Alcuni concetti da rivisitare ciclicamente nelle personali meditazioni

In sociologia e antropologia, con il termine “uguaglianza” si tenderebbe a focalizzare una condizione di individui e di gruppi considerati alla stessa stregua in termini di diritti.

L’uguaglianza sociale avrebbe come riferimento i diritti e i doveri della persona, considerati in termini di giustizia; ovvero tramite un concetto abbastanza fluido, diverso per luoghi e tempi, in cui si immaginerebbe una sorta di ordine virtuoso dei rapporti umani in funzione di una determinata azione, secondo la legge o contro la legge.

Poi, per l’esercizio della giustizia dovrebbe esistere un codice che classificherebbe i comportamenti non ammessi in una certa comunità umana e ovviamente, una struttura giudicante che traduca quanto previsto dalla legge in una conseguente azione giudiziaria.

Questa tipologia egualitaria si evidenzia come un ideale che darebbe ad ognuno, indipendentemente dalla sua posizione sociale e dalla sua provenienza, la possibilità di essere considerato alla pari di tutti gli altri individui in ogni contesto.

Sembrerebbe che tale concetto possa essere ricondotto alla teologia di sant’Agostino e alla filosofia di Thomas Paine. Con la dicitura “giustizia sociale” il concetto iniziò ad essere noto nella seconda metà del ‘700.

Successivamente, il sacerdote gesuita Luigi Taparelli ne fece largo uso, tanto da diffondersi durante i moti rivoluzionari del 1848 anche attraverso le opere di Antonio Rosmini.

In termini aristotelici, potrebbe sintetizzarsi come l’analogia delle parti da attribuire a soggetti uguali rispetto a qualche caratteristica specifica (eguaglianza proporzionale) con diverse forme di uguaglianza relative alle persone e alle situazioni sociali.

Per esempio, si potrebbe considerare la parità tra i sessi per quanto riguardasse il diritto d’accesso al lavoro (ma poi per alcuni sorgerebbe il dubbio se fosse giustamente concretizzabile per ogni tipo di lavoro). Altro esempio riguarderebbe la parità di opportunità, in senso generale, implicando l’idea che le persone dovrebbero essere nelle stesse condizioni di partenza nella vita, ovvero che tutti dovrebbero avere pari opportunità indipendentemente dalla loro nascita e successione (ma poi sorgerebbero anche altri dubbi in merito alle reali, singole, strutture psico-fisiche).

Peraltro, una perfetta uguaglianza sociale è probabilmente una situazione ideale che, per vari motivi, non ha riscontro in alcuna società odierna. Le ragioni di ciò sono ampiamente dibattute. Circostanze concrete, addotte per il perpetrarsi della disuguaglianza sociale, sono comunemente ritenute: l’economia, l’immigrazione/emigrazione, le origini etniche, la politica e gli altri vincoli di cui soffre ogni consorzio umano.

Ad ogni modo, suppongo che a molti piaccia il concetto di “uguaglianza” per vari motivi.

Anche negli ambiti iniziatici, soprattutto dopo la rivoluzione francese, questo si è inserito in modo emblematico come qualche cosa di scontato e bello; spesso immaginato come una sorta di auspicabile livellamento elevato di tipo fisico, sociale, spirituale, in cui avrebbero dovuto potersi ritrovare tutti.

Però, con buona pace dei più fantasiosi, sembrerebbe proprio che per lo più, almeno fisicamente e psicologicamente, siamo oggettivamente diversi ed a volte anche molto.

Personalmente poi, suppongo che lo si sia anche livello spirituale (ognuno avrebbe la sua singola anima con tutte le bellezze e le brutture che l’avvolgono).

Tornando all’ambito materiale che non dovrebbe essere mai sottovalutato, mi permetto di citare prudentemente (infatti, non è il mio campo di specializzazione culturale) tre studi abbastanza recenti (Sarno et al., 2014; 2017; Sazzini et al., 2016), tramite cui è stata analizzata la variabilità della popolazione italiana a livello genomico con un approfondimento sulle popolazioni della Sicilia e dell’Italia meridionale. A partire da una prima colonizzazione del continente europeo, circa 40.000 anni fa, si riscontrerebbe un substrato genetico comune che si estenderebbe dalla Sicilia a Cipro, passando per Creta e fino alle isole dell’Egeo e dell’Anatolia, caratterizzando la eredità “mediterranea”, riconducibile ad epoche molto antiche, come risultato di una serie di migrazioni con picchi avvenuti durante il Neolitico e l’Età del Bronzo e legata ad una “sorgente” fra il Caucaso e l’Iran settentrionale.

