Curiosità, analogie e convergenze non solo nei nostri testi liturgici.

Di solito, nell’ambito dei programmi formativi, insiti in vari percorsi Tradizionali, i concetti dell’Uno, della molteplicità e del Sé, si riverberano più o meno esplicitamente, all’interno delle simbologie che vengono accolte nei testi di vari momenti liturgici (ovviamente anche nei nostri).

Probabilmente un’emanazione dell’essere, del Sé, potrebbe emergere anche da uno stato di estasi auto-contemplativa; estasi significherebbe appunto “uscire fuori di sé”.

Sarebbe ricollegabile al concetto di Uno che sarebbe incontenibile per la sua sovrabbondanza, perché il creare donando farebbe parte della sua natura, così come un’energia che si sprigionasse da sé.

A grandi linee, si potrebbe definire l’Uno come il principio indicante l’origine, la radice unitaria della molteplicità totalizzante che sembrerebbe essere stato già noto, ad esempio, alla tradizione induista, nei RigVeda (inni della Conoscenza), risalenti a vari millenni prima del nostro.

In Occidente, il tema dell’Uno venne forse evidenziato la prima volta in modo importante, da Pitagora (VI secolo a.C.) il quale lo identificò con l’archè (che significherebbe “principio”, “origine”), ovvero con il principio fondante e unificatore della realtà, attribuendogli anche la comune origine di tutti gli altri numeri e quindi della molteplicità.

Servendosi della semplice logica dei filosofi greci, si potrebbe giungere a ricondurre tutta la realtà all’Uno. Così, secondo alcuni, esisterebbe ad esempio, soltanto la verità dell’Essere: immutabile, ingenerato, finito, immortale, unico, omogeneo, immobile, eterno.

L’Essere sarebbe Uno e indivisibile perché, se fossero due, occorrerebbe postulare una diversità; ma qualcosa che fosse diverso dall’Essere non potrebbe essere, perché sarebbe allora un “non-essere”.

Altri come Platone, supposero che nell’Uno, da loro identificato con l’idea suprema del Bene, fosse implicita una dualità, la quale esplicandosi nel mondo sensibile, si sarebbe manifestata solo allora come un vero e proprio dualismo.

Altri ancora come Aristotele, non condividevano questa tesi; non avvallavano l’idea di sdoppiamento degli enti, dal momento che secondo il loro punto di vista, una realtà che avesse iscritta in sé stessa la meta finale verso cui tendesse ad evolversi, avrebbe avuto in sé stessa e non in cielo, le leggi del proprio costituirsi.

Plotino pur rifacendosi a Parmenide, pose l’Uno al di sopra dell’Essere stesso, ammettendo l’esistenza di qualcosa di ineffabile, ovvero: un limite per la ragione, perché dell’Uno non si poteva parlare senza cadere in contraddizione.

Per tentare di risolvere il problema di come spiegare l’origine della molteplicità a partire dall’Uno, proponeva di pensare l’Assoluto non come una realtà statica e definita una volta per tutte, perché in tal caso avrebbe significato oggettivarlo e renderlo conoscibile, bensì di concepirlo come libertà o potenza infinita, come attività mai conclusa che generasse continuamente sé stessa in quanto causa di sé medesimo, e che oggettivandosi avrebbe creato il mondo.

L’Uno sarebbe stato immaginato da Plotino come un cerchio bipolare, che permeava ogni realtà di sé, articolandosi ma restando semplice, composto armonicamente di tante singole parti che però non risultassero assemblate dall’esterno, ma che si sviluppassero interiormente dall’uno. Essendo all’origine di tutto, quando l’anima umana si fosse identifica in Lui, sarebbe venuta a cadere la contrapposizione dualistica tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto. Per questo, l’Uno che sarebbe la prima ipostasi, cioè la prima realtà sussistente, sarebbe stato situato al di là dell’Intelletto, che sarebbe la condizione suprema del nostro pensare.

Anche in età medievale, soprattutto in ambito ermetico-alchemico, una possibile visione del mondo era vissuta riferendosi all’interezza dell’essere. La logica esprimeva il Logos.

Come sempre però, ciò che veniva divulgato erano solo degli accenni, delle tracce utili a chi avesse voluto effettivamente dedicarsi a particolari ricerche.

Così, pur presentando dei concetti caratteristici che si evidenziavano con frequenza (ad esempio nell’ermetismo: Nigredo, Albedo, Rubedo…) e pur avendo a riferimento una tradizione già molto antica, millenaria, ogni cosa riferita all’Uno, alla molteplicità, al Sé, andava di volta in volta riscoperta, reinventata.

