Pratiche comuni nel nostro ambito liturgico, per rivolgersi alla dimensione del sacro (appunti personali)

La preghiera, l’orazione, l’invocazione e l’evocazione si presentano nel nostro contesto, come quattro forme distinte di ricerca e di azione spirituale.

Sono profondamente interconnesse e consentono all’Iniziato di tentare un’esplorazione significativa anche della propria essenza in relazione all’Universo. Nelle nostre liturgie, questi atti rappresentano diverse forme di auspicabile progressiva connessione con il divino, ognuno con ruoli specifici e complementari.

Prima di analizzare le dinamiche di interazione tra questi elementi, è opportuno richiamare alcuni concetti chiave che ne delineano l’importanza e la funzionalità, anche se sono sicuramente già noti.

La Preghiera, per esempio, può essere vocale o mentale, personale o comunitaria, libera oppure liturgica. Si potrebbe configurare come un atto intimo di comunicazione; è un’espressione che può variare da un semplice ringraziamento a suppliche più profonde.

Essa è intrisa di significato e intenzione, riflettendo il desiderio di connettersi con forze superiori, di cercare sostegno, guida e comprensione.

Nelle varie tradizioni, la preghiera potrebbe diventare un mezzo per manifestare ciò che si desidera, operando in sinergia con le leggi universali. Questa pratica, peraltro, assume forme spontanee e personali, permettendo di esprimere sentimenti, pensieri attraverso parole e frasi create al momento. Tale approccio consente un flusso libero di espressione e un tentativo di dialogo diretto con il divino, senza seguire schemi prestabiliti.

Contemporaneamente, predispone anche alla vigilanza, cioè all’atteggiamento interiore, utile per sorvegliare i propri pensieri, discernendo secondo coscienza (auspicabilmente libera da condizionamenti formativi, educativi, ecc.), quelli buoni da quelli malvagi per coltivare quelli buoni e dissolvere quelli che personalmente non sono ritenuti tali.

È importante non confondere la preghiera spontanea con quella strutturata, che segue una forma definita e un linguaggio specifico, spesso ispirato a testi sacri o a particolari tradizioni religiose. Preghiere come il “Padre Nostro” o le varie litanie offrono formule prestabilite che guidano nella comunicazione con il divino e fungono anche da strumento di autoanalisi e di riflessione sulle emozioni.

Questa introspezione permette di affrontare paure, ansie, desideri, promuovendo una maggiore consapevolezza spirituale. La pratica regolare della preghiera strutturata può diventare un rituale quotidiano, un momento di connessione con il sacro, simile a una meditazione profonda.

Nel nostro ambito, viene suggerito continuamente di esercitare anche una forma di preghiera meditativa, la quale favorisce il fluire o il sorgere di pensieri che vengono suggeriti, stimolati, ispirati dalle fonti più diverse, come: ricordi, incontri, discorsi, letture, fatti, immagini, simboli ma anche o soprattutto dagli stessi argomenti previsti per ogni tornata. Ciò costituisce un immenso bacino di spunti configurandosi probabilmente come la forma più praticata.

Se si persiste in tali abitudini, ci si potrebbe trovare a prendere in considerazione anche l’esercizio della contemplazione, la quale si configura come la forma di preghiera considerata più spirituale, in quanto si ritiene in comunione con i livelli più elevati, essendo stati definiti dall’uomo come quelli più vicini a Dio. Quindi, si tratterebbe di lasciare emergere quella presenza divina nell’uomo che ispira direttamente pensieri, parole, immagini, azioni, per cui la connessione con i livelli spirituali sarebbe naturalmente intensa.

In sintesi, la preghiera può essere vista come un’introduzione intima al dialogo spirituale, creando uno spazio in cui si possono esprimere desideri, paure e gratitudini. Questa pratica, dopo opportune conquiste interiori, tramite cui i condizionamenti passionali sono stati debellati, può consentire una connessione sincera con il divino, facilitando l’apertura del cuore e della mente a esperienze trascendentali.

Passando all’Orazione, essa emerge chiaramente come differente dalla preghiera. Si presenta come un atto formale di comunicazione, caratterizzato da un linguaggio e da una struttura specifici, spesso derivati da testi liturgici.

Durante i Lavori, questo è per lo più un discorso caratterizzato da cosciente solennità; può essere anche di breve durata ma deve riguardare gli argomenti previsti per ogni singola tornata. Secondo i nostri regolamenti però, non bisogna fare inutile ricorso a forme di manierismo oratorio e neppure a quelle in forma scritta di esercitazione retorica, per altro sempre sconsigliata.

Rappresenta una connessione profonda con la tradizione spirituale, fungendo da “ancoraggio” per esprimere intenzioni significative.

