Riflessioni sulla Semplicità

Sappiamo che il nostro percorso è abbastanza particolare e non è adatto a tutti.

Per altro, dovrebbe essere abbastanza intuibile che in generale, per camminare in modo corretto, non ci si dovrebbe mai impedire di vivere armonicamente gli aspetti della ricerca metafisi ca assieme a quelli scientifici. D’altronde, prima di affrontare problemi a noi cari, potremmo soffermarci qualche istante su argomenti particolari che in qualche modo potrebbero ricordarci alcune simbologie presenti nelle liturgie di una cerimonia iniziatica, in una nostra camera di lavoro; ad esempio: la tecnologia e le applicazioni scientifiche. Così, forse, tali osservazioni potrebbero essere analogicamente utili per consentirci di meditare anche su altre cose non proprio materiali.

Tutti questi riferimenti sono compresi in un ampio settore di ricerca, nel quale sono coinvolte varie discipline tecniche e scientifiche; sono quotidiani strumenti al servizio dell’umanità, indipendentemente dalla propensione dei singoli a ricerche più o meno spirituali. La tecnologia è da sempre un interessante prodotto della mente umana. Il suo scopo è quello di tradurre tante operazioni complesse in pochi semplici gesti arrivando ad un risultato uguale se non migliore del lavoro manuale. Quello che però gli “utenti” tante volte non comprendono, è la complessità delle operazioni di sviluppo della tecnologia. Negli ultimi 40 anni, le applicazioni in tutti i settori hanno fatto un grande balzo in avanti; è proporzionale agli sviluppi che sono stati fatti negli 800 anni precedenti. Oggi abbiamo macchine che “imparano”, farmaci che identificano, materiali che si trasformano ed il volo nello spazio è già in mano al settore privato. Ma qual è lo scopo? Dove si vuole arrivare? Il paradigma della “soluzione semplice” l’abbiamo scoperto solo ultimamente? La risposta a questa ultima domanda è: “no”.

Poiché uno dei nostri suggerimenti formativi è quello di conoscerci sempre meglio fisicamente, sarà opportuno non dimenticare che la Natura con le sue leggi spesso terribili, ha sempre seguito una regola di semplice efficienza, sin dal suo manifestarsi dopo il big bang.

Se riportiamo tale concetto anche in ambito tecnologico, potremmo constatarne una molteplice coerenza applicativa. Ad esempio, uno dei teoremi dell’elettrotecnica enuncia che “la corrente passerà nei percorsi dove sente minore resistenza”. Nella chimica si nota che ogni atomo, indipendentemente dall’elemento, cercherà di stabilizzarsi nella sua forma elettronica più semplice. Un esempio ancora più facile: necessita meno energia esterna per far passare l’acqua in un foro con calibro macroscopico, rispetto ad un calibro microscopico.

Se cambiamo ulteriormente prospettiva e alziamo gli occhi al cielo, utilizzando le informazioni scientifiche, possiamo ammirare la dinamica dell’Universo. È noto a tutti che i pianeti del sistema solare ruotano attorno al nostro Astro con un moto di rivoluzione. Inoltre, gli stessi corpi celesti compiono un moto di rotazione attorno al proprio asse. Entrambi i moti hanno uno scopo specifico: il primo permette al sistema solare di rimanere in equilibrio all’interno di forze attrattive e repulsive affinché gli elementi che compongono uno specifico pianeta possano mantenersi nella forma più stabile energicamente. Il moto di rotazione invece permette alle stesse molecole di ottenere sempre la stessa quantità di energia dal sole. Strano a dirsi, ma l’Universo è forse l’ambiente fisico più “democratico” che esista. Fin qui tutto appare semplice, ma proviamo a fare un passo in più svelando qualche cosa non sempre nota a molti. La forza di gravità è direttamente proporzionale alle masse dei corpi attratti ed indirettamente proporzionale alla loro distanza. Ma manca qualcosa, quello che in architettura si chiama la “firma”.