Ognuno avrebbe dovuto trovare solo da sé stesso, il segreto dell’Arte (concetto e metodo comunque per noi validi anche oggi). Infatti, questo modo di procedere avrebbe consentito d’indicare solo alcune “probabilità”, stati, segni, che si potevano verificare con maggior frequenza.

Ogni ricercatore avrebbe vissuto l’esperienza di Sé in modo personale e quindi, anche quando avesse voluto guidare altri in un’esperienza simile alla propria, ciò che avrebbe evidenziato sarebbero stati solo alcuni elementi tra quelli che aveva visto apparire nella propria interiorità e se il “prodigio” osservato, sperimentato, fosse stato grande, allora andava assolutamente condiviso ma con la prudenza indispensabile.

Come sappiamo, la tradizione ermetico-alchemica fu trasmessa soprattutto per via orale: da Maestro a discepolo.

Nel Medioevo e poi nel Rinascimento l’uso della parola scritta era sicuramente qualche cosa di differente da come siamo abituati oggi; in effetti non ci accorgiamo neppure più che ogni giorno siamo portati a leggere migliaia di parole.

La parola scritta era riservata ad una classe colta, ma pur consentendo anche lunghe riflessioni, come accade anche o soprattutto oggi, si rendeva vulnerabile all’inganno.

Così, per quanto si potrebbe aver compreso dai testi che ci sono pervenuti, il fondamento della via Ermetico-Alchemica riguarderebbe la conoscenza della cosiddetta “Materia Prima”. Però, proprio nei riguardi di questa, i testi alchemici appaiono per lo più oscuri, sfuggenti per i non addetti ai lavori. Non ne danno mai volutamente una definizione acquisibile con un metodo deduttivo.

I suggerimenti inducono a prendere in considerazione operazioni (ovviamente simboliche) tramite cui quella materia dovrebbe essere sciolta, sigillata nell’Atanor, posta in cottura, triturata, trasformata e percepita cromaticamente come: nera, bianca, rossa, ecc.; però non viene mai specificato che cosa sia veramente questa materia e poi chi sia il soggetto che dovrebbe dare inizio alle operazioni.

Chiunque potrebbe aver notato che in generale (per i non addetti) partendo solo dagli indizi che trapelano dai vari testi, il problema si complica. Infatti, si potrebbe leggere che questa materia sarebbe simile all’Acqua, ma non si tratterebbe di acqua. Nel caso venisse assimilata al Fuoco, si noterebbe che questo non dovrebbe essere inteso come il fuoco materiale, e così di seguito per altri elementi.

Più testi si consultassero, probabilmente più aumenterebbe la confusione da parte dei non preposti a quella via. D’altronde, la nostra non dovrebbe costituire una esigenza superficiale o casuale. Infatti, ad esempio, se ne rendono perfettamente conto coloro che nell’ambito maschile del nostro Rito, accedono in particolare alla camera del grado 18-30 e nell’ambito femminile anche al terzo grado di Maestra Egiziana.

Ad ogni modo, prendiamo ad esempio la simbologia del Mercurio che troviamo già nel Gabinetto di Riflessione, ancor prima di essere iniziati; nei testi alchemici si troveranno indicazioni che suggeriranno di non associarlo all’elemento materiale e così la cosiddetta “materia”, risulterà concettualmente sempre più nebulosa.

Probabilmente, se non ci si atteggerà presuntuosamente e in modo inutile a sapienti o a sciocchi citazionisti, dopo tante ricerche si sarà certi di una sola cosa: l’Alchimia è complessa, è caotica. Spesso in coloro che non siano stati accolti da uno specifico Maestro, quella ricerca avrà prodotto per lo più, uno stato di completa confusione ma probabilmente sarà giusto che ciò avvenga, a prescindere dalle necessità di confortarsi psicologicamente o di esibirsi socialmente con successo rispetto ad altri.

D’altronde, l’Alchimia sembrerebbe proprio una scienza pratica, fatta di operazioni da compiere (soprattutto interiormente), da realizzare compiutamente; non di teorie.      

Quindi ritornando all’Uno e al Sé, quest’ultimo dovrebbe essere vissuto realmente nell’intimità del proprio essere evitando di concepirlo come qualche cosa di pensato. Non dovrebbe essere un concetto ma semplicemente ciò di cui non ci si potrebbe mai spogliare, limitandosi a immaginarlo semplicemente come qualche cosa che è.

