Kneph Alato; Ovvero: dal Potenziale alla Realizzazione

Nei templi in cui celebriamo i riti previsti nelle nostre Camere, possiamo osservare l’esistenza di due differenti raffigurazioni riguardanti un Kneph Alato e di simbologie correlate, in esso contenute. Sono immagini estremamente interessanti e ricche, le quali, in entrambi i casi, seppure con proiezioni concettuali diverse, ci pongono davanti a scelte riguardanti a come si voglia progredire e paradossalmente anche in quale direzione si voglia andare.

Il nostro percorso ha come fine primario, quello della reintegrazione animica con il S⸫A⸫D⸫M⸫ Essendo in ambito massonico, si lavora in coro ma ogni individuo è essenziale per questa attività liturgica. Infatti, ognuno deve indagare assiduamente, in particolare a livello interiore; di conseguenza, è il lavoro che fa su sé stesso (intuizione, comprensione, rettifica nella pratica quotidiana) a indicare la direzione da prendere e se vuole vibrare all’unisono con il coro che ha scelto. Però, se è inadatto o incapace di armonizzarsi con l’energia della nostra Eggregora oppure non ha le nostre stesse finalità, di solito è lui stesso ad allontanarsi o in qualche modo verrà allontanato.

Nelle liturgie di ogni camera, si trovano sovente avvertimenti in merito alla possibilità di commettere errori e di prendere una direzione sbagliata, oltre ai suggerimenti di dover proseguire con cautela, soprattutto all’inizio dove ogni scelta o non scelta, si svelerà fondamentale per il futuro.

I due Kneph alati si trovano collocati su lati opposti del Tempio.  Uno è visibile ad Occidente, sull’architrave nella parte interna dell’entrata che funge anche da collegamento equilibrante tra le due differenti energie delle colonne. L’altro si osserva di fronte, ad Oriente sopra il trono, sul baldacchino che protegge la posizione dove siede il/la Venerabile Maestra Agente.

Le differenze riguardano principalmente cosa si trovi al centro di ogni disco alato, il quale si riferisce al divino. Al lato di questo, si possono trovare gli Urei, i due serpenti che non devono trovarsi necessariamente anche nel simbolo ad occidente, ma che invece devono esserci sempre in quello ad Oriente.

I Kneph si mostrano con le ali ben aperte. I dischi, rispetto ad occidente e ad oriente, si presentano con al centro simbologie differenti.

Secondo il mio punto di vista, è importante tenere presente che le ali aperte possono indicare la funzione del volo, ma la direzione verso cui ci si potrebbe dirigere, è insita nello stato di purezza spirituale che caratterizza il livello animico di chiunque tenti d’incedere sul nostro percorso.

A tal proposito, si ricevono particolari avvertimenti anche da vari elementi presenti sull’ara; ad esempio, quelli desumibili, sia dal simbolo della livella, che dal filo a piombo. Se gli strumenti interiori non sono utilizzati correttamente, si punta verso un centro sbagliato, non si ha la percezione corretta, sia orizzontale, che verticale e così, è purtroppo facile prendere la direzione errata. Immagino che sia abbastanza intuibile cosa possa succedere con l’uso delle ali ma avendo una direzione non ben impostata.

Ad occidente, al centro del disco alato, si trova un doppio quadrato con linee intersecanti; in alcuni casi, è identificato come sigillo di Melchisedech. Al suo interno è presente un triangolo aureo con il vertice in alto (possibile rappresentazione del concetto riguardante il ternario cosmico); in questo, è evidente una Jod, la lettera graficamente più piccola dell’alfabeto ebraico.

I due quadrati intrecciati possono suggerire il quaternario superiore e inferiore e quindi, l’intrecciarsi del mondo spirituale con quello materiale. Così, l’elemento materiale si spiritualizza e lo spirito scende nella materia.

Il triangolo con la direzione rivolta verso l’alto, verso il divino, sembrerebbe fornire ulteriori indicazioni in merito al lavoro “attivo” da svolgere; in tal modo, spirito, anima a corpo dovrebbero anelare la stessa direzione, se pensiero, parola e azione sono stati resi puri e se si muovono all’unisono, in sintonia con l’ineffabile progetto divino.

