Sin dal primo accoglimento nel nostro Rito maschile e similmente in quello femminile, ma probabilmente solo dopo un po’ di tempo, si potrebbe aver intuito che forse non si avevano le idee molto chiare in merito a dove ci si trovava e sui motivi che avevano indotto a bussare alle nostre porte.
Però, tra le tante cose “bizzarre” che ognuno potrebbe aver notato nella fase di apprendimento, qualche particolare do-manda dovrebbe aver acceso vari dubbi in merito alla possibilità di essere forse, tra le tante cose, anche dei presuntuosi; questo solo per aver ipotizzato di poter riuscire a camminare facilmente sulla nostra via, in funzione di un “desiderio” che si supponeva più o meno importante.
In seguito, pur frequentando i Lavori, probabilmente non c’è stata occasione per ripensarci in modo specifico, ma poi accedendo a diverse Camere, potrebbe essere stato acquisito qualche concetto in merito a tre importanti nemici della Conoscenza, che in ogni tempo tentano di incatenare l’intelligenza umana e di impedire agli uomini di sapere che Dio li ha creati liberi. Questi sarebbero: la superstizione, l’ignoranza e la presunzione. Ecco ricomparire il concetto di presunzione, ma poi non solo qui. Infatti, nelle note a margine di alcune liturgie maschili, questo concetto si presenta assieme alla preoccupazione che la sempre possibile carenza di studi e soprattutto di indagini interiori possano favorirne la manifestazione affatto positiva.
Anche nell’ambito femminile ce se ne preoccupa. Infatti, in una Camera particolare, utilizzando le consuete simbologie egizie durante una cerimonia, le Sorelle si rivedranno dolenti per non essere state capaci di difendere il loro Signore, fonte della Luce che illuminava la terra di Misr ma anche che a causa della loro infinita presunzione, non avevano trovato saggezza.
Inoltre, proseguendo di Camera in Camera, allorché si ritrovassero a poter esercitare determinate facoltà di Sibille, si dovrebbero ricordare di non pronunciare mai qualche cosa per presunzione o per interesse personale.
Tenendo presente tutto questo, può risultare evidente che in un percorso come il nostro, non di rado tramite vari suggerimenti formativi, si accenni all’esigenza per ognuno, di osservare eventuali atteggiamenti personali, caratterizzati da una particolare evidenza dell’ego e dall’orgoglio. Questo, soprattutto quando si tratti di persone che ritengano di essere troppo sicure del proprio valore e che sottolineino la loro importanza attraverso parole e azioni. Infatti, ne potrebbe conseguire una tendenza comportamentale aggressiva che impedisca di ascoltare correttamente anche i punti di vista altrui.
È frequente constatare come nel consorzio umano, coloro i quali tendano a mettere sé stessi troppo in altro, non piacciano quasi mai; per cui, in caso di inciampi e di cadute (prima o poi capitano a tutti), corrono il rischio di farsi molto male, senza che nessuno porti aiuto.
Ad ogni modo, si tratta di una cosa comune (succede in modo più o meno importante a chiunque) ed è abbastanza frequente. È semplicemente una sorta di giudizio su sé stessi, tendenzialmente al rialzo.
È un modo di pensarsi “più” di quello che in realtà si è. Di solito, gli altri lo vedono ma il soggetto che si evidenzia in tal modo, non lo vede e così, tra le varie conseguenze, non suscita gradimento.
Da parte di alcuni, non si tratterebbe di una incapacità di comprendersi, bensì di uno smarrimento nella facoltà di intuizione su sé stessi.
Inoltre, si potrebbero manifestare situazioni in cui questi ultimi, nel caso in cui possano avvertire potenziali ostilità da parte degli interlocutori, tenderebbero a mettere in atto azioni solo per cambiare furbescamente le regole del gioco; ovvero di quello intrapreso e in cui non stiano emergendo. Ciò, anche in contrapposizione a tutti, solo per il gusto di riuscire ad avere sempre ragione.
L’attribuirsi con una particolare passionalità, la ragione, la verità di ciò che si dice, caratterizza quelle situazioni in cui l’eventuale soggetto si presenterebbe indisponibile a farsi giudicare da un altro; ovvero a consentire l’ingresso del giudizio altrui nella propria sfera identitaria.