Voler forzare interpretazioni culturali, concettuali, potrebbe significare, al di là della supponenza, di non capire nulla e inoltre di ingannare sé stessi.

Allorché ci si ritrovi in una simile tipologia di ricerca, si potrebbe scoprire la necessità di divenire buoni osservatori interiori ed esteriori e per riuscirci, di come sia indispensabile liberarsi dai condizionamenti passionali. In tutte le liturgie delle nostre camere (sia maschili, che femminili) lo si suggerisce continuamente.

Per comprendere cosa sia questo Sé, questa Materia Prima, si comprenderà, ad un certo punto che i Maestri e le tecniche possono solo servire ad indicarcelo. Possono solo puntare il dito nel Cuore di ognuno; così come ad esempio, è avvenuto simbolicamente anche durante la cerimonia d’iniziazione maschile, con il compasso puntato sul petto.

Però, come ho già scritto molte volte, saper osservare non sarà una cosa facile. Infatti, ad esempio, se tentando di riuscirci ci si ritrovasse a giudicare, vorrebbe dire che all’osservare sarebbe subentrato un filtro: “il Giudizio”, e quindi ciò che si starebbe analizzando apparirebbe inevitabilmente distorto, vanificando l’utilità dell’intera osservazione.

A tal proposito, sarà opportuno non scordare che in ambito kabbalistico, durante l’eventuale corretta osservazione collegata alla meditazione e alla contemplazione, si dovrebbe, potrebbe, manifestare la possibilità di un’intuizione ascrivibile a quelle che vengono descritte come derivazioni dalle acque maschili della seconda Sephirah. A quest’ultima si potrebbe associare anche l’emanazione qualitativa della saggezza, ovvero di quella particolare caratteristica esistenziale di chi è in grado di valutare in modo corretto, prudente e soprattutto equilibrato, le varie situazioni dell’esistenza.

Però, se un ipotetico collegamento con Chokhmah apparisse come conseguenza del potere dell’intelletto cosciente all’interno della Creazione, la quale si riverbererebbe nell’esistenza “reale”, la saggezza rimarrebbe incomprensibile, inconsistente, finché non gli venisse data forma in Binah.

Inoltre (sempre come già accennato in alcune altre occasioni), se le conseguenze di un collegamento (ipotetico; non è affatto semplice riuscirci) con queste due Sephirot non fossero in equilibrio armonico per molteplici motivi (ad esempio: esigenze, stimoli materiali; infatti nel vivere, il corpo continua ad esistere), queste potrebbero manifestarsi con ciò che tentiamo di osservare nella personale interiorità, individuando quello che potrebbe essere definito come “istintivo desiderio di potenza”.

Secondo alcuni, si tratterebbe dell’influenza di una keliphah nominata Ghagiel che indurrebbe ad essere dipendenti dalle esigenze passionali.

Però, giusto per capirci meglio a questo proposito, si potrebbe lasciare che la mente di ognuno ricordi se e come sia capitato, più o meno frequentemente, di fantasticare, di essere straordinari dominatori di ciò che la circonda; quindi, soprattutto degli altri.

Quest’ultimi poi, non solo durante queste fantasie, potrebbero essere stati considerati sistematicamente esseri inferiori, addirittura anche quando li si fosse temuti o invidiati (per qualsiasi cosa avessero avuto e che si vorrebbe avere ma che non si ha).

Per alcuni potrebbe essere utile notare anche la supponenza con cui considerano sé stessi superiori ad altri (situazione affatto rara) senza particolari meriti. In qualche caso, potrebbe accadere solo per banali abitudini di collocazione socialmente importante della famiglia.

In altri casi, alcuni esibiscono in modo eccessivo le personali capacità intellettive, quelle mnemoniche, ecc. (ad onore del vero, non di rado comunque assolutamente vere e oggettivamente consistenti) oppure l’importante accumulo culturale (da cui poi, le possibili, ma non sempre utili, esibizioni citazionistiche). Nel caso che costoro facessero anche parte di strutture iniziatiche, a prescindere dalle religioni professate, sarebbe forse opportuno, durante l’auspicabile periodo di formazione, che valutassero con attenzione il personale modo d’interagire con gli altri.

