L’equilibrio nell’ermetica del XXVII canto del purgatorio; personali osservazioni rituali e simboliche (prima parte)

Imprimere nel divenire il carattere dell’Essere – F. Nietzsche

Introduzione

Questa riflessione prende avvio da un interrogativo riguardo al modo in cui l’essere umano si relaziona con la realtà cosmica e l’infinito che lo circonda.

Fin dai tempi preistorici, questo legame con il firmamento ha rappresentato una sfida per l’autocoscienza dell’uomo. Mi ha spinto a esplorare ermeticamente il nesso tra il momento presente e l’universo, un fenomeno inevitabile per la ragione umana, poiché l’uomo ha sempre avvertito l’esigenza di porsi domande, senza trascurare la sua meraviglia riguardo al significato ultimo del proprio percorso.

L’uomo a diversi livelli di coscienza, nel suo rapporto con il cielo stellato, con la vertigine e il senso del sublime derivati dall’impressione di vastità, ha creato, sviluppato, in modo creativo e profondo, un “ponte” con il cosmo. Le diverse espressioni artistiche e le mitologie hanno tratto da questo rapporto, un esempio per un mondo da scoprire oltre l’infinito immaginabile.

Il nostro tempio ha le pareti in muratura, anche se perennemente incompiute, simbolicamente raffigurate analogicamente dai mattoni ruvidi, ma non ha il soffitto. Dal suo interno si apre al cospetto del Cielo Stellato. Ognuno di noi deve saper trovare la propria dimensione e il personale spazio di conoscenza, ma anche sapersi rapportare con il mondo.

Percepire quel sublime dinamico kantiano, con la sensazione di irraggiungibilità e di illimitata estensione nello spazio e nel tempo che deriva dall’osservazione del cielo stellato, suscita in ogni iniziato una miscela di sentimenti: attrazione per l’imponenza del Cosmo e angoscia quando si confronta la personale finitezza con l’infinità del firmamento.

La trasmutazione dell’iniziato e il suo compimento deve destreggiarsi metafisicamente nel reggere questo confronto; in un Rito dell’iniziazione ai Misteri Maggiori sorge unita alla potenza dell’Aquila, la quale si invola oltre ogni altezza per giungere all’apice, come riporta la formula di un Libro Egizio dei Morti: “io sono l’ieri, l’oggi e il domani e il potere della rinascita. Conosco gli abissi; è il mio nome”.

 

  • Inizio

I momenti del ritmo stagionale, seguendo l’ideologia arcaica, possono richiamare una modulazione esemplare del mythos in azione. Ogni passaggio solstiziale ed equinoziale determina una drastica inversione nel rapporto luce e tenebra; aspetto comprensibile sul piano esoterico se consideriamo la peculiarità del Fiat Lux cosmogonico.

Questi passaggi astronomici rappresentano nel complesso del simbolismo iniziatico, un particolare segno che consegue e non precede la dialettica astrale della Luce, in quanto sostanzialmente è un’applicazione. Ci chiediamo quale significato simbolico celino e soprattutto quali nessi li distinguano. Gli equinozi presuppongono i solstizi; gli uni senza gli altri diventano incomprensibili.

Ecco che l’alterno avvicendarsi dei ritmi della natura (però differenti e opposti nei due emisferi) in rapporto alla durata della luce e delle tenebre conduce il Massone verso lo sforzo di astrazione metafisica.

La fine del mondo antico segnò la nascita del cosiddetto “mondo degli uomini”; al mythos , ridotto a favola, subentrò il logos del pensiero analitico, per lo più dissacrante. Ad ogni modo, il mondo dell’insegnamento iniziatico conserva la forza del logos in collegamento con il filo di Arianna della Grande Tradizione.

Il simbolismo astronomico nella compagine della dimensione esoterica, coglie la ricchezza dell’Essere, in quanto il pensiero analitico incapace di sintesi, non regge al confronto ermetico con l’intuito simbolico. Il simbolismo è polivalente e allo stesso tempo unitario; attraverso di esso si determina la percezione trascendentale, che attraverso la conseguente azione, trasforma il senso percepito in iniziazione fattiva.

Il simbolo, non dimentichiamo, è esso stesso un fenomeno (nel senso greco phainomenon, “ciò che viene alla luce”) che rinvia a un’idea che lo trascende, meglio ad un complesso di idee, ciascuna delle quali è vera secondo un rapporto scalare: dal banale e immediato a quello più recondito.

Così, il massone si approccia nel consentire una stratigrafia cosmica, nella quale la ricerca del senso si arricchisce con acquisizioni sempre più elevate, ultima delle quali è la coscienza del Reale avvicinandosi alla magnificenza del firmamento in connubio con l’uomo.

