«Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.»
(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno XXVI, 119-120)
Immagino che a volte, possa essere capitato ad alcuni di avere consapevolezza istantanea, improvvisa di qualche cosa e di interrogarsi sul come e sul perché sia accaduto.
Tentando di dare qualche risposta a tali quesiti, mettendo a punto un pensiero definito, idealmente configurato e possibilmente logico, si potrebbe giungere ad un concetto d’Intuizione che riguarderebbe quel tipo di Conoscenza immediata, la quale non si avvale del ragionamento o della percezione sensibile.
Nella nostra lingua, il termine Intuizione deriva dal latino intueor (in=dentro e da tueor=guardare).
Allorché rappresenti una forma di sapere non spiegabile a parole, non è raro che si palesi tramite momenti improvvisi, la cui origine non risulta affatto scontata.
Secondo alcuni, potrebbe essere riferita a processi mentali, automatici, di causa-effetto, oppure secondo altri punti di vista, si tratterebbe di una modalità intellettiva non definibile razionalmente, trattandosi di un sapere non riconducibile alle determinazioni dell’esperienza, in quanto manifestato indipendentemente dalla realtà di cui si trova. Sarebbe un’ipotesi riguardante una sapienza non acquisita ma forse innata sin dalla nascita.
Si tratterebbe della cosciente percezione immediata di uno sviluppo della propria specifica essenza, non solo nell’ambito delle eventuali attività e dunque sarebbe espressione di una Conoscenza certa perché in essa il pensiero avrebbe direttamente accesso ai propri contenuti, essendo insieme soggetto e oggetto. Questi due termini pur contrapposti risulterebbero così complementari e dialetticamente legati tra loro.
In tal modo, si formalizzerebbe un riconoscimento dell’Intuizione, quale forma suprema e immediata del sapere, prendendo atto che le capacità intellettive non possono evitare di considerare che non può esistere un soggetto senza oggetto, un essere senza un pensiero e viceversa. Un pensiero che prescinda dall’identità con l’essere, sarebbe privo di fondamento. Sarebbe un concetto che rimarrebbe tuttavia non dimostrabile di per sé, né accertabile empiricamente, ma sarebbe raggiungibile unicamente per via negativa, da ammettere appunto tramite Intuizione.
Quindi, non sarebbero i sensi, né il ragionamento dimostrativo, a dare garanzia di verità, bensì l’intelletto intuitivo; esso consentirebbe di cogliere l’essenza della realtà mentre il ragionamento dimostrativo trarrebbe soltanto delle conclusioni coerenti con le premesse.
In un ambito spirituale, nell’interazione con quello metafisico, il livello di Conoscenza raggiunto dai sensi, cioè l’induzione empirica, potrebbe fungere unicamente da avvio per un processo che culminerebbe con l’intervento di un intelletto trascendente, attivo.
Riferendoci poi alla Divinità, quella che potremmo immaginare come l’Intuizione suprema, sarebbe quindi un atto della Sua essenza, ovvero: il “pensiero di pensiero”.
Quindi, il processo di emanazione dall’Uno, portato a livello di ragionamento, consisterebbe probabilmente nell’ auto-Intuizione del Sé, il quale già per il fatto di contemplarsi non sarebbe più Uno ma diventerebbe identità di essere e pensiero.
L’Intelletto nell’intuirsi, avrebbe forse di sé stesso una Conoscenza istantanea, superiore a quella di tipo mediato che si ritiene sia propria dell’Anima.
Un adepto del nostro Ordine-Rito potrebbe probabilmente rivivere una tale esperienza solo sprofondando nell’autocoscienza, fino ad approdare in ciò che si potrebbe definire: “estasi” e alla compenetrazione con l’Uno, situato al di là del dualismo potenziale dell’Intelletto che è normalmente costituito dalle due realtà: essere e pensiero, le quali benché coincidenti risultano in esso ancora distinte.
Forse lo stesso manifestarsi di un dubbio, potrebbe essere di tipo intuitivo, dal momento che non sussisterebbe se esso non fosse emanazione della verità che si darebbe per scontata ma che sfuggirebbe, altrimenti non se ne dubiterebbe.
L’Intuizione coinciderebbe pertanto con l’illuminazione, cioè col momento in cui la Luce Divina (così come suggerito dalle nostre liturgie e riguardante anche l’attesa prevista) illuminerebbe la nostra mente elevandola progressivamente alla Conoscenza della verità.
Se ci spostassimo in ambito kabbalistico, al concetto d’Intuizione ascrivibile alle acque maschili della seconda Sephirah, si potrebbe associare quello della saggezza, ovvero di una particolare connotazione o capacità propria di chi è in grado di valutare in modo corretto, prudente ed equilibrato le varie opzioni dell’esistenza.
