Ulteriore approfondimento esoterico, canto XXVII del Purgatorio (parte seconda)

L’insegnamento muratorio utilizza (o per lo meno in genere dovrebbe utilizzare) la conoscenza esoterica, ne condivide il metodo e fa uso di un proprio verbo per trasmetterla. Tale verbo, diremo, eracliteo, è accessibile solo ai soli iniziati che hanno maturato questa conoscenza. “Multi sunt enim vocati, pauci autem electi. Molti infatti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.”

Seguendo questo approccio, possiamo tentare di proseguire con la descrizione esplicativa del Purgatorio già affrontato in un articolo del mese di ottobre, e in particolare dei primi versi:

  • Per correr miglior acque alza le vele
  • omai la navicella del mio ingegno,
  • che lascia dietro a sé mar sì crudele;

 

in questi potremmo trovare un’allusione anche alla fase alchemica dell’albedo che sta per cominciare.

Infatti, l’adepto dovrà compiere una scelta: se continuare a vivere sul braccio orizzontale seguitando nell’effimera ricerca delle conquiste individualistiche sulla terra oppure, avviarsi coscienziosamente lungo il periglioso cammino in verticale, che con il giusto approccio di intuizione e comprensione, lo condurrà verso la conoscenza e la liberazione, ossia il nuovo rinascere.

Qui, possiamo trovare iniziaticamente, una possibile chiave interpretativa nel considerare il Purgatorio come il topos in cui si compie il lavorio introspettivo indicato dall’acrostico VITRIOL.

All’ingresso del Purgatorio, innanzi ai tre gradini con i tre colori dell’opera alchemica, sosta un angelo armato di spada che incide sulla fronte del Divin Tosco le 7 “P”, che richiamano i sette peccati capitali: Superbia, Invidia, Ira, Accidia, Avarizia, Gola, Lussuria.

L’angelica figura indica al poeta che per poter aprire la porta del Purgatorio occorrono due chiavi, una d’oro e l’altra d’argento, di cui la prima è la più pregevole.

Alchemicamente, quella di colore d’argento rappresenterebbe l’albedo, che determina l’apertura della porta perché ci vuole acume e ingegno.

Questo riferimento, seguendo una lettura esoterica, rappresenta una precisa indicazione iniziatica. Con l’impegno nel lavorare l’intima pietra grezza, si giunge gradualmente al processo di trasmutazione (aspetto che verrà ripreso).

Il pellegrino Dante, l’iniziato, scioglie i vincoli che lo ingabbiano alla materialità, senza per questo inibire le energie che lo appesantiscono. In questo topos osserva le passioni, le pene di altri penitenti ed in maniera enigmatica, comprende il lavoro che deve compiere.

Questo è uno degli aspetti iniziatici fondamentali rappresentati dall’intimo distacco; egli appare freddo nell’osservare senza per questo giudicare e slegarsi dal mondo della materialità. Il lavoro trasmutativo lo compie con dolcezza senza mai reprimere quelle energie che vanno armonizzate (ricordiamo il pavimento a scacchi).

In particolare, ricordando l’insegnamento ermetico di Ermete Trismegisto, trova la sua valenza come riportato all’interno della Tavola Smeraldina: “separerai la terra dal fuoco, il sottile dallo spesso, lentamente e con grande cura“.

Rileggendo e scovando i nessi (Purgatorio IX 112-126), si potrebbe evidenziare l’opera di decantazione che compie il Divin Tosco lungo il viatico della sua trasmutazione.

Ecco che, usando personaggi del suo tempo, li pone per rettificare il suo intimo: con Manfredi verifica gli effetti devastanti dei rancori, delle inimicizie; con Jacopo del Cassero rivede i ricordi che pietrificarono la coscienza del passato; con Bordello la politica e la polemica; con Casella lega la bellezza del mondo che la metafisica etichetta illusoria e temporanea.

…mi cambia’ io; e come sanza cura vide me ‘l duca mio, su per lo balzo si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.  67 – 69 Purgatorio IX

O lettore, tu vedi bene come io innalzo la materia del mio canto, perciò non stupirti se io la rafforzo con un’arte più raffinata.

Un altro ostacolo significativo da superare sono le incessanti discussioni dialettiche che occupano la mente, cercando di sopraffare gli altri con un focus esteriore.