L’equazione sussiste se il dividendo (le masse) ed il divisore (la distanza relativa) sono molti-plicati per una costante, di valore oramai noto. Gli scienziati ci dicono che probabilmente, aumentando quella costante dell’1%, l’Universo collasserebbe in una piccola palla. Se fosse più piccola dell’1%, l’Universo si “strapperebbe” in tanti piccoli pezzi. Ora, è noto a molti che l’Universo è in fin dei conti entropico, quindi tende a diventare sempre più grande, ma quella variazione dell’1% si stima che porterebbe al collasso o allo strappo in un tempo concepibile intorno ai milioni di anni, che per l’Universo si tratta di pochi minuti.

Per noi iniziati è probabilmente interessante meditare anche su questi argomenti; infatti, la tendenza all’intuizione del Supremo Artefice, è insita nei nostri percorsi. Ma il profano riesce a comprenderne il nesso? Questa nozione permette di intuire come sia difficile la creazione dell’Universo stesso senza la mano di un architetto, di un artigiano sapiente. Basti pensare a due cose: se la gravità non fosse stata tarata nel modo accennato, con tutta probabilità il sole non sarebbe esistito in quanto non avrebbe avuto il tempo di formarsi, figuriamoci la Terra e la vita stessa.

Ma è tutto qui? No, dallo studio del cosiddetto “brodo primordiale” si stima che il numero di interazioni molecolari, perciò il numero di reazioni chimiche semplici, necessarie per poter generare la vita, sia di tale entità che non sia possibile, al momento, salvarla su alcun supporto di calcolo, neanche se si unissero le memorie di tutti i computer del mondo. È interessante, a questo punto, soffermarsi a pensare come sia stato poco casuale il susseguirsi di tutte queste reazioni in un ordine ben preciso. La Natura fa esperimenti all’interno delle sue regole?

Se la natura fa esperimenti, allora l’Universo è un grande progetto di infinita complessità che noi immaginiamo opera del Supremo Artefice.

La vita e la morte in genere sono per lo più studiate da noi, nella forma più semplice possibile. In altre parole, è come se l’umanità imparasse a comprendere l’universo attraverso dei libri per bambini. Eppure, tramite queste nozioni semplificate anche da parte dei grandi specialisti, siamo in grado di curare malattie, salvare vite e addirittura clonare cellule. Questo presuppone che il progetto “Universo” sia in fin dei conti, il risultato di una macchina perfetta, infinitamente complessa nella sua semplicità, con un suo sviluppo che è durato miliardi di anni.

Tornando al concetto del Supremo Artefice, l’umanità sembrerebbe cercare di prenderne esempio per sviluppare le sue innovazioni. Prendiamo ad esempio l’intelligenza artificiale. Se una persona si mettesse all’angolo della strada e chiedesse a tutti i passanti la definizione di intelligenza artificiale, analizzando le risposte, arriverebbe ad una conclusione probabilmente simile: “Dicesi intelligenza artificiale quella cosa tecnologica che riempie molte bocche per descrivere quando una persona ha un cellulare tecnologicamente avanzato e performante”.

È probabile che Leon Ong Chua, uno dei padri dell’intelligenza artificiale, ne rimarrebbe alquanto deluso.

Questa tecnologia è stata teorizzata negli anni ‘60 con lo scopo di eliminare l’esigenza di dover programmare una macchina al fine di effettuare operazioni, in quanto l’elettronica digitale appena nata, necessitava di un enorme sforzo di codifica. Solo dal 2008 con la scoperta dell’elemento elettronico che simula naturalmente la sinapsi di un neurone, si è iniziato a svilupparne soluzioni concrete. Negli ultimi anni, si è riusciti a fare un passo ulteriore in avanti; sviluppando reti sempre più complesse, si è arrivati al punto in cui in determinati casi, la macchina possa non solo imparare le operazioni da eseguire, ma anche comprendere quali operazioni fare a discapito di altre.

