Il Lavoro nel Mondo Attuale

Prendiamo lo spunto dall’argomento già considerato del “nostro Mestiere’, e dal senso di insoddisfazione ed incompiutezza per i molteplici aspetti che avrebbero meritato ulteriori puntualizzazioni e chiarimenti. Tuttavia, lo scendere nel dettaglio difficilmente potrebbe esserci di giovamento, mentre sarebbe forse più utile fare un passo indietro, cercando di cogliere e delineare meglio il quadro d’insieme.

Accantonando ciò che viene dato per scontato, ovvio, naturale, senza peraltro definirne i contenuti, abbiamo rilevato che esiste una discontinuità fra le associazioni di mestiere e la libera muratoria, leggibile proprio nell’iniziazione: nella sua natura e soprattutto in ragione del suo punto di applicazione.

L’iniziazione di mestiere è sempre stata il collegamento tra l’attività manuale e la “forma spirituale” che presiede ad essa, ma come ciò si esprimesse è per noi moderni un vero mistero. Uno dei motivi piuttosto evidenti, è che molte delle azioni simboliche (o addirittura rituali) venivano trasmesse oralmente o semplicemente praticandole, ma senza che ne rimanesse traccia in documenti scritti: una fonte a cui non ci è possibile accedere.

Segnalo tuttavia un importante articolo in materia: “Mestieri d’Oriente e d’Occidente” di Pierre Delabaty, che sintetizza l’omonimo suo libro ove si analizzano e confrontano le regole di mestiere tra ciò che si può ritrovare nella scarna documentazione occidentale e quanto è (o forse era) sopravvissuto nell’Oriente islamico.

Si scopre così che quasi ogni attività materiale era ricondotta ad un “mestiere”, con una precisa identità etica, un patrono da onorare, delle regole che andavano sempre rispettate e giornalmente lette, o almeno recitate, da ogni maestro artigiano; che quasi ogni gesto del lavoro veniva accompagnato da una particolare invocazione e che tutto ciò era una “forma di vita”: un vero ed efficace supporto exoterico.

Soltanto in una simile ottica integrale e con un senso “edificate”, norme e consigli che si ritrovano ad esempio nel Poema Regius (quali non sputare davanti ai committenti o non pulirsi il naso con la tovaglia durante i banchetti), possono venir compresi e trovare un’accettabile collocazione. Si svelano i limiti delle iniziazioni di mestiere, rivolte a persone umili, ignoranti, poco educate, ma consapevoli di sé e del proprio lavoro, inscindibile dalla loro vita, ma anche la loro forte aspirazione a crescere ed a perfezionarsi.

Questo aspetto, di seguire una vocazione fin da giovanissimi e (con l’immedesimazione in un archetipo artigianale) diventare integralmente un fabbro, un muratore o un sellaio per tutta la vita, sfugge completamente alla nostra mentalità attuale. Oggi, al contrario, il lavoro consiste in quello che ci viene detto di fare o che ci passa per la testa, senza che vi sia necessariamente un perché e tantomeno uno spirito proprio di quell’attività; soprattutto in ciò che ha una validità economica attuale, ma che domani potrebbe non venire più richiesto.

Riscontrare che alcuni lavori “di successo” durano sul mercato per qualche anno, una decina al massimo, mentre poi è necessario inventarsi una nuova attività e saltare spericolatamente da un treno in corsa ad un altro, è esattamente il contrario di seguire una vocazione per tutta la vita. La cosa ha ovvie motivazioni: la complessità dell’organizzazione del lavoro rende oggi impossibile fissare modalità operative stabili e permanenti, ma si può facilmente comprendere l’azione corrosiva e dissolutiva di questo stato di cose sulla personalità umana.

La stabilità e la consapevolezza di sé che una persona anche umile può ricavare dal fare il “proprio” lavoro, sono elementi che formano un’identità, ed il dire semplicemente “io sono un fabbro” che vive della propria professione, è ben diverso dalla attuale formula “al momento faccio queste cose”, spesso mascherata con un “mi occupo di…”, a coprire l’indescrivibilità dei caratteri della nostra attività, che serve essenzialmente a guadagnare; per farne cosa, si vedrà: per vivere? Piuttosto, per poter spendere.

Oggi, l’idea che tendere alla perfezione e raggiungere la maestria nella propria professione possa essere uno scopo nobile che dà un senso alla vita, può riguardare casi molto particolari e di nicchia, per l’attività di persone dalla spiccata sensibilità, disponibili a grandi sacrifici pur di seguire una profonda vocazione. Per la quasi totalità invece, il problema non si pone; ma non perché esso non esista, bensì perché gli “schiavi” non possono e non devono porsi delle domande. E, in relazione alla natura di tale situazione, questa è una prima seria indicazione.

