina anche l’Antico Regno e si apre il primo periodo intermedio, periodo nel quale Memphis vede grandemente scemare la sua rilevanza politica, è anche vero che la città rimase comunque un punto di riferimento essenziale non solo per la tradizione religiosa, ma anche quale luogo di legittimazione del potere del sovrano per altri millecinquecento anni almeno.
Come vedremo, sin dall’Antico Regno la monarchia faraonica ha cercato e spesso trovato la sua legittimazione nel culto solare esplicitato dalla cosmogonia eliopolitana e dal suo successivo sviluppo rappresentato dalla cosmogonia menfita, sino al punto che, in piena XXV Dinastia, un faraone nero, proveniente dalla Nubia, sentì l’esigenza di collegare la sua tenue pretesa al trono, se si esclude la forza bruta, proprio alla teologia menfita.
La questione non era solamente teorica: come abbiamo già rilevato nel Nuovo Regno (XVIII Dinastia) già Amenophi III, padre del faraone eretico Akhenaton, entrò in scontro diretto con il potentissimo clero tebano di Amun-Ra e il tentativo di spostare la capitale al nord fuori dal centro del potere sacerdotale, fallito proprio sotto il visionario profeta dell’Aten, fu successivamente portato a termine dalla dinastia seguente, la XIX, quella dei Ramessidi.
Detto ciò, possiamo ora domandarci se la connessione spirituale con l’antica Memphis sia stata quindi solo un ghiribizzo di alcuni intellettuali francesi, come Marconis De Negre, resi entusiasti dalla spedizione dell’imperatore corso in Egitto ovvero se ci si trovi innanzi ad un legame spiritualmente degno di essere coltivato nel tempo?
Stiamo per entrare nel cuore del problema, ma prima precisiamo meglio i termini della questione.
In quasi quattro millenni Memphis ha cambiato nome varie volte dall’originario Inebu-hedj (le mura bianche) che faceva riferimento probabilmente alle mura del grande tempio, Hut-ka-Ptah (Recinto del ka di Ptah, dio patrono di Memphis), una delle strutture più importanti della città.
Il nome di questo tempio, reso in greco come Aἴγυπτoς (Aiguptos) da Manetone, si ritiene sia l’origine etimologica del moderno nome italiano dell’Egitto e in generale del nome della Khemet in tutte le lingue non semitiche[1]
Nel Primo Periodo Intermedio, la città era nota come Djed-Sut (luoghi eterni), che è il nome della piramide di Teti nella vicina necropoli di Saqqara, poi (Medio Regno) fu chiamata Ankh-Tawy (Vita delle due terre), per la sua posizione strategica tra l’Alto e il Basso Egitto.
Non a caso Teti, primo faraone proprio della VI dinastia, adottò nella sua titolatura reale come nome di s3 Rˁ (Sa Ra – Figlio di Ra), l’ultimo e principale dei cinque nomi della cosiddetta Grande Titolatura, l’appellativo di Teti merenptah, amato da Ptah, il dio menfita.
Nel Nuovo Regno, la città era conosciuta come mn-nfr (Men-nefer, duraturo e bello), che divenne “Memfi” in copto e “Memphis” (Μέμφις) in greco, mentre nella Torah, Memphis è chiamata Moph.
Osea 9:6 “Ecco sono sfuggiti alla rovina, l’Egitto li accoglierà, Moph sarà la loro tomba. I loro tesori d’argento passeranno alle ortiche e nelle loro tende cresceranno i pruni”.
Per comprendere appieno l’importanza di Memphis dobbiamo però arrivare ad un’epoca molto più tarda, quella della Venticinquesima dinastia d’Egitto, nota anche come Dinastia Nubiana, ovvero come Impero Kushita, celebre per i suoi Faraoni Neri, o Napatani, dal nome della loro capitale Napata, che fu l’ultima dinastia del Terzo Periodo Intermedio dell’Egitto, evento scatenato proprio dall’invasione nubiana.
La Venticinquesima dinastia fu una linea di faraoni che ebbe origine nel Regno di Kush, situato nell’attuale Sudan settentrionale e nell’Alto Egitto, terre dalle quali gli Egizi avevano tratto per secoli e secoli le loro truppe migliori.