Da un certo punto di vista, si potrebbe supporre che attraverso la Gnosi, tuttavia, si realizzi il Fuoco spirituale che Dante raggiunge alla fine della settima cornice nel canto XXVII.

Quel canto XXVII funge da punto di svolta tra il periodo dell’espiazione e quello della profezia, attraverso una serie di immagini simboliche. Trova il suo pieno significato nella libertà, un tema che tocca numerose dimensioni della storia.

Dal punto di vista del percorso spaziale, il pellegrino raggiunge la sommità dell’oronimo.

Temporalmente, giunge al termine del terzo giorno; interiormente, affronta la tentazione e se ne purifica.

Si è sempre messi di fronte alla paura del fuoco ed è in questo contesto che ci troviamo di fronte alla condizione della libera scelta che compie l’adepto quando si avvicina all’insegnamento muratorio.

Un altro aspetto importante sono i tre tempi, ciascuno collegato a un’ora particolare. Il primo è legato alla presenza del fuoco (nelle nostre liturgie, collegamento con il 1^ Mistagogo nella sua funzione dei viaggi) che il poeta deve superare, associato al tramonto; un momento di transizione che allude alla trasformazione.

Fondamentale è la prova del fuoco, equivalente al primo passo nell’iniziazione, che rappresenta un momento di sfida, vinto grazie all’aiuto della libera lucidità mentale, rappresentata da Virgilio.

Durante il cammino dalla Cripta della Piramide verso la porta del Tempio nel caso del postulante nel corso del viaggio iniziatico, possiamo immaginare un parallelismo con il poeta il quale sente di essere sostenuto; ma il sorriso di Virgilio (44) non va interpretato come autoironia sulla propria debolezza. Sottolinea invece che la libertà morale è il risultato della purezza dello spirito.

In un momento di contemplazione, il cielo notturno e la volta stellata offrono una bellezza eccezionale che corrisponde al presente e a un tempo sospeso dove la veglia silenziosa attende un nuovo inizio. Il viaggio nel Purgatorio è un percorso verso la libertà, come evidenziato, sia all’inizio, che alla fine della cantica.

L’elemento particolare e fondamentale per un maestro è osservare i propri discepoli negli occhi. Questo è illustrato nel verso 126 con “in me ficcò Virgilio li occhi suoi“, in cui egli ammette di non avere più insegnamenti da offrire. Questo momento, ricordando l’Apo-logia di Socrate, rappresenta il riconoscimento dei propri limiti da parte del maestro e il passaggio della responsabilità al discepolo.

La terzina dei versi 130-132″tratto t’ho qui con ingegno e con arte; lo tuo piacere omai prendi per duce; fuor se’ de l’erte vie, fuor sé dell’arte… riveste un’importanza cruciale poiché l’ultima lezione non deve essere vista come un semplice riassunto; ci sono elementi che si rivelano solo al termine.

Nel corso della vita, non è sufficiente affidarsi al solo ingegno come dono naturale; è essenziale anche l’arte, che rappresenta un metodo, una regola, una disciplina, richiedente una sottomissione al giudizio e all’obiettivo.

La prima correzione che Virgilio propone a Dante, riguarda proprio il percorso da seguire; non è il cammino più breve, soprattutto perché la minaccia mortale delle fiere lo renderebbe impossibile fin dall’inizio.

Il viaggio che compie Dante è pieno di pericoli e contiene obblighi imposti dal maestro; senza affrontare quelle “vie erte” non sarebbe giunto fino a questo punto.

La libertà di Dante nel continuare il proprio percorso richiama, in parte simbolicamente, il cammino del Compagno.

Questo ci potrebbe anche portare a un’ulteriore analogia con un’ipotetica marcia spirituale che parte dal Mondo dell’Azione, degli effetti, del fare, ovvero da Malkhut, che passa attraverso Yesod, si ramifica in Hod e Netzach (nel Mondo della Formazione, della vita), e infine converge verso Tipheret (nel Mondo della Creazione).

Nel commento ai versi dal 133 al 142, si riprende il tema dell’insegnamento rivoluzionario in relazione all’ingegno. Mentre si parla di erbette, fiori e arbuscetti, l’ex discepolo ormai può esprimersi liberamente, sebbene vi sia un ulteriore passaggio importante: “mentre che vegnano lieti gli occhi belli, che, lagrimando, verso te mi fecero venire, puoi sederti e camminare tra di loro” (vv. 136-138). Il pellegrino ha raggiunto la sua maturità, ma tutto ciò è reso possibile dagli “occhi belli”, che gli hanno consentito di percepire quella luce interiore che trasforma. Grazie alla libertà superata e sublimata in un’obbedienza superiore alla verità, privata di congetture o dogmatismi oscuranti, il pellegrino si muove ora in autonomia.

