Da sempre, il cammino iniziatico è apparso come un viaggio oltre i veli dell’apparenza, come un progressivo svelamento del Mistero che si cela dietro la luce visibile. La conoscenza più alta non si concederebbe all’improvviso, ma tenderebbe a svelarsi solo a chi sia pronto ad attraversare le soglie dell’ignoto e a superarle con successo ma poi, unicamente se riuscisse a interagire in modo corretto con ciò che stia “oltre”.
Nella nostra ritualità, questo principio si rifletterebbe nella dialettica tra luce e oscurità, due realtà che non si escludono, ma che sembrano richiamarsi a vicenda come nell’esempio delle “nozze alchemiche”.
Le nostre cerimonie custodiscono simboli che proteggono il Mistero, perché la luce e l’ombra sono aspetti di un ciclo in cui ciascuna si definisce attraverso l’altra. Se la luce fosse una facile conquista del fine ultimo, la ricerca della conoscenza si esaurirebbe nel momento stesso dello svelamento; tuttavia, il cammino iniziatico non culmina nella semplice intuizione della luce, ma anche nella capacità di penetrarne progressivamente il significato.
Nel mito egizio (uno dei tanti e non sempre uguali nel corso dei millenni), Osiride-Asar, signore luminoso della terra di Misr e simbolo di armonia, è tradito da Seth; in una fase successiva alla sua morte, viene anche smembrato. Ma la sua fine fisica non rappresenta una scomparsa; egli rinasce in una nuova dimensione, non più vittima delle tenebre, ma sovrano dell’oltre tomba; nell’iconografia indossava una corona definita atef. Altri suoi attributi erano lo scettro heqa e il flagello nekhekh, che impugnava tenendo le braccia incrociate sul petto.
Se la conoscenza risiedesse solo nella luce, ci si potrebbe chiedere perché l’iniziato non trovi il suo sentiero esclusivamente nel sole abbagliante anziché nell’attraversare soprattutto l’oscurità interiore per coglierne il senso? La vera sapienza consisterebbe dunque anche nella capacità di osservare prudentemente le tenebre, riconoscendole come parte del Mistero.
Nel nostro ambito, un postulante viene condotto bendato nel Tempio, simbolo della sua condizione di uomo profano, ancora incapace di vedere oltre la realtà ordinaria. Questa cecità rituale non è privazione, ma anche tramite la presa d’atto sensoriale, una preparazione; il postulante è nel buio perché ignora, ma ha desiderio di conoscere. L’assenza di luce non è una condanna, ma un passaggio necessario affinché la visione che auspicabilmente seguirà, non sia immediata e superficiale, bensì frutto di una trasformazione interiore.
La luce tende a svelare ogni cosa, ma la conoscenza sarebbe accessibile solo a chi riuscisse ad accoglierla. I testi rituali sembrano suggerire che l’iniziazione si compie tra luci e ombre, dove le tenebre diventano qualche cosa che va intuito, compreso, rimosso, trasformato, per riuscire a tendere alla vera conoscenza.
Osiride, secondo il mito, forse commette qualche imprudenza, così subisce un destino particolare: è ingannato, ucciso e sigillato in un sarcofago; così, viene relegato nell’ombra. Eppure, il suo ruolo non si esaurisce nel dominio dell’invisibile; egli non è soltanto il sovrano della Duat, ma il Giudice Supremo che decreta chi sia degno di attraversarne la soglia. La sua funzione non è quella di una divinità passiva che accoglie le anime, ma di un principio attivo che le misura e le seleziona. La pesatura del cuore, Rito centrale della mitologia egizia, non è una mera prova punitiva, bensì la manifestazione di un ordine più profondo; solo chi ha saputo equilibrare il proprio essere può procedere oltre.
Allo stesso modo, l’iniziazione non rappresenta affatto una concessione automatica di conoscenza, ma un processo in cui il candidato deve dimostrare di essere pronto a riceverla; poi di volere veramente superare quella soglia che ha raggiunto con l’aiuto di qualcuno e infine di riuscire a camminare correttamente oltre la stessa. Le sue azioni nella vita quotidiana costituiranno le cartine di tornasole di quel cammino.