La maggior parte dei re di questa dinastia considerava Napata come la propria patria spirituale. Regnarono in parte o in tutto l’Antico Egitto per quasi un secolo, dal 744 al 656 a.C.
Uno di loro Neferkare Shabaka, terzo faraone Kushita che regnò dal 705 al 690 a.C., fece due gesti di grandissimo valore simbolico nei confronti di Memphis, il cui splendore era lontano più di 1500 anni dal suo tempo: per prima cosa adottò come faraone il nome egizio di Neferkare (Bello è il ka di Ra) lo stesso nome di Pepi II, ultimo faraone dell VI dinastia, quella della grande Memphis; in secondo luogo fece erigere proprio nel tempio di Memphis una stele ricca di incisioni geroglifiche della massima importanza per la nostra conoscenza, dea teologia menfita, a stele che è passata alla storia come ‘Pietra di Shabaka.’
Dal suo luogo di elezione all’interno di Hut-ka-Ptah, la pietra per ragioni a noi sconosciute fu a un certo punto rimossa e trasferita ad Alessandria d’Egitto. Da lì, fu trasportata come zavorra da una nave della marina militare inglese da Alessandria all’Inghilterra ove fu poi fortunatamente recuperata da George Spencer, (1758-1834), Primo Lord dell’Ammiragliato e dal 1794 fiduciario del British Museum e fu proprio il conte Spencer che la donò alle collezioni del noto museo.
Nel 1901, la stele fu decifrata, tradotta e interpretata per la prima volta dall’egittologo americano James Henry Breasted.
Ma cosa dice l’inscrizione di 62 linee sulla Stele di Shabaka e perché è così importante anche per noi?
Ecco il testo, purtroppo danneggiato in alcuni punti:
L’Horus vivente, che prospera le Due Terre; le Due Signore, che prosperano le Due Terre; l’Horus d’oro, che prospera le Due Terre; Re dell’Alto e del Basso Egitto: Neferkare; il Figlio di Re: Sha[baka], amato da Ptah-Sud del suo muro[2], che vive come Re per sempre.
Questa scrittura fu ricopiata da Sua Maestà nella casa di suo padre Ptah-Sud-della-Sua-Parete, perché Sua Maestà trovò che era un’opera degli antenati mangiata dai vermi, così che non poteva essere compresa dall’inizio alla fine[3]. Sua Maestà la ricopiò di nuovo in modo che diventasse migliore di quanto fosse prima, affinché il suo nome durasse e il suo monumento durasse nella casa di suo padre Ptah-Sud-della-Sua-Parete per tutta l’eternità, come opera fatta dal figlio di Re [Shabaka] per suo padre Ptah-Tatenen, in modo che potesse vivere per sempre.
/// [Re dell’Alto e del Basso Egitto] è questo Ptah, che si chiama con il grande nome di [Ta-te]nen [Sud del suo muro, Signore dell’eternità] ///. /// [l’unificatore] dell’Alto e del Basso Egitto è lui, questo unificatore che è sorto come re dell’Alto Egitto ed è sorto come re del Basso Egitto. /// /// “autoprodotto”, così dice Atum: “che ha creato i Nove Dei”.
[Geb, signore degli dèi, ordinò che i nove dèi si riunissero a lui. Giudicò tra Horus e Seth; pose fine alla loro disputa. Fece di Seth il re dell’Alto Egitto nella terra dell’Alto Egitto, fino al luogo n cui era nato, cioè Su. E Geb fece Horus re del Basso Egitto nella terra del Basso Egitto, fino al luogo in cui suo padre fu annegato, che è la “Divisione delle due terre”. In questo modo Horus si trovava su una regione e Seth su una regione. A Ayan fecero pace sulle Due Terre. Questa fu la divisione delle Due Terre.
10 Le parole di Geb a Seth: “Vai nel luogo in cui sei nato”.
Seth: Alto Egitto.
Parole di Geb a Horus: “Vai nel luogo in cui tuo padre fu annegato”.
Horus: Basso Egitto.
Parole di Geb a Horus e Seth: “Vi ho separati”.
/// Basso e Alto Egitto.
Allora a Geb sembrò sbagliato che la porzione di Horus fosse come quella di Seth. Geb diede a Horus la sua eredità, perché era il figlio del suo primogenito.
Le parole di Geb ai Nove Dei: “Ho nominato Horus, il primogenito”.
