Annotazioni personali molto particolari in merito ai 4 Cavalieri dell’Apocalisse di Giovanni: excursus ermetico-simbolico

“…che li ha iscorta si buia contrada”

Inferno c.VIII v 96

 

Considerando il percorso intrapreso, al fine di tentare di raggiungere la consapevolezza del proprio Sé, grazie all’interpretazione e all’interiorizzazione delle co-noscenze ermetico-simboliche, questo mi porta a tracciare l’essenza di un’intima rinascita, che guarda al percorso di edificazione del tempio interiore. L’iniziato deve essere sempre consapevole che in ogni inciampo, in ogni piega del suo dirupo, deve aprire l’oscuro monologo interiore al fine di rendere manifesto questo Mondo “sotterraneo”. Seguendo questa premessa, la mia ricerca, vuol fare emergere personali spunti di riflessione nel considerare, esotericamente ma con prudenza, il testo dell’Apocalisse di Giovanni, in un sincretico connubio di elementi alchemici, simbolici e non solo.

Quest’opera è come da consuetudine, considerata scritta a seguito di uno svelamento ottenuto attraverso una visione probabilmente ricevuta dallo stesso autore del Vangelo di San Giovanni. L’Apocalisse è un’opera che, così come difende il primato del cristianesimo sulle altre religioni e divinità dell’Impero Romano, forse evoca anche una sorta di sentimento di vendetta contro Roma per la demolizione del Tempio di Gerusalemme, per la distruzione dello Stato ebraico e per la dispersione del suo popolo nei territori dell’Impero. In questo senso, ciò che sembrerebbe fare l’autore, potrebbe essere anche ricomporre, in modo drammatico, simbolico e con profondo sentimento mistico, “il regno della giustizia, dell’ordine e dell’armonia”, che gli empi romani distrussero, con l’estinzione della patria ebraica. L’Apocalisse da un certo punto di vista, sembrerebbe una enunciazione contenente un piano narrativo e tematico, un programma di conoscenza dei simboli: numeri, colori allegorie, nonché una complicata struttura discorsiva e temporale degli attori della stessa enunciazione.

L’ultimo libro della Bibbia ha favorito la civiltà occidentale attraverso una narrazione di un inizio e di una fine contribuendo a creare un futuro ricco di speranze e utopiche visioni, di fallimenti e scoramento. La sua posizione canonica al termine della Bibbia è l’equivalente proporzionato della Genesi e chi regge in mano detto testo, tiene in mano il tempo e lo spazio conglobato tra due dorsi. A livello generale, lascia emergere ampie aspirazioni della società; proprio questo aspetto è il campo antropologico della mia ricerca, che mi porta ad approfondire il senso dello spazio e del tempo che l’Apocalisse ci propone. Ecco che dovremmo chiederci: il pensiero apocalittico con i suoi arcani simbolici può donare un qualcosa al mondo già corrotto e violento?

Lo gnosticismo ha sempre posto il sospetto sul senso comune, ossia sul mondo come si vede, quello che percepiamo con i nostri occhi; questo ha da sempre contrapposto qualcosa di enigmatico, forse visibile solo a pochissimi “eletti”, capaci di guardare dall’alto coloro che abitano il mondo del senso comune, ossia il mondo delle sicurezze e delle speranze del dopo, vissute nella Gerusalemme celeste.

L’analisi del testo non può prescindere il fruitore dei livelli crescenti di complessità; infatti, l’analisi semiotica ci potrebbe portare a comprendere le relazioni che ogni elemento proietta verso quel conoscere che, ordinando i suoi elementi a ritroso, tenderebbe verso un cammino ipotizzato laddove, dal profondo, ossia dal livello testuale, l’analisi non può che partire dalla superficie per poi discendere, a poco a poco, verso i li-velli più profondi.