È una caratteristica più o meno accentuata “normalmente” in tutti i cosiddetti profani. Non vogliono assolutamente essere giudicati. È auspicabile che invece un iniziato (per lo meno uno del nostro Rito) lo consenta.
La degenerazione che potrebbe derivare dalla presunzione sarebbe probabilmente la negazione che un altro possa mettersi nella condizione legittima per dire a colui che abbia un IO debordante, chi sia, parlando di lui, vedendolo per come appaia, mettendolo in discussione, suggerendogli dei cambia menti.
La nostra formazione, attraverso le molteplici Camere, rende disponibili degli strumenti decisamente efficaci (ma criptici per un estraneo o per un iniziato che però lo sia solo in teoria, a prescindere da gradi fasce ed emblemi indossati), affinché si possa accettare che un altro esprima il proprio giudizio sul proprio conto, evitando così con un atto avverso l’interlocutore, di chiudere in partenza un’eventuale interazione.
Non sarebbe altrimenti possibile ascoltare e accogliere le critiche ed i suggerimenti previsti nel metodo formativo, da parte dei nostri Maestri e delle Maestre.
A volte, coloro che non accettano mai alcun giudizio, restano comunque in difficoltà esistenziale dolendosi anche del fatto che un altro possa prendere posto nel luogo, nella posizione, che si sarebbero già mentalmente riservati, come se fossero “predestinati” per “loro”, quasi che si trattasse di una sorta di diritto di sangue.
Ad ogni modo, si tratta di soggetti che manifestano una sistematica diffidenza pregiudiziale, in funzione della quale chiudono le porte ad una interazione e forse, a tutte le eventuali relazioni possibili, future. Questo perché avrebbero la convinzione di ritenere veritiere solo le proprie tesi, dal momento che in fondo, si ritengono non accettati per come pensano di essere. Quindi, così facendo, suppongono di avere sempre ragione, non dovendo affatto investire sul giudizio di un altro per il quale avrebbero, sia il rischio dell’investimento, che di una verità non gradita. In sintesi, costoro tendono oggettivamente a non voler interagire con alcuno, ma alla fine, pochi potrebbero voler averci a che fare con finalità sinceramente amichevoli.
Tutto quanto ho sino ora accennato, ci riporta di nuovo nella cripta della piramide dove campeggia l’acronimo V.I.T.R.I.O.L. e quindi al suggerimento di conoscersi per avere qualche possibilità di evolvere; questo, avendo coscienza che se si volesse usufruire, ad esempio, di una simbologia egizia, si dovrebbe tener conto che per muoversi nell’oscurità del Dwat alla ricerca di emersione nella Luce in direzione dell’Amenti, si dovrebbe prima passare attraverso la psicostasia (la pesatura del cuore) nella camera Maati.
Al fine di non essere equivocato, proviamo a prendere in considerazione il concetto di autostima. Credo di poterlo definire come la percezione del valore che ognuno attribuisce a sé stesso essendo convinto delle proprie capacità e dei propri limiti. Quindi, si potrebbe notare che il confine che ognuno dovrebbe individuare tra l’autostima e la superbia non sarà mai certo, se non si avrà la possibilità di distinguere tra consapevolezza di sé e presunzione di sé.
L’orgoglio potrebbe essere inteso come sinonimo di autostima per una valutazione che tenga conto delle personali capacità, dei propri limiti e del successo nel raggiungimento dei propri obiettivi. Però in alcuni casi, sarà necessario non obliare l’ipotesi che invece lo si identifichi anche come presunzione; ovvero, come conseguenza della valuta-zione di sé che tenga conto più del proprio potere, dei propri successi, che delle personali responsabilità, degli insuccessi e quindi dei propri limiti.
I suggerimenti che si possono ricavare dalle liturgie delle nostre Camere rituali, invitano gli adepti a visitarsi interiormente per rendersi capaci di “leggersi” tramite le meditazioni sui temi previsti per ogni tornata, oppure usufruendo di alcune di quelle giornaliere pubblicate da Paul Sedir (Yvon Le Loup) all’inizio del ‘900, ma anche attraverso la decriptazione del tema natale. Tutti questi, anche assieme ad altri, possono essere strumenti utili ma solo e soprattutto senza il coinvolgimento emotivo delle passioni; infatti, si dovrà venire in contatto con i ricordi di tutte le parti di sé nelle esperienze vissute, anche in quelle più “scomode”. Quindi, in particolare, senza esprimere giudizi di sorta.