Il pensiero muratorio si nutre di simboli e questi simboli sono un segno che unisce ciò che è con ciò che diviene, rappresentando anche un mezzo di conoscenza della realtà sovraindividuale ed extratemporale.

Osservando Rha e il suo cammino, l’idea di un ciclo di rinascite accomuna la renovatio mundi con lo spirito dell’iniziato di fronte alla morte individuale, nell’equivalenza analogica tra Micro e Macrocosmo.

Con l’Equinozio d’Autunno assistiamo sull’eclittica, all’entrata di Rha in Bilancia, aspetto su cui torneremo interrogando alcuni versi del canto XXVII del Purgatorio; quindi, riprendiamo i lavori in officina, rinnovando l’impegno assunto con l’intimo di sé stessi, per trasmutare la pietra grezza in pietra cubica, cercando la Verità senza preconcetti e libera nella profondità della nostra ombra.

L’evento astronomico offre a chi tra noi lo desidera veramente e senza ascosità, la giusta opportunità per tentare di lavorare consapevolmente.

L’iniziato, al pari del profano, comprende che avremo dodici ore di luce e dodici di notte, ma forgiato dal valore simbolico e dalla ricerca esoterica guarda oltre quel sensazionalismo suscitato dal fenomeno.

L’orizzonte del nostro sguardo con la forza della Luce potrebbe irrompere e far crescere quel fulgore concepibile con l’occhio della Verità.

Il segno della Bilancia è associato anche all’equilibrio che si raggiunge al termine di un ciclo. Qui inizia nello zodiaco un nuovo percorso, però le conseguenze non sono uguali ovunque. Ad esempio, nel nostro emisfero la natura sembra morire per poi rinascere, mentre nell’altro, si manifesta il fenomeno inverso. Sono situazioni che nella loro diversità ci inducono a tentare di intuire e forse di comprendere che alcune decriptazioni simboliche, in alcuni casi vanno correttamente circoscritte nel tempo e nello spazio evitando associazioni generali, improprie.

Queste leggi di natura vincolano anche l’uomo. È proprio in autunno che si realizza la separazione ripresa negli scritti attribuiti a Ermete Trismegisto, quando si afferma: “Tu separerai il sottile dal denso con grande abilità”, il che ci riporta a immaginare di separare lo spirito dalla materia; aspetto che noi mitzraimiti siamo sempre esortati a determinare lasciando i vili metalli fuori dal Tempio.

L’insegnamento alchemico di separare i contrari è spesso il più arduo; ed è col vivere nella natura che gli Iniziati si sono formati in quest’arte. Ognuno di noi, con i suoi tempi e i suoi modi, tende ad evolvere.

Il Massone, nella ricerca dell’armonia col costante confronto nel camminare sul pavimento a scacchi, si conduce a tentare di comprendere la simbolica realizzazione della propria pietra cubica, cogliendo l’opportunità di trovare l’armonia de reali o solo apparenti opposti. Nel nostro emisfero, con la diminuzione della luminosità, l’avvento dell’equinozio favorisce il dilatarsi delle tenebre; questo fenomeno, nella sua simbologia, ci indica, e lo leggiamo nella natura del nostro emisfero, che potrebbe essere sopraggiunto il momento per ritornare all’interno della Cripta della Piramide, dove “moriamo in noi stessi”, punto di partenza del giorno d’inizio del nostro periglioso cammino.

Occorre prepararci a morire simbolicamente per poter rinascere; è proprio per questo che abbiamo bisogno anche dell’oscurità. Dobbiamo consapevolmente e senza ipocrisia, capire chi siamo equilibrando la nostra dualità; è necessario armonizzare lo spirito e la materia per poter vivere correttamente l’interezza del nostro essere massoni.

Ci viene insegnato come l’inizio dell’Opera si adempia ai suggerimenti nel saper guardare il nero, nell’averne piena coscienza, al fine di tentare di trasmutarlo grazie alle scelte quotidiane e alla loro messa in pratica; quindi attraverso l’uso dello scalpello e maglietto.

La minuziosità, senza comprendere l’immutata imperfezione di ognuno, non garantisce il proseguimento del lavoro che liberamente abbiamo deciso di compiere su noi stessi. Questo è un aspetto difficile da maturare se manca la volontà innanzi al semplice vocalizzare termini e simboli!