Lo studio di Sazzini e collaboratori (nel 2016), condotto su circa 800 individui provenienti da 20 province, suddivise in quattro macroaree (nord, centro, sud e Sardegna) con un’elevata omogeneità storica e culturale, ha permesso di indagare tutto il genoma nucleare della popolazione italiana, caratterizzando circa 550.000 marcatori genetici, di cui 19.000 legati a varianti per malattia.

I risultati ottenuti da questo studio hanno evidenziato in Italia, un’elevata diversità genomica, con un chiaro differenziamento di tipo geografico.

Sarebbe emersa una ben più elevata differenziazione interna all’Italia rispetto alle altre popolazioni di confronto e una differente affinità genetica per il nord e il sud Italia, rispettivamente con il centro Europa per il primo e con il Medio Oriente, le isole greche e il Caucaso per il secondo.

L’Italia settentrionale e l’alto Tirreno sarebbero caratterizzati prevalentemente da una popolazione geneticamente simile a quella dell’Europa centro-orientale, le cui origini sarebbero riconducibili a migrazioni iniziate nell’Età del Bronzo. Diversa è la storia delle popolazioni dell’Italia centro-meridionale, le cui caratteristiche genetiche sono riconducibili al risultato di migrazioni dal Caucaso e dal Medio Oriente a partire dal Neolitico. In Sicilia emerge inoltre il contributo di popolazioni del Nord Africa, legate soprattutto al periodo della conquista araba.

L’analisi del genoma completo, attraverso lo studio della porzione genomica codificante le proteine, ha evidenziato quali geni si siano differentemente selezionati nel corso dei millenni, in risposta a pressioni selettive e quindi anche rispetto alle malattie. 

Quindi soprattutto a livello italico, costituiremmo una miscellanea estremamente complessa che fisserebbe in modo ineludibile la diversità genetica (per lo meno finale) di ognuno, con buona pace dei sostenitori della razza unica e pura.

Probabilmente, volendo rivedere il concetto di uguaglianza più alla moda, suppongo che questo potrebbe essere guardato in modo asettico e forse (almeno dai ricercatori iniziatici) ricondotto a due filoni principali; ovvero saremmo “uguali” in funzione del:

  • Diritto/dovere di tentare di evolvere spiritualmente in funzione di un progetto divino (punto di vista mistico).
  • Diritto/dovere di cercare di abbattere gli steccati che impediscono la libertà fisica e mentale (punto di vista sociale).

Tutto questo però, sapendo di essere “unici”, differenti uno dall’altro ma anche tutti componenti l’umanità con il suo misterioso progetto metafisico (di nuovo, un punto di vista mistico che però non si deve mescolare con superficialità a quello sociale, materiale, altrimenti la confusione diviene inevitabile ed inutile).

Proprio perché si fa parte dell’umanità creata con finalità ineffabili, tendiamo a riconoscerci come fratelli all’interno di un percorso iniziatico, a prescindere dalle antiche origini fisiche che però, almeno per ora (punto di vista scientifico), sembrerebbero ave-re elementi comuni.

Quindi, suppongo che non si debba incorrere in errore immaginando per vari motivi: sociali, politici, spesso affatto nobili al di là delle apparenze, un’eguaglianza ipotetica, mentre sarebbe indispensabile intuire e comprendere che ognuno all’interno di un progetto divino (potrebbe trattarsi del misterioso Fato deciso dal Supremo Artefice, anche secondo gli antichi), sia singolo, che collettivo, avrebbe la libertà di scegliere un proprio Destino (concetto diverso dal Fato) ascrivibile alle caratteristiche umane: ovvero: «faber est suae quisque fortunae» (ciascuno è artefice della propria sorte).

Senza che venga svelato alcunché, nel nostro percorso formativo cominciamo a trovare qualche riferimento riguardo l’uguaglianza, ad esempio nelle Camere maschili (grado 8-11) quando Mithridate afferma: “…la pratica della religione universale fondata sulla verità primitiva che si chiama Massoneria, cui fa capo l’invidiabile stato di tolleranza, pace, uguaglianza e libertà per chi sa intendere e vedere, verità che innalza dalla terra il tempio del Supremo Artefice dei Mondi…”.

Poi, nella Camera 12-17 troviamo che il Fratello Verità dice: “la pietra cubica vuol dire che ogni vostra opera deve avere una relazione uguale col sommo bene”.