In questo lavoro occorrerebbe comprendere l’opacità del testo, le sue resistenze mascherate da evidenze, anche grazie alla nostra abitudine di interrogare i simboli. L’analisi del testo porta a mostrare come l’evidenza sia forse il risultato finale di un complesso lavorio soggiacente. Grazie a questo modello, si tendere a comprendere la ragione o, meglio, l’analisi che scende verso i livelli più profondi del percorso, in cui si incontrano configurazioni culturali-simboliche e mitologiche più estese; queste prima di carattere discorsivo, poi narrativo, così, sino ad arrivare alle opposizioni semantiche di fondo, come vita\morte, cultura\natura, umano\divino, animato\inanimato, ecc. L’analisi testuale sembrerebbe mostrare come essi siano manifestazioni specifiche di configurazioni antropologiche molto più ampie.

Nel corso delle mie riflessioni, spesso ho lasciato traccia di come il “testo della cultura” per noi massoni dovrebbe essere inteso come il lascito della grande tradizione. Sia un singolo testo, che una cultura (per noi quella iniziatica), producono al suo interno, l’intera testualità di quella cultura; le due cose essendo, in molti aspetti, isomorfe, fanno da modello l’una all’altra.

La consequenzialità di tutto ciò, potrebbe ri-guardare la constatazione che il ricercatore di Vera Luce, analizzando il mondo culturale, per esigenze di descrizione, porrebbe come testo, qualcosa che non lo è sotto alcuni aspetti; questi studiato con ogni possibile lente di ingrandimento e forzando un po’ l’intelletto, potrebbe giungere ad un punto che probabilmente risulterebbe costruttivo. Occorre in questo approccio, evidenziare che sono proprio le culture identitarie a rendere, a modellizzare, il nostro rapporto con il mondo (fenomenologia), generando un meta-meccanismo che distribuisce e modella quell’oltre anche come anti-schema: luogo del disordine, del caos ecc.

La nostra capacità starebbe proprio nel cercare di superare le discussioni sul cosiddetto iconismo muto, al fine di rendere naturale o convenzionale il nesso fra immagini e realtà, facendo emergere la doppia e significativa velatura della simbologia. Questo vorrebbe essere una possibile identificazione del lavoro che compiamo nel provare a leggere secondo la nostra singola capacità intuitiva, il mondo del nostro percorso iniziatico.

La cosiddetta verità iniziatica ci potrebbe portare a rivedere, a riformulare ogni aspetto depurato da varie utopie, innanzi all’interrogativo del nostro realismo che spesso ci porta a confrontarci. La confusione voluta dell’acre odore di zolfo «per non aspettar lume, cadde acerbo Paradiso c. XIX v 48» nella sua presunta intenzione e latente intento ad annientare l’ordine manifesto (non si deve mangiare di quell’albero) diviene un effetto divisivo; da un lato a ritirarci in noi stessi, nell’anomia della prima persona e dall’altro, a sospendere l’idea di un ordine e di una mera conoscenza fattiva delle cose, comprendendo la verità, quella pura, in continua antitesi, avversa ai deliri possenti di una nuova realtà enfatizzata dalla tecnologia e biopolitica.

Trovo interessante, senza per questo deviare l’oggetto della riflessione, evidenziare il pensiero di John Locke del XVII secolo, uno dei padri dell’empirismo, in merito al mondo moderno, complesso, dinamico e in molti aspetti difficile da comprendere a pieno; questi suggerisce che la chiave per navigare in questo scenario così turbolento rimane la conoscenza.

Massonicamente parlando, più penetriamo questo scenario “puro” e le sue dinamiche, forse più diventiamo pronti nel difenderci dalle sue insidie.

L’Apocalisse sembrerebbe un’opera scritta ispirandosi alla tradizione ebraica e il suo autore si svelerebbe profondamente conoscitore di quei metodi, riscontrabili ancora, anche secoli dopo, nelle scritture kabbalistiche. Fa ampio uso di simboli, di allegorie e si serve probabilmente di metodi di scrittura noti come temura, notaricon e ghematria.