Il magnetismo esoterico si collega strettamente con la duplice incoronazione di Dante, che diventa re e sacerdote di sé stesso: “io te sovra te corono e mitrio“, è il solenne riconoscimento del maestro al suo discepolo. Questo passaggio esaltante, che attraversa le mura infuocate in opposizione alla Città di Dite (“Il foco etterno ch’entro l’affoca le dimostra rosse, come tu vedi in questo basso inferno” Inferno canto VIII vv 72-75), rappresenta una nuova prova iniziatica e un rito di passaggio per il pellegrino, il quale manifesta una sottile riluttanza di fronte a questa nuova sfida, evocando quasi la paura della “selva oscura”.

Ci interroghiamo se dentro di noi proviamo timore verso il nostro potere e se siamo pronti ad assumere piena responsabilità di noi stessi senza abbandonare.

Virgilio incarna la voce della ragione arricchita dall’amore, secondo l’idea di Platone della mancanza, e guida il passaggio fiducioso, sostenuto dal desiderio e dalle forze spirituali: “Guidavaci una voce che cantava oltre, e noi, attenti pur a lei, uscimmo là dove si saliva” (Purgatorio XXVII vv. 55-57).

All’inizio della Commedia, l’origine della paura di Dante è racchiusa nel verbo “mi ritrovai” (Inferno 1, verso 2).

Questo predicato, il primo dell’opera, indica la presa di coscienza di sé e del proprio stato esistenziale. Il viaggio del pellegrino inizia attraverso la paura, che nella riflessione filosofica e teologica medievale è vista come il “timor”, è il passo che domina il paesaggio fisico e morale, oltre a costituire la base iniziale dei due canti infernali. L’angoscia suscitata dal ritrovarsi nella “selva oscura” persiste fino all’altro “viaggio”. Le paure affrontate dal pellegrino prima di attraversare il “cammino aspro e silvestro” derivano da diversi fattori psicologici. La paura evidenziata dal sommo poeta è motivata dalla lettura dell’opera e riflette la condizione umana di chi si smarrisce nella selva spaventosa della propria oscurità interiore, da cui non è facile ritornare verso la Luce.

Il riferimento allegorico concentrato su altri elementi che descrivono l’inizio del poema dantesco con l’espressione “nel mezzo del cammin”, “la selva, il colle, le tre fiere” diventano esempi importanti al fine di comprendere il profondo significato morale velato.

Nella straordinarietà poetica, l’attento fruitore si accorge di come la cognizione e l’avvedutezza per l’uomo inciso dal Sommo poeta, traspare nell’intera opera. Il suo essere attento e sensibile nello stare a contatto con un gradiente così profondo, ci prospetta una pausa di riflessione prima di proseguire per il viatico della conoscenza del “supra“. E sulla soglia del “loco” fatto per proprio della specie umana (Paradiso I v. 57), il maestro sta cedendo il suo passo a una superiore conoscenza, pronunciando: “Libero, dritto e sano è il tuo arbitrio e fallo fuori non fare a suo senno” (Purgatorio XXVII 140-141). Seguirà la regalità, il cui pensiero è coscienza dell’intima potenza, assumendo verso sé stessi la responsabilità quale testimonianza dell’avvenuta libertà. Il colore azzurro, come la preziosa pietra orientale, diviene il primo impatto percepito di un nuovo paesaggio in cui si riscoprono i colori grazie alla forza della luce, dopo il cereo e tenebroso passaggio infernale (nigredo).

L’analisi simbolico-ermetica del canto diviso in tre grandi tempi, segna l’importanza del viaggio che si sta compiendo. Il primo ci conduce innanzi al muro di fuoco essenziale per giungere all’ultima cornice; il secondo narra la meditazione giunta con la notte cui si associano il presagio e il sogno; il terzo è dedicato al congedo di Virgilio che giunto alle soglie del Paradiso Terrestre saluta il suo viandante. 

