dictum sapienti sat est, sapienti sat – Plauto
Capita spesso di imbattersi in letture periodiche che si sviluppano attraversando una molteplicità di questioni, molte delle quali nascono dall’ambito dell’espressività massonica. Tuttavia, comprendere pienamente il significato ermeneutico di tali argomentazioni richiede una complessa consapevolezza interpretativa-simbolica che deve tenere conto delle differenti utilizzazioni, non solo iconografiche, le quali si sono manifestate in vari tempi e luoghi dove le variabili della cosiddetta morale comune si sono caratterizzate non di rado, con punti vista antitetici tra loro. Anche quando si cerca di mantenere una certa neutralità nell’affrontare i pensieri altrui, emerge quasi sempre un livello di intenzionalità che sembra travalicare a zig-zag detto contesto.
Come ogni essere umano, un massone nel compiere la sua opera di edificazione interiore e collettiva, è chiamato a misurarsi con il proprio verbo (inteso come espressione consapevole del pensiero) in un confronto auspicabilmente rigoroso tra linguaggio e contesto. Non si tratta solo di ciò che si dice, ma di come, a chi, e dove lo si dice. Ogni parola, ogni simbolo, ogni gesto rituale vive infatti all’incrocio tra diafasia (la forma comunicativa adottata), diastratia (la condizione e il livello sociale dei partecipanti), e diatopia (lo spazio simbolico e culturale in cui l’atto si svolge).
In questa rete di significati, il linguaggio massonico non è mai neutro, né universale: è sempre un atto situato, storico, frutto di un equilibrio tra tradizione e momento. Ciò che sembra “illuminante” in sé, perde forza se sganciato dal tempo e dal luogo in cui viene pronunciato. L’atto massonico di comunicare, dunque, non è la ripetizione meccanica di formule, ma una continua riattivazione simbolica (un confronto costante tra ciò che viene evocato e ciò che, nel presente, lo rende vivo e necessario).
Per questo motivo, anche il termine più elevato necessita di un contesto preciso e non può essere ridotto a interpretazioni superficiali o applicazioni prive di collegamento con la realtà rituale, ermetica e filosofica. Comprendere autenticamente significa collocare, ascoltare e riconoscere l’importanza del momento. Solo in questo modo, il linguaggio si trasforma in uno strumento di elevazione, evitando di diventare un mero ornamento intellettuale nel processo di richiamare per poi essere richiamati nel contestualizzare ogni suo aspetto. Eppure…
Questo, almeno, se ci limitiamo a considerare il pensiero dialogico espresso da chi lo propone. Pur riconoscendo la solidità delle argomentazioni presentate, emergono molteplici aspetti legati alla natura individuale, che si sviluppano attraverso una dialettica tra la dimensione quotidiana, di carattere profano, e quella del continuo processo di trasformazione, di natura iniziatica. L’illuminazione che ne deriva supera il semplice appagamento delle ambizioni esplicitate, offrendo un senso più profondo e trascendente. Finisce, infatti, per attribuire significato non solo al cuore dell’argomentazione, ma soprattutto al contesto che la circonda. Questa caratteristica, strettamente connessa alla valutazione degli strumenti disponibili per i ricercatori, mette in luce problematiche derivanti da fonti spesso difficilmente conciliabili, aumentando la complessità dell’intero contesto. Tuttavia, approfondiremo meglio questo aspetto più avanti.
In un’epoca in cui l’accesso all’informazione è potenzialmente illimitato, si moltiplicano coloro che, per propria convinzione o per bisogno di distinzione, si ergono a “illuminati”, affermando di possedere verità superiori, svelate o apprese tramite fonti esoteriche, spesso rielaborate superficialmente. Questo atteggiamento, che si maschera da consapevolezza profonda, tradisce invece una fuga dal vero pensiero critico e simbolico.
Il titolo “Letture Inquiete: Simboli, Intenzioni e Contraddizioni nel Pensiero del Ricercatore” evoca immediatamente un terreno fertile per la riflessione, specialmente se lo si pone in avversione a coloro che si ritengono illuminati da un potere superiore, eludendo il reale approccio filosofico e simbolico. Per una tornata massonica, questo è un punto cruciale di profonda riflessione.
La massoneria, per sua natura, è intrisa di simbolismo. Ogni gesto, ogni strumento, ogni rito è un velo che cela e al contempo svela un significato più profondo. Il vero ricercatore, in ambito massonico e non, sa che il simbolo non è un fine, ma un mezzo. È una porta che si apre su strati di comprensione che richiedono studio, introspezione e, soprattutto, un approccio filosofico critico e mai dogmatico.