Mi riferisco al caso in cui le doti intime potrebbero essere utilizzate anche come armi. Ciò potrebbe portare più o meno accidentalmente, a prevaricare, ad aggredire anche o soprattutto attraverso giudizi malevoli, provocando negli altri condizionamenti psicologici di inferiorità e di dipendenza (così soddisfacenti per l’Io materiale, competitivo, di chi operasse, più o meno coscientemente con queste modalità). Allora le possibilità di essere soggiogati dalle influenze della keliphah di cui sopra (alcuni ne ricavano addirittura anche l’identità di un demone), sarebbero consistenti, mentre le opzioni per un’evoluzione spirituale, si ridurrebbero proporzionalmente, senza che questi soggetti se ne rendano conto.

Tralasciando per ora queste situazioni eccessive di cui, ad ogni modo non è mai bene dimenticarsi, è opportuno ritornare ai concetti di Sé e di Anima e alle simbologie che possono ricordarcela.

Ad esempio, dal punto di vista mistico, l’anima di una persona è a volte paragonata alla fiamma di una candela, poiché ogni persona porta la propria Luce (interagente con quella dell’Origine) nel mondo. Così, come si potrebbero accendere più candele da un’unica fiamma senza privarla minimamente della sua energia, in tal modo, chiunque potrebbe donare la propria agli altri senza risentirne ma contribuendo ad aumentare la luminosità complessiva.

Spesso, lo stoppino e la fiamma sarebbero stati paragonati al corpo e all’anima strettamente uniti. La fiamma della candela bruciando verso il cielo indurrebbe a pensare ad un’altra similitudine; ovvero a quella con l’anima che tende a innalzarsi verso l’origine spirituale della creazione.

Dal punto di vista di vari ricercatori nell’ambito dell’alchimia, la cera d’api era utilizzata ad esempio, nei rituali di trasformazione spirituale, simboleggiando la capacità dell’anima di evolvere e di purificarsi attraverso le esperienze.

Spesso, le candele avrebbero un ricco significato simbolico: rappresentando i quattro elementi della natura e/o simboleggiando il legame tra materia e spirito, uomo e divino.

Ciò risulterebbe analogico e convergente con quanto possiamo trovare ad esempio, anche nelle rappresentazioni simboliche di varie camere maschili.

Un concetto di collegamento spirituale riferito al “divino” e a quello della donazione, ci potrebbe poi portare ad osservare in modo particolare, l’accensione di un’unica candela, dopo particolari purificazioni dell’ambiente templare, all’inizio di una nostra cerimonia, sia maschile, che femminile (in ambito femminile mi riferisco soprattutto a quella del Rappresentante del Rito).

Infatti, solo da queste Luci si sviluppa di seguito, l’accensione di tutte le altre e l’avvio cerimoniale, auspicabilmente alla presenza del Supremo Artefice.

Però, rimanendo in sintonia con i concetti dell’Uno e della molteplicità, potrebbe incuriosire (soprattutto chi dovrebbe già conoscere l’argomento) uno stralcio liturgico pieno di riferimenti simbolici diretti e indiretti, di una nostra camera maschile dove a fronte del quesito posto di colui che è indicato come Pontefice della Verga, in merito a cosa possano essere i numeri in relazione all’Uno, un altro Pontefice, quello del Fuoco annuncia: l’unità si sviluppa in due, si perfeziona in tre nell’interno per produrre quattro all’esterno, donde per 6, 7, 8 e 9 essa arriva al 5, metà del numero sferico che è 10, per salire, passando per il numero 11, al 12 e per elevarsi per mezzo del “4 volte 10” al numero “6 volte 12”, termine e culmine della nostra felicità eterna.

Si unisce un altro Pontefice, quello della Coppa, aggiungendo: attraverso il quale si conoscono i segreti del misterioso carro e delle ruote di Ezechiele.

Si unisce infine anche il Pontefice della Spada che pronuncia: …e si comprende che l’ain soph ha compiuto l’atto noto come tzim tzum per amore infinito verso l’uomo che, soltanto per questo, gli deve altrettanto amore ed altrettanta venerazione…

Quindi, il Pontefice della Verga, a fronte di queste risposte, ricapitola: …poiché siamo certi di queste verità che sono 441 e cioè l’inverso di 144, che è il numero “2 volte 72”, ditemi, o fratelli della Tradizione, a che ora iniziano i nostri kabbalistici lavori?…

La risposta del Pontefice della Spada è: …alle 10 del mattino…

Per cui il Pontefice della Verga chiede:…e, al momento, che ora sono?…

Il pontefice della Spada precisa: …è l’ora che contiene l’unità che tutto ha

fatto e lo zero, simbolo della materia e del caos, dal quale tutto è uscito…

Seguirà poi una progressione liturgica densa di riferimenti e significati simbolici che consentiranno di definire con precisone: tempi, modalità, stati dell’essere, necessari per attivare ciò che è previsto per quei Lavori.