Chokhmah apparirebbe come il primo potere dell’intelletto cosciente all’interno della Creazione e il primo punto dell’esistenza “reale”, poiché Keter (la prima alba della “Luce Infinita”) rappresenterebbe qualche cosa di difficile Comprensione, dal momento che avrebbe origine da un “nulla” antecedente alla manifestazione.
Ad ogni modo, la saggezza rimarrebbe incomprensibile finché non gli venisse data forma in Binah.
Però, se queste due Sephirot non fossero in equilibrio armonico, potrebbe manifestarsi ciò che tentiamo di osservare nella personale interiorità, individuando quello che potrebbe essere definito come “istintivo desiderio di potenza”.
Secondo alcuni, si tratterebbe dell’influenza di una qliphah nominata Ghagiel che indurrebbe ad essere dipendenti dalle esigenze passionali materiali.
Chokhmah apparirebbe nella configurazione delle Sephirot nella parte superiore dell’asse destro e corrisponderebbe nello tzelem Elokim (“l’immagine divina”), all’occhio sinistro, o emisfero destro del cervello.
Nella sua forma completamente articolata, Chokhmah possiederebbe due partzufim (“volti” o “caratteristiche”): il superiore di questi è indicato come Abba Ila’ah (“il padre superiore”), mentre quello inferiore è indicato come Yisrael Saba (“Israele, il Vecchio”). Questi due partzufim sono indicati congiuntamente come Abba (“padre”).
Chokhmah sarebbe associato nell’anima al potere dell’Intuizione, che lampeggia come un fulmine attraverso la coscienza. Il partzuf superiore sarebbe associato al potere di estrarre spontaneamente tale visione profonda dal super conscio, mentre il partzuf inferiore sarebbe associato al potere di dirigerla successivamente nella coscienza.
La “saggezza” di Chokhmah implicherebbe anche la capacità di guardare in profondità alcuni aspetti della realtà e di astrarre la sua essenza concettuale finché non si riesca a scoprire una sua verità indiscutibile, sottostante. Questi semi di verità possono poi essere trasmessi al potere compagno di Binah per amore dell’analisi e dello sviluppo intellettuale.
Chokhmah sarebbe la forza primaria (“inizio”) nel processo creativo, “il potenziale di ciò che è” o “il potenziale di essere”; quindi, sarebbe la Creatività che non ha misura di confine e così la mente non avendo il potere di afferrarla, potrebbe provarne anche paura.
Alla luce di queste semplici ipotesi di come potrebbe essere immaginata l’Intuizione, ancora una volta ci si potrebbe ricordare, nel caso la nostra personalità sia mutata almeno un poco, che alcune indicazioni su come continuare a camminare correttamente, potrebbero essersi manifestate all’improvviso nella mente, in modo illuminate.
Appare evidente, da tutto quanto ho accennato, che una manifestazione intuitiva consente un’oggettiva, particolare, forma di sapere ma questa non ha seguito il normale processo logico, razionale, deduttivo a cui si è normalmente abituati.
Quindi, in alcuni casi, potrebbe essere necessario un accoglimento mentale, tramite una forma maggiormente fruibile come quella ipotizzata sopra, riconducibile a Binah.
Infatti, la Comprensione (dal latino comprehensio-onis) è un processo cognitivo tramite cui, entrando in contatto con un’idea, intesa come realtà, se ne può cogliere la struttura e il significato. Implica capacità e disposizioni idonee a trarre deduzioni intelligenti in relazione all’oggetto da analizzare.
La Comprensione è spesso, anche se non sempre, correlata ai concetti e ai metodi di apprendimento e talvolta anche alle teorie associate a tali concetti. Tuttavia, è normale che si possa comprendere qualche cosa senza necessariamente avere familiarità con i concetti o le teorie associate all’oggetto in analisi.
Pertanto, la Comprensione potrebbe riguardare l’atto e la capacità di “afferrare, accogliere” (cum-prehendo, cioè “afferro insieme”) con la ragione anche un contenuto di più Intuizioni trasformandolo in conoscitivo.
«…Tutto ciò che ci sforziamo di fare secondo ragione non è altro che comprendere; né la mente, in quanto si serve della ragione, giudica per sé utile altro se non ciò che conduce a comprendere…» (Baruch Spinoza, Ethica – IV, 26)
In filosofia la Comprensione è l’atto con il quale la mente arriva a decodificare e formulare un concetto (dal latino: cum capere) come risultato di un procedimento mentale che “accoglie, prende e mette insieme” (comprehendĕre) aspetti non solo sensibili, particolari, che una molteplicità di cose, di entità, hanno in comune.
