Il pensiero unico

Avere un pensiero unico, assiduo, di tutte le ore, di tutti gli attimi…

Non concepire altra felicità che quella sovrumana, irraggiata della sola tua presenza sull’essere mio…

(da ‘Il piacere’ di Gabriele D’Annunzio)

 

E con queste parole potremmo, oltre che introdurre, anche chiudere l’argomento.

Chiuderlo come si è chiuso irrimediabilmente un modo di pensare alla propria vita, che cent’anni fa era estetico, erotico, idealistico, creativo. Oggi, semplicemente, non è.

Il passaggio a ciò che giustamente ma sommessamente si intende oggi per pensiero unico è talmente desolante che l’analizzarlo richiede un intento lucido e distaccato. Oltre al poco che enfaticamente ne dice qualcuno, sono quasi indispensabili alcuni riferimenti per supportare questo sforzo; prendiamo ad esempio George Orwell, con il suo ‘1984’ e (tanto per non girarci intorno) il movimento liberal e radical del Politically Correct, nato negli anni ottanta nella University of Michigan, e che imperversa oggi in ogni dove.

Romanzo distopico ‘1984’ e inquietante, all’epoca molto più di oggi, che racconta di una terra ormai compromessa e di una società devastata e inaridita. La Terra è in uno stato perenne di guerra ed è divisa in tre grandi potenze totalitarie, Oceania, Eurasia ed Estasia, il cui scopo principale è mantenere il controllo completo sulla società. Soffocata da una politica asfissiante e totalitaria, controllata da un Partito che basa il suo potere sui principi del “socing”, un socialismo estremo, la libertà degli individui è ormai un ricordo lontano, e i cittadini sono costantemente tenuti sotto controllo da un misterioso leader supremo chiamato Grande Fratello.

Tre grandi potenze e un solo leader, sconosciuto: uno e trino, come le tre più grandi società attuali di investimento: Black-Rock, Vanguard e State Street, ognuna partecipata anche dalle altre due. Davvero geniale: dividendo il mondo in tre, ci si può sempre alleare con uno e contro l’altro, oltre al fatto che avere due potenziali nemici è una risorsa impagabile in politica interna; in fondo, la concorrenza è l’anima del commercio! Se c’è.

Torniamo al romanzo. In tutte le case, i teleschermi che sono allo stesso tempo televisori e telecamere, diffondono propaganda senza interruzioni, e spiano la vita di tutti. L’arte, la cultura e la letteratura vengono abolite e proibite: poesie, canzoni e romanzi vengono realizzati automaticamente da complessi macchinari elettromeccanici, detti versificatori; (finalmente ci siamo arrivati anche noi, grazie all’Intelligenza Artificiale).

Di là dalla vicenda dei protagonisti, supporto necessario più che trama narrativa, sono davvero notevoli concetti come la “Neolingua”, i buchi della memoria, la “Psicopolizia” a guardia di una cangiante ortodossia ed il Double-think o “Bispensiero”, con i suoi impareggiabili slogan: “la guerra è pace”, “la libertà è schiavitù”, “l’ignoranza è forza”, “la menzogna diventa verità e passa alla storia”, “chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”.

Della verità, nessuna traccia.

Torniamo ad Ann Arbor nel Michigan e al Politically Correct, che sembra fantascienza, ma non lo è. In teoria si proponeva, nel riconoscimento del multiculturalismo, la riduzione di alcune consuetudini linguistiche giudicate come discriminatorie ed offensive nei confronti di qualsiasi minoranza. Ottima intenzione, per cui Afro-Americans oppure meglio, African Americans, dovrebbero sostituire niggers e negroes, anche se in realtà ci si è fermati a blacks); gay (di nuovo conio) subentra a sodomite e faggot. Molto meglio. Un refresh alle etichette: una grande trovata!

In realtà però, bisogna constatarne la grande efficacia in una prospettiva di lungo termine.

Aperti a questa nuova sensibilità culturale, da noi (anche se lo abbiamo imparato dalla mamma ed a scuola) “negro” diventa “di colore” (ma il nero è un colore?) o preferibilmente “nero”; come fanno gli spagnoli (pardon, ispanici) a non dire negro, resta un mistero.