L’inziale ascesa lungo la scala che porta al Paradiso Terrestre, deve stopparsi proprio per il sopraggiungere della notte che diviene rivelatrice del sogno. Il pellegrino sogna una giovane fanciulla di grazioso aspetto atta a raccogliere i fiori volendo simbolicamente segnare l’armonia raggiunta per aver allontanato le debolezze dei vili metalli; ella è Lia, “l’altra parte di sé”, sorella di Rachele (non si allontana mai dallo specchio) nota nell’esegesi biblica della vita contemplativa.

Qui, al sorgere dell’alba, le tenebre si dilatano e la luce porta chiarezza, determinando la forza interiore necessaria per completare il percorso. Questo passaggio, vissuto profondamente dal pellegrino (e parallelamente riflesso dall’iniziato), segna il congedo dal suo maestro e lo rende grato per la sua libertà, integrità e rinascita.

Se il sommo poeta interloquisce con ognuno di noi in modo iniziatico, dobbiamo comprendere con la luce dell’intuizione armonizzata alla ragione, come la bellezza del nostro risveglio ci conduca dalla materia allo spirito. Questo aspetto, vissuto e privato di ogni oscurità, diventa un valore e il valore concretizzato si trasforma in pensiero. La grandezza del poeta risiede proprio nell’introdurre l’eccezione, come scritto nel Convivio: “parlare di me stesso sembra non lecito… senza una causa necessaria“. Riconosciamo che una delle cause necessarie per parlare di sé, può essere utile anche agli altri. Ricordiamo l’asprezza iniziale dell’incontro con Beatrice (secondo alcuni, la Sapienza).

Siamo consapevoli che in effetti la strada da percorrere è ancora lunga: ricordiamo a noi stessi che il divenire è un continuo risvegliarsi tra il bianco e il nero in perenne conflitto.

Il rituale della soglia per l’accesso al Purgatorio può essere determinato solo con l’aiuto di un’entità superiore: il Messaggero nel IX canto dell’Inferno (città di Dite), e il suo equivalente, l’Aquila del IX canto.

L’apparizione dell’Aquila in sogno lo trasporta nella sfera di fuoco e il poeta si risveglia “ghiacciato”, rappresentando così la morte iniziatica, tanto che egli richiama l’attenzione del futuro lettore sull’importanza dell’evento a cui assisterà.

Lettor tu vedi ben com’io innalzo la mia matera, e però con più arte non ti meravigliar se rincalzo” Purg IX 70-72

Dirimpetto a codesta porta, vi è una scala di tre gradini: uno di colore nero, uno bianco e uno rosso. La disposizione dei tessi e la relativa forma, corrispondono alle specificità del Purgatorio, ossia lo stato intermedio. Notiamo nella materialità dell’Inferno, la distribuzione dei colori nelle tre teste di Lucifero e la sua forma corporea; diversamente l’astratta incorporeità del Paradiso, i tre colori sono un riferimento distinto e preciso. In Purgatorio la scala richiama la sintesi e la complementarità: tra la legge universale e tra l’Uno e il molteplice, vi è la scala quale forma concreta che pronuncia il principio astratto dell’unità, della gerarchia.

Al di sopra del gradino del colore rosso sosta il guardiano della soglia che introdurrà il pellegrino nella seconda fase del processo alchemico; spetta a lui “sciogliere il serrame” che separa il mondo del quaternario dal ternario. In questa fase utilizza due chiavi, una d’oro e una d’argento, che richiamano anche le due chiavi con le quali si decriptava la legge mosaica incisa sulla lapis, corrispondenti alle due vie con cui si “rettifica” la pietra ermetica: aurea argentea, solare e lunare, regale e sacerdotale.

In questo, troviamo il giusto riferimento all’importanza delle nostre Colonne del tempio nella fase di equilibrio del nostro dualismo.

I segni danteschi diventano accettabili, ermeticamente, grazie anche all’avvertimento che anticipa detto passaggio come lo rimarca lo stesso autore: “rincalzato con più arte“, il che significa che necessità l’ingegno nell’aguzzar bene gli occhi al vero senza fermarsi su ciò che appare trasparente.

I setti segni altro non sono che i sette gradi verso l’ascesa che richiama anche una purificazione dalla materialità.

Senza alcuna pretesa, questo aspetto deve essere per ciascuno un ulteriore approfondimento, posto in riferimento all’interno dell’intimo viaggio che compiamo in noi.