Un iniziato che abbia veramente camminato su un sentiero luminoso riesce a non avere timore di guardare anche le proprie zone d’ombra. Sa che quelle esistono esattamente come le proprie zone di luce e che contribuiscono a definire ciò che è il proprio Essere “nel bene e nel male”.
Non negandole, non respingendole, ma riconoscendole, accogliendole, potrebbe così passare ad esplorare le vere cause concatenate che lo hanno portato a vivere determinate situazioni. In tal modo, potrebbe riconoscere ciò che di esterno (famiglia, scuola, religione, società, morale comune, ecc.) abbia manipolato per tanto tempo la personale identità ma anche ciò che di originale ne faccia parte (sia luminosa, che oscura).
Conseguentemente avrà la possibilità di scegliere se effettuare dei cambiamenti e soprattutto come metterli veramente in pratica.
Invece, le persone presuntuose (purtroppo esistono anche tra gli iniziati) sanno riconoscere solo quelle che immaginano come proprie zone di luce ma hanno una grossa difficoltà ad individuare le altre d’ombra. Incapaci di essere freddi osservatori di sé stessi, quando ricordano vari avvenimenti comprensivi dei loro comportamenti negativi, per lo più esprimono giudizi di condanna o assolutori, in funzione delle personali passioni già citate sopra; spesso li rifiutano, se ne vergognano, non li accolgono. Non accogliendoli o assolvendosi, non possono neanche poterli utilizzare per scegliere di trasformare i propri limiti in risorse. Inoltre, non essendo in grado di riconoscere le proprie debolezze, possono ritrovarsi ad avere un assoluto bisogno di far valere sugli altri, solo i propri punti di vista.
In effetti, attraverso quel “So tutto io”, cercano di coprire i propri limiti, le intime, umane, fragilità e per riuscire a farlo, hanno necessità di tenere tutto sotto controllo.
Sarà però opportuno non confondere un presuntuoso con un narcisista. Al primo non interessa svalutare l’altro (esigenza che diversamente appartiene quasi sempre alla personalità narcisista), ma per lo più si limita a sopravvalutare sé stesso, forse per non entrare in contatto con eventuali aspetti di sé molto scomodi. Il narcisista di solito tende semplicemente a confliggere con chiunque, ovunque, in modo da uscire vittorioso e glorioso distruggendo ogni altro con cui ritenga di voler competere. Diviene altresì interessante per ognuno, scoprire che tipo di persona si possa essere, soprattutto se simbolicamente si pensi di aver eliminato (almeno in parte) attraverso l’acqua ed il fuoco, le scorie passionali, i metalli, e/o tanto altro, che avviluppano normalmente la sfera animica di ogni essere umano.
Col tempo, si potrebbe constatare di essere divenuti, o di esserlo sempre stati, persone che non si ritengono migliori o più importanti degli altri; in sintesi abbastanza umili.
Di solito, un concetto di umiltà indirizza ad un’intrinseca stima di sé stessi, ed è enfatizzato nella branca della filosofia che si occupa del costume, ossia del comportamento umano ma ovvia-mente è anche presente nei suggerimenti di pratica religiosa.
D’altra parte, la modestia non è una delle virtù più facili da realizzare da parte di chiunque. Infatti, prevede orientativamente la rinuncia disinteressata ad ogni vana compiacenza di sé. Per riuscirci, sono necessarie alcune qualità; ad esempio: una presa di coscienza di sé, della propria posizione in relazione agli altri e alla società in cui si vive.
Quindi, i suggerimenti derivabili dal V.I.T.R.I.O.L. si presentano nuovamente preziosi, soprattutto in merito alle possibilità di probabili rettifiche per qualche cosa che necessiti di moderazione e di equilibrio, evitando così di cedere agli impulsi d’ambizione e di egocentrismo ma rendendosi ben conto della personale identità.