Parole di Geb ai Nove Dei: “A lui solo, Horus, l’eredità”.
Parole di Geb ai Nove Dei: “Al suo erede, Horus, la mia eredità”.
Parole di Geb ai Nove Dei: “Al figlio di mio figlio, Horus, lo Sciacallo dell’Alto Egitto” /// Parole di Geb ai Nove Dei: “Il primogenito, Horus, l’Apritore delle vie”.
Parole di Geb ai Nove Dei: “Il figlio che è nato /// Horus, il giorno del compleanno dell’Aprire le vie”.
Poi Horus si pose al di sopra della terra. Egli è l’unificatore di questa terra, proclamato nel grande nome: Ta-tenen[4], Sud del suo muro, Signore dell’Eternità. Poi sulla sua testa spuntarono i due Grandi Maghi[5]. È Horus, sorto come re dell’Alto e del Basso Egitto, che ha unito le Due Terre nel Nome del Muro, il luogo in cui le Due Terre furono unite.
Canne e papiri[6] furono posti sulla doppia porta della Casa di Ptah. Questo significa Horus e Seth, pacificati e uniti. Essi fraternizzarono in modo da smettere di litigare in qualsiasi luogo si trovassero, essendo uniti nella Casa di Ptah, la “Bilancia delle Due Terre”[7] in cui erano stati pesati l’Alto e il Basso Egitto.
È la terra ////// della sepoltura di Osiride nella Casa di Sokar[8] . ////// Iside e Nefti non tardarono, perché Osiride era annegato nelle sue acque. Iside [e Nefti] si affacciarono, [lo videro e lo assistettero].
20 Horus parla a Iside e Nefti: “Presto, afferratelo ///”. Iside e Nefti parlano a Osiride: “Veniamo, ti prendiamo ///”.
////// [Lo ascoltarono in tempo] e lo portarono a [terra. Entrò nei portali nascosti nella gloria dei signori dell’eternità]. //////.
[Così Osiride entrò] nella terra presso la fortezza reale, a nord della [terra in cui era giunto. E suo figlio Horus sorse come re dell’Alto Egitto, sorse come re del Basso Egitto e si alzò in piedi.
nell’abbraccio del padre Osiride e degli dei davanti e dietro di lui].
Lì fu costruita la fortezza reale [per ordine di Geb ///]. Geb parla a Thoth: ////// Geb parla a Thoth: //////. //////. [Geb parla a Iside: ////// Iside fa venire Horus e Seth. Iside parla a Horus e Seth: “[Venite] /////////”. Iside parla a Horus e Seth: “Fate la pace //////”.
30 Iside parla a Horus e Seth: “La vita sarà piacevole per voi quando //////”. Iside parla a Horus e Seth: “È lui che asciuga le vostre lacrime //////”.
//////.
40 //////. Gli dèi che sono nati in Ptah:
Ptah-sul-grande-trono //////.
50 Ptah-Nun, il padre che [fece] Atum.
Ptah-Naunet, la madre che partorì Atum.
Ptah-il-grande è il cuore e la lingua dei nove [dei].
[Ptah] ///////// che ha generato gli dèi.
[Ptah] ///////// che ha generato gli dèi.
[Ptah] /////////.
[Ptah] ///////// Nefertem al naso di Re ogni giorno.
Nel cuore ha preso forma, sulla lingua ha preso forma la forma di Atum. Perché il grandissimo è Ptah, che ha dato [vita] a tutti gli dèi e ai loro ka attraverso questo cuore e questa lingua, in cui Horus aveva preso forma come Ptah, in cui Thot aveva preso forma come Ptah.
Così il cuore e la lingua governano su
tutte le membra secondo l’insegnamento che esso (il cuore, o: lui, Ptah) è in ogni corpo ed esso (la lingua, o: lui Ptah) è in ogni bocca di tutti gli dèi, di tutti gli uomini, di tutto il bestiame, di tutti gli esseri striscianti, di tutto ciò che vive, pensando tutto ciò che esso (o:lui) vuole e comandando tutto ciò che esso (o:lui) vuole.
La sua Enneade (di Ptah) è davanti a lui come denti e labbra. Sono il seme e le mani di Atum. Perché l’Enneade di Atum è nata attraverso il suo seme e le sue dita. Ma l’Enneade è costituita dai denti e dalle labbra di questa bocca che ha pronunciato il nome di ogni cosa, da cui sono usciti Shu e Tefnut e che ha dato vita all’Enneade.