La ripartizione trina sembrerebbe poter indicare anche i primi tre livelli dell’anima identificabile con i termini ebraici di: Nefesh, Ruakh e Neshamah, i quali in funzione di una evoluzione interiore, possono attivarsi progressivamente come conseguenza della purificazione animica tendente verso l’Altissimo.

Se si prende in considerazione il simbolo alchemico dell’oro/sole, si ha un cerchio con un punto interiore. Quindi corrisponde allo stato spirituale più puro. Si tratterebbe di quella piccola particella che si trova dentro ogni individuo. Tornando analogicamente alla lettera Jod inserita nel triangolo aureo, è importante notare che nella mistica ebraica questa è molta ricca di significati.

Rappresenta tra l’altro, anche il numero 10. È interessante ricordare che, secondo alcune tradizioni, per formare un gruppo di preghiera che possa chiamare la presenza divina tra i partecipanti, ci si debba ritrovare in 10. Tale numero richiama la presenza di Dio. Questa Jod con valenza numerica 10, si trova al centro di quel simbolo complesso. Per analogia con il nostro essere, quando si entra nel tempio, si riceve subito l’indicazione della preziosità di ciò che è insito in noi e che è nostro compito risvegliarlo, farlo emergere. Un altro aspetto altrettanto importante è quello che ipotizza la Jod, come pura potenzialità spirituale, divina; ovvero, l’intelletto divino superiore in tutto il suo potenziale. Tale lettera viene vista come la concentrazione più forte possibile di tutto quello che può esistere. Essendo la lettera più piccola, è come se avesse concentrate in sé tutte le energie dell’esistenza; si potrebbe immaginare simile all’atomo venendo paragonata alla più piccola parte di materia prima. Si dice che la sua forma grafica si trovi in ogni altra lettera dell’alfabeto ebraico, con il quale, secondo la mistica collegata, sarebbe stata generata tutta la creazione. La Jod si troverebbe in ogni suo aspetto, con essa Dio avrebbe creato il mondo. Sarebbe il punto iniziale dal quale si creerebbe verso l’esterno, tutto quello che segue come in una spirale.

Se si riportasse l’attenzione al lavoro che si deve fare su sé stessi, l’analogia simbolica della Jod corrisponderebbe anche a tutto il potenziale che si trova in ogni individuo. Così, quando si entra nel tempio, ci si ritrova subito sopra la testa questa immensità di indicazioni.

Ora, le domande che ci si potrebbero rivolgere sono varie. Ad esempio: Quale è il mio potenziale? Ma anche, cosa voglio essere al fine del mio viaggio?

Di solito, come per molte altre situazioni simili, in un percorso iniziatico si procede per gradi. Perciò, nell’intento di conoscersi, la prima cosa da mettere in campo, è il tentativo di analizzare il mondo materiale che è in noi e intorno a noi. Così, ci si potrebbe chiedere: Come persona nel mondo materiale, quale è la mia potenzialità? Che cosa di questa potenzialità voglio realizzare?

È normale che si possano avere sempre tante scelte, che si possa desiderare di essere tante cose, ma cosa vogliamo essere sul serio?

Secondo il mio punto di vista, una volta che si sia stati iniziati, questa domanda dovrebbe divenire ancora più pressante: Cosa voglio realmente diventare? Voglio veramente salire spiritualmente verso l’alto, verso la luminosità originale più intensa?

Pian piano, mentre si progredisce, ad esempio, attraverso l’opera nella Nigredo e ci si conosce sempre meglio, si analizzano sempre più profondamente anche altri aspetti della propria personalità: dalla materia verso lo spirito, cercando d’intuire e poi auspicabilmente di comprendere, quale potenziale si desidera concretizzare per cercare di tornare verso l’Altissimo. Nel tentare di riuscirci, sarebbe però sempre opportuno interrogarsi sistematicamente: Quello che voglio realizzare mi aiuta a salire? Mi consente di progredire nella reintegrazione?