Allo stesso modo, zingaro diventa “nomade”, nonostante queste popolazioni abbiano abbandonato il nomadismo da diverso tempo; così alla fine, dobbiamo chiamarli rom oppure sinti, nonostante le note difficoltà a distinguere le due etnie.

Rilevo anche che in questi diversi modi di esprimersi, c’è un piccolo baratro generazionale. A parità di intenzioni espressive, padri e figli usano inconciliabilmente termini diversi; fatta eccezione, naturalmente, per chi si è “convertito” nel frattempo alla neolingua.

Dove si va sul velluto è negli eufemismi: da “minorato” (dialettalmente, il dolce e non offensivo “dispossente”) si passa a “invalido” e quindi a “handicappato”; davvero brutto, per cui diventa “portatore di handicap”, come un cavallo; non va ancora bene: si passa allora a disabile, più semplice, ma che riporta un po’ al punto di partenza. No, molto meglio “diversamente abile” (che lascia presumere altre abilità compensative) ma che ha dato luogo ad una marea di neologismi irrispettosi: diversamente giovane, diversamente intelligente e così via.

Ma il problema è non offendere o educare al rispetto e all’aiuto? E quanto all’offendere, ci sono molti altri modi per farlo: basta uno sguardo. Personalmente, ho sempre detto negro come dico pellerossa, senza voler sminuire nessuno, semplicemente usando la lingua italiana nella sua lineare discendenza dal latino, senza rimbalzi oltre oceano ed alterazioni di ritorno.

Peggio che mai! “Qualcuno” ha stabilito (provate un po’ a trovare chi) che le razze umane non esistono, che siamo una sottospecie senza razze: homo sapiens sapiens (quanta presunzione già nel nome!). Per bovini, cani e gatti, sì (e con i relativi pedigree), per gli umani è vietato anche pensarlo. Ma il progredire del “pensare corretto” (ortodossia), non dorme mai: il colore della pelle non indica più la razza ma la “etnicità”, azzerando in un attimo tutto quello che dovrebbe comprendere e costituire un ethos.

Nelle costituzioni e nelle leggi si citano ovviamente le razze, ma nel parlare comune non si può. Forse non è del tutto sbagliato: se per i cani si adotta il fenotipo di levriero, mastino o chihuahua, per la classificazione degli uomini è più utile lo psico-tipo, come credulone, furbastro o cretino.

Anche da noi, nella pubblica amministrazione, ma non solo, si impongono e si aggiornano indefessamente degli speech codes con i quali scoraggiare l’uso di termini inappropriati, il cui mancato rispetto causa richiami ufficiali con conseguenze negative sulla carriera. Ma è legittimo e forse doveroso chiedersi: l’adozione di termini “non offensivi” nei riguardi di determinate categorie, nasce dalle categorie stesse o da una intelligencija rappresentativa di sé e di tutti gli altri? Chi stabilisce ciò che giusto o sbagliato, cosa si può dire, cosa si deve pensare? Badate bene: ormai lo decidono i tribunali ordinari! In attesa della Psicopolizia.

Certo però che i conti non tornano. Lasciarsi imporre da qualcuno, chiunque sia, che cosa è “giusto” e quindi consentito pensare, è esattamente il contrario della costruzione del proprio pensiero alla quale dovremmo continuamente applicarci. Che poi sia un’autorità religiosa, un dittatore, un giornalista, un professore, un guru o la doxa prevalente, non importa; la retta opinione non si trova al mercato e nessuno la regala, ma quella sbagliata (non tanto nel merito, ma nel metodo) è dappertutto.

Orwell affermava “Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare.

Ortodossia e inconsapevolezza son la stessa cosa.” Pur sbagliando di qualche decennio, dobbiamo dire che aveva visto lontano; a questo ormai siamo giunti, impercettibilmente, inconsapevolmente, inesorabilmente.