Ulteriore aspetto interessante, sarebbe il modo con cui si chiude il simbolismo del tema dell’Apocalisse. Per questo è importante ricorda re che per i Massoni, così come per i Kabbalisti, l’Apocalisse potrebbe non rappresentare un cataclisma finale, in cui l’attuale umanità scomparirebbe in un mare di sangue e fuoco, per lasciare il posto a una nuova, totale umanità: l’umanità spirituale,

L’Apocalisse potrebbe riguardare la rappresentazione di un evento finale (avrebbe uno scopo) e non una consumazione finale. In questo senso, rappresenterebbe un evento evolutivo, in cui l’umanità realizzerebbe il suo Tikkun (riparazione), secondo l’ebraismo, o il cosiddetto Ordo ab Chaos (ordine dal caos), nel linguaggio della Massoneria.

Di certo, ogni suo aspetto dovrebbe essere di stimolo ad aprire ulteriori approfondimenti, al fine di rendere ancora più interessante ogni elemento valido per la personale ricerca di verità la quale, potrebbe aprirsi verso scenari interpretativi, anche grazie all’uso cosciente dei suggerimenti provenienti dall’ermetismo. Se ogni nuovo elemento non liberasse il ricercatore dalle verità precostituite, che lo rendono inglobato nella miriade dei pregiudizi e asserzioni preconcettuali, allora ogni possibile divenire sarebbe mascherato da presunzioni e pretesti provenienti da false conoscenze mentre si vorrebbe ostentare un cammino verso un nuovo orizzonte di Luce.

Il regolo presente anche nell’Apocalisse (21, 15-17), rappresentato da una canna d’oro, potrebbe simboleggiare la perfetta misura dell’uomo rigenerato.

Questo riferimento simbolico di-verrebbe l’unità di misura per eccellenza per il simbolo dell’uomo, che rappresenterebbe la misura o norma dell’universo, l’asse del mondo che unirebbe il nuovo cielo alla nuova terra.

Tradizionalmente parlando, la natura era concepita dall’uomo in maniera globale, come presenza simultanea di due aspetti, il Macrocosmo e il Microcosmo; entrambi definiti dall’Ermetismo rispettivamente come ciò che sta in alto e ciò che sta in basso. Tale concezione si rifaceva alla possibilità, da parte degli esseri umani, di pensare in modo binario, sviluppando una modalità ideativa “orizzontale” e una “verticale”; così da percepire nella coscienza l’esistenza di siffatti mondi. Ecco come il regolo dell’Apocalisse potrebbe determinare nel piano metafisico questa congiunzione. Elementi che il Libero Muratore dovrebbe cercare di intuire e comprendere nel profondo dell’intimo Sé.

Volendo progredire oltre la lettura dogmatica o dottrinale, aspetti che esulano dall’intento di chi scrive (non decet), mi interessa far emergere come il prosieguo del Vangelo di Giovanni, ripreso seguendo un punto di vista derivato da una formazione iniziatica, assuma una valevole importanza esoterica e non solo. Il riscontro di molti elementi simbolici porta con dovizia ad ampliare la nostra conoscenza. In richiamo a quanto già ripreso, la disamina verte sul significato relativo ai quattro Cavalieri dell’Apocalisse, ognuno dei quali cavalca un cavallo caratterizzato da un colore particolare, di cui cercherò di interpretare un possibile aspetto alchemico-ermetico e simbolico, in modo assolutamente personale.

  • 1- Poi, quando l’Agnello apri uno dei sette sigilli, vidi e udii una delle quattro creature viventi, che diceva con voce come di tuono: “Vieni”.
  • 2- Guardai e vidi un Cavallo Bianco. Colui che lo cavalcava aveva un arco, e gli fu data una corona, ed egli venne fuori da vincitore, e per vincere (Ap 6, 1-2).

Il primo riferimento è il colore bianco della cavalcatura. Detto bianco potrebbe richiamare la figura della gnosi che si diffonderebbe attraverso la luce; questo raffigurerebbe il lavoro che l’iniziato dovrebbe maturare al fine di proiettare al suo esterno, la propria essenza che soggiace nel profondo. La caratteristica di questo cavaliere dotato di arco e freccia, potrebbe suggerire che l’iniziato dovrebbe essere battagliero nell’affrontare il mondo della materialità. La corona posta sul capo non richiamerebbe la regalità ma bensì testimonierebbe la trasformazione da essere materiale a essere spirituale. Il bianco richiama la luna che investe l’iniziato che diviene un trait d’union tra micro e macrocosmo. Ecco che questo ci porterebbe a considerare l’opera al bianco, l’albedo, ossia la seconda fase della trasformazione interiore.