Prima ancora di incedere nel tempio, si dovrebbe operare una scelta, quella che si caratterizza come essenziale per tutto il resto del nostro percorso. Proprio per questo quando l’Apprendista comincia il suo viaggio passando da settentrione, immerso nell’opera della Nigredo, è giusto che la Jod si trovi all’inizio, sull’architrave all’ingresso del tempio.

Ad ogni modo, all’Oriente c’è altro Kneph con il disco alato che ha al suo centro l’Ankh. Anche qui si ritrova simbolicamente l’unione tre l’alto e il basso, tra il cielo e la terra, tra il mondo divino e quello umano. L’Ankh però è la generatrice dell’esistenza. È pura vita, pura esistenza e continua manifestazione di cicli regolatori. Realizza, concretizza, quello che arriva da occidente.

Trovo interessante tentare un ipotetico collegamento analogico tra i due Kneph, con la seconda e terza Sephirah superiore dell’albero cabbalistico. Ovvero, si tratterebbe di un’interazione tra le acque spirituali di Chokhmah, l’intelletto superiore, il fluire potenziale di ogni cosa emanata, visto come elemento maschile, e Binah vista come elemento femminile ma anche come la comprensione che concretizza ciò che deriva da Chokhmah. Così, la potenzialità del Kneph all’Occidente può essere vista come l’elemento che trova realizzazione nell’Ankh generatore all’Oriente. Uno senza l’altro rimane sterile, ognuno deve essere dinamicamente attivo verso l’altro; uno nella sua emanazione, l’altra con la sua ricezione. Anche questo può costituire un’indicazione per armonizzare sempre meglio queste due energie dentro di noi.

Tutto comincia con ogni singola scelta che si compie, la quale ha poi delle conseguenze anche per il lavoro che progressivamente non è più rivolto solo al nostro perfezionamento individuale.

I due serpenti, Urei, con funzioni anche protettrici, possono collegarsi analogicamente al caduceo, dove le due forze opposte si muovono lungo l’asse intrecciandosi su due o più punti per unirsi alla fine. Queste due serpenti, queste due forze, che possono indicare anche quelle maschili e femminili, non si combattono ma crescono in armonia, ognuna con la sua essenziale importanza. Se fossero in contrasto non potrebbero incontrarsi, non potrebbero rinascere nel nuovo.

Riportando l’attenzione sui due Kneph, è interessante notare che, come ho già accennato, sono uno di fronte all’altro. Questo potrebbe farci ricollegare al racconto biblico dove la donna viene posta di fronte all’uomo “ezer kenegdo”. Può essere interpretato, sia come uno contro l’altro, ma anche in aiuto dell’altro adatto a lui oppure un aiuto che gli corrisponda. È un’espressione che si trova in Genesi 2:18, e si riferisce alla creazione di Eva come complemento di Adamo.

Anche nel modo di interagire con l’altro, la scelta è nostra, nel riconoscere la preziosità, l’unicità e l’importanza di ogni elemento, sia dentro, che fuori di noi. Gli opposti devono lavorare insieme, non si ostacolano perché sono di vitale necessità.

Potenzialità e concretizzazione riguardano un lavoro verso l’alto e poi verso il mondo esterno, secondo un misterioso progetto divino più grande, ma inizialmente è rivolto verso noi stessi, nella nostra interiorità e nella nostra crescita.

Durante il proprio percorso, si sarà sempre distratti dalle “seduzioni” del mondo materiale, che stimolano tutte le nostre varie “predisposizioni” non sempre virtuose. In mancanza di una scelta consapevole riguardo a dove si voglia andare, il rischio di perdersi è alto. La possibilità di usufruire solo del potenziale riguardante il quaternario inferiore, rivolto esclusivamente verso il mondo materiale, può essere determinante per un’interruzione della propria crescita sul percorso spirituale.