Come mitzraimiti, dobbiamo, consapevolmente, interiorizzare metafisicamente la potenza dell’Udjat, di cui l’occhio destro di Horus, in armonia con il Sole, in campo ermetico associato alla mascolinità e la razionalità in equilibrio, e poi con l’occhio sinistro associato alla Luna e sempre secondo la filosofia ermetica, simbolo della femminilità, che oltre alla funzione visiva nel percepire e nell’accogliere la luce ci permette iniziaticamente di vedere e reggere anche “la luce interiore”. 

Per questo dobbiamo essere coscienziosi nel mantenere l’equilibrio e non la separazione degli occhi di Horus escogitata dalla malevolenza di Seth (ordine al caos). Senza alcun dubbio, un ulteriore approfondimento operato sincreticamente su questo passaggio, può illuminarci, e lo riservo all’attento lettore nel considerare il verso 97 del canto, quando Virgilio inviterà il pellegrino Dante a lavarsi dalla fuliggine infernale  “…l’occhio sorpriso d’alcuna nebbia…” prima di chiedere umilmente “… che il serrame scioglia… Pg IX 107 – 109. In questo, ritroviamo come il passaggio acquista un valore simbolico rappresentato dal giunco, che cinge il poeta e cresce nei luoghi bassi e fangosi senza deteriorare la sua natura spoglia e flessibile, pur piegandosi dalle percosse del mare alludendo all’umiltà diviene essenziale simbolismo per il processo della rinascita (Pg I 94-95).

In ambito delle simbologie egizie, consideriamo il nostro Ib innanzi ai 42 Giudici del Tribunale di Osiride. Questi 42 giudici sono l’equivalente dei musicisti presenti sui portali di alcune cattedrali romaniche, il cui modello più perfetto è quello di Santiago di Compostela. Danno la musica ideale che modella l’ideale della realtà e della natura stessa. Sono sopra gli archivolti che rappresentano i diversi cieli, da dove emana la musica delle sfere. Ciò che non è in accordo con questa musica genera rumore, un’infrazione alla legge dell’armonia che ovviamente ha conseguenze successive per chi lo ha generato per ignoranza o egoismo.

La scelta della lettera “P” non fu casuale e corrisponde al nome “Phodé“, che collima in senso complessivo con Purgatorio (il cui sostantivo era in origine un aggettivo riferito al fuoco ignis purgatorium), facendo riferimento all’anima intellettuale, e vengono designati gli elementi Aria e Fuoco, che contrassegnano Purgatorio e Paradiso. Secondo alcuni riferimenti anche cabalistici le intelligenze dell’ARIA sono quelle che dominano sull’Occidente in primavera, corrispondenti nel luogo e nel tempo del viaggio iniziatico dantesco.

La “ricompensa” che l’iniziato riceve nel corso del viaggio, l’investitura regale e sacerdotale (l’importanza delle funzioni del nostro rito affidate al Venerabile Maestro e ai Mistagoghi e non solo…), coincide con quello posto all’interno del percorso sefirotico: la “redenzione”, che per l’insegnamento kabbalistico culminerebbe con Kether.

L’universalità del segno dantesco congiunge due estremi in una sola lettera, la quale riporta a una sintesi che li trascende, ossia verso l’archetipo della cui virtù entrambi sono l’effetto del nuovo divenire per l’uomo. Considerando i principi della dottrina ermetica e il valicare le sette “soglie” determinano al di là della funzione soteriologica una conoscenza graduale della struttura invisibile del Macrocosmo e dell’uomo di una dimensione in cui sapere ordine ed equilibrio coincidono. Questo rappresenta l’incoronazione di sé stessi (“te sovra te corono”) al termine del cammino, ma noi iniziati ben sappiamo come il nostro cammino è in continua ascesa a condizione che le nostre reali intenzioni coincidono tra volontà e libertà.

 

A questo punto mi fermo ancora una volta, riservandomi di completare la terza fase di questa esplorazione, in un prossimo articolo.

 

L’articolo è contenuto nel numero di Dicembre 2024 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Durante il cammino dalla Cripta della Piramide verso la porta del Tempio nel caso del postulante nel corso del viaggio iniziatico, possiamo immaginare un parallelismo con il poeta il quale sente di essere sostenuto; ma il sorriso di Virgilio (44) non va interpretato come autoironia sulla propria debolezza. Sottolinea invece che la libertà morale è il risultato della purezza dello spirito.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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