Coloro che pretendono di essere “illuminati” da un potere superiore, spesso, cadono nella trappola di scambiare il simbolo per la cosa in sé. Essi confondono la luce metaforica con una rivelazione diretta e ineffabile, bypassando il faticoso ma indispensabile lavoro di decifrazione, analisi e reinterpretazione. Questa elusione del reale approccio filosofico-simbolico è, in essenza, una fuga dalla responsabilità intellettuale. Si rifugiano in una presunta conoscenza infusa, che li esonera dal confronto con le proprie inquietudini, le proprie contraddizioni e le intenzioni celate, tanto nel simbolo quanto nel proprio agire.
Un vero massone sa che la luce non viene “data”, ma “conquistata”. Non è un dono passivo, ma il risultato di un percorso attivo di ricerca e auto-perfezionamento anche o soprattutto nell’agire concreto della quotidianità. Questa ricerca non è mai finita; è costellata di dubbi, di momenti di oscurità, di domande senza risposte immediate. Ed è proprio in queste “letture inquiete” che risiede la vera crescita. Il simbolo, in questo contesto, diventa uno specchio che riflette non solo verità esterne, ma anche le verità interne del ricercatore, le sue proiezioni, le sue resistenze.
Pretendere un’illuminazione “superiore” che bypassi questo processo, significa negare il valore intrinseco del cammino iniziatico stesso. Significa ridurre il simbolo a una mera decorazione, svuotandolo del suo potere trasformativo. La vera illuminazione, in ambito massonico, è la capacità di vedere oltre l’apparenza, di decifrare i codici del reale, di integrare le contraddizioni e di agire con consapevolezza, non per un dogma imposto dall’alto, ma per una comprensione maturata attraverso un’autentica ricerca filosofica e simbolica.
In una tornata massonica, quindi, è fondamentale ribadire che la via della conoscenza è un percorso arduo e personale. Non esistono scorciatoie divine o poteri superiori che dispensino dall’impegno del pensiero critico e dall’umiltà di riconoscere le proprie inquietudini e le proprie contraddizioni. Solo attraverso questa onesta e continua esplorazione del simbolo e di sé stessi, si può sperare di avvicinarsi a quella luce che non è imposta, ma scoperta.
Analizzando attentamente la questione in esame, si nota come il carattere personale e intimo con cui viene elaborata una determinata riflessione, meriti il giusto riconoscimento. L’autenticità di tale processo, infatti, rappresenta il prodotto concreto di una propria realizzazione interiore. Tuttavia, questa consapevolezza non dovrebbe mai essere oscurata dall’ossessione cieca di perseguire un ideale assoluto, tanto abbagliante quanto il sole più splendente, né tantomeno la veemenza intellettiva di considerarsi supremo di un’eredità se mai acquisita. Intelligenti pauca!
In questo scenario, sorgono numerose domande, alimentate dal complesso equilibrio tra la metaforica luce del sapere e il simbolico sole della rivelazione. Evitando di approfondire qui i riferimenti all’interpretazione filosofica di Tommaso d’Aquino, considerato esclusivamente nel suo ruolo di dotto pensatore, emerge comunque una sfida importante. Si tratta del confronto con un percorso sempre più arduo, una via in cui talvolta nemmeno il placebo sembra offrire un conforto reale o una soluzione definitiva che possa fungere da panacea. Mi interrogo dunque su quale sia, alla fine, la vera sorgente che ci concede accesso a ciò che noi, ricercatori della verità spoglia da ogni artificio o illusione, tanto desideriamo. Quale principio guida dovrebbe orientarci nelle nostre scelte? È possibile identificare un criterio universale, valido in ogni epoca e contesto? Su quali basi si fondano i nostri giudizi e, soprattutto, quale principio dovremmo adottare quando tali giudizi risultano conflittuali o divergenti? Vi è il rischio di trovarci immersi in una narrazione distopica, nella quale ci lasciamo distrarre da visioni elaborate dalla fantasia, spesso derivate dall’illusione di un orizzonte che supera i limiti del percepibile. Tuttavia, ciò che emerge è il riflesso di una luce che non illumina realmente, ma evidenzia esclusivamente i tatticismi di una mente che si spinge oltre le aspettative consolidate.