In una ricerca spirituale, l’umiltà è generalmente considerata un valore positivo. Può essere vista come la capacità di contribuire a riconoscere e ad indagare la Verità su di sé, mentre porta progressivamente alla cosciente consapevolezza della propria personalità, dei propri limiti e della propria forza. Inoltre, consente di entrare in una buona relazione con gli altri. Secondo alcuni punti di vista, i limiti dovrebbero essere intesi come confini, oltre i quali ci sarebbe il prossimo ma soprattutto Dio (non a caso lo invochiamo continuamente come Supremo Artefice). Camminando correttamente sul percorso spirituale, accadono sempre degli avvenimenti particolari per i quali la forza andrebbe intesa come i diversi doni o i carismi attraverso i quali mettersi al servizio del prossimo e del disegno Divino. Essere umili significa inconsciamente amare ogni cosa del creato e quindi mettere in pratica le conseguenze di questo sentimento, in modo armonico, nell’esperienza di vita (sentimentale, lavorativa, sociale, ecc.).
Mantenendo per noi ricercatori il riferimento al concetto di umiltà, potremmo trovare frasi e citazioni interessanti nelle tracce e nei luoghi di coloro che in vari luoghi e tempi ci hanno preceduti. Ad esempio, nel testo de “L’Imitazione di Cristo” (titolo originale in latino: De Imitatione Christi) che dopo la Bibbia, sembrerebbe essere un testo religioso tra i più diffusi di tutta la letteratura cristiana occidentale, troviamo la seguente frase: “Che cosa ti serve disputare intorno ai profondi misteri della Trinità, se poi ti manca l’umiltà, senza la quale non riesci gradito alla Trinità?”
Possiamo spostarci anche in altri ambiti, così potremmo notare nella filosofia attribuita al Mahatma Gandhi, la considerazione che: la ricerca della verità, senza l’umiltà, sarebbe condannata a degenerare in una tremenda caricatura di sé stessa.
Anche nel taoismo, l’umiltà è considerata come una grande virtù. Un accenno potremmo trovarlo nel Tao Te Ching (77.4) dove si afferma: “l’uomo saggio agisce senza rivendicare il risultato come proprio; egli consegue l’obiettivo ma non vi resta aggrappa-to: egli non desidera dimostrare la propria superiorità”.
Ammesso che le traduzioni in Internet siano corrette, se ci spostiamo anche nella sfera del misticismo ebraico, potremmo trovare cenni dove si precisa che le benedizioni provengono da anavah, l’umiltà e che arriveranno a una persona solo quando avrà risvegliato l’umiltà al suo interno. Esistono altri molteplici riferimenti interessanti.
Ad esempio, Mosè viene descritto nella Bibbia ebraica come: “uomo molto umile, più di chiunque altro sulla faccia della terra” (Libro dei Numeri 12:3). Anche nel Tanya possiamo trova-re una citazione ove si disserta sugli “obblighi”:
“…L’essenza dell’emozione di yir’ah (“timore reverenziale”) è un movimento verso l’interno: il ritirarsi, l’auto limitazione, l’introversione (in opposizione ad ahavah, “amore”, che il movimento da sé stessi verso l’esterno, per connettersi agli altri). Yir’ah possiede molte forme: timore, paura, vergogna, umiltà e così via. Avahah spinge all’azione, Yir’ah all’inattività. Perciò ci sono molte ragioni che possono impedire ad un individuo di trasgredire, ma la loro radice è sempre yir’ah…”. Continuando con qualche citazione, potremmo trovare nel Talmud Babilonese che Rabbi Elazar Bar Tzadok collegava l’ingiunzione del Libro di Michea 06:08, per esortare a: “camminare” umilmente (hatzne’a leches) col tuo Dio, (“Trattato Sukah” 49b) facendo riferimento alla modestia e alla discrezione, sia nel vestire, che nel comportamento.
Credo che tutto questo possa svelarsi decisamente convergente con le necessità di coloro che, maschi e femmine, camminano sulle rispettive strade del nostro Ordine.
Infatti, prendiamo ad esempio, la cerimonia per la creazione di una nuova Sibilla (percorso femminile). Da quel momento, la neofita in quel grado abbastanza elevato, dovrà rivisitarsi per tentare di essere irreprensibile verso il Signore nostro Dio (il Supremo Artefice) che susciterà per mezzo di lei, quanto riterrà necessario.
Questo è importante perché riuscendoci, tutti quelli a cui parlerà, a lei daranno ascolto. Avrà così quanto avrà chiesto al Signore nostro Dio. Dovrà però ricordarsi di non pronunciare mai qualche cosa per presunzione o per interesse personale. Questo sarà il compito che le spetta nella Massoneria e particolarmente nel nostro Rito egiziano.