  • 3- Quando l’Agnello apri il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: “vieni”.
  • 4 -Allora usci un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che cavalcava fu dato il potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada (Ap 6, 3-4)

Il colore rosso fuoco del secondo cavaliere potrebbe rappresentare l’ardore della conoscenza interiore che, dovrebbe perpetuarsi al fine di percorrere con dovizia e consapevolezza la via iniziatica. Il fuoco astrologicamente è legato a tre segni. Ad esempio, nel segno dell’Ariete, il suo pianeta dominante è Marte. Ecco che la spada impugnata dal cavaliere potrebbe richiamare in modo particolare quella fiammeggiante del Venerabile Maestro. In questo riscontreremmo il potere di trasmettere il fuoco della conoscenza.

Alchemicamente, rappresenta la rubedo, l’opera al rosso, ossia la fase finale per la realizzazione e trasformazione dell’uomo da entità materiale a entità spirituale.

  • 5 Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: Vieni”. Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano.
  • 6 E udì gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: “una misura di grano per danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati”. (Ap 6, 5-6)

Il colore nero ripreso nella terza cavalcatura simboleggerebbe le tenebre e la materialità dell’uomo prima di incamminarsi verso la vera conoscenza attraverso la Vera Luce. Questo riferimento ci potrebbe collegare al pianeta Saturno, alla malinconia e alla stessa individualità materiale. Nella Cripta della Piramide il neofita viene introdotto dal Terribile; lì subisce la prima fase dell’opera alchemica, riconducibile alla nigredo, l’opera al nero. Iniziaticamente richiamerebbe la pietra grezza che deve essere “rimodellata” al fine di divenire con l’uso saggio degli utensili, in senso metaforico, una pietra cubica, e quindi usata per l’edificazione del Tempio interiore. Potrebbe ricordare anche la sephirah Malkut, il regno, corrispondente alla parte più bassa dell’Albero della Vita ma sarebbe anche il punto finale di ricezione della forza della Luce che discende da Keter. Qui la bilancia si pone in contraltare alla spada, con una possibile lettura riguardante la VIII lama dei tarocchi, la Giustizia simbolo di equità e armonia.

  • 7 Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udì la voce del quarto essere vivente che diceva: “vieni”.
  • 8 Ed ecco, mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra. (Ap. 6, 7-8)

Il colore che richiama la quarta cavalcatura è il verdastro. Questo cavaliere della morte, associato al colore verde, potrebbe richiamare il duplice riferimento della morte e della rinascita. La morte dell’individualismo, effimera manifestazione della materialità, diviene il terreno per il generarsi dell’uomo nuovo, rinato nel manifestare la desianza di ricevere in sé la Vera Luce. La luce dà la capacità di apprezzare il valore delle “verità acquisite” in relazione all’uomo, alla società e all’universo in un dato momento. A questo punto con questo cromatismo, ci si potrebbe rammentare anche del IV chackra, Anahatacakra, nel plesso cardiaco; detto colore propulsa il senso di equilibrio e armonia, in quanto trasmetterebbe e favorirebbe il giusto contatto con le leggi della natura. La sua provenienza dall’inferno inteso non come il topos

della dannazione eterna, ma come la nascita del mondo materiale. Ci viene insegnato, iniziaticamente, che l’anelata rinascita richiede in vita di morire al fine di varcare il confine che conduce sul viatico dell’illuminazione… oltre la selva della propria esistenza.

In questo prosequio, mi azzardo di proporre una correlazione tra i colori sopra richiamati e le lettere ebraiche, unitamente ad un collegamento agli Arcani Maggiori dei tarocchi, al loro riferimento numerologico e al ruolo all’interno delle rispettive fasi alchemiche, che condurrebbero l’iniziato nell’evoluzione della Piramide della conoscenza.