Nel porre in discussione questa mia riflessione, valutata con la modestia che mi impongo di mantenere, mi tornano in mente le conclusioni espresse nel mio precedente articolo intitolato “Una vedetta con poca luce…” (pubblicato nell’aprile scorso). In quel contesto, argomentavo come spesso ci si ritrovi disorientati: le continue richieste di chiarimenti e ricerca della verità si trasformano talvolta in appelli vani, poiché oscillano come un boomerang. Anziché illuminare il cammino, rischiano di generare nient’altro che illusioni effimere, aumentando il senso di smarrimento anziché dissolverlo. Tuttavia, Tiresia ci ricorda che non siamo privi di visione. Nel processo di diffusione della conoscenza, l’antica saggezza alimenta, come linfa vitale, quella consapevolezza che ci consente di osservare il divenire con il “terzo occhio”. Le citazioni e i pensieri generati da tale tradizione non sono soltanto ombre del passato; al contrario, essi illuminano il nostro presente, a condizione che si riesca a coglierne il profondo valore intellettuale. Su questa riflessione si apre un quesito di grande rilevanza affidato ad ogni ricercatore…
In questo contesto, diventa fondamentale chiedersi se il grande Buddha, durante la sua intensa meditazione, non abbia avuto la capacità di leggere ed esplorare in profondità ogni pensiero che gli ha consentito di intuire e poi insegnare. Sovente, invece, ci imbattiamo in situazioni opposte: rivediamo la saggezza e l’illuminazione come il risultato di un’enfasi estrattiva particolare, una luce ineffabile che rimane frequentemente inaccessibile a chi è in cerca di non senso. Qui si intreccia tutto ciò che rende la “balisarda” dell’Orlando Furioso un simbolo ancor più incontestabile e al contempo ingannevole, mantenendo sempre viva la tensione tra il capzioso e l’ineccepibile.
Pertanto, è fondamentale riflettere con estrema cura sul percorso che si decide di intraprendere, affinché quella libertà non venga in seguito intrappolata in una rete di circostanze che portano a una lenta erosione della possibilità di raggiungere una pace, interiore o esteriore, distante da aspettative quasi miracolose. È proprio su questa base che il proseguimento della presente riflessione si propone di depositare nella mente del lettore una serie di spunti che necessitano di essere accolti, compresi e liberamente interpretati, con l’intento di seguire un cammino autonomo e costruttivo, evitando però il rischio di cadere in una continua e sterile abitudine terapeutica che anestetizza. Le considerazioni che emergono non hanno carattere vincolante e rappresentano esclusivamente il pensiero di chi le ha formulate, con un approccio lucido e ponderato, senza mai invadere il territorio altrui ma piuttosto riconoscendone il valore e dimostrando sempre apertura, rispetto e fedeltà al reale.
Se questi effetti corrispondono alla manifestazione di una libertà d’azione e di pensiero, allora possiamo dedurre che ci sia un legame tra ciò che mettiamo in pratica e ciò che aspiriamo a riconoscere come autentico e significativo.
Nel contesto attuale emerge con sempre maggiore frequenza una prospettiva che pare “illuminante”, quasi come un elemento distintivo trasmesso per natura in modo enigmatico. Tuttavia, il fulcro della questione non riguarda tanto l’abilità di impiegare correttamente simboli o rituali, quanto piuttosto la capacità di interpretarli e rifletterci in maniera analogica. Questo processo dovrebbe servire come preparazione per trasformarli in componenti fondamentali del nostro percorso di trasformazione interiore, a fronte dell’influenza di voci autorevoli che finiscono col trasformare l’obiettivo invece del mezzo, rischiando così di diluire il vero significato della trasmissione tradizionale. Cui prodest?
Ci si interroga quindi sull’origine di questo dono tanto celebrato. È davvero un lascito ricevuto come una sorta di dono celeste, instillato in noi da un’autorità invisibile per il semplice fatto di aver partecipato a un rituale? Oppure, come suggerisce la filosofia Zen, è il risultato di un lungo cammino personale, che richiede lo svuotamento dell’ego e una disciplina interiore rigorosa, portata avanti secondo l’insegnamento di Dōgen che parla di una “pratica senza attaccamento ai risultati”?
Il nodo cruciale è il significato stesso del termine “iniziazione”. Non si può dare per scontato che essa rappresenti automaticamente un mezzo di autentica trasformazione. Se l’iniziazione si riduce a un semplice atto formale o a una trasmissione passiva, la Massoneria rischia di tramutarsi in un vano susseguirsi di parole prive di sostanza. La “tradizione”, tanto spesso richiamata, può degenerare in un semplice feticcio: non si può davvero trasmettere ciò che non si è compreso e interiorizzato, né si può veicolare una conoscenza spirituale come fosse un bene ereditario.