La recitazione di frasi ritualmente prestabilite, cariche di valore simbolico, dovrebbe consentire di entrare in sintonia con le vibrazioni spirituali, e attivare un campo energetico che faciliti l’incontro con le forze superiori. Esempi di orazione strutturata si riscontrerebbero in ambito religioso, nell’uso di litanie o nel Rosario, dove ogni “Ave Maria” è considerato un atto di venerazione e rispetto. La ripetizione di tali orazioni non sarebbe solo un’espressione di fede, ma anche un modo per elevare la propria vibrazione energetica, auspicando di attivare una presenza divina.

In un contesto sacrale come quello previsto dalle nostre liturgie (differenti in ogni camera e grado, sia maschile, che femminile), essa trascende le parole, diventando un atto energetico capace di influenzare la realtà circostante e di stabilire un ponte tra l’Iniziato e le forze esterne. Durante i Lavori, richiama energie specifiche auspicando la protezione o la guida di entità superiori. L’intenzione, in questo caso, riveste un ruolo cruciale, poiché le parole pronunciate con sincerità e devozione tenderebbero ad attivare vibrazioni in grado di attrarre forze benefiche.

In sintesi, l’orazione offre una struttura e un linguaggio specifico per comunicare intenzioni profonde; si distingue per la sua formalità e per i riferimenti anche ai testi sacri ma ovviamente non solo a quelli. Questa dimensione rituale non solo guida il praticante nella sua espressione, ma agisce anche come un ponte tra il mondo materiale e quello spirituale, facilitando l’accesso a stati elevati di coscienza.

L’Invocazione (il termine, deriva dal latino in-vocare, chiamare dentro),

designa una richiesta rivolta ad una potenza divina superiore, implorandola affinché fornisca un aiuto, un sostegno, o una protezione.

È spesso confusa con la preghiera e l’orazione; si caratterizza per l’uso di formule specifiche, gesti simbolici e di un’intensa concentrazione all’interno di un ambiente sacro, poiché la sua efficacia dovrebbe essere amplificata da un contesto energetico favorevole.

Questa modalità di comunicazione richiederebbe una preparazione e una reverenza particolari, rendendo il momento teurgico, sacro e significa tivo per il praticante e per la comunità. L’invocazione si pone quindi come un ponte tra il mondo materiale e quello spirituale, permettendo al praticante di richiedere guida, protezione e illuminazione.

Infatti, poiché con le sue formule e gesti simbolici, ci si predispone a richiamare forze superiori, ciò richiede però una preparazione e una predisposizione particolari. È attraverso questa chiamata che il praticante si immerge in un’esperienza di comunione con l’energia divina, aprendo la porta a un’interazione profonda con il sacro.

L’Evocazione (il termine, deriva dal latino ex-vocare, “chiamare fuori” o “chiamare da”) d’altra parte, si potrebbe definire come un processo attivo di manifestazione, in cui il praticante non solo invoca la presenza di forze esterne, ma lavora anche per farle interagire nel proprio spazio sacro.

Infatti, si prefigge di stabilire un contatto esteriore con entità spirituali, su un piano sensibile e manifesto, auspicando di portarle ad essere presenti e ad agire sulla realtà fisica terrena, immanente.

Attraverso formule e rituali specifici, tramite l’evocazione si cerca di attrarre e canalizzare le energie desiderate, permettendo una connessione tangibile e operativa con l’ambito metafisico.

L’evocazione implica un’azione cerimoniale diretta per influenzare la realtà circostante, utilizzando simboli, gesti e parole al fine di attivare e dirigere le forze spirituali.

In alcune situazioni rappresenta l’apice del processo, in cui l’Iniziato come ho già accennato, chiama a sé le forze divine e lavora attivamente per manifestarle nel proprio spazio sacro. Però, lo ripeto, questo atto richiede un’impostazione energetica e mentale, sottolineando l’importanza della concentrazione e dell’intenzione.

Preghiera, orazione, invocazione ed evocazione sono pratiche essenziali, tutte presenti, seppur in forme diverse e solo in particolari momenti, nelle nostre liturgie. Questi strumenti spirituali possono permettere ai Fratelli di esplorare e approfondire il loro legame con il sacro, ma rappresentano anche un viaggio interiore verso la comprensione di sé e dell’Universo.

È essenziale conoscere e distinguere queste diverse fasi, poiché non operano in isolamento, ma si alimentano reciprocamente, creando una sinergia che amplifica l’esperienza spirituale.