La pedagogia muratoria (soprattutto la nostra) non tende ad esaltare le qualità dell’iniziato, ma bada bene soprattutto alle sue imperfezioni, sottolineando che, come esseri umani, siamo sempre propensi a commettere errori; il periodo di tenebre (per noi) autunnali, rappresentano quella possibilità che abbiamo di incontrare l’essenza della Vera Luce che dimora nell’interiorità.

Il Nero del pavimento a scacchiera potrebbe rimandarci anche alle prove che dobbiamo affrontare e superare, e non necessariamente alla contrapposizione col bianco, cioè da un certo punto di vista, il bene; le tenebre verso le quali torniamo, rappresentano quell’aspetto che dobbiamo cercare in noi al fine di integrarlo e armonizzarlo.

L’equilibrio tra giorno e notte potrebbe darci il senso dell’armonia da ricercare interiormente; una chiave (tra le tante) di lettura più profonda di questo processo, ci viene data dall’alchimia. Il segno della Bilancia regge la sublimatio, quale espressione di equilibrio e giusta misura di tutte le cose, e richiama il desiderio di evolversi verso un rinnovamento più innovativo. Aspetto non facile… occorre meditare!

Al fine di comprendere questo passaggio di riflessione, non possiamo lasciare spazio al caso. Per questo, potremmo provare ad addentrarci nel riprendere il segno della Bilancia.

Il segno dell’Ariete è raffigurato dal Fuoco, mentre quello della Libra dall’Aria.

Per quanto riguarda l’aspetto fisico, senza il comburente (aria), il fuoco non può svilupparsi.

Se la nostra mente venisse allenata correttamente a “vedere oltre” non potrebbe non intuire quanto sia riportato anche nei testi alchemici: ovvero, che un segno zodiacale (Bilancia in questo caso) diviene funzionale all’altro (Ariete).

Se desiderassimo realmente compiere determinati passaggi in Ariete, dove il fuoco (energia) interiore inizia a manifestarsi in modo irruento, prima di consolidarsi nello zenit leonino, sarebbe necessario che le migliori disposizioni individuali (comburente energetico) fossero a un livello ottimale; ossia, preparate per tempo anche dalla Bilancia.

Per questi ed altri aspetti siamo riportati all’introspezione con un eventuale passaggio attraverso le tenebre: quando ci ritrovassimo in Ariete, dovremmo avere la capacità di alimentare il fuoco che rappresenta il meglio di noi stessi.

In tutto questo potrebbe mancare in noi qualcosa di molto profondo che ci permetterebbe di avviare coscienziosamente i fornelli del nostro athanor.

Proseguire senza energia sarebbe come alimentare inutilmente un fuoco che non riscalda e soprattutto che non rende egemone l’opera che stiamo percorrendo.

Dante stesso ci prende per mano, suggerendoci nella lettera a Cangrande della Scala, che il poema può essere interpretato in diversi modi: letterale, allegorico, morale e anagogico. Questo “sovrasenso” è il più complesso, come descritto nel Convivio. All’interno della Commedia, ci invita a cercare il significato nascosto in molti punti: “o voi che avete gli intelletti sani \ mirate la dottrina che s’asconde \ dietro il velame delli versi strani” (Inferno IX, versetti 61-63). È dunque essenziale affidarsi alla profonda valenza semantica del simbolo.

Considerando il nostro percorso, senza deviare troppo, molti sostengono che il Divin Poeta fosse vicino ai Templari. Questo in funzione di una sua possibile adesione ai “Fedeli d’Amore”, ovvero ad una società iniziatica di cui avrebbe fatto parte anche Guido Cavalcanti e che si presentava come una sorta di ramificazione dell’Ordine Templare.

Oggi, i cosiddetti Templari sono talvolta oggetto di speculazioni legate a figure auto-referenziali di eventuali “Gran Maestri”.

La storia tormentata dell’Ordine sembrerebbe attraversare il poema con un’aura sinistra, mentre altri eventi storici sono narrati esplicitamente. L’epilogo templare è accennato in modo da creare un reticolo di suggestioni inquietanti.

Ecco come i detrattori e la minaccia distruttrice del Tempio sono spesso criticati con severità, diversamente da altri malvagi. In questo contesto, il punto di vista di Eliphas Lévi (Alphonse Louis Constant) sembrerebbe voler fondere la tradizione alchemica con quella neo-templare.

Il Bafometto, l’idolo che secondo le inverosimili accuse di Filippo IV sarebbe stato venerato dai Cavalieri del Tempio, diviene per quell’esoterista un simbolo di Lucifero. Un’immagine con la testa di capra, con una fiamma tra le corna e le ali di uccello, conterrebbe in sé vari elementi che rappresenterebbero la simbolizzazione dell’equilibrio degli opposti: metà -umano e metà-animale, maschio e femmina, bene e male; in alcuni casi presenterebbe sui bracci sinistro e destro le scritte “solve et coagula”, che inviterebbero l’iniziato ad utilizzare tale modalità per dare l’avvio alla Grande Opera. Il braccio sinistro indicherebbe una luna crescente, simbolo dell’uomo non iniziato, mentre il braccio destro punterebbe verso il cielo, luogo della purezza.