La questione centrale è però che il pensiero dominante è “impersonale” e, come tale, avverso ad ogni manifestazione di auto-coscienza, identità e presa di posizione: caratteristiche di ogni pur flebile anelito alla personalità.

Può sembrare una cosa da poco, ma a dimostrarne la portata, molto facilmente si manifesta un’intolleranza che può essere addirittura feroce, ma sempre irragionevole: come l’invidia ed altri sentimenti della stessa risma.

È ormai un dato di fatto la distruzione delle capacità artigianali e piccolo-imprenditoriali, che fino a qualche decennio fa erano la spina dorsale della nostra economia e la principale risposta alla vocazione al lavoro del nostro popolo. Non possiamo affermare che la cosa sia preordinata e voluta, tuttavia essa risponde perfettamente all’idea della “non identità” di uomini soluti nella massa sociale.

Si badi bene: non avere un’identità, non significa essere chiunque, ma vuol dire essere “nessuno”. Questo fatto potrebbe anche essere positivo, se venisse riconosciuto e rifiutato interiormente, perché sarebbe la giusta premessa per cercare un’identità “universale”, come quella offerta dal habitus del libero muratore. Purtroppo però, come fatto spontaneo, è ormai una rarità assoluta, mentre in generale si rimane banalmente nessuno, oppure l’ombra di qualcun altro.

Quel lavoro che, nella sua accezione più alta, poteva considerarsi “opera” e per il quale l’aspetto qualitativo (il capolavoro o capo d’opera) era la principale misura, oggi sfugge   alla nostra consapevolezza, addirittura alla nostra immaginazione, perché anche i lavori immateriali (che francamente non ci sentiamo di definire intellettuali) hanno caratteristiche di stress, fatica, pena e mancanza di soddisfazioni morali, degne delle peggiori schiavitù.

Senza la luce di una minima libertà spirituale, senza una visione del proprio mondo e senza l’intelligenza attiva operante, non vi è vita umana, ma solo esistenza zoologica, di esseri che lottano non per vivere, ma soltanto ed inutilmente per non morire. Non sono cose belle da dire ed ancor meno sono piacevoli da ascoltare, tuttavia hanno una profonda radice nella realtà attuale e la cosa peggiore è negare o ignorare questo fatto. È invece necessario riconoscere lo “stato dell’arte”, perché solo da una chiara presa di coscienza è possibile risalire a un’idea di opera (o almeno di lavoro) e di vita intellettiva pienamente umana.

Forse non potremo cambiare le cose, ma certamente dobbiamo guardare l’Impersonale nel vuoto dei suoi occhi e percepirlo per quello che è: una forma dello spirito che non vogliamo nominare né definire, ma certamente avversa alla costruzione della personalità dell’uomo ed ancor più di quella libera ed universale del Libero Muratore.

Con questa non lieve apertura del nostro comune discorso, iniziamo ora veramente il nostro “lavoro”, speculativo e di Loggia, utilizzando ciò che la Libera Muratoria ci mette a disposizione e dimostrando così che, nonostante tutto, si può fare qualcosa di utile e costruttivo anche in queste difficili circostanze.

Un po’ sbrigativamente a con una certa superficialità si dice che la Massoneria è la continuazione nei tempi moderni delle corporazioni dei costruttori. Abbiamo affermato che l’iniziazione di mestiere è sempre stata il collegamento tra l’attività manuale e la “forma spirituale” che presiede ad essa, ed abbiamo rilevato che esiste una discontinuità fra le associazioni di mestiere e la libera muratoria, leggibile proprio nell’iniziazione: nella sua natura e soprattutto in ragione del suo punto di applicazione. Forse è il caso di approfondire questi concetti.

In effetti, pur rifacendosi ad una iniziazione di mestiere, quella del Libero Muratore non ha un “mestiere sottostante” a cui applicarsi: è cioè priva della controparte fisica, materiale. Viene quindi da chiedersi se è un accostamento legittimo ed in cosa consista il nostro lavoro. Non nel costruire materialmente cattedrali, castelli, palazzi, case e neanche fienili, e non ci viene chiesto nemmeno di progettarli o di disegnarli o di immaginarli.

Tuttavia, affermiamo che la nostra attività è speculativa e che si tratta di un’Arte: l’Arte Speculativa, appunto. Si tratta indiscutibilmente un’attività mentale, ma dovrebbe essere anche intellettuale; e dovrebbe essere costruttiva, anzi, “edificante”.

Di che cosa? Del nostro pensiero e della nostra personalità, ad esempio; e più che di un lavoro si tratta di un’Opera.

Ennio

L’articolo è contenuto nel numero di agosto/settembre 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Non avere un’identità, non significa essere chiunque, ma vuol dire essere “nessuno”. Questo fatto potrebbe anche essere positivo, se venisse riconosciuto e rifiutato interiormente, perché sarebbe la giusta premessa per cercare un’identità “universale”, come quella offerta dal habitus del libero muratore.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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