Cosa ne vede però l’utente? Un risultato, niente più. Un numero, un’immagine, un grafico, un suono, una qualsiasi cosa che sia l’oggetto della sua ricerca. Non ne vede il lavoro svolto da migliaia di persone per arrivare a questi risultati. Non ne può apprezzare la sua complessità. Questa è lasciata agli addetti ai lavori che hanno generato una tecnologia complessa per semplificare la vita al prossimo. E questo è comprensibile. Lo scopo è quello di semplificare, ma quali sono le “regole d’ingaggio”?

Quindi, tornando similmente al nostro ambito liturgico, quali sono i suggerimenti che si nascondono nel testo rituale di ogni Camera? Quanti e quali caratteristiche avevano coloro che sono riusciti nei secoli, a mettere a sintesi quelle indicazioni? Da che cosa erano ispirati o condotti per mano? L’intelligenza artificiale, come tutta la tecnologia, del resto, dovrebbe essere sviluppata al servizio del bene e della pace. Questa regola, anche se come molte altre cose, è colorata con varie sfumature di grigio, dovrebbe essere imprescindibile.

La complessità di un’operazione di sviluppo, qualunque essa sia, dovrebbe essere fondata su questo principio.

Nel nostro ambito di ricerca spirituale, esempi di questo concetto sono sempre stati presenti in miti, leggende, fiabe ma anche nelle religioni; quindi, anche nella Bibbia. In quest’ultima ce ne sono molti, ma al momento ne vorrei focalizzare due.

Il primo riguarda il libro di Ester.

Ester (figlia di Abicàil della tribù di Beniamino, una delle due tribù che costituivano il Regno di Giuda) è un personaggio della Tanakh e dell’Antico Testamento cristiano. La sua storia è raccontata nel libro di Ester ed è celebrata, secondo la religione ebraica, nella festa di Purim. La Chiesa cattolica la considera una Santa e la ricorda il 1^ luglio.

Il libro parla delle vicende di lei che si ritrova sposata con il re persiano Assuero (forse Serse) e che salva il popolo ebraico dallo sterminio perpetrato da visir Aman. Analizziamo il personaggio principale di questa storia. Ester era una profuga ebrea, orfana che viveva in pace con suo zio che le faceva da tutore. Rapita dalle guardie di Assuero, deciso a sposare tutte le donne della Persia in età da marito a causa di uno screzio con la regina Vasti, dovette presumibilmente vivere per almeno un anno in un harem isolata dal mondo aspettando il suo turno per consumare il matrimonio con il suo nuovo consorte, il tutto celando di essere ebrea. Essendo venuta a conoscenza che Aman stava pianificando l’eccidio della sua gente, allora mise a disposizione il suo corpo, la sua gentilezza, la sua bellezza, il suo ingegno ed il suo buon cuore per far comprendere all’uomo che la aveva presa con la forza ma che poi si era innamorato di lei facendone la sua regina, che non doveva permettere che si perpetrasse un così atroce crimine. A questo punto, secondo la trama delle favole, si potrebbe scrivere: ambiente protetto e famigliare. Dovette venire a patti con la sua coscienza per far ragionare colui che non avrebbe mai accettato le sue origini. Eppure, il risultato fu che tramite la semplicità della gentilezza e dell’amore, riuscì cambiare il cuore di un uomo. Tramite un risultato semplice come la gentilezza, salvò il suo popolo. Il costo fu probabilmente alto per una persona sola. In alternativa, forse la complessità delle operazioni avrebbe potuto richiedere un sacrificio più grande. Ma salvò il suo popolo con la cura più semplice di tutte: l’amore.

Circa 500 anni dopo, un adolescente fuggì alla sorveglianza dei suoi genitori a Gerusalemme. Costoro, in preda al panico, lo cercarono per la città, che per quei tempi era da considerarsi una metropoli. Non riuscendo a trovarlo si recarono nell’unico posto dove sapevano che avrebbero potuto chiedere aiuto, al Tempio. Con loro grande stupore lo trovarono lì a conversare alla pari con i più venerandi e saggi della città. Con loro ancor maggiore stupore, osservarono che il figlio veniva ascoltato attentamente da questi uomini.