Il cielo indicato non sarebbe quello diurno, ma quello notturno, in cui la luna crescente rappresenterebbe le conoscenze enigmatiche necessarie per raggiungerlo.

Di solito si immagina che il processo alchemico inizi con il piombo, un metallo pesante e oscuro che simboleggia lo stato grezzo della materia, inclusa quella umana nella tradizione iniziatica. In questa fase, la materia è priva di luce e tende verso il centro della gravità terrestre. Attraverso una serie di trasformazioni, l’alchimista cerca di ottenere l’oro filosofale, una materia trasmutata che diventa perfetta e luminosa, consentendo l’acquisizione della conoscenza aurea, “l’Aurea apprehensio”. Gli alchimisti più consapevoli comprendevano che questo processo rifletteva un cammino interiore di trasformazione, slegando il loro profondo dalle catene per avvicinarsi alla Vera Luce.

Un elemento fondamentale di questo percorso consisteva nel rompere i legami esistenti, processo noto come “solve”, appartenente alla fase al nero o nigredo, dove si affrontavano e separavano gli elementi opposti. La materia dissolta veniva poi sottoposta a continue distillazioni e condensazioni “coagula” per raggiungere l’albedo, la purificazione.

La materia dissolta doveva purificarsi nelle acque per risorgere dalla decomposizione nella purezza dei suoi elementi costitutivi, così come descritto nel battesimo con la rugiada (Purgatorio 1, versi 121-129), trasformando la propria essenza in uno stato superiore. Era necessario fissare il “mercurio”, unendo lo spirito vitale liberato (Mercurio) al lavoro al nero alla materia (Saturno), che lo vincolava.

Concettualmente, questo passaggio consente la rinascita, ma bisogna nuovamente collegarlo al-la materia-Saturno in una relazione funzionale invertita.

Il risultato di questa unione sarebbe costituito dall’Androgino, simbolo della mascolinità e femminilità unite, evocando l’unità primordiale che trascende il dualismo e conosciuta anche come Rebis, ovvero due cose in una.

Solo nella terza cantica, il Paradiso, il sommo poeta completerà l’Opera al Rosso o “Rubedo”, identificandosi con il Principio e partecipando della sua essenza. L’iniziato dovrebbe apprendere gli insegnamenti del proprio maestro per sprigionare la potenza del logos e portare a compimento l’opera immanente. In questo passaggio, la Luce Vera guida verso il nostro divenire.

In questa diallage, come accennato all’inizio, il Canto XXVII del Purgatorio è un canto molto importante nel far emergere collegamenti con l’opera trasmutativa, pur considerando come l’intera Commedia si articoli in tal senso.

Il cambiamento interiore e di passaggio in questo contesto possiamo definirlo iniziatico.

Al fine di rendere comprensibile una simile connessione, questa analogia di azioni e di trapassi temporali dal passaggio dal muro di fuoco al segno della Bilancia, porteranno Dante a diventare Signore di sé stesso, come riferirà Virgilio (la ragione) alla fine del canto.

Gli aspetti trasmutativi sono elementi salienti che emergono nel continuum del XXVIII canto del Purgatorio, che mettono in confronto il viaggio del Divin Tosco con quello dell’iniziato.

Esotericamente, nel corso dell’intera opera il pellegrino affronta l’importanza del processo alchemico.

Proprio per questa complessità ermetica, occorrerà considerare quei simboli che connaturano ogni collegamento per rendere possibile una lettura in tal senso.

Il Fuoco che il poeta\protagonista dovrà attraversare e la sua elevazione a padrone di sé stesso, sono tutti elementi di valenza ermetica nel viaggio che compiamo con l’iniziazione.

Questo canto si apre e si chiude elevando la magnificenza del Sole e, in particolar modo, il numero 27 (che lo identifica) sommato ghematricamente, ci dà il 9. Detto numero è il quadrato di tre e rappresenterebbe lo stato perfetto, limite umano ideale.

Il canto di vigilia e di soglia rappresentano un mutamento interiore e di passaggio che non vediamo, ma possiamo definirlo iniziatico.