Da quel momento si sarà in grado di riconoscerle, senza dover procedere ad ulteriori elaborazioni; accadrà ogni volta che altre cose, entità, ecc. presenteranno il complesso di quelle stesse caratteristiche particolari.
La Comprensione sarebbe anche una caratteristica della logica tramite cui, si chiarisce come un concetto, presenti una sua “estensione” (ovvero, comprenda l’espansione più o meno generica, di tutto ciò che presenta la stessa qualità) e “Comprensione” (somma delle qualità riferite al concetto). Da qui si potrebbe dedurre che tanto maggiore sarà la Comprensione, tanto minore sarà l’estensione e viceversa.
Nel campo dei sentimenti, se per Comprensione si vuole tentare di accogliere appieno ciò che si potrebbe intuire dello stato d’animo altrui, si potrebbe utilizzare il termine di empatia derivato dal greco “εμπαθεια” (empateia, a sua volta composta da “en-dentro” e “pathos-sofferenza o sentimento”), utilizzato nell’antichità per indicare il rapporto emozionale di partecipazione che, in un teatro, legava il pubblico all’autore-cantore.
D’altronde, traendo spunto anche dai suggerimenti ermetici-alchemici, gli individui sembrerebbero avere in sé stessi, ampie risorse per auto-comprendersi e per modificare il loro concetto di sé, oltre agli atteggiamenti di base e agli orientamenti comportamentali.
La Comprensione potrebbe riferirsi anche alla compassione intesa da un punto di vista della morale, allorché le esigenze della personale corporeità si assottigliassero e il dolore, unendo gli uomini, li accomunasse e li confortasse.
Un aspetto particolare della Comprensione riguarda la metodologia dell’interpretazione dei testi sacri; assume un ampio respiro nel tentare di dare un significato a tutto ciò che è di difficile intendimento e che è ritenuto fondamentale nel rapporto che l’essere umano intrattiene con sé stesso.
Riprendendo ora gli accenni mistici riguardanti la Sephirah Binah, si potrebbe notare che si trova collocata in cima a quello che secondo alcuni è il Pilastro della Severità (nella rappresentazione verticale dell’albero della creazione) ovvero ciò che dal punto di vista kabbalistico, oltre al concetto di intelletto cosciente, si individua come: la Comprensione intellettuale, il Principio Femminile di Dio, la Matrice femminile dell’universo da cui deriva tutto il resto della Vita Divina e Terrena, ecc. Per questa ipotesi spirituale, si potrebbe individuare un elemento simbolico per un passaggio verso la “trascendenza” ma anche un collegamento con il corpo fisico, in particolare con la struttura cardiaca e con l’emisfero cerebrale sinistro.
La sua funzione rapportata all’elemento umano, sarebbe anche quella di ordinare e armonizzare il sentire psico-emozionale.
Secondo alcuni, la sua emanazione spirituale potrebbe essere percepita a livello meditativo, attraverso la lettera Nun che implicherebbe nel suo numero le 50 porte della Conoscenza.
Corrisponderebbe allo stadio specifico nel processo di catarsi e di ricostruzione della Madre spirituale con la cui accoglienza interagirebbe l’Intuizione e la sapienza di Chockmah.
Dall’interazione armonica della triade superiore, secondo alcune linee mistiche di pensiero si potrebbe pervenire a: Daas/Daat Elyon (“Conoscenza Superiore”) e a: Daas/Daat Tachton (“Conoscenza Inferiore”).
Sarebbero due livelli alternativi di “Conoscenza” della realtà non solo spirituale, da collegare a: Keter (Volontà supraconscia) e Daat (Conoscenza conscia), da considerare due livelli dello stesso principio unificatore.
La Conoscenza Superiore si riferirebbe ad una visione divina “dall’Alto”, la Conoscenza Inferiore ad una visione creata (alla fine anche umana/mondana) “dal Basso”.
Secondo alcune ipotesi mistiche, Keter (“Corona”) sarebbe collegata alla Divina Volontà trascendente in interiorizzazione supracosciente, mentre Daat (“Conoscenza”) sarebbe l’aspetto interiorizzato di uno stesso principio, che canalizzerebbe la forza vitale creativa Ohr (Luce celeste e/o Luce superna) nell’esistenza.
Di conseguenza, Keter sarebbe la “Conoscenza Nascosta” nell’intelletto, che in Da’at diverrebbe la radice spirituale nascosta delle emozioni che successivamente emergerebbero.
Questi sarebbero punti di vista, ipotesi, per immaginare anche una percezione psicologica diretta nel vivere l’esperienza di Devekuth, l’attaccamento, l’adesione a Dio.
Si collegherebbero le Sephirot ai loro corrispondenti paralleli nelle Kochos hanefesh (“potenze dell’anima”) come esperienza devozionale dell’Uomo.