La vista, l’udito, la respirazione: sono riferiti al cuore, che fa scaturire ogni comprensione. Quanto alla lingua, essa ripete ciò che il cuore ha concepito. Così nacquero tutti gli dèi e la sua Enneade fu completata. Infatti, ogni parola del dio è nata da ciò che il cuore ha concepito e la lingua ha comandato.
Così sono state create tutte le facoltà e determinate tutte le qualità, quelle che fanno tutti i cibi e tutte le provviste, attraverso questa parola, a colui che fa ciò che è amato, a colui che fa ciò che è odiato. Così si dà la vita ai pacifici e la morte ai criminali. Così si fanno tutti i lavori, tutti i mestieri, l’azione delle mani, il movimento delle gambe, i movimenti di tutte le membra, secondo questo comando che è concepito dal cuore ed esce dalla lingua e crea l’esecuzione di ogni cosa.
Così si dice di Ptah[9]: “Colui che ha fatto tutto e ha creato gli dèi”. Ed è Ta-tenen, che ha dato vita agli dèi e da cui è nato tutto, cibi, provviste, offerte divine, tutte le cose buone. Così si riconosce e si comprende che egli è il più potente degli dèi. Così Ptah fu soddisfatto dopo aver creato tutte le cose e tutte le parole (geroglifici) divine.
Ha fatto nascere gli dei,
ha creato le città,
ha fondato i nomi (province),
60 ha collocato gli dèi nei loro santuari,
ha stabilito le loro offerte,
stabilì i loro santuari,
fece i loro corpi secondo i loro desideri.
Così gli dèi entrarono nei loro corpi,
di ogni legno, di ogni pietra, di ogni argilla,
di ogni cosa che cresce su di lui
in cui sono venuti ad essere.
Così si riunirono a lui tutti gli dèi e i loro ka,
contenti, uniti al Signore delle Due Terre.
Il Grande Trono che dà gioia al cuore degli dèi nella Casa di Ptah è il granaio di Ta-tenen, la padrona di tutta la vita, attraverso il quale si provvede al sostentamento delle Due Terre, grazie al fatto che Osiride fu annegato nella sua acqua. Iside e Nefti si affacciarono, lo videro e si presero cura di lui. Horus ordinò subito a Iside e Nefti di afferrare Osiride e di impedirne l’annegamento (cioè, l’immersione). Esse lo accolsero in tempo e lo portarono a terra. Entrò nei portali nascosti nella gloria dei signori dell’eternità, sui passi di colui che sorge all’orizzonte, sulle vie di Re il Grande Trono. Entrò nel palazzo e si unì agli dèi di Ta-tenen Ptah, signore degli anni.
Così Osiride entrò nella terra presso la Fortezza Reale, a nord della terra in cui era giunto. Suo figlio Horus sorse come re dell’Alto Egitto, sorse come re del Basso Egitto, nell’abbraccio di suo padre Osiride e degli dèi davanti e dietro di lui.
Nelle pagine seguenti (prossime pubblicazioni) analizzeremo il testo e le sue correlazioni con le atre principali cosmogonie egizie, nonché con il racconto di Genesi che, in alcuni punti, sembra riecheggiare concetti tratti dalle fonti faraoniche.
[1] In quelle semitiche, sin dall’antichità prevale la forma Mizr-Misr: in ebraico: מִצְרָיִם, Mitzráyim; arabo: مصر, Miṣr. Mizraim è la doppia forma di matzor, che significa “tumulo” o “fortezza”, ed era il nome generalmente dato dagli ebrei alla terra d’Egitto e al suo popolo. I testi neobabilonesi usano il termine Mizraim per l’Egitto. Il nome era, ad esempio, inciso sulla Porta di Ishtar di Babilonia. Le iscrizioni ugaritiche si riferiscono all’Egitto come “Mṣrm“, nel 14 ° secolo a.C. Nelle lettere di Amarna l’Egitto è chiamato Misri, e nei registri assiri è chiamato Mu-ṣur. La parola araba classica per Egitto è Miṣr/Miṣru, campo fortificato, fortezza, nome che si riferisce all’Egitto nel Corano, sebbene la parola sia pronunciata come Maṣr in arabo colloquiale egiziano.