Nella Camera 30-90, il Pontefice della Verga pronuncia: “ … perciò, vi diciamo che il famoso trinomio: libertà, uguaglianza, fratellanza che si vuole interpretare letteralmente, ha soltanto un significato simbolico, nobile, che l’iniziato non può restringere entro limiti di carattere materiale ed utilitario.

Libertà, uguaglianza e fratellanza sono quelle degli iniziati: cioè libertà dal mondo esteriore e profano; uguaglianza di possibilità; fratellanza, o meglio comunanza di desideri e d’azioni per la realizzazione della grande opera…”.

In ambito femminile, possiamo trovare altre cose interessanti. Ad esempio in camera di Maestra Egiziana, troviamo la Sibilla Memphitica che dice: “…due principi dell’equilibrio universale, pur contrastandosi non possono distruggersi perché sono uguali in forze e provengono dalla stessa essenza suprema…”

Tutto questo sembrerebbe spingerci ancora una volta, ad intuire che per camminare su un percorso iniziatico, la mente deve procedere nel cercare di modificare i propri parametri tramite cui modula normalmente la ricerca della comprensione attraverso la sola percezione sensoriale.

Però prima, sarà straordinariamente utile, indispensabile conoscersi fisicamente, sapere come funziona il proprio corpo.

Infatti prima di iniziare ad indagare la propria interiorità, potrebbe, dovrebbe, essere necessario, focalizzare l’attenzione sulla personale fisicità.

Per essere efficienti con il personale incedere nel tentativo d’interazione con l’ambito metafisico, si dovrebbe evitare di trascurare eccessivamente l’armonica funzionalità del proprio corpo, il quale diventerebbe così progressivamente solo un peso, anziché un eventuale aiuto.

Però, potrebbe capitare a chiunque di non prestargli l’indispensabile attenzione, lasciando in eccesso le personali predisposizioni ad abusarne.

Non sto certamente suggerendo di dover esaltare l’eccezionalità di qualità fisiche come: capacita atletiche e/o militari ma suppongo sia doveroso mantenersi in condizioni fisiche ottimali o per lo meno dignitose.

Una eventuale infermità fisica o psichica, soprattutto se non fosse rapidamente curata, sanata e addirittura, se sventuratamente si cronicizzasse, potrebbe costituire un serio pregiudizio sulla capacità di mantenere armonico il rapporto tra mente e cuore aprendo varchi all’emotività più o meno passionale, scaturente di conseguenza, dalle oggettive debolezze esistenziali.

Gli handicap fisici o psichici in vari ambiti iniziatici, a volte, possono costituire una pregiudiziale importante per un accoglimento, al punto che in alcuni casi, a prescindere da ipotetiche interpretazioni mistiche, non verrebbero neppure prese in considerazione le stesse domande, escludendo così di sottoporle ad ulteriori giudizi.

Tale prassi, peraltro, sarebbe conservata in uso nelle situazioni in cui i procedimenti formativi esigono delle particolari performances in cui i postulanti (ma soprattutto i Maestri) sono chiamati a mostrare coraggio e prestanza, partecipando ad imprese magico-operative in cui l’interazione con l’ambito metafisico implichi esplorazioni caratterizzate da contrapposizioni duali, elevate e complesse, altalenanti tra “luce e buio”, tra “bene” e “male”, ovvero tra “ordine” e “disordine”.

Tali ipotesi, non certo solo meramente simboliche, assumono una particolare importanza. Quindi, è indispensabile che non solo gli elementi di vertice di una struttura siano consapevoli che devono proteggersi e che devono essere protetti su più piani da elementi “scelti” (questo costituisce un altro elemento particolarmente importante, su cui in una differente occasione si potrebbe approfondire), al fine di mantenere quell’armonia psico-fisica che costituisce la centralità interiore, indispensabile per muoversi

su particolari sentieri tradizionali, alla ricerca di Conoscenza e Verità.

A differenza di alcuni punti di vista “estremi”, non credo debba esserci disprezzo per il corpo che limiterebbe e/o contaminerebbe l’Anima e lo Spirito con le esigenze smodate e turpi della materia.

Credo che, proprio perché lo si immagina come contenitore di qualche cosa di molto prezioso, vada mantenuto e curato amorevolmente.

Non vanno “furbescamente” ascritte a lui o per lo meno non solo a lui, le oscurità e le perversioni della personale interiorità che, guarda caso, va visitata e rettificata per quanto le necessita.