Promettendo, giurando amore in riferimento al Supremo Artefice e a tutti coloro che l’ascoltano, visibili ed invisibili, estende promesse e amore ai propri simili consapevole che se a quei giuramenti dovesse mancare, la spada dell’angelo sterminatore, seppure inquietante, è qualche cosa di reale. D’altronde, a tutti è sempre stato ricordato più volte che spesso siamo inclini a particolari debolezze umane e che, di conseguenza, certi studi e certe esperienze devono essere affrontati con umiltà e prudenza; quindi, anche dalla parte femminile dell’umanità.
C’è sempre la possibilità di uscire dalla Luce Divina, ma essendo stati ricevuti nei nostri Riti, c’è almeno la speranza che col tempo, si diventi capaci di respingere questo difetto, oltre a prendere contatto con la parte spirituale che ogni essere umano ha in sé, ed a fortificarla.
Non solo nel caso di una Sibilla, una visione non è legata a dati di fatto ed a ragionamenti ma alla supposta capacità, insita in ognuno di noi (se si è ripulito e rettificato spiritualmente), di svuotare la mente e di aprirsi al divino. Potrebbe anche avvenire di rivivere avvenimenti passati, un dono prezioso se si voglia avere la possibilità, forse, di influenzare il futuro.
Non è certo richiesto d’interpretare pubblicamente una visione applicandola non solo ai bisogni spirituali dell’umanità; è opportuno farlo solo nella propria intimità, con l’avvertimento che tutto ciò richiede che ci si sia prima liberati dal dominio delle proprie passioni. Deve essere chiaro che non si osserverà soltanto il futuro; inoltre è bene comprendere che quello è sempre in movimento. Si potrà avere anche conoscenza di cose in genere, degli eventi passati e presenti non necessariamente vicini o precedentemente conosciuti ma svelati direttamente dallo Spirito Divino che inoltre favorisce l’apprendimento della parte nascosta dei nostri rituali, così come accade per ogni testo sacro. La tradizione ci suggerisce che si potrebbero avere queste possibilità, sia per elevazione intellettiva e spirituale, che per visioni favorite da angeli e da intermediari divini o tramite la stessa Shekhinah, manifestazione di Dio. Tutto dipenderà dalla purezza dell’anima e dalla lucidità della mente. Entrambe potranno essere conquistate solo personalmente.
Quindi, occorre non dimenticate mai che le percezioni, le visioni non possono essere interpretate sempre in modo critico per la loro comprensione.
Infatti, si presentano all’intelletto tramite visione mistica o come segno; così, spesso l’archetipo risulta il medesimo anche se in diverse forme e solo la natura di tale entità definisce il significato del messaggio trasmesso. Per questo, quando necessario, ognuno (e in particolare una Sibilla) sarà solo un tramite, un semplice strumento al fine di favorire per tutta l’umanità, la realizzazione dell’ineffabile progetto divino.
Ognuno può vincere, grazie alla sua fermezza, la battaglia contro il lato oscuro.
Inoltre, il Supremo Artefice difende i suoi amici, Dio è potente, Dio guarisce, Dio infiamma, Dio benedice, Dio si mostra nelle lodi, Dio comunica.
Nessuno deve impedire a chiunque di conseguire il premio per il proprio amore verso Dio, ma occorre fuggire dalla tendenza ad indulgere nel compiacersi in pratiche di poco conto ed inutili spiritualmente.
Renato Salvadeo S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫
L’articolo è contenuto nel numero di marzo 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Nel percorso iniziatico del Rito Egizio, la consapevolezza di sé richiede di distinguere tra autostima e presunzione. Viene indicata la presunzione come nemico ricorrente della conoscenza, ostacolo alla ricezione del giudizio altrui e all’ascolto, sintomo di una distorsione dell’ego che impedisce il lavoro interiore. L’umiltà, al contrario, è mostrata come via maestra per riconoscere le proprie zone d’ombra e operare una trasformazione autentica, sostenuta dal simbolo del V.I.T.R.I.O.L. e dalla capacità di accogliere anche le critiche. Si invita alla prudenza e all’introspezione costante, sottolineando che la vera visione e l’intuizione spirituale richiedono purificazione, disciplina, distacco dalle passioni. Il percorso iniziatico, soprattutto nelle Camere superiori e nei ruoli oracolari, esige la rinuncia al protagonismo e l’apertura al giudizio superiore, come strumento di rettificazione e servizio alla volontà divina.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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