[2] Memphis
[3] Anche considerando non vera la narrazione relativa al ritrovamento, il testo della stele è sicuramente molto più antico rispetto alla XXV dinastia; come minimo gli studiosi lo datano agli inizi del Nuovo Regno.
Si noti, pero’, che nel testo È già avvenuta la sincretizzazione dei due Horus e che anche la presenza di Thot si deve ad una conoscenza dell’Ogdoade ermopolitana avvenuta sicuramente in tempi successivi.
[4] Padre degli dèi, un aspetto di Geb, spesso identificato con Ptah, il dio creatore menfita
[5] Le due corone del Basso ed Alto Egitto, ritenute capaci di compiere magie incredibili.
[6] Simbolo rispettivamente dell’Alto e del Basso Egitto
[7] Memphis era la città più meridionale del Basso Egitto, proprio al confine al confine tra il Basso e l’Alto Egitto.
[8] Malgrado il culto di Sokar sia presente in Egitto sin dai tempi più antichi (la prima attestazione scritta del suo nome risale alla II Dinastia), delineare la figura di Sokar e il suo dominio rappresenta un problema maggiore per gli studiosi, anche perché nel corso dei millenni altri dei tra cui Ptah ed Osiride, andarono a sovrapporsi e a contaminare l’originale campo di azione di Sokar. Divinità ctonia, patrona pero’ anche della lavorazione dei metalli e quindi nel dominio di Ptah, presenza necessaria in alcuni riti di rinnovazione del potere reale, questa figura è comunque indissolubilmente legata al concetto di imbarcazione con particolare riferimento alla barca solare; Il nome del dio appare scritto, infatti, sin dalle origini con le tre consonanti skr e questa grafia appare regolarmente per tutto l’Antico Regno e il I Periodo Intermedio, accompagnata o meno da un particolare determinativo raffigurante un’imbarcazione, denominata Hnw, Henu, sulla quale stava generalmente un falco; la barca era così intimamente legata a Sokar da poter essere utilizzata da sola come ideogramma per designare il dio. Svariate ipotesi son state formulate sul significato e sull’origine del nome skr; una delle più convincenti mette in relazione il significato del verbo skr, “trasportare”, con la funzione principale attribuita a Sokar nei Testi delle Piramidi, cioÈ il trasportare, grazie ad una barca sacra con la quale lo stesso dio poteva essere identificato, il re defunto, sollevandolo nell’aldilà. Il nome sarebbe stato dunque in origine la descrizione di un’azione.
[9] In precedenza, abbiamo incontrato il verso: in cui Thot aveva preso forma come Ptah, nel quale viene evocato il dio della sapienza, della scrittura, della magia, della matematica e della geometria dal volto di sacro Ibis, divinità predinastica il cui culto principale si svolgeva ad Ermopoli.
La totalità della creazione è riassunta nell’espressione “tutte le cose e tutti i geroglifici”. La teoria di Menfi, nella sua versione tarda, ci rappresenta il mondo come un testo, che Ptah ha creato nel cuore e ha pronunciato per mezzo della lingua. Un testo nel quale Ptah si è realizzato nella realtà visibile attraverso la forma delle cose, a sua volta corrispondente ai geroglifici. Questa ardita ideazione viene esposta sempre in relazione con la teoria eliopolitana, ma la visione diventa più raffinata: l’atto materiale e animalistico della divina masturbazione si trasforma nella forza creatrice dell’intelletto rappresentato dalla parola e dal simbolo scritto
Evidenti sono le correlazioni tra una tale concezione e quella kabbalistica relativa alla Torah parola scritta dall’immenso potere sintetizzato dalla formula ‘fuoco nero su fuoco bianco’
L’articolo è contenuto nel numero di Ottobre 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Il nostro Rito si richiama espressamente all’antico Egitto ed è nostro preciso dovere analizzare le scoperte e le interpretazioni, anche recenti, degli studiosi per meglio comprendere il contesto culturale ed esoterico dei nostri riferimenti simbolici. Non si tratta di dar sfoggio di erudizione: concetti come maat o heka, per fare degli esempi concreti, sono così complessi che ogni minimo contributo può risultare prezioso per illuminare aspetti sempre più profondi di tali strutture.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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