Uscendo dai punti di vista mistici, kabbalistici, potremmo riprendere quelli per noi più comuni, secondo i quali, la Conoscenza sarebbe la consapevolezza e la Comprensione di fatti vissuti attraverso l’esperienza o l’apprendimento (a posteriori), ovvero tramite l’introspezione (a priori) o di informazioni connesse tra di loro, le quali, prese singolarmente, hanno un valore e un’utilità inferiori.
“Conoscenza” è un termine che potrebbe assumere significati diversi a seconda del contesto, ma ha in qualche modo a che fare con i concetti di significato, informazione, istruzione, comunicazione, rappresentazione, apprendimento e stimolo mentale.
In effetti, la Conoscenza è qualcosa di diverso dalla semplice informazione.
È una particolare forma di sapere usufruibile dal soggetto che la detiene; infatti, esiste solo in quanto c’è una mente in grado di possederla, mentre l’informazione può esistere indipendentemente da chi la possa utilizzare e quindi può, in qualche modo, essere preservata su un qualche tipo di supporto (cartaceo, informatico, ecc.).
La Conoscenza vera e propria si ha solo in presenza di un utilizzatore che ricolleghi tali informazioni alla propria esperienza personale.
Ad ogni modo, dal punto di vista filosofico, non sembrerebbe esistere un accordo universale su ciò che costituisca la Conoscenza, la certezza e la verità. Si tratta di questioni ancora dibattute dai filosofi, dagli studiosi di scienze sociali e dagli storici.
Il problema principale sembrerebbe essere il seguente: come avere la certezza che le nostre convinzioni costituiscano effettivamente una “Conoscenza”? Quand’è che si avrebbe vera Conoscenza mantenendosi nei limiti scientifici, con particolare riferimento alle strutture logiche e alla metodologia delle scienze?
Ciò che per qualcuno potrebbe rappresentare l’evidenza sarebbe appartenente nient’altro che alla convinzione stessa. In altre parole, non affermerebbe altro che la convinzione che sia vera. Sarebbe dunque necessario ricorrere alla razionalità o al criterio logico, per avere garanzia che una certa Conoscenza sia giustificata, cioè che corrisponda al vero; non dovrebbe essere arbitraria, né casuale né irrazionale.
Se fosse vero ciò che ad ogni uomo potrebbe apparire certo, la Conoscenza verrebbe svuotata del suo significato razionale; conoscere significherebbe soltanto “percepire” o “sentire”, indipendentemente da ogni criterio oggettivo.
Si potrebbe notare come, secondo vari punti di vista, il problema della divergenza tra soggettività e oggettività, verta sulla contrapposizione tra intelletto e sensi; entrambi non di rado contaminati dalle opinioni.
A grandi linee, si sono spesso contrapposte oppure mescolate, due linee di pensiero: in un caso, considerando la Conoscenza un prodotto della mente e dell’indagine introspettiva, oppure in un altro, come una derivazione dai sensi, cioè dall’esterno.
Da un nostro punto di vista, mutuato anche dai filoni ermetici, alchemici, filosofici, oltre che da quelli più mistici, di cui sono pervase le nostre liturgie, ogni Conoscenza potrebbe risultare vana se non fosse ricondotta alla propria autocoscienza; ovvero, a quella voce dell’anima dotata di consapevolezza, in grado di esaminare criticamente e di smascherare il falso sapere culturale di coloro che si credono sapienti ma che in realtà non lo sono.
La vera sapienza nascerebbe dunque dal conoscere sé stessi.
Però, come sappiamo o dovremmo sapere, una tale Conoscenza non è insegnabile, né trasmissibile a parole, perché non è una tecnica. Il maestro e quindi anche tutte le nostre liturgie possono solo aiutare l’allievo a trovarla o a riscoprirla da sé avendo sempre presente che Intuizione, Comprensione e Conoscenza, devono trovare tra lo-ro quell’armonia complementare che si manifesta progressivamente, solo con l’evoluzione spirituale del personale stato dell’essere proiettato verso una reintegrazione nei livelli metafisici originali, sempre più vicino a quelli della Luce del Supremo Artefice.
S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫ Renato Salvadeo
L’articolo è contenuto nel numero di Agosto/Settembre 2024 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
In effetti, la Conoscenza è qualcosa di diverso dalla semplice informazione.
È una particolare forma di sapere usufruibile dal soggetto che la detiene; infatti, esiste solo in quanto c’è una mente in grado di possederla, mentre l’informazione può esistere indipendentemente da chi la possa utilizzare e quindi può, in qualche modo, essere preservata su un qualche tipo di supporto (cartaceo, informatico, ecc.).
La Conoscenza vera e propria si ha solo in presenza di un utilizzatore che ricolleghi tali informazioni alla propria esperienza personale.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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