Sono le suggestioni emotive che spesso pilotano il nostro vivere, sia quotidiano che a lungo termine, in quanto determinano le scelte più istintuali.
La paura è una delle reazioni più radicate negli esseri viventi; il suo scopo è proteggerli dalle minacce esterne. Ha un ruolo così importante che è presente, sia nelle forme di vita più elementari, che in quelle più complesse. Può assumere forme semplicissime, come per esempio: il ritrarsi automatico dell’antenna di una lumaca, o molto articolate, come nell’uomo, dove la paura innesca meccanismi che partono dal cervello, in risposta a uno stimolo e che coinvolgono l’intero organismo.
Dove nasce e si forma la paura? La risposta sembrerebbe partire fisiologicamente, da una regione del cervello situata in profondità nel sistema nervoso centrale. È nella parte più antica del nostro cervello, sede della memoria emotiva: le amigdale, ovvero due piccole strutture a forma di mandorla (amigdala: in greco antico “mandorla”).
L’amigdala parrebbe attribuire significato emotivo ad informazioni di stimoli provenienti dal mondo esterno, dall’interno del corpo e dal cervello, come ad esempio: pensieri e ricordi.
È ritenuta il centro di integrazione di processi neurologici superiori come le emozioni e risulterebbe coinvolta anche nei sistemi organizzativi della memoria.
Come si è osservato, non sembrerebbe esserci alcuna distinzione tra stimolazione “reale esterna” e “immaginata interna”, nell’evocare emozioni e segnali relativi.
Uno straordinario sistema di allarme entrerebbe in azione un decimo di secondo dopo la percezione del pericolo; il nostro corpo procederebbe così in uno stato di allerta che è alla base dell’istinto di sopravvivenza. La concentrazione è tutta sul pericolo che si sta vivendo in quel momento, mentre il resto viene accantonato e il corpo si prepara ad affrontarlo.
Contemporaneamente, parte una valutazione della minaccia. Altre aree del cervello aiutano a interpretare la minaccia percepita: la parte «pensante» del cervello comunica alla parte «emotiva». Se ci si trova di fronte a un falso allarme (e allora si spegne la risposta) o di fronte a un pericolo reale (e allora la risposta continua a essere alimentata).
Nel cammino iniziatico, il “falso allarme” potrebbe essere esaminato e utilizzato in un’ottica di consapevolezza delle proprie profonde emozioni scatenanti.
Il coraggio, in contrapposizione alla paura, è quella forza d’animo che ci fa affrontare le angosce e i pericoli; quella che giunge quando facciamo le cose a cui davvero teniamo.
L’etimologia della parola rimanda, sia al provenzale “corage”, che al tardo latino “coratum” entrambi derivati da “cor”: cuore. C’è chi la riconduce a “cor habere” avere cuore, oppure a “cor agere” agire con il cuore. In ogni caso, al centro del significato più profondo di questa parola sta il “cuore” che nell’antichità (ma non solo) era correlato all’anima e veniva ritenuto sede di tutti i sentimenti.
Avere coraggio, non significa soltanto avere un cuore, ma anche un “certo tipo” di cuore determinato e propulsore di gesti e scelte, capace di affrontare situazioni pericolose, penose o imprevedibili, senza cedere alla paura. Un cuore capace di mostrarsi, che non ci faccia incurvare le spalle di fronte alle sfide della vita ma che ci aiuti a fronteggiarle.
Il coraggio perciò permette di affrontare, dominare o subire situazioni scabrose, difficili, avvilenti e anche la morte, senza rinunciare alla dimostrazione delle più nobili caratteristiche della natura umana.
Avere coraggio non vuole dire non avere paura; vuol dire continuare il proprio cammino nonostante la paura.
Tuttavia, questo non può realizzarsi senza un preciso comportamento innanzitutto di scelta, determinazione, forza che compone la Volontà e che prevede una profonda e ineludibile ricerca di penetrare, comprendere la nostra indole.
Secondo un punto di vista kabbalistico, sarebbe forse necessario tentare di attivare parallelamente anche una sorta di complessa e difficoltosa separazione evolutiva dal livello di “Malkut”. Ciò, per poter affrontare progressivamente attraverso una risalita lungo i sentieri sephirotici, se non ancora con saggezza ma con più equilibrata consapevolezza, le situazioni e particolarmente, le suggestioni che si vengono ad affrontare.
Le Colonne, che attraversiamo per raggiungere lo spazio sacro del Rito che si svolge nel Tempio, sono il simbolo della dicotomia ma anche dei suggerimenti alchemici da considerare con attenzione esternamente così come intimamente. Esprimono pienamente la dualità; ad esempio: la Luce solare ci permette di “vedere”, l’Oscurità lunare ci confonde e ci spaventa con la percezione di limiti, di suggestioni di timori ancestrali e non. La perdita di equilibrio che ne potrebbe però conseguire, togliendo il senso della vista esteriore, forse permetterebbe di attivare gli altri sensi e, soprattutto, di avvicinarci auspicabilmente a percezioni, comprensioni nuove con la vista interiore.
Attingendo dalla mitologia greca, probabilmente durante le personali esplorazioni, sarebbe opportuno prendere in considerazione anche il concetto riguardante il Tartaro; nome originariamente usato per indicare gli inferi.
Da un certo punto di vista, potrebbe riguardare il mondo psichico nel profondo dell’uomo dove risiedono tutti gli istinti inferiori, come la brama di uccidere e distruggere, la sete di sangue, la paura, l’odio, la vendetta, il desiderio di potere, ecc. Non è facile da ammettere a sé stessi, ma in noi risiedono tutti i vizi; molte volte reprimiamo le nostre emozioni oscure confinandole nel profondo regno del nostro Tartaro.
Tornando alle due colonne, queste sono simboli, archetipi, che rappresentano un importante punto d’accesso interiore; un passaggio verso l’ignoto riproducendo l’esistenza del dualismo. Pur nei termini opposti, tutto procede in un armonico bilanciamento variabile di coppie; l’evoluzione avanza grazie alle energie che operano in combinazione ed in contrasto. Anche l’equilibrio umano richiede due piedi; i mondi gravitano per mezzo di due forze.
Questa è l’eredità umana, risalente a tempi antichi.
La ricerca suggerita dal V.I.T.R.I.O.L. si presenta come una via per affrancarci, per raggiungere anche l’equilibrata consapevolezza di riuscire a riconoscere la paura usandola come via per raggiungere ambiti spirituali più elevati ma sconosciuti.
Nella cura che dobbiamo alla nostra anima umana, si dovrà tendere all’equilibrio tra paura e coraggio al fine di riuscire ad intravvedere nel buio, istanti luminosi di stelle.
L’articolo è contenuto nel numero di Dicembre 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Avere coraggio, non significa soltanto avere un cuore, ma anche un “certo tipo” di cuore determinato e propulsore di gesti e scelte, capace di affrontare situazioni pericolose, penose o imprevedibili, senza cedere alla paura. Un cuore capace di mostrarsi, che non ci faccia incurvare le spalle di fronte alle sfide della vita ma che ci aiuti a fronteggiarle.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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