Tutto il lavoro che si fa nel tempio interiore deve essere rivolto verso l’alto. Purificandoci, mettendo dentro l’Atanor sinceramente tutto e non solo una parte, possiamo riuscire a purificarci per provare a far intrecciare il quaternario superiore con quello inferiore. Quando ci si riesce, si aprono le ali e si sale spiritualmente sul serio, verso i piani alti, perché è il nostro stato interiore, la personale purezza che permette di muoverci in quella direzione. Altrimenti, se si prosegue con fini non in linea con il progetto di questo nostro organismo iniziatico, è facile errare e cadere.

Le potenzialità sono enormi in ognuno di noi, però le prime scelte che si cerca di fare, sono spesso solo rivolte a come vogliamo procedere nella vita di tutti i giorni, a cosa vogliamo essere fra un anno, fra due anni, a dove ci si voglia trovare.

Sono piccoli ancoraggi che forse ci possono aiutare a non essere fuorviati dal percorrere correttamente la via.

Sarebbe utile, ricordarsi regolarmente cosa si abbia scritto nel proprio testamento e giurato verso l’Altissimo. In tal modo, ci si potrebbe chiedere: Si ha realizzato, concretizzato quanto si aveva scritto? Si è divenuti quello che si voleva essere nel momento in cui si sono scritte le risposte ai tre quesiti?

Si può immaginare che dentro di noi si trovi una scintilla divina, così si potrebbe dedurre che la Jod ci guidi. Ci sono momenti in cui si è in grado di percepire, tramite la coscienza, questa voce sempre silenziosa. In queste situazioni particolari, sarebbe bene tenerne conto con ogni mezzo a disposizione. Infatti, il personale potenziale che possiamo concretizzare non è solo luminoso e se non ci impegniamo sinceramente, le conseguenze non saranno affatto “pure”. Quindi, non sarà affatto inutile continuare ad interrogarsi. Ad esempio, chiedersi: Voglio veramente quello che ho detto, scritto e fatto durante l’iniziazione?

Se il desiderio è sincero, bisogna aggrapparsi con tutta la forza a quelle piccole tracce che ci sono inizialmente concesse per camminare correttamente. Se non è sincero, bisogna farsi un esame di coscienza, e analizzarsi bene di nuovo.

Quindi chiedersi: Perché ho bussato alla porta del tempio? Anche se si fosse entrati con idee sbagliate, ci si può rettificare? Voglio rettificarle?

I due Kneph alati costituiscono una linea guida, infatti ci possono suggerire che quello che viene concretizzato è conseguente ad una nostra scelta; nella migliore delle ipotesi, avverrà allorché si sia stati in grado di operarla in modo consapevole, non guidati da istinti passionali affatto luminosi. Altrimenti, si rimarrà semplicemente nel livello di profanità in cui si era anche prima di aver bussato alla porta del tempio.

Il nostro percorso è fatto di scelte e di azioni; tutto il proprio essere deve essere partecipe alla realizzazione del progetto. Infatti, una volta realizzato progressivamente il proprio potenziale sulla via della reintegrazione, il compito si potrebbe ingrandire e si lavorerebbe, a livello parallelo, per l’umanità. Non sarebbe più solo un personale perfezionamento, il servizio si rivolgerebbe verso il prossimo e verso il divino, così la reintegrazione sarebbe per tutta l’umanità.

In effetti, si potrebbe, si dovrebbe diventare una voce in servizio al coro divino per il bene di tutti.

Lisetta

L’articolo è contenuto nel numero di luglio 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Due Kneph alati, posti ai limiti sacri del Tempio, custodiscono il mistero del divenire: uno ad Occidente, emblema del potenziale divino racchiuso nella Jod; l’altro ad Oriente, manifestazione dell’Ankh, simbolo della vita realizzata. Tra i due si estende il cammino dell’iniziato, che deve scegliere la direzione, rettificare lo sguardo e unificare pensiero, parola e azione. Solo la purezza interiore consente il volo spirituale, e solo chi vuole ascendere vibra in sintonia con l’Eggregora. La potenzialità, se accolta e trasmutata, si fa servizio: l’iniziato purificato diviene voce del disegno divino, operante per la reintegrazione dell’umanità.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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