In una nostra camera maschile, il cuore, simbolo dell’essenza animica più autentica dell’uomo, viene posto sulla bilancia che ha come contrappeso la piuma di Maat, immagine dell’ordine cosmico.
Non sarà la quantità di sapere accumulato a determinare l’esito del giudizio, ma la capacità di armonizzare correttamente con il principio universale, la propria interiorità depurata dai vincoli passionali.
Ad esempio, il raggiungimento di un primo grado di Maestranza non si riduce a un semplice passaggio rituale, ma si compie solo quando l’iniziato, come l’anima dinanzi a Osiride abbia trovato, sia interiormente, che nella vita di ogni giorno, il giusto equilibrio tra materia e spirito, tra tenebre e luce.
D’altronde, l’uomo vincolato alla materia con il corpo fisico, non è libero, non può essere facilmente ciò che vorrebbe essere e neppure ciò che crede di essere.
Tornando al mito, Iside-Aset, la Grande Madre, ricompone Osiride (fratello e marito) e gli restituisce la vita, ma egli non torna nel mondo visibile. Il suo regno non è più quello della manifestazione, ma dell’invisibile; egli diviene il Signore dell’Aldilà, il Giudice Supremo che garantisce l’ordine e il passaggio dell’anima oltre il velo della morte.
Se la conoscenza si realizzasse soltanto nella dimensione visibile, il suo destino parrebbe una sconfitta; invece, il suo potere si afferma nel non-manifesto, in ciò che si svela solo a chi ha oltrepassato la soglia e cammina correttamente. Osiride è un dio che in qualche modo permane collegato alla luce, ma la sua luce non rischiara il giorno: illumina le profondità. Non è il signore del sole, ma dell’interiorità rischiarata dalla coscienza. In questo si riflette il destino del Maestro; non è colui che si appaga della luce visibile, ma è chi riconosce i propri limiti e ne coglie il senso più profondo. Senza ombra, la luce sarebbe priva di rilievo; senza notte, l’alba non avrebbe significato.
Il Maestro non è colui che fugge le tenebre, ma chi le attraversa indenne. Così come Osiride non rifiuta il regno dei morti, ma lo assume come parte del proprio destino, il Maestro riconosce che solo l’amorevole e armonica unione degli opposti spirituali genera la vera conoscenza.
La figura di Seth, nella mutevolezza dei racconti mitici che non di rado, con lo scorrere dei millenni, si presentano con valori anche diametralmente opposti, è interpretata a volte come principio distruttore e caotico; così, non rappresenterebbe semplicemente la negazione di Osiride, ma ne renderebbe possibile la trasformazione. Senza Seth, Osiride rischierebbe di restare prigioniero di una condizione statica, priva di quella evoluzione o rinascita che siamo abituati a prendere in considerazione. Il mito egizio non proporrebbe una lotta tra bene e male, come nel caso in cui il serpente Apophi insidia la barca solare di Rah, difesa proprio da Seth, ma piuttosto l’alternarsi di due forze che, pur opposte, risulterebbero entrambe necessarie alla rigenerazione.
Osiride non viene annientato, ma riformato in una nuova dimensione. Seth lo spingerebbe oltre i confini del manifesto, consegnandolo all’invisibile.
Anche nell’esperienza iniziatica, la “morte” rituale non costituisce una fine, ma il varco di una soglia.
L’iniziato non può rinascere alla luce senza aver prima conosciuto l’ombra da cui proviene. Se poi il cammino si limitasse addirittura al semplice accumulo di nozioni, rischierebbe di irrigidirsi in una forma inerte. Ma il sapere vivente non si conserva, si trasmuta. L’abbandono di ciò che è stato (credenze, ruoli, abitudini, ecc.) sembrerebbe condizione necessaria per accogliere ciò che potrebbe divenire. Il Maestro, così come Osiride, dovrebbe tendere a non aggrapparsi alla forma, ma lasciarsi trasformare, sia dalla forza dissolvente, che da quella consolidante, proiettandosi verso una condizione di rigenerazione.