Tentare d’intuire e poi auspicabilmente di comprendere co-me si intrecciano e si supportano, consente ai Fratelli, in caso di successo, di accedere a livelli più profondi di comprensione e di connessione, arricchendo così il loro percorso spirituale. La consapevolezza di queste dinamiche non solo faciliterebbe il dialogo con l’Universo, ma potrebbe portare ad una trasformazione personale profonda, svelando anche prospettive nuove e opportunità lungo il personale cammino.

Un esempio significativo potrebbe essere rappresentato dalla nostra invocazione di apertura, che riconosce la “Potenza Suprema” attraverso titoli che celebrano la diversità e la grandezza del divino. Il Venerabile Maestro utilizza formule specifiche, simboli e gesti, tutti orientati a richiamare la presenza delle forze invocate. Assumendo una posizione prevista dalla simbologia memphitica, tiene nella mano sinistra una spada fiammeggiante e nella mano destra un maglietto. La spada simboleggerebbe un possibile strumento di canalizzazione ricettiva dell’emanazione spirituale più elevata, mentre il maglietto rappresenterebbe un simbolo dell’intelligente volontà che agisce e persevera per una realizzazione concreta. Tutto questo, indicando l’intenzione di plasmare la realtà attraverso l’energia invocata. Questa posizione non solo dovrebbe fungere da catalizzatore energetico, ma anche stabilire un contatto diretto con le forze superiori.

In questo modo, l’invocazione diventa uno strumento potente per la manifestazione, in cui l’entità invocata è chiamata a partecipare attivamente al rito. La combinazione di parole e di atti simbolici creerebbe un campo energetico che inviterebbe la forza spirituale, desiderata, a manifestarsi, rendendo percettibile almeno una scintilla della sua saggezza e potenza.

Se poi prendiamo in esame la recitazione di testi rituali, possiamo notare che rappresentano anche un momento di intensa connessione emotiva e spirituale, in cui la gratitudine e il rispetto per le entità invocate si svelerebbero essenziali per stabilire una relazione di reciprocità e di armonia.

A differenza dell’invocazione di apertura, quella di chiusura rappresenta un momento di riconoscimento, in cui il Venerabile Maestro esprime il proprio ringraziamento per l’assistenza prestata. Essa chiude simbolicamente i Sacri Lavori, consentendo ai Fratelli di tornare alla propria realtà quotidiana con una rinnovata energia necessaria per mettere in pratica le eventuali scelte di cambiamento interiore, collegato al fare concreto, quotidiano. Questo gesto non solo riconoscerebbe il dono ricevuto, ma contribuirebbe a mantenere l’equilibrio energetico.

Anche la predisposizione dell’Acqua Lustrale è un significativo esempio di interazione tra gli elementi di orazione, invocazione ed evocazione, manifestando caratteristiche distintive.

Non si tratterebbe di una mera formula, ma di un rituale complesso che prevede diverse fasi, dalla preparazione dell’acqua alla meditazione del Venerabile Maestro, fino alla recitazione della formula finale. La preparazione trascende la semplice invocazione o orazione; è un processo rituale che richiede meditazione profonda e una connessione consapevole. Questa pratica dovrebbe consentire una sinergia tra il Venerabile e le forze superiori, creando un ambiente energetico favorevole.

L’invocazione si manifesta nel momento in cui il Venerabile Maestro si dispone a ricevere la guida e la benedizione del Divino. La recitazione della formula, inclusa la menzione del Nome Sacro, rappresenta una chiamata alle forze superiori, mirata a stabilire un legame diretto con il sacro.

La corretta esecuzione comprensiva di pronunciamenti, fungerebbe anche da orazione, esprimendo venerazione e rispetto verso il Divino, dal momento che ogni cosa è fatta in suo nome. In questo contesto, l’orazione acquista una dimensione rituale, facilitando una connessione profonda con le energie superiori e promuovendo, auspicabilmente, una maggiore consapevolezza. Nel contempo, il rituale si avvicina all’evocazione, poiché il Venerabile Maestro non solo chiama a sé le forze divine, ma si impegna anche ad attivare e canalizzare spiritualmente l’energia del Fuoco e dell’Acqua.

L’unione simbolica di questi due elementi, potrebbe rappresentare il processo di manifestazione e in tal caso, non ci si limiterebbe a esprimere richieste, ma si lavorerebbe attivamente per creare, in nome del Supremo Artefice, una nuova realtà, armonizzando le energie del Fuoco e dell’Acqua in una dimensione sacrale.

Un altro esempio significativo dell’interazione tra questi elementi, è rappresentato dalla pratica per noi comunemente utilizzata per la protezione dell’ambiente, che può essere vista come un’azione di purificazione e di difesa, volta a creare uno spazio sacro e sicuro.

Questa azione implica un insieme di azioni intenzionali e simboliche, in cui si intrecciano elementi di invocazione ed evocazione.