Il Cavaliere bianco (il primo), in ebraico detto colore viene indicato con la parola “lavan”. La prima lettera che compone questa parola è lamed, che rappresenta la XII lettera dell’alfabeto ebraico con valore numerico di 30. Nel tentativo di confronto con i tarocchi, la figura potrebbe essere rappresentata dalla lama XII ossia l’Appeso. In questa raffigurazione ritroviamo un uomo appeso a una trave attraverso il piede destro e con la testa che penzola verso il nadir. La corda che sostiene l’uomo è l’unico mezzo che lo collega al mondo umano. Ciò potrebbe voler rappresentare il dolore e il conseguente superamento, trovando secondo alcuni, una qualche corrispondenza con il segno dei Pesci. Il significato dell’arcano richiama le opzioni non considerate in precedenza. Per questo, abbandonare determinati pregiudizi ci porterebbe a riflettere sull’effettivo palesarsi della nostra individualità. Sembra che gli antichi egizi indicassero il bianco con la parola hedj o khdj nel riferirsi alla luce e alla sacralità.

Il Cavaliere rosso potrebbe venire indicato come adam (dalla radice di dam sangue e di adamah terra rossa). La prima lettera ebraica che compone detta parola è aleph, che rappresenta la prima lettera dell’alfabeto ebraico con valore numerico 1. La prima lama secondo i tarocchi, è rappresentata dal Bagatto. Il rosso richiama esotericamente il corpo dell’uomo che nella tradizione kabbalistica sarebbe associabile ad un livello animico materiale corrispondente a Nephesh ossia al principio dell’esistenza concreta.

Considerando la rappresentazione del bagatto con in testa un cappello con il simbolo dell’infinito, lo osserviamo nei pressi di un tavolino quadrato sostenuto da tre gambe. Queste possono richiamare i tre elementi alchemici dello zolfo, sale e mercurio, e le tre colonne del mondo che cadono sotto il nostro spazio euclideo. Sul tavolo di lavoro ritroviamo tre oggetti, una coppa d’argento, una spada d’acciaio, un siclo d’oro; il bagatto punta il dito verso il siclo d’oro, volendo forse indicare la sua emanazione concretamente attiva. La bacchetta è tenuta con la mano sinistra. Secondo alcuni, gli utensili del bagatto potrebbero essere decodificati, tra le tante opzioni, anche come: sapere (coppa) – osare (spada) – volere (bacchetta) – tacere (denaro).

Ulteriore aspetto lo potrei immaginare nel bastone impugnato (di solito cavo con un’anima metallica) che richiamerebbe anche quello cavo di Prometeo, donatore del fuoco agli uomini. Però si potrebbe rapportare in qualche modo, anche all’uas dei sacerdoti egizi.

Presso gli Egizi il rosso (DeSheR) riferito al deserto infuocato, poteva assumere un significato ambivalente. Se da un alto avesse rappresentato la vittoria e la vita, dall’altro sarebbe stato a indicare il pericolo. Nelle celebrazioni era costume nella tradizione egizia tingersi il corpo di colore rosso indossando amuleti in corniola, pietra preziosa di colore rosso scuro, che per antonomasia era il riferimento al dio Rha (il dio del sole infuocato).

Il Cavaliere nero, in ebraico detto colore è shahor, di cui la prima lettera ebraica è la shin, che rappresenta la 21 lettera dell’alfabeto ebraico. La lettera shin presenta un duplice aspetto, il primo sarebbe positivo in quanto sembrerebbe innalzarsi verso il cielo, a cui seguirebbe il secondo carattere, dato dal suo aspetto negativo legato alla sua scrittura.

Analizzandola potremmo osservare con molta prudenza un’ipotetica, possibile, realizzazione derivata dalla composizione rovesciata e ribaltata di tre waw, sesta lettera dell’alfabeto ebraico il cui relativo numero è pari a 6 (quindi si avrebbe 18 prodotto di 3 per 6, riducibile anche a 9 simbolo della Trinità elevata a potenza; questo ricondurrebbe al 3 e alla riduzione di 300 che sarebbe il valore normalmente da attribuire alla shin). Se però volessimo considerare un semplicistico avvicinamento solo delle immagini di tre waw rovesciate, forzando le ipotesi, forse in modo un pochino azzardato e fantasioso, potremmo addirittura immaginare come risultato 666. Per essere più circostanziati, secondo il cristianesimo, sarebbe il numero dell’anticristo (come si può notare, “giocando” con i numeri, si possono ottenere molti e strani risultati). Invece la lettura del cavaliere nero con le lame dei tarocchi richiamerebbe la 21: il Mondo.

Esotericamente detto arcano rappresenterebbe la totalità dell’essere umano. Essere sé stessi, capire chi siamo, tutto è uno. Nel corso del nostro cammino noi realizziamo la nostra essenza; occorrerebbe lavorare in modo che la nostra parte femminile si congiunga a quella maschile, quella intellettuale con quella emotiva, cardiaca. Ecco che i quattro elementi si dovrebbero congiungere tra loro al fine che si verifichi la sintesi alchemica la cui condizione può essere vissuta con l’intima esperienza.

Nei quattro angoli della lama 21, di solito, secondo alcuni autori, compaiono i quattro elementi e i quattro evangelisti. La loro disposizione li porta a incorniciare un ovale formato da una ghirlanda di foglie di acacia (i maestri ricordino l’importanza simbolica di questa pianta) al cui interno c’è una figura umana femminile, ricoperta trasversalmente da una striscia di tessuto di colore rosso, che lascia scoperti seni e le gambe; la sua postura suggerisce che è in movimento. La posizione delle gambe incrociate la ritroviamo anche nell’Imperatore e nell’Appeso; tutti gli Arcani Maggiori, che determinano il controllo o lo sprigionamento delle energie hanno queste caratteristiche. In questo possiamo dedurre che il numero 21 è l’emblema dell’uomo e del Mondo, ossia un mondo che non smette di essere co-creato. La figura avvolta dalla ghirlanda di fiori riprende la geometria della vescica piscis, di cui la mandorla è un chiarissimo richiamo al Femminino Sacro, ai concetti di unione degli opposti, di Yin e Yang. È il simbolo dalla grande forza evocativa e simbolica che sostiene la spiritualità dell’homo

Questa personificazione potrebbe condurre anche all’androgino, ossia all’iniziato che assembla in sé l’aspetto maschile e femminile. Sarebbe il rebis degli alchimisti… simbolo dell’apoteosi del compimento dell’opera. Ciò rivelerebbe la veggenza e il mistero che si riscopre in sé stessi. Sarebbe l’uomo che ha viaggiato tra gli archetipi e che ha compreso la parte infinita della conoscenza cosmica. Ecco che l’alchimista con la valenza intrisa nella shin si sarebbe reincarnato in un corpo differente, o meglio, completamente nuovo mentre ancora vive tra i suoi simili. Questo determinerebbe il compimento di quanto afferma Plotino nel nitore della sua XX sentenza: “…di certo vi sono due specie di morte, l’una, ben nota, del corpo che si scioglie dall’anima, l’altra propria dei filosofi – dell’anima che si scioglie dal corpo. E non sempre l’una consegue dall’altra…”.

Proseguendo il numero 21 è il prodotto dei due numeri sacri 3 e 7; è ritenuto il numero della perfezione. Prendendo in aiuto il libro deuteronomico della Sapienza, vengono poste in decalogo le 21 qualità della sapienza. Presso il mondo egizio il colore nero km.t rappresentava il colore dell’Egitto; infatti, al fine di indicare questa regione si usava il termine kemet, ossia terra nera, collegata agli aspetti di rigenerazione e fertilità, ma poneva un riferimento anche al mondo dell’aldilà o alla notte. Non è un caso che le divinità legate a questa accezione venissero ritratte per lo più in nero; ad esempio, esempio lo sciacallo Anubi indicato anche come Kmj il nero.

Il quarto cavaliere identificato per il suo colore verde vegetale è detto yarak in ebraico. Potrebbe trovare una rappresentazione nella X lama dei tarocchi, ossia la ruota della fortuna. Per la sua particolarità è il simbolo del tutto in uno, di cui la ruota legata all’imprevedibilità evoca il concetto di ritmo. Secondo alcuni autori, la parte centrale della lama presenta una ruota che fluttua nell’aria circondata da nubi e su di essa leggiamo le lettere TARO [ricordiamo l’importanza simbolica all’interno del Grado 30° 90° a cui si rimanda] rappresentato da una croce inserita in un cerchio. Le quattro lettere che lo compongono sono posizionate ai quattro punti cardinali: nord, sud (asse verticale), ovest ed est (asse orizzontale) – Il TARO è una figura potente nella quale l’Uomo si osserva e “vede” sé stesso riflesso nel centro della propria croce. Se ben meditato, questo simbolo ci potrebbe “parlare”, indicandoci, attraverso le rette che lo compongono, la via giusta da seguire tra le diverse opzioni che si presentano alla nostra intelligenza, le lettere del tetragramma: yod he waw he e con esse anche i vari simboli alchemici. Sempre secondo alcuni autori, al di sopra della ruota abbiamo una sfinge di colore blu con una spada, mentre al di sotto abbiamo una creatura di colore rosso. A sinistra di detta creatura è presente un serpente rivolto verso il nadir. Altresì nei rispettivi quattro angoli abbiamo un uomo – un’aquila – un toro e un leone; tutti in possesso di ali. In aggiunta a quanto già riportato, questo arcano simboleggia anche la saggezza, quale senso di un sapere che si fonda sull’esperienza ma nello stesso frangente ci potremmo trovare innanzi a un sapere presuntuoso che determinerebbe il ritirarsi sulle proprie idee, volendo simboleggiare anche una riflessione ritirata, che conduce alla ricerca di una nuova visione.

Volendo ulteriormente approfondire l’immagine della X lama, si potrebbe immaginare come la ruota in costante movimento, nella realtà sia il Disco Solare di un imponente Caduceo di colore rosso, a sua volta tenuto in piedi da due serpi che si avviluppano alla base. Il nostro sguardo tenderebbe a focalizzarsi al centro della Ruota per poi allargarsi sulle raffigurazioni poste al centro della lama con le loro connotazioni. La complessità interpretativa nella dinamicità è in continua evoluzione ma allo stesso tempo è immobile ed immutabile nel tempo. Ecco che l’iniziato lungo i sentieri della Purificazione dovrebbe sempre acquisire una maggiore stabilità innanzi al richiamo dei sensi. Egli dovrebbe progredire oltre e queste due immagini che rappresentano gli stati di iniziazione con un grado diverso di aperura del proprio compasso interiore. L’iniziato si ergerebbe appigliandosi ai suoi risalti, evolverebbe fecondando questa trasformazione verso la propria consapevolezza (il corpo azzurro – colore che rimanda anche alla nostra simbologia). Come può realizzarsi questa trasmutazione?

Probabilmente, avendo a riferimento anche il Caduceo. Considerando sempre secondo alcuni autori, la figura che sale, questa tratterrebbe con la mano destra un piccolo caduceo alato; rappresentazione di un utensile per l’intima trasformazione.

Ecco che l’essere che sale sarebbe un Magus, un iniziato. Volendo richiamare la strada che si sta compiendo: Saremmo noi (figura a destra). L’immagine a sinistra che scende, a differenza dell’altra analizzata, terrebbe con la mano sinistra un tridente di ferro, le cui punte volgono verso il basso.

Richiamerebbe la trasformazione di un iniziato caduto in preda alle intime passioni e istinti, divenendo a sua volta schiavo dei vizi e della profanità. La bacchetta magica che doveva condurlo verso la sua Osirificazione si è trasformata in uno strumento di offesa. Ciò rappresenterebbe l’uomo eccessivamente legato all’individualità. L’essere che scende come ogni essere perfettibile diviene schiavo del proprio IO, subisce l’assalto delle passioni, inciampa sulla via che sta percorrendo: siamo noi nell’egemonia delle nostre debolezze e non solo.

L’amore è collegato al colore verde quale sentimento che muove il sole e l’altre stelle (Paradiso XXXIII v 145).

Presso gli Egizi detto colore “wadhj” simboleggerebbe il colore della crescita, della vita e della resurrezione. Il Dio Osiride viene raffigurato in verde, ritornato in vita grazie alla moglie e sorella Iside.

Considerando gli aspetti indicati posso tentare una correlazione tra i quattro cavalieri dell’apocalisse con i quattro mondi kabbalistici, che per sintesi, andranno ripresi è per quanto possibile collegati analogicamente anche a un ulteriore approfondimento ermetico e simbolico:

  • Cavaliere rosso – Atziluth – simboleggia il mondo degli archetipi: l’ideazione, la volontà creativa. Ciò determinerebbe il desiderio che porta a compiere una scelta;
  • Cavaliere bianco, Briah, acqua, simboleggia il mondo della creatività;
  • Cavaliere verde, Yetzirah, aria, simboleggia il mondo della formazione, dell’organizzazione creativa di Briah;
  • Cavaliere nero, terra, Assiah, simboleggia il mondo della realizzazione e della manifestazione materiale e corporea.

I cavalieri dell’apocalisse sarebbero legati anche al valore simbolico del numero 4, che rappresenterebbe altresì i quattro viaggi che il neofita compie prima di ricevere la Vera Luce e, raffigurerebbe anche le quattro fasi alchemiche che compiamo per tendere verso la comprensione tra il microcosmo – individuale – e il macrocosmo – spirituale.

Possiamo, dunque, dedurre, da un certo punto di vista come i quattro cavalieri dell’apocalisse in sella ai rispettivi cavalli dai colori diversi, simboleggino la via del perfezionamento interiore, corrispondenza che ogni iniziato affronta consapevolmente in sé e con sé. Altresì la loro valenza condurrebbe nella profondità l’iniziato nell’affrontare gli intimi “guardiani della propria soglia” al fine di edificare con fortezza il proprio divenire.

Attraverso l’iniziazione, i massoni ricevono “la Luce”, ma il loro dovere è poi quello di “diffondere le verità acquisite”.

Cerca la luce, ma diffondi la verità: uno strano paradosso che fortifica il corrusco del nostro edificare.

La Massoneria Mitzraimita, ricca di simboli e di imperitura Sapienza, trasmette la Tradizione perpetuata del Fuoco Sacro della Conoscenza.

In questo, il Rito di Mitzraïm e Memphis, si avvale anche del Metodo alchemico-ermetico sintetizzato dall’acronimo V.I.T.R.I.O.L. attraverso il quale, all’interno della Cripta della Piramide, rende una lenta, costante e continua rivisitazione o, meglio, pulitura delle storture al fine di riconquistare la propria profonda identità senza appannaggi.

All’interno della Piramide riscontriamo come questo metodo consenta in piena libertà di rettificarci dalle sovrastrutture mentali e dalle imperfezioni conseguenti alla “caduta” nel piano del divenire.

La Cripta della Piramide rappresenta il Vaso Filosofale degli Alchimisti, ossia l’Athanor interiore all’interno del quale il Caos non deve avere possibilità alcuna di entrarvi; qualora questo trovasse una falla, l’anello della catena difensiva si frantumerebbe.

Questo sincreticamente è il mezzo e non il fine dell’iniziazione per Gradi, in quanto rappresenta il “Massimo Mistero Iniziatico” … un Secretum che si svela unicamente e individualmente, incomunicabile per definizione, essenza e natura propria.

 

L’articolo è contenuto nel numero di Ottobre 2024 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

L’Apocalisse sembrerebbe un’opera scritta ispirandosi alla tradizione ebraica e il suo autore si svelerebbe profondamente conoscitore di quei metodi, riscontrabili ancora, anche secoli dopo, nelle scritture kabbalistiche. Fa ampio uso di simboli, di allegorie e si serve probabilmente di metodi di scrittura noti come temura, notaricon e ghematria.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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