D’altronde, la locuzione latina: “Mens sana in corpore sano” mantiene inalterata una sua importante validità anche per i ricercatori spirituali, i quali però, hanno l’obbligo di conoscere meglio di altri il proprio corpo e di capire sempre più come funziona e come può condizionare, sia il cuore, che la mente.

Conoscendosi meglio, almeno in ambito materiale, un individuo potrebbe avere maggiori possibilità di pensare, di esprimersi e di agire senza sorprese derivabili dall’ignoranza dei personali limiti psico-fisici, ricorrendo alla volontà di ideare e di mettere in atto un’azione, mediante una scelta di obiettivi e di strumenti che ritiene utili a realizzarla, nel bene e nel male.

Questo troverebbe spazio anche nelle premesse già usate nella letteratura ellenistica con significati diversi, per designare le possibilità o i limiti di scelte personali all’interno delle ipotesi di una ricorrente rinascita, di un “eterno ritorno” delle cose e della trasmigrazione delle anime (“metempsicosi”).

Però, questa libertà umana, che tutti si vanterebbero di possedere o di volere conquistare, in effetti potrebbe consistere soltanto nell’essere coscienti dei personali desideri, passioni e appetiti, mentre non si conoscerebbero affatto le cause che li determinerebbero.

In un ambito iniziatico come il nostro, la libertà sembrerebbe configurarsi come una semplice autonomia dell’uomo, da conquistare prima di tutto a livello di anima, coscientemente e consapevolmente, cercando d’intuire e auspicabilmente comprendere i parametri di una legge universale (per altro decisamente misteriosa per i comuni parametri umani), mantenendo la concezione della libertà, della scelta individuale e della conseguente responsabilità.

Ciò, potrebbe riportarci a concetti metafisici come quello delle “monadi”, per le quali ogni individuo, pur essendo un elemento completamente separato dagli altri, compirebbe “liberamente” atti che si incastrerebbero come pezzi di un mosaico, in quelli corrispondenti delle altre monadi, in un progetto creativo che costituirebbe l'”armonia prestabilita” dal Supremo Artefice, secondo l’ordine dell’universo da Lui prefissato, in funzione del principio del minor male e del miglior bene possibili.

Rimarrebbe comunque il problema di come le monadi possano violare liberamente e responsabilmente l’ordine predeterminato, ignorando oggettivamente qualche cosa che si collocherebbe al di fuori dal tempo e dallo spazio concepibili dalla mente umana.

Forse, per tentare di risolvere il quesito, sarebbe necessario tra le varie opzioni, tentare d’immergersi nuovamente in ambito mistico, prendendo a suggerimento anche alcune indicazioni kabbalistiche (come quelle desumibili dal Tanya) riguardanti vari aspetti e livelli dell’anima. Ad esempio (estremamente sintetico e forse un pochino grossolano; gli esperti mi perdoneranno): Nefesh, Ruach e Neshamah interagenti con dieci attributi, corrispondenti alle dieci Sephirot celesti dalle quali essi si formerebbero, che sarebbero suddivise, in due categorie: tre “matrici” e sette “multipli”; vale a dire: Chokhmah, Binah e Daat (per Keter speculare e superiore nella grande Triade emanante, sarebbe necessario portare il punto di vista su un altro piano) forse individuabili nelle simbologie dei nostri Templi ad Oriente ed i “sette giorni di costruzione”, Chessed, Gevurah, Tiferet, Netzach, Hod, Yesod, Malkhut (nei tre Mondi della Creazione, della Formazione, dell’Azione) che potrebbero ritrovarsi in modo analogico, sia nel settenario sull’ara, che nei nodi d’amore in alto.

L’anima umana, si ritroverebbe così divisa in due parti: sekhel e middot.

Sekhel (forse una sorta di consapevolezza che continuiamo a ricercare. Uno stato di coscienza “aperto” in 32 modi che caratterizza la modalità di sentire e vivere la vita). comprenderebbe Chokhmah, Binah e Daat, ovvero ChaBaD: Intuizione, Comprensione e Conoscenza, mentre le middot (condotte morali ed etica da seguire) potrebbero collegarsi alla fede in Dio e rappresentarne l’amore ma anche il timore, la soggezione, la glorificazione di Lui.

ChaBaD sembrerebbero probabilmente immaginate come “matrici” e fonti delle middot.