L’atto di pronunciare la formula prevista, si configura come un chiaro elemento di invocazione: il Venerabile Maestro richiama a sé la potenza del divino, utilizzando il Nome Sacro per evocare la presenza protettiva e la benedizione delle forze spirituali. Questo gesto avrebbe l’obiettivo di stabilire un legame diretto con i piani superiori, richiedendo assistenza per allontanare forze indesiderate.

Contemporaneamente, questa pratica includerebbe anche aspetti di evocazione, poiché non ci si limiterebbe a invocare le forze divine, ma si compirebbero attivamente azioni mirate a scacciare le energie negati ve. L’uso della spada per tracciare ciò che sia necessario, è un chiaro atto di evocazione, in quanto il Maestro si impegnerebbe, sempre nel nome del Supremo Artefice, a risvegliare e a canalizzare varie energie protettive configurandole come scudi contro influenze ostili che verrebbero respinte all’esterno dello spazio sacro.

Analogamente, nella fase della copertura del Tempio, lo Hieroceryx, o chi svolge tale funzione, è incaricato di verificare l’assenza di ritardatari o ospiti. Prima di rientrare nel Tempio, traccerebbe nell’aria quando sia necessario e previsto, con la spada, impugnata dalla mano destra.

Questo gesto non sarebbe solo simbolico, ma rappresenterebbe un atto di purificazione e di protezione, volto a proteggere lo spazio per il rito che seguirà. Per svolgere in modo corretto ed efficace tale funzione, lo Hieroceryx dovrebbe essersi preventivamente elevato dai rumori della materialità. Così potrebbe pronunciare anche una formula di invocazione per allontanare qualsiasi nemico di Dio, creando in suo nome, un ambiente energetico favorevole e sicuro.

Un ultimo esempio di queste correlazioni può essere visto nell’attivazione del Sacro Triangolo, eseguito sempre durante i Lavori, sotto la guida del Venerabile Maestro.

Questa pratica per essere veramente efficace, richiede soprattutto che il Venerabile Maestro e i Dignitari (Mistagoghi oppure Sibille in ambito femminile) abbiano trovato in precedenza, un rapporto evoluto, stabile con la propria coscienza (non più condizionata o offuscata dalle personali passioni), elevando la propria consapevolezza attraverso il sentire dell’anima verso lo Spirito Divino. Questo momento di introspezione e di concentrazione può essere considerato un atto di preghiera, poiché richiede un’intenzione profonda e una connessione interiore oltre ad una possibile visualizzazione mentale di cosa, come conseguenza, stia accadendo in altri piani.

Quando si alzano le braccia, formando un circuito energetico attraverso le spade e i maglietti, si attiva un’invocazione collettiva che chiude simbolicamente il cerchio attorno al Tempio, sia su piani sottili, che materiali. Tutto questo in connessione con le forze superiori, crea un ambiente protetto e favorevole per il rito in corso.

In questo contesto, la chiusura dello spazio fisico diventa anche una forma di evocazione, poiché si tratta di un processo attivo in cui non solo si invoca silenziosamente la protezione, ma si lavora anche per stabilire un equilibrio energetico tra i partecipanti e il sacro.

Tutto ciò suggerisce come l’evocazione e l’invocazione si intreccino, contribuendo a rafforzare il legame tra i Fratelli e le Forze Divine, mettendo in evidenza la loro sinergia all’interno delle nostre liturgie.

In conclusione, durante i nostri Lavori, la preghiera, l’orazione, l’invocazione e l’evocazione sono spesso pratiche interconnesse, ognuna delle quali svolge un ruolo unico e complementare.

La transizione tra i vari stati spirituali, durante la funzione rituale, richiede un’attenzione particolare a diversi elementi chiave.

È fondamentale avere un’intenzione chiara che guidi ogni atto, permettendo di focalizzarsi su ciò che è previsto da sviluppare interiormente ed esteriormente.

La preparazione mentale e cardiaca gioca un ruolo importante: mantenere il focus e la consapevolezza cosciente durante l’esecuzione rituale è essenziale per facilitare una connessione profonda con il divino.

Immagino che intuire, comprendere e rispettare questi elementi, sia importante per partecipare ad una pratica autentica e significativa.

L’articolo è contenuto nel numero di Novembre 2024 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

La recitazione di frasi ritualmente prestabilite, cariche di valore simbolico, dovrebbe consentire di entrare in sintonia con le vibrazioni spirituali, e attivare un campo energetico che faciliti l’incontro con le forze superiori.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

Ricevi aggiornamenti sull’uscita dei nuovi numeri della rivista o sulle nostre iniziative direttamente nella tua email.