Tutto questo, sembrerebbe volere suggerire solo a chi sia previsto (come sempre, se le precedenti camere fossero state frequentate correttamente sino a quel momento) di esplorare quelle branche dell’esoterismo che attribuiscono ai numeri un valore non solo meramente quantitativo e matematico, ma anche soprattutto una corrispondenza spirituale, qualitativa, comunque anche in relazione con aspetti della natura e degli esseri umani.

Così, da quelle poche righe estrapolate da un contesto più ampio, si potrebbe notare come i suggerimenti traggano ispirazione da fonti diverse. Infatti, potremmo subito pensare all’antica babilonia, ai Caldei, oppure alla kabbalah ebraica e anche ai suoi sviluppi attraverso la gematria; infine ma non certo ultimo a Pitagora (VI secolo a.C.) con la sua tetraktys o numero quaternario o sacra decade e ai suoi seguaci (soprattutto a Filolao), secondo i quali: “tutte le cose conosciute posseggono un numero, e nulla possiamo comprendere e conoscere senza di questo”. Per costoro: “il numero sarebbe la sostanza di tutte le cose”.

Però, nel testo troviamo riferimenti legati al simbolismo dei numeri e delle lettere che si nascondono anche dietro la numerologia della kabbalah ebraica.

Sappiamo che nell’alfabeto ebraico ogni lettera ha un determinato valore numerico. Ogni lettera è quindi trasformata in un numero le cui cifre sommate insieme daranno come risultato un altro numero composto da un’unica cifra.

Similmente ogni parola composta da più lettere potrà trovare analogie convergenti con altre parole, in funzione delle risultanze numeriche ottenute anche con la mutazione, sostituzione di più lettere.

I numeri sarebbero così fondamentali per capire i segnali che l’universo dà all’uomo. Chi studia queste branche della conoscenza potrebbe tentare di intuire e di comprendere il significato nascosto dietro ogni numero o parola e forse avvicinarsi in questo modo alla Luce di Dio.

Infine, volendo concludere questa dissertazione con qualche ulteriore cenno culturale, mi permetto di portare di nuovo l’attenzione sull’Uno in ambito egizio.

Qui, al primo numero era riconosciuto uno straordinario potere. Rappresentava l’unità, il fondamento, l’origine di tutto, soprattutto allorché si fosse ritrovato a simboleggiare Dio identificandolo in un periodo storico particolare di quella variabile tradizione millenaria, con Aton, il dio del Sole a cui Akhenaton aveva dedicato vari inni; ne riporto uno come esempio: “…Tu sorgi bello all’orizzonte del ciel, / o Aton vivo, che hai dato inizio alla vita. / Quando risplendi all’orizzonte orientale / tutte le terre riempi della tua bellezza. / Tu sei bello, grande, splendente, alto sopra ogni terra…”

L’iconografia di quel dio lo voleva rappresentato dal disco solare che emanava molteplici raggi, i quali alle estremità recavano mani che porgevano il geroglifico ankh (il segno della vita).

Mi permetto quindi di raccomandare per l’ennesima volta quanto suggeriva anche Gastone Ventura (ma non solo lui e soprattutto cercando di andare ben oltre la semplice cultura fine a sé stessa); ovvero, che è importante, indispensabile, studiare le nostre liturgie, ma anche curiosare ovunque con la mente molto aperta, tentando di intuire e di comprendere quanto sia possibile per ognuno, trovando possibili origini, analogie e convergenze riferite non solo alla sfera spirituale ma anche alle scoperte scientifiche, con tutto ciò che è stato lasciato dall’umanità che ci ha preceduto, in ogni tempo e luogo.

In effetti non è affatto semplice e poi è necessario tempo, tanto tempo.

S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫ Renato Salvadeo

L’articolo è contenuto nel numero di Dicembre 2024 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

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Ognuno avrebbe dovuto trovare solo da sé stesso, il segreto dell’Arte (concetto e metodo comunque per noi validi anche oggi). Infatti, questo modo di procedere avrebbe consentito d’indicare solo alcune “probabilità”, stati, segni, che si potevano verificare con maggior frequenza.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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