Tale episodio verrà tramandato nei secoli a venire come il “Ritrovamento di Gesù al Tempio” o “Gesù tra i dottori”, descritto nel Vangelo di Luca (2,41-50). L’episodio potrebbe rappresentare un duplice significato: la prima manifestazione divina del Cristo, ma anche la sua dualità con la sua componente umana.

Anche in questo caso, proviamo ad analizzare il personaggio principale. Gesù è un dodicenne, un adolescente (ovviamente molto differente da quelli forse più infantili di oggi, nella nostra società). Inizia, come tutti a sviluppare delle idee proprie ed a prendere la distanza dai genitori che forse lo immaginano ancora incosciente dei pericoli e senza dire parola, si reca al Tempio per fare ciò che riteneva fosse giusto. È bello immaginare il Cristo adolescente che probabilmente condizionato dalla sua forma umana, sente questa esigenza ma non comprende ancora bene il significato delle sue azioni. La semplicità della sua giovinezza fu il biglietto da visita della sua grandezza. La complessità dei suoi pensieri e delle sue ragioni sfociarono in un gesto semplice e comune a tutti gli adolescenti.

La semplicità, perciò, sembra essere la chiave di volta di qualcosa di più gran-de. Il bene deve derivare da qualcosa di semplice e comprensibile. Il bene deve essere comprensibile a tutti. Il lavoro per raggiungerlo può essere complesso, ma la capacità di sviluppare un qualcosa ne è uno strumento.

Anche il mattone è semplice, il più semplice elemento che compone un edificio. Il mattone è statico, non cambia forma e deve solo reggere un peso. Eppure, il mattone costituisce le costruzioni così come le cellule costituiscono il nostro corpo. È la maestria nell’uso del matto-ne che porta alla magnificenza delle costruzioni.

È con la semplicità che possiamo puntare al bene.

Quindi, ritornando ai nostri lavori, proviamo a meditare con semplicità, ad esempio sulla Pietra Grezza collocata nei pressi dell’Ara.

Potrebbe rappresentare simbolicamente l’uomo con la sua componente animica non ancora resa libero dai condizionamenti delle passioni più o meno cupide. Quindi, la sua interiorità spirituale è così esemplificata da un oggetto informe, incrostato da vari elementi. Volendosi rapportare alle simbologie derivate dai suggerimenti kabbalistici, quelle incrostazioni che rendono la pietra brutta e informe, potrebbero riguardare i gusci (Qelipot) che imprigionando la spiritualità animica, che impediscono un collegamento efficace ed armonico tra mente e cuore, tramite la coscienza.

Si tratterebbe dello stato dell’Essere per lo più comune di ogni essere umano.  Quindi, è qual-che cosa che non va sottovalutato, né scartato, dal momento che costituisce un’importante parte integrante dell’intera umanità, tramite la quale, si intuisce che si deve compiere, se possibile tutti assieme, un’impresa misteriosa e complessa.

L’intelligente, lenta e progressiva lavorazione di questo elemento (Pietra Grezza), scartandone gli elementi superflui con il semplice ma sapiente e corretto uso di tutti gli utensili necessari, condurrà alla Pietra Cubica che si presenterà perfetta in tutte le sue dimensioni.

Essa sarà il simbolo della crescita personale, dell’elevazione spirituale ed esprimerà la realizzazione evoluta dell’Essere tendente ad avvicinarsi interiormente, al livello spirituale del Supremo Artefice.

Andrea

L’articolo è contenuto nel numero di marzo 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Una profonda meditazione sulla semplicità come chiave dell’ordine cosmico, della spiritualità e della pratica iniziatica. Dalla tecnologia all’armonia dell’universo, dalla Bibbia alla Pietra Grezza, si esplora come il principio del semplice regga la complessità dell’esistenza, rimandando all’opera del Supremo Artefice. La semplicità non è banalità, ma essenza luminosa e via per l’elevazione interiore.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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