I rapidi trapassi temporali e le azioni delle ultime ore del giorno, come ad esempio il tramonto fissato alle 18 e il passaggio del muro del fuoco, condurranno il Divin Tosco fino al giardino dell’Eden, cui seguirà il discorso di Virgilio e la dichiarazione da parte dello stesso in merito alla conquistata libertà da parte del suo discepolo, divenuto ormai padrone di sé.

Qui cogliamo l’intreccio potente in cui Dante deve attraversare da vivo il fuoco come una salamandra, di cui la paura diviene uno ostacolo non facile affinché si compia la nuova condizione. Essere padrone di sé: tutto questo ci evidenzia iniziaticamente un passaggio simbolico dalla vecchia vita – morte – nuova vita… morire a sé stesso e rinascere.

È importante in questo contesto comprendere l’animosità di Dante mentre guarda atterrito il fuoco e rabbrividisce all’idea di dover attraversare le fiamme.

Virgilio osserva il volto spaventato di Dante… e gli ricorda che in Purgatorio nessuna pena può causare la morte; così, quel fuoco non può nuocergli nemmeno se dovesse stare lì dentro cento anni.

Ci troviamo nel bel mezzo della Commedia, ossia nel punto esatto “del mezzo del cammin”, da dove il viaggio aveva preso inizio, ai piedi di un colle e nel folto di una selva “selvaggia e aspra e forte” (inferno I, 5) in cui Virgilio era giunto in suo aiuto.

A siglare questo cammino iniziatico a confronto di quello poetico ed esistenziale nel mezzo del suo cammino, abbiamo l’atto dell’incoronazione. Il pellegrino deve, però, lasciare “lo dolce maestro” come rappresentato nel 1 canto dell’Inferno verso 85.

Dante oramai solo (apprendista…) è solo, desideroso di proseguire il viatico senza più indugiare; egli lascia la riva e s’inoltra ancora una volta, come aveva fatto nell’incipit dell’Inferno; ma, questa volta “un’aurora dolce, senza mutamento” (Purgatorio XXVIII, 7) lo convince ad attraversare un paesaggio quasi bucolico.

Nel centro esatto del viaggio di conoscenza, assistiamo ad una consegna di ruoli; Virgilio consacra Dante duce di sé stesso (Purgatorio XXVII – 131) … libero nella volontà e nel desiderio. Ulteriore aggiunta che merita evidenza è data quando Dante farà lo stesso con il lettore in vitandolo a contemplare l’ordine del creato da solo “messo t’ho innanzi; omai per te ti ciba” (Paradiso X,25).

Come Virgilio legittima Dante nella sua libertà di autodeterminarsi, alla stessa maniera l’autore della Commedia lo farà con il lettore, perché tutta la sua attenzione è rivolta a “quella materia ond’io son fatto scriba” (Paradiso X, 27), la materia del viaggio ultraterreno.

Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: per ch’io te sovra te corono e mitrio.

Purgatorio XXVII v 139 -142

In una prima illazione, dobbiamo sapere, senza tentennamenti, cogliere “quel velame” che dissimula l’intimo senso del valore della nostra iniziazione; è mia desianza affidare attraverso le parole di Eugenio Montale (non iniziato) un versetto della “ermetica” poesia: “Gli Uomini si voltano”:

Ha raschiato a dovere la carta a vetro e su noi ogni linea si assottiglia.

In questo corto passo montaliano, emerge come uno dei concetti della simbologia iniziatica si basi su analogie e allegorie muratorie e architettoniche; l’iniziato paragonato alla pietra ruvida… da “sgrassare”, simboleggia l’espoliazione del lavoro che compie nel rendere perfettibile la ruvidità della propria pietra. In questo, la carta vetro ripresa dal poeta, ha levigato le oscure venature interiori riportandola ad una purezza archetipale.

Siate intuitivi e pronti nel cogliere in voi quell’equilibrio oltre la materia…

  • sì stava il sole; onde ‘l giorno sen giva; vers. 5
  • Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; vers. 130
  • Vedi lo sol che ‘n fronte ti riluce; vers. 133

 

Ad ogni modo, per ora mi fermo qui; procederò in un prossimo secondo articolo riprendendo il discorso con un ulteriore approfondimento esoterico del canto XXVII del Purgatorio.

 

L’articolo è contenuto nel numero di Novembre 2024 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Il simbolismo astronomico nella compagine della dimensione esoterica, coglie la ricchezza dell’Essere, in quanto il pensiero analitico incapace di sintesi, non regge al confronto ermetico con l’intuito simbolico. Il simbolismo è polivalente e allo stesso tempo unitario; attraverso di esso si determina la percezione trascendentale, che attraverso la conseguente azione, trasforma il senso percepito in iniziazione fattiva.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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