Premesso che Osiride e Seth non siano antagonisti irriducibili, ma poli di uno stesso movimento cosmico, entrambi lo spingerebbero verso un nuovo stato di equilibrio dinamico che genera il movimento vitale del mondo.
Il nostro Rito sembrerebbe riflettere questo principio: la rottura apparente costituirebbe il preludio a una restaurazione superiore. L’equilibrio non sarebbe tranquillo, ma una relazione dinamica tra le forze.
Nel ciclo eterno della rigenerazione, entrambi gli elementi devono coesistere e interagire. Osiride non si realizza senza attraversare la disgregazione e la figura Seth non avrebbe senso senza il principio ordinatore che ne contiene l’azione.
I nostri rituali, non solo fino al terzo grado, riflettono questa legge in ogni passaggio; ogni apparente distruzione si mostra nel precedere una rinascita. Così, il caos si svela come una premessa di un nuovo ordine. L’equilibrio non rimane statico, ma frutto di un dialogo vivente tra forze opposte.
In tutto questo potrebbe tuttavia configurarsi un rischio: la luce, se eccessiva, potrebbe accecare. Così, Osiride non Ritorna nel mondo dei vivi, ma affida la sua eredità a Horus, il vendicatore, colui che ne prosegue la missione nel regno terreno. Se Osiride fosse tornato, avrebbe probabilmente imposto una verità assoluta, trasformando la conoscenza in un dogma. Ma la sapienza autentica non si impone: si disvela soltanto a chi è pronto ad intuirla e a comprenderla. Se il nostro Rito fosse esclusivamente un culto della luce, rischierebbe di ridursi a mera rivelazione; invece, sembrerebbe insegnare il dubbio, la ricerca, l’interiorità in cui la luce è per lo più avvolta dalle tenebre.
Un ipotetico eccesso di luce rappresenterebbe la tentazione della certezza totale, l’illusione di possedere la Verità. Ma l’eventuale conoscenza (sempre solo soggettiva), si vela e si svela, nel trasformarsi, nel muoversi senza sosta. L’iniziato non sarebbe colui che sa tutto, ma colui che impara a camminare tra luce e ombra senza essere sopraffatto né dall’una né dall’altra, mentre cerca di rag-giungere piani spirituali sempre più elevati.
Il percorso iniziatico non si limiterebbe alla sola ricerca della luce, ma includerebbe anche la comprensione del ciclo di morte e rinascita. Osiride non sembrerebbe il sovrano di una luce immobile e trionfante, ma di una luce che si accenderebbe nelle tenebre.
Il vero Maestro non sarebbe colui che semplicemente fugge l’oscurità, né chi presume di aver raggiunto una verità assoluta. Potrebbe piuttosto manifestarsi come colui che ha attraversato la Soglia, ha osservato l’ombra e ne ha colto il senso, comprendendo che la conoscenza non si impone, ma si trasmette solo a chi è pronto a conquistarla attraverso intuizione e comprensione.
Osiride non è soltanto il sovrano dell’invisibile, ma il giudice silenzioso che individua chi è pronto ad attraversarlo. La sua funzione nella Duat non è accogliere automaticamente, ma indicare una via; questo esclusivamente dopo la pesatura dei cuori.
La psicostasia rifletterebbe dunque il principio secondo il quale solo chi ha armonizzato il proprio essere può varcare la soglia.
Una volta trasformato, Osiride non torna nel mondo manifesto. Non reclama il trono, non riprende il suo posto tra gli uomini. Il suo regno è l’invisibile. Questo passaggio, tutt’altro che marginale, potrebbe suggerire una legge iniziatica: il vero Maestro non tornerebbe per imporsi, ma per lasciare un’eredità da raccogliere, un segno da decifrare, una presenza da ascoltare in silenzio. Quando il Maestro è pronto, allora compaiono gli allievi.