È abbastanza facile capire che il personaggio che sta parlando da un palco, da un balcone o alla televisione pretende che noi facciamo quello che vuole lui, e magari che ne siamo entusiasti; ma se mascella volitiva, baffetti o baffoni non ne caratterizzano il volto, surrogato da quelli di innumerevoli leccapiedi travestiti da maître à penser, il senso critico vacilla.

Se le idee che vengono propalate non stanno in piedi, sarà con altri mezzi comunicativi che verranno sostenute: contesto, presenza fisica, giacca e cravatta blu oppure felpa, tono suadente o urlato, e così via; in so-stanza, non conta ciò che viene detto, ma la possibilità di immedesimazione che viene offerta.

È facile il passaggio “uomo comune/pensiero comune”, e quindi accettabile. E ci caschiamo tutti.

Proprio la necessità che abbiamo di personalizzare e dare un corpo alle idee, non ci permette di cogliere la natura di una volontà che si propone come “universale” ma è in effetti “impersonale”. E noi, che costituiamo un’aggregazione che si dichiara universale, dovremmo aver ben chiara questa differenza.

I tempi cambiano, e con essi la parte esteriore degli uomini: i comportamenti, i modi di pensare, le mentalità dominanti. Da D’Annunzio, che ha dato il “tono” ad un’epoca, al “pensiero unico” attuale, assistiamo ad un totale ribaltamento di gerarchie: allora si poteva pensare quello che si voleva, ma ci si doveva comportare come gli altri; oggi (soldi permettendo) si può fare quello che si vuole, ma si deve pensare in un unico modo. A dire il vero, “pensare” è un’esagerazione, è piuttosto un “atteggiarsi a”, assumere una mimesi; comunque, si tratta di un atteggiamento ab extra e di assoluta rinuncia.

Due spudorate forme di ipocrisia, indubbiamente, ma qual è la più pericolosa, la più esecrabile? Quella che pretende (ed ottiene) di dare una “forma” all’uomo.

Quella che non ammette le qualità individuali come elementi costitutivi di una specifica personalità. Ed è logico sia così, se la sua natura è “impersonale”.

Ma facciamo attenzione al fatto che è anche molto intollerante.

Per aggiungere ancora qualcosa, non certo per concludere, ma per aprire un altro punto di vista, ricorderemo che nella letteratura si possono trovare cose inaspettate, grazie alla sensibilità d’artista di taluni autori.

Questa espressione “pensiero unico” che rimanda ad un Unico Sistema, ci ricorda forse un “Unico Anello” che controlla tutti gli altri, e tramite essi il mondo? Ci sarà chi, debole di corpo e forte d’animo, riuscirà a spezzarlo?

Certamente no, se non si giunge prima ad un riconoscimento, alla consapevolezza e, magari, alla lotta contro la grande illusione. Comunque, è affare di pochi.

Noi, che per definizione ci occupiamo dell’universale e della libera costruzione della personalità, come ci poniamo davanti a queste evidenze? Ce ne siamo accorti o nessun dubbio ha sfiorato la nostra serena (in-)coscienza? Proviamo un minimo di sconcerto per questo diffuso sentire o siamo a nostro agio e magari troviamo sconvenienti queste considerazioni? E, a voler essere onesti, sono affermazioni sbagliate e quindi contestabili, oppure sgradevoli e perciò scartate a priori?

Non è una cosa di poco conto: se si ha una reale vocazione alla libera costruzione del proprio pensiero, nessun ostacolo sarà sufficiente, nulla spegnerà il sacro fuoco; ma se si pensa a qualche astuto compromesso, è meglio ammettere che la libera muratoria non fa per noi. Ognuno misuri il mondo con il proprio metro, e decida; ma trattandosi, alla fin fine, di una scelta tra verità e menzogna, non è lecito astenersi dal giudizio.

L’articolo è contenuto nel numero di Dicembre 2024 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Nelle costituzioni e nelle leggi si citano ovviamente le razze, ma nel parlare comune non si può. Forse non è del tutto sbagliato: se per i cani si adotta il fenotipo di levriero, mastino o chihuahua, per la classificazione degli uomini è più utile lo psico-tipo, come credulone, furbastro o cretino.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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