Infatti, se il sekhel dell’anima razionale, che sarebbe la facoltà di concepire qualsiasi cosa, trova collegamento naturale con Chokhmah e se una persona usufruendo di tale potenzialità intuitiva, meditasse con il suo intelletto al fine di tentare di capire la verità e la profondità di

ciò che possa aver concepito nella sua mente, si avrebbe la concretizzazione di ciò che viene chiamato Binah.

Daat implicherebbe concetti come: attaccamento ed unione.

Ciò significa che l’individuo si ritroverebbe a vincolare la propria mente con un legame stabile e forte alla grandezza dell’Infinito Benedetto Supremo Artefice e fermamente fisserebbe il suo pensiero su di Lui con fermezza e perseveranza.

Perciò Daat sembrerebbe essere il fondamento delle middot e la fonte della loro vitalità; essa conterrebbe Chessed e Gevurah, vale dire amore con la sua progenie e timore con la sua progenie.

In Ebraico la parola Daat (comunemente tradotta come conoscenza) implica connessione e relazione.

Relativamente al suo rango nella struttura delle Sephirot, Daat sembrerebbe di livello inferiore rispetto a Chokhmah e Binah. Eppure Daat eserciterebbe un ruolo importante la cui funzione risiederebbe nel conseguimento della conoscenza e la relazione di quest’ultima con l’individuo. Perciò Daat sarebbe la facoltà di arrivare a delle conclusioni.

Quindi ritornando alle simbologie presenti nei nostri rituali ed alle disposizioni nel Tempio, è naturalmente analogico trovare il Venerabile Maestro (o la Venerabile Maes-tra Agente), collocato tra i “Luminari” e sotto l’acronimo del Supremo Artefice, con caratteristiche per le quali viene precisato: “…siede all’Oriente per dirigere i sacri lavori ed illuminare la Loggia con il lume del suo sapere, alla presenza della Potenza Suprema…”.

Da tutto quanto sopra esposto, forse si potrebbe intuire che mentre l’umanità nel suo insieme costituisce un soggetto della creazione con un particolare compito nella misteriosa realizzazione della stessa, ogni singolo componente umano sembrerebbe assolutamente unico (sia fisicamente, che spiritualmente) con caratteristiche e compiti particolari da sviluppare e da conseguire però in modo armonico all’interno di quel progetto che riguarderebbe tutta l’umanità.

In funzione di queste premesse, suppongo che chi abbia accesso a determinate camere, possa riscontrare utile meditare anche sul discorso formativo che durante la cerimonia nel grado 30-90 maschile (collegato agli Arcana Arcanorum), il Pontefice della Verga, pronuncia all’interno di un particolare passaggio: “predicare l’eguaglianza a chi sta in basso, senza dirgli come uno si eleva, è condannare sé stessi a scendere…perciò, vi diciamo che il famoso trinomio: libertà, uguaglianza, fratellanza che si vuole interpretare letteralmente, ha soltanto un significato simbolico, nobile, che l’iniziato non può restringere entro limiti di carattere materiale ed utilitario.

Libertà, uguaglianza e fratellanza sono quelle degli iniziati: cioè libertà dal mondo esteriore e profano; uguaglianza di possibilità; fratellanza, o meglio comunanza di desideri e d’azioni per la realizzazione della Grande Opera”.

Quindi, ancora una volta potrebbe essere estremamente indispensabile per ognuno, tentare di seguire i suggerimenti presenti nel Gabinetto delle Riflessioni, a partire dal livello d’Apprendi-sta, per esercitare prudenza e perseveranza, prima di supporre di poter giungere facilmente ad immaginare di aver acquisito Conoscenza e Verità, senza aver praticato il lungo e difficile lavoro interiore ed esteriore che potrebbe consentire di elevarsi spiritualmente, al fine di ricevere i benefici (per mente e cuore finalmente in armonia) che si emanano da quel trinomio kabbalistico di cui ho accennato brevemente assieme al numero “32” che nell’alfabeto ebraico, può portare ad identificare anche la parola “cuore”.

Renato Salvadeo (S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫)

L’articolo è contenuto nel numero di Dicembre 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Libertà, uguaglianza e fratellanza sono quelle degli iniziati: cioè libertà dal mondo esteriore e profano; uguaglianza di possibilità; fratellanza, o meglio comunanza di desideri e d’azioni per la realizzazione della grande opera.

In ambito femminile, possiamo trovare altre cose interessanti. Ad esempio in camera di Maestra Egiziana, troviamo la Sibilla Memphitica che dice: “…due principi dell’equilibrio universale, pur contrastandosi non possono distruggersi perché sono uguali in forze e provengono dalla stessa essenza suprema…”

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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