L’iniziato non dovrebbe pensare che la conoscenza conquistata vada diffusa e spiegata indiscriminatamente, né che il proprio cammino lo autorizzi a guidare chi non è pronto. Il sapere autentico non si comunica a chiunque, non per elitismo, ma perché non è l’esposizione del contenuto a renderlo accessibile, bensì la maturazione interiore del ricevitore. Quindi, ci si dovrebbe sempre limitare a suggerire, a indicare, ma nulla di più.
Come Osiride affida il proprio lascito a Horus, così il Maestro non dovrebbe imporre il proprio insegnamento; lo lascerebbe come traccia da raccogliere solo da parte di chi abbia compiuto quanto per lui sia necessario.
Se tendesse a proclamare apertamente, tradirebbe forse il Mistero della Tradizione, riducendolo a concetto.
Se il Mistero fosse solo luce, cesserebbe di essere ineffabile.
La verità iniziatica sembrerebbe vivere nell’equilibrio tra visibile e invisibile, tra giorno e notte, tra vita e morte.
Osiride, Signore della Duat, non torna per raccontare. Il suo sapere resta nel silenzio, custodito nell’invisibile. Non perché gli manchi la parola, ma perché quella conoscenza non si tra-smetterebbe attraverso il linguaggio comune. Un principio essenziale che sembrerebbe attraversare ogni autentico percorso iniziatico, riguarda il sapere profondo che non si può semplicemente comunicare, ma deve essere vissuto. Il nostro Rito conserva questa concezione nella sua struttura più profonda; non tutto viene spiegato, non tutto viene svelato, perché ciò che può essere realmente compreso dopo essere stato intuito, non risiede nelle parole, ma nell’esperienza diretta di ciò che si compie ogni giorno.
La Tradizione così non apparirebbe come una dottrina da memorizzare, ma come un fuoco che si accende solo in colui che è disposto a lasciarsi trasformare.
Se Osiride parlasse, rischierebbe di favorire una conoscenza esterna, ridotta a concetto. Il suo silenzio, allora, non sarebbe privazione, ma custodia; non mancanza, ma protezione del Mistero, affinché non si disperda in un’inutile comprensione superficiale. Così, nella nostra pratica, il simbolo e il silenzio, sia interiore, che esteriore, sembrerebbero operare insieme per trasmettere ciò che non può essere detto direttamente.
Osiride non si lascia divorare dalle tenebre, ma le governa. Allo stesso modo, il Maestro, nel suo percorso, non sarebbe chiamato ad abbagliare, ma a rischiare con misura; non a fuggire l’oscurità, ma a penetrarla per coglierne il senso. Solo chi impara a muoversi tra luce e tenebra senza esserne sopraffatto potrebbe davvero avvicinarsi al Mistero.
L’iniziazione non è un evento che si esaurisce, ma un ciclo che si rinnova costantemente. Per ogni nuovo fratello, il Mistero si rigenererebbe, perpetuando la propria essenza. Il Rito non è un’eredità inerte da preservare, ma un fuoco vivo che deve essere mantenuto costantemente acceso affinché conservi la sua vitalità.
Anche il mito di Osiride confermerebbe questa legge ciclica: la sua morte e restaurazione non si presenterebbero come eventi isolati, ma come archetipi ricorrenti, simili al ritmo delle stagioni o all’alternarsi del giorno e della notte. Se Osiride fosse morto una sola volta e per sempre, il suo mito rischierebbe di perdere significato; il suo sacrificio parrebbe allora una necessità costante, un atto che non si esaurisce in una sola generazione, ma che dovrebbe rinnovarsi affinché l’ordine universale si mantenga.
Il nuovo iniziato non è soltanto un individuo che avanza, ma un anello di una catena che si prolunga nel tempo. L’Opera non si compirebbe mai una volta per tutte, poiché la sua essenza non risiederebbe nel possesso di una conoscenza definita, ma nel rinnovarsi continuo di una presenza. Come il mito di Osiride si rinnova nel battito delle stagioni, così il Mistero sembrerebbe rigenerarsi ogni volta che un uomo varca la soglia, nel silenzio.