René Guénon, spesso citato ma raramente letto con la dovuta attenzione, ci ricorda che non può esistere un’autentica iniziazione senza una preparazione interiore concreta e un impegno attivo da parte dell’iniziato. Tuttavia, la sua affascinante visione metafisica è stata, in alcuni casi, deformata in una mistica dell’inaccessibile, che tende a giustificare la mancanza di comprensione con il principio secondo cui non tutto deve essere compreso. Questa interpretazione rischia di tradursi in una forma sofisticata di deresponsabilizzazione intellettuale. La conoscenza non è qualcosa che si eredita passivamente; è il frutto di una conquista. Tale conquista necessita di strumenti reali: metodo, approccio critico, riflessione filosofica e un continuo confronto dialettico.
Il costante riferimento al “Supremo Artefice” o alla “reintegrazione spirituale” su piani superiori rischia di degenerare in una fuga dalla realtà immanente verso la trascendenza, se non viene sostenuto da un lavoro interiore autentico, empirico e razionalmente analizzabile ma soprattutto libero. Come avvertiva Kant, la metafisica priva di una critica solida, è solo un edificio costruito sull’acqua. La spinta verso una dimensione trascendente, se non accompagnata da un saldo impegno etico e razionale, può facilmente scivolare in una sorta di illusionismo esoterico. Persino l’idea suggestiva del microcosmo riflesso nel macrocosmo perde significato se non si traduce in effetti pratici sulla vita morale dell’individuo, sulla sua quotidiana coerenza e sulla sua capacità di relazionarsi responsabilmente tra l’IO e il Mondo (fenomenologia).
In questo percorso iniziatico diviene essenziale distinguere tra rigidità e fermezza. La rigidità paralizza il cambiamento; la fermezza, invece, lo orienta. È importante chiedersi se una visione iniziatica sia compatibile con un ideale che metta davvero al centro l’uomo libero e responsabile del proprio destino, piuttosto che ridurlo a una figura sacrificata a un ritualismo distopico che opprime l’essere e celebra soltanto l’apparenza. Se la Massoneria vuole essere uno strumento di elevazione e non di esclusione, deve vigilare costantemente per evitare la manipolazione del pensiero. Troppo spesso, infatti, è proprio dall’alta posizione della propria prospettiva che si determina il rischio di confondere la vetta con la riflessione e la luce con la presunzione.
La Massoneria dovrebbe rappresentare una vera e propria scuola di pensiero libero, non un mero santuario della presunzione sterile. Le citazioni filosofiche, i testi sapienziali e i richiami a filosofi come Platone, Spinoza, Eraclito, Nietzsche o Heidegger non dovrebbero limitarsi a essere elementi decorativi, ma dovrebbero costituire l’ossatura fondamentale del percorso interiore. Questi riferimenti non servono a impressionare, ma a dare fondamenta, a costruire un solido impianto di riflessione. Come affermava Montaigne, citiamo per sostenere il nostro giudizio, non per mascherarne l’assenza.
La vera iniziazione, se compresa, non è una concessione dall’alto, ma piuttosto una conquista dal basso: nasce dal dubbio, dall’autocritica e dall’esperienza, e soprattutto non è solo un’escursione mentale. Per questo, è essenziale adottare un approccio metodologico rigoroso anche nell’ambito spirituale che non deve mai dimenticare i condizionamenti materiali. Il pensiero massonico dovrebbe ispirarsi a un metodo ipotetico-deduttivo: formulare ipotesi, verificarne la validità, sfidarle e metterle alla prova attraverso l’esperienza diretta. Non esiste motivo per cui il percorso iniziatico, se vuole essere qualcosa di più di una suggestione, non debba seguire una logica analoga. Un’ipotesi spirituale non dovrebbe essere accettata solo perché affascinante o antica, ma perché dimostra la sua verità nel tempo, nei fatti e nei suoi effetti trasformativi sulla persona o non dall’arguto innesco di voci che non solo limitano ma sono lo specchio di un sapere poco illuminante.
Chi invece confonde l’iniziazione con un riconoscimento onorifico o un accesso privilegiato alla saggezza, rischia di sostituire l’impegno del pensare con una mera estetizzazione del mistero. Questo è un pericolo serio, perché svuoterebbe la Massoneria della sua carica filosofica, riducendola a un semplice contenitore identitario, autoreferenziale e privo di profondità. Infine, è indispensabile ribadire che non si può essere pensatori liberi se si rinuncia all’esercizio del pensiero. I componenti di Loggia\Triangolo che evitano di interrogarsi, che rifuggono l’autocritica o che disprezzano la ragione considerandola un ostacolo alla spiritualità, smettono di essere componenti di autentico lavoro iniziