Caino: l’eredità ponderosa della fraternità umana

“… fissa le regole in contraddizione…”

Al Pacino l’Avvocato del Diavolo

 

Riflettere intorno ad una figura maledetta come è quella di Edipo del logos greco nell’ampolloso percorso di una rilettura antropologica ed ermeneutica, ci porta filologicamente a confrontare anche i capitoli del logos biblico relativi alla personalità di Caino, utilizzando una lente interpretativa forse a noi più vicina. La sua primogenitura è una figura scabrosa.

In un tempo come questo, carico di odio e di invidia sociale, che tende a chiudere la vita costruendo mura e barriere di ogni tipo, dissertare di Caino potrebbe rappresentare un gesto utile perché se pensiamo alla storia degli esseri umani nel corso dei secoli, questa è ricchissima di mas-sacri tra gli stati, conflitti tra i popoli; raramente si incontrano momenti di pace. Appare quasi che tutti siamo, in un modo o nell’altro, eredi di Caino, il cui nome sembrerebbe la testimonianza dell’eredità più pesante per l’umana esistenza.

Colpire il prossimo è oramai la strategia d’avanguardia dell’uomo di oggi. La “difficile fraternité” si presenta sobillata fin dal suo nascere. Non di rado, si travisa il senso ideologico del fondamento dell’essere, a copia del gesto di Caino su Abele.

Siamo consci che la fraternità, come l’uguaglianza, è assai difficile da realizzare se non nel galoppante linguaggio dell’utopia, della speranza delle grandi ovazioni.

La fraternità per quanto difficile è una realtà costitutiva che, come vedremo in seguito, non viene scelta biologicamente, ma si finalizza in un auspicabile costrutto del vivere quotidiano.

Caino rappresenta, nel principio, la faticosa e dolorosa valenza della fraternità.

I due soggetti sono simili differenti e complementari per quanto entrambi fratelli e proprio l’alterità diviene l’innesco fratricida.

Strano a dirsi ma nel mondo animale non riscontriamo nulla del genere; sarebbe per questo un errore associare il gesto di Caino ad una regressione della violenza umana verso l’istinto animale, per quanto in alcuni casi può divenire una lettura possibile.

In questo scenario, Caino viene meno all’umano e regredisce ad “altro”, nella misura in cui trucida il fratello; possiamo invertire questa lettura focalizzando il concetto per cui, solo nel mondo umano, a differenza del mondo animale, esiste il crimine, l’invidia e la follia.

La violenza che si osserva attraverso il mondo animale, ha sempre a che fare con l’istinto e con la necessità di procacciarsi il sostentamento per la difesa della propria esistenza. È sempre in rapporto stretto con la dimensione dell’istinto vitale; invece, nel mondo umano non è così semplice in quanto l’efferatezza può assumere caratteri di crudeltà e di sadismo, di un modus sottile quasi totalmente estraneo al mondo animale. Potremmo dire che nel mondo umano, la violenza non è un istinto ma bensì una tentazione, quella che nel logos biblico è la prima tentazione che Caino sembrerebbe incarnare in sé stesso. Come possiamo definire questa tentazione? Per tale aspetto si potrebbe ricorrere ad una figura psicoanalitica che è quella dell’allucinazione.

La violenza umana assomiglia all’allucinazione!

Cos’è un’allucinazione?

Probabilmente, quando si trasforma la realtà adeguandola “forzatamente” e “illusoriamente” ai propri desideri.

In questo, prevale il motto del desiderio sulla concretezza; così, altro non è che un modo per negare l’alterità reale, ossia l’asprità della stessa.

Se si riflette, la violenza assomiglia proprio ad una allucinazione. Si ricorre alla violenza quando, per esempio, la realtà impone quelle frustrazioni, quei condizionamenti che non si tollerano, non si sopportano.

Allora si vorrebbe radere al suolo ogni ostacolo, il quale porta in sé un’anima allucinatoria in cui prevale il motto del desiderio rispetto al lavoro tortuoso lungo e difficile dell’alterità della realtà.

Freud scriveva che in ciascuno di noi esisterebbe un inconscio criminale, che vorrebbe semplicemente eliminare il rivale, l’ostacolo. Ecco che in questo senso, la violenza è una forma dell’allucinazione; per questo esiste uno strettissimo legame tra i due fratelli, in quanto il pensiero si struttura sull’assenza della cosa.

Caino realizza la dimensione allucinatoria su Abele e rappresenta il nome di un limite, di un ostacolo. È il nome di qualcuno che gli ricorda di non essere l’unico al mondo e così, Abele viene allucinatamente negato attraverso la violenza.

All’origine della Genesi, vengono riportate due Grandi Trasgressioni: la prima avviene nell’Eden, compiuta dai genitori di Caino, innanzi all’Albero della Conoscenza.

Il dinamismo di questa trasgressione è nella misura in cui l’Eterno proibisce, interdice, un eventuale accesso all’Albero della Conoscenza. Introduce una soglia, un confine invalicabile nel designare una zona inaccessibile, per cui non si può sapere tutto il sapere ed in tal modo, introduce una interdizione che infiamma il desiderio di trasgressione del limite.

Ogni proibizione, ogni interdizione che cada sull’oggetto rende l’oggetto desiderabile; anziché spegnere il desiderio, di fatto lo fa divampare. Ogni proibizionismo non scoraggia il desiderio, ma fattivamente lo incentiva e questa è la prima scena di trasgressione.

La trasgressione di Caino si riferisce non tanto al rapporto con la conoscenza ma al rapporto con il fratello. Egli trasgredisce la legge del legame di fratellanza: uccide Abele.

Esiste un elemento che congiunge queste due scene di trasgressione è questo protagonista è il Serpente che nella prima trasgressione invoglia Adamo ed Eva a trasgredire la legge dell’Eterno. Dobbiamo riflettere sulle parole e sulla natura del serpente, considerato biblicamente il diffamatore, che giunge fino al nostro tempo nel calunniare l’Eterno, dandone una rappresentazione nefasta.

Rivolgendosi ai progenitori dice in sintesi: “questo creatore del mondo vuole tenere i beni tutto per sé; è un egoista, un malvagio e vuole escludervi dal suo godimento”. Insinua il concetto di una dimensione arbitraria del potere dell’Eterno e convince Adamo ed Eva a compiere la trasgressione.

Se leggiamo Caino non possiamo farlo eludendo il dialogo del serpente (come a mio avviso, ritengo importante rileggere il monologo finale del film dell’avvocato del diavolo interpretato magistralmente da Al Pacino e John Milton), perché introduce per la prima volta lo sguardo dell’invidia nel mondo, e Caino diviene una figura radicale dell’invidia, in quanto erede del serpente che introietterà sul fratello Abele.

A questo punto occorrerebbe chiedersi cosa sia l’invidia? Cosa definisce l’odio invidioso che incarna Caino?

Aristotele affermava che: non esiste invidia tra estranei, l’invidia è sempre tra i prossimi, in quanto implica sempre una continuità tra l’invidioso e l’invidiato.

In questo esiste un’invidia; non su una cosa ma sulla vita dell’altro… la vita in cui manca la potenza della vita dell’altro, che è più viva della mia stessa esistenza.

Tommaso D’Aquino riporta come l’invidia determini la tristezza nell’invidioso perché il vero bene che si invidia, è il bene della vita capace di affermare e di affermarsi.

Caino vede in Abele, innanzitutto qualcuno che ha infranto il segno dell’unicità. Da laico occorrerebbe immaginare che nel mito biblico esiste un momento di cui Caino è l’esemplificazione della narrazione, nell’essere il primo figlio dell’uomo che assume una posizione di massimo narcisismo, di cui il testo sottolinea la primogenitura.

Caino non è il figlio di Eva ma è l’uomo di Eva, mettendo in luce un certo fallimento della maternità della stessa, in quanto il proprio figlio è vissuto come un partner.

L’Eterno come ripreso dal logos biblico, preferisce i doni di Abele legati all’attività di un movimento. Se consideriamo l’etimo ebraico della parola Caino, si pone in risalto colui che acquista e quest’ultimo è nell’ordine dell’avere per poter entrare nella dinamica del desiderio.

Caino esce dal confronto con l’Eterno battuto; ha preferito Abele. L’Eterno domanda a Caino: cosa c’è? Tieni il volto in alto, ma non segue risposta, è questo sottolinea un passaggio molto importante, non solo nelle vicende narrate, ma anche nelle relazioni tra gli uomini. Quando la “parola” si interrompe, muove il rischio della violenza è la violenza prospera quando prende il posto della morte della parola.

Possiamo dire che ogni volta che sussista l’interruzione della parola, abbiamo la violenza; invece, quando la parola è presente, tendenzialmente c’è sempre l’interruzione della violenza e nel caso di Caino esiste una chiusura, un silenzio.

Dopo questa chiusura della dialettica della parola, i due fratelli si incamminano nei campi, ma esiste un brevissimo versetto che precede il gesto fratricida, rappresentato dal fatto che i due si parlano, anche se Caino rifiuta di dare una risposta all’Eterno.

La narrazione biblica non riporta il contenuto della parola che ritorna tra Caino e Abele… quanta vita quotidiana esiste in questo passo… i fratelli che provano a parlare nuovamente, ma l’esito di questo dialogo segue di nuovo l’interdizione della parola, seguito dall’atto violento su Abele.

Su questo punto occorre insistere; il passaggio all’atto fratricida sorge con la morte della parola. Dopo l’efferatezza Caino nasconde la sua mano e interviene l’Eterno nel domandargli “dov’è tuo fratello?”

Qui abbiamo una differenza, se consideriamo lo scenario di Abramo quando sta per compiere il sacrificio di Isacco.

l’Eterno frena la mano.

Invece, ciò non accade in Caino… la risposta è forse, perché l’essere umano per costituirsi come uomo deve

passare attraverso il dramma della violenza; come a dire che la vita umana si umanizza solo quando rinuncia alla violenza, ma per rinunciare alla violenza deve passare attraverso l’esperienza della stessa.

Ossia, rinunciare alla violenza e ciò che rende la vita umana.

Diviene chiaro che l’istanza di fondo ci porta a meditare sul fatto che la fraternità per il prossimo si palesa solo attraverso il gesto truce di Caino, ma esiste una possibile opzione? L’eterno chiede a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?” volendo forse significare che rapporto detieni con l’altro? Questo passaggio apre una seria possibilità interpretativa nel focalizzare il punto di partenza radicato nei rapporti tra gli uomini: dov’è tuo fratello? È sta a noi decidere se questo lo consideriamo realmente vicino a noi oppure lo teniamo lontano. Occorre ricordare in questo, se ci sentiamo responsabili dell’altro oppure per noi è del tutto effimero il senso della considerazione fraterna.

La risposta: “Non lo conosco” determina la piena negazione di ogni fraternità: “Sono forse io il custode di mio fratello?” Ecco come si fonda la drammaticità della contro-domanda che custodisce l’irresponsabilità.

L’indifferenza nel misconoscere l’interrogativo dell’Eterno, cui segue “cosa hai fatto”, apre una possibilità nel mettere Caino di fronte alla responsabilità di una crudeltà che misconosce la fraternità, che oltre a rinnegare sé stesso, tradisce allo stesso tempo anche sé stesso. L’essere “fratello di” porta Caino a leggere sé stesso; capita nella quotidianità di baipassare questo peculiare aspetto.

L’identità di ogni uomo per essere tale, dovrebbe interfacciarsi in un rapporto a visus con l’altro, altrimenti ogni azione si può dire confinata solo da un aspetto egoico. Proprio questo instaurarsi di un legame responsabile, si definisce fraternità.

Quante volte viene ripreso, dibattuto e osannato questo etimo nella sua valenza ma di fatto rimane un’entità di solo passaggio tra i “se” e i continui “ma”.

Dov’è tuo fratello?? 

Chiede l’Eterno e Caino risponde: non sono certo il suo custode!

Questa risposta andrebbe meditata perché evidenzia il rifiuto della responsabilità del suo atto; rifiuto di soggettività della sua colpa… prosegue non chiederlo a me… non sono stato io.

Finché Caino si tiene su questa posizione non esiste alcuna possibilità di umanizzazione della vita e non esiste possibilità di ricostituzione della fratellanza.

Da questo potremmo dedurre una tesi generale fondamentale e cioè che la fratellanza non è data dal sangue… non riguarda la stirpe non si è fratelli solo biologicamente; la biologia non dice l’ultima parola sulla paternità e sulla maternità. Tutte le relazioni sono sempre extra biologiche, sono simboliche. Per essere fratelli non basta avere lo stesso sangue; Caino e Abele sono fratelli ma il gesto di Caino si mostra ostile alla fratellanza e la distrugge.

La fratellanza andrebbe costruita su di un altro fondamento, non sul legame di sangue. Essere fratello, al fine di rendere questo momento possibile “non naturale” non biologico, lo riscontriamo nel secondo rifiuto di Caino, quando rivolgendosi all’Eterno dice “la mia colpa è imperdonabile”. Riconosce la dimensione imperdonabile del proprio atto; è in questo movimento che apre una possibilità nuova nel riconoscere nell’intimo la propria responsabilità. Questa è la chiave della vicenda. L’Eterno non chiude gli occhi sul gesto fratricida, non concede un’assoluzione senza conseguenze, non applica la legge senza pietà, non consegna Caino alla morte secondo una logica speculare. L’Eterno biblico invoca una legge capace di non usare la morte come condanna ma interviene nell’apporre un segno su lui… “nessuno tocchi Caino”; ossia, è un segno che lo protegge e nello stesso tempo lo marca del lutto, della memoria di ciò che è accaduto. Protegge Caino dalla ripetizione vendicativa.

In questo straordinario gesto emerge come la fratellanza si fondi sulla responsabilità per il fratello ma questa responsabilità si richiama sulla consapevolezza che ciascuno di noi ha rispetto del proprio altrui, significando che si è responsabili dei propri atti; questo fonda l’etica di una fratellanza possibile: essere responsabile delle conseguenze del mio atto. Caino certamente sarà maledetto come Edipo del logos greco; la vicenda biblica analoga alla celebre tragedia sofoclea, esemplifica l’istanza aggressiva inserita all’origine della storia dell’umanità e sono condannati entrambi nel divenire raminghi. L’odio che acceca e rende incontrollabili le nostre azioni, è la primigenia dell’uomo.

Caino è per estensione, la stessa psiche umana, della quale è il simbolo per antonomasia. Su questo punto occorrerebbe evidenziare che la natura ignora l’odio; questo esiste nell’uomo in quanto espressione del desiderio sul senso di imperfezione che lo caratterizza. L’agire dell’odio si avversa contro tutto ciò che diviene un ostacolo per l’assolutizzazione del proprio ego; è la mancanza della parola come la violenza di Caino che precede il dialogo, contestualizza questa alterità.

Proseguendo in questa analisi, la poesia del fratello Quasimodo “Uomo del mio tempo”, costituisce nell’oggi, un’importante verosimiglianza dell’antico passo biblico.

Caino e Abele sono i primi due fratelli della storia dell’umanità se consideriamo il quarto capitolo del libro della Genesi, ma non sono il senso cronologico; lo diventano nel più profondo senso, in quanto ciascuno di noi è Abele e Caino nello stesso frangente. Il racconto metastorico di Adamo ed Eva, non dobbiamo leggerlo con la curiosità di chi scruta i particolari; infatti, si può rimanere colpiti nel non registrare alcuna reazione emotiva da parte di entrambi i genitori innanzi al fratricidio.

Occorre interrogarsi seguendo anche lo scrittore portoghese Saramago, il quale nel suo libro “Caino”, scrive che il primo omicidio della storia è causato dal capriccio dell’Eterno a causa del rifiuto dei doni di Caino. Nella realtà, ci troviamo a leggere il racconto in uno sviluppo lineare ed esattamente Eva, allontanata dall’Eden, dà alla vita un primo figlio e poi un secondo che viene definito come fratello. Abele non viene presentato come figlio di Adamo ma come fratello di Caino di cui la parola fratello, viene per sette volte ripresa lungo il racconto biblico. In questo passo emerge come l’autore centralizza l’aspetto della fraternità. Ecco che Adamo ed Eva rappresentano i prototipi dell’umanità e Caino e Abele la fraternità. Per questo la fraternità, ridotta esemplarmente a due persone, porta alla differenziazione di cultura, di carattere, di culto.

In questo scenario cosa accade a questi due fratelli? Nel rapporto dell’uomo innanzi al fratello inteso come altro, la non accettazione della diversità dell’altro porta alla sua eliminazione in quanto ritenuto un ostacolo. Il fratricidio nasce dall’uomo che vede l’altro non come fratello, ma come il reale nemico. Qui abbiamo, come già ripreso, la parte centrale posta dall’interrogativo dell’Eterno: dov’è Abele tuo fratello? Caino esprime il proprio diniego nell’avere un fratello e di essere un fratello, nel momento in cui la sua risposta in negativo lo porta a cancellare dalla sua mente la realtà vera di avere un fratello (sono forse il custode di mio fratello?).

Con questa negazione Caino, oltre a cancellare Abele, cancella anche sé stesso ed il suo essere fratello con tutte le conseguenze che ne derivano perché, se Abele nella narrazione non parla mai, però una volta eliminato farà sentire la sua voce: la voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo. La terra impregnata del sangue del giusto grido verso l’Eterno. Questo ci porta a meditare; se non desideriamo ascoltare la voce dei nostri fratelli non possiamo esimerci nel renderci pronti, come scriveva Quasimodo, quando questa giunge dentro la nostra quotidianità: dov’è Abele tuo fratello? La parola del fratello che grida non smetterà di risuonare nelle nostre periferie in maniera inequivocabile, laddove la fraternità viene stroppiata e uccisa dall’odio, dall’ingiustizia e dalla violenza. Il Massone, l’iniziato in generale e in particolare colui che percorre la via del nostro Rito, deve capire che l’altro non è l’inferno (J.P. Sartre), ma è un fratello che può aiutare a tenere il volto verso l’alto, non abbattuto, ma guardandosi negli occhi. Solo così si potrebbe avere una fratellanza condivisa, piena, per poter edificare il Tempio dell’Umanità. Il gesto dell’umano diviene la risposta a questo cruciale interrogativo che costantemente dobbiamo rinnovare nell’intimo di noi stessi; se desideriamo attuarlo, dipende solo da ogni nostra coerenza intellettuale in cui ogni nostra parola, gesto e pensiero, porta vivificare ogni reale valore. Occorre intraprendere relazioni che segnano la reciproca cura.

La fratellanza condivisa e convissuta diventa possibile quando interrompe la furia vendicativa tra gli uomini; per questo diventiamo gli eredi di Caino. L’azione della legge simbolica il Vero Iniziato la dovrebbe conoscere, ponendo l’Uno al rapporto con il Due, costringendo l’uno al legame con l’altro.

Tra gli eredi di Caino cogliamo i babelici (gli uomini della torre), i quali hanno in comune con il maledetto tutto, ciò che la torre implica ed ossia la confusione delle lingue anziché una sola, confusione di un solo popolo, che richiama il sogno di Caino, l’essere l’unico nel non condividere con alcuno la posizione privilegiata nel mondo, l’essere l’uomo di sua madre; ecco che cogliamo in questi la sinistrosità di Caino.

La capacità soggettiva del riconoscimento della responsabilità verso l’altro, come già evidenziato, dovrebbe creare le basi dell’etica, che non potrà esistere senza gratuità e responsabilità nel mettersi in ascolto, al fine di realizzare il passaggio dalla filosofia dell’io a una filosofia del tu. In questo, occorre ribadire che l’imperativo morale o è categorico e incondizionato oppure non è.

La diallage di questa epitome, ci dovrebbe insegnare e fortificare il “segno di Caino”. La ricerca della verità, l’uomo del dubbio deve ricercarla massonicamente, al di fuori del fascino ingannevole del becero realismo che dà una falsa sensazione di verità. Egli, come noi stessi, non può credere in una verità attinta con la grazia di Abele: non possiamo credere in una verità dogmatica. Occorre cercare la verità anche nella piena convinzione che non la troveremo mai; è dunque questo il nostro segno. L’uomo greco poneva al principio della filosofia, una estenuante ricerca al di fuori di una verità svelata. E noi? È qui che il massone (soprattutto del nostro Rito) con il suo libero cercare, nonostante le miriadi pietre di inciampo, nonostante le accuse di relativismo, come i filosofi antichi tenta di proseguire il suo tortuoso percorso conscio delle stimmate di Caino.

Come posto in premessa dovremmo leggere tra le domande del testo biblico, la più drammatica, ossia quella di Caino, in cui emerge allo stesso tempo indifferenza e cinismo. Caino era ben consapevole dov’era Abele, perché era stato lui ad ucciderlo.

Il tempo per quanto ha potuto determinare i tantissimi mutamenti, ci affida un mondo diverso ma la domanda non può escludere la comunità innanzi alle proprie responsabilità. Quando l’altro prorompe nella nostra quotidianità, ci obbliga a interrogarci “sono forse io custode dell’altro?” Per tentare di rispondere, occorre comprendere non solo noi stessi, ma necessita un reale confronto con la realtà e il mondo. Innanzi a ciò, gli iniziati non possono sfuggire, perché il senso basato sulla reciproca conoscenza, richiede una profonda riflessione. Proprio l’etimologia della parola responsabilità, evidenzia nella sua radice la risposta: l’altro ci chiede di “esserci”.

Nel prosequio di questa lettura, Caino non accetta la preferenza che l’Eterno concede ad Abele suo fratello. L’essere fratello, illuminata dall’Eterno è invisa in questo racconto. Che cosa dissesta Caino?  L’Eterno, al tormento di Caino dà un nome che non è lo sdegno per quanto è accaduto ma è una colpa. Caino non inerpica alcuna protesta ma avverte che la sua ribellione non contiene sentimenti nobili e giusti. La sua sedizione resta serbata come una vergogna ma i segni affiorano con evidenza. Abele è felice non gioioso, ma qual è il suo merito? La benevolenza dell’Eterno verso Abele procura la felicità… e Caino? Non ha meriti e l’Eterno li ravvisa?

Caino non comprende che non si tratta dell’inadeguatezze delle sue offerte, la sua mancanza sta proprio nel comparare ciò che è incomparabile: l’intima fortuna con quella di un altro uomo. Proprio il confronto determinerà l’angoscia cui seguirà l’estremo gesto verso Abele.

Caino erroneamente è spinto a quantizzare i meriti, mentre raffronta i premi ricevuti lo conduce a perdere il bene. Nel racconto un altro aspetto segna la particolarità del suo agire, Caino guarda a terra e dentro di sé, allucina una giustizia che pretende di giudicare quella dell’Eterno volendo imporre la sua misura giungendo a palesare un’iniquità insoffribile. Questa ragione pone l’invidioso a nascondere il suo reale volto, in quanto manifesterebbe la sua sofferenza e la sua impotenza. Quando l’invidia oggettivizza valori non acquistabili, diventa impotente e devastante.

La struttura di questa particolarità può condurre a perdonare qualcuno per quanto possiede ma non per ciò che vale; la stessa esistenza ed è vista come una limitazione della propria personalità. Significative sono le pagine di Leopardi in cui, nello Zibaldone (3778), evidenzia che l’invidia nasce nella società stretta nella quale le esistenze degli uomini si espongono agli sguardi altrui. Il principio di uguaglianza tra gli uomini vede la nascita dell’invidia; è l’affermarsi di una società fondata nel confronto di una uguaglianza comparativa di una felicità individuale, perpetuata a diffondersi. Anche Nietzsche annota che dalla polis greca nasce la radice dell’invidia. Infatti l’uomo greco è invidioso, ma non l’avverte come un difetto. Nell’antica Grecia si ammirava la magnificenza dei grandi ed all’invidia si sostituiva l’ammirazione intesa come il tentativo di captare le altrui qualità riconosciute rispetto alle proprie.

In conclusione, i passi di questa narrazione biblica tradotti in termini laici divengono ancora più pesanti. La mancanza di tolleranza di Caino, innanzi ai propri insuccessi, è un sentimento e l’Eterno fa sentire la gravità della sua impotenza. Contro Caino vi è una superiore ingiustizia che lo porterà a non tenere il volto in alto. Nel suo errare, fonderà città con un assoluto imperativo: l’accoglienza, riuscendo a conciliare il disordine con la chiarezza. Il libero arbitrio, come rimarcato da John Milton, deve rilevarsi in una scelta libera ma soprattutto operosa nel valorizzare l’identità con l’altro.

Nel riprendere l’essenzialità del monologo cinematografico, su evidenziato, il messaggio conturbante che emerge, ci interroga sulla natura delle nostre scelte. Il Milton non è altro che il bisbiglio di una tentazione che scegliamo consapevolmente di accettare.

L’uomo non può negare la sua tendenza avida e lussuriosa, posta alla base della sua imperfezione, ma può optare per una scelta? Innanzi alla tentazione pura, senza inibizioni e al bene inteso come piena coscienza, possiamo trovare una mediazione che dia voce ad entrambi, perché fanno parte entrambi di noi; dunque possiamo solo scegliere quale nutrire di più.  Lo stesso Caino altro non è che un male necessario. Non di meno, in ambito sociale, la stessa democrazia deve considerarsi come la necessità della “traduzione”, in quanto non esiste una sola lingua ma una molteplicità di lingue, per cui il sogno di una sola lingua è il sogno del totalitarismo; la bellezza della traduzione è nella ricomposizione delle differenze e di essere al tempo stesso Caino e Abele.

L’articolo è contenuto nel numero di Novembre 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

All’origine della Genesi, vengono riportate due Grandi Trasgressioni: la prima avviene nell’Eden, compiuta dai genitori di Caino, innanzi all’Albero della Conoscenza. Il dinamismo di questa trasgressione è nella misura in cui l’Eterno proibisce, interdice, un eventuale accesso all’Albero della Conoscenza. Introduce una soglia, un confine invalicabile nel designare una zona inaccessibile, per cui non si può sapere tutto il sapere ed in tal modo, introduce una interdizione che infiamma il desiderio di trasgressione del limite.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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