Ma questa rigenerazione non avverrebbe in modo automatico. Richiederebbe la partecipa-zione consapevole di chi riceve. Se Osiride non avesse affidato la propria eredità a Horus, il sacrificio si sarebbe dissolto nel nulla. Se Horus non avesse assunto il compito di restaurare l’Ordine, il senso profondo si sarebbe perduto nel caos. Il nostro Rito sembrerebbe riflettere questa stessa legge: il Mistero non si offrirebbe come un segreto da custodire con gelosia, ma come una realtà da incarnare, passo dopo passo.
Ogni Maestro diverrebbe allora custode del fuoco iniziatico, non per trattenerlo, ma per assicurarne la trasmissione. Chi lo ricevesse senza trasformarlo, lo spegnerebbe. Solo colui che si facesse ponte (tra chi dal quale si ha appreso e chi ancora cerca) permetterebbe al Mistero di rimanere vivo. Come Horus non si limiterebbe a essere il figlio di Osiride, ma la sua continuità vivente, così l’iniziato non sarebbe semplicemente il destinatario del Rito, ma il suo rinnovamento silenzioso.
Il Maestro dovrebbe avere un compito sottile e nascosto. Non si presenterebbe come colui che dispensa risposte, ma come colui che vigila affinché la soglia resti tale: un varco da attraversare, non una vetrina da esibire. Il Mistero non si comunicherebbe con la parola, perché la parola resterebbe solo un’ombra del significato. Osiride non tornerebbe per raccontare; il suo sapere resterebbe nel silenzio, come una presenza che si fa sentire solo da chi è pronto ad ascoltarla.
La conoscenza iniziatica non si insegna, si testimonia. Il Rito non è spiegazione, ma trasformazione. Il simbolo e il silenzio sembrerebbero operare insieme; il primo suggerirebbe, il secondo custodirebbe. Ciò che non può essere detto, resterebbe più vero ciò che ha conosciuto oltre il velo.
In questo senso, l’iniziazione non si configurerebbe come un accumulo di risposte, ma come una disponibilità a sostare nella domanda rivedendola e rigenerandola continuamente. Il Maestro non apparirebbe come colui che risolve il Mistero, ma come colui che lo mantiene vivo. Così come la luce assoluta cancellerebbe ogni ombra, dissolvendo il rilievo delle cose, in tal modo la conoscenza esibita senza misura perderebbe ogni forza vivificante. Il vero sapere non si possederebbe, si abiterebbe.
Osiride regna nella Duat, ma non come un re terreno; è il custode di una soglia, non il dominatore di un territorio. Il suo potere non consisterebbe nel manifestarsi, ma nel trattenere. Ciò che egli avrebbe visto non potrebbe essere detto, perché apparterrebbe a un’altra natura. E chi lo avesse compreso, non tornerebbe per insegnare, ma per custodire.
Il Mistero non si conserverebbe con la memoria, ma con la presenza. L’iniziazione sarebbe reale solo se generasse trasformazione; il fuoco si manterrebbe acceso solo se ogni Maestro accettasse, a sua volta, di diventare silenzio e passaggio.
Osiride non parlerebbe, eppure guiderebbe. Il Maestro non insegnerebbe, eppure trasmetterebbe. Il Mistero non si possederebbe, ma si attraverserebbe. E ogni volta che qualcuno varcasse quella soglia, la Luce si velerebbe di nuovo ma solo per rinascere, ancora, nel silenzio.
Carlo B.
L’articolo è contenuto nel numero di maggio 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Nel percorso iniziatico, la conoscenza non si impone ma si svela a chi sa attraversare luci e ombre. Il mito di Osiride riflette la legge ciclica della rigenerazione: la luce si accende solo nelle profondità interiori, e ogni soglia varcata richiede idoneità, equilibrio e trasformazione. La vera sapienza non si trasmette con parole, ma con il silenzio, il simbolo e la testimonianza vivente. Come Osiride non torna nel visibile ma regna nell’invisibile, così il Maestro custodisce il Mistero, non per esibirlo, ma per mantenerlo vivo e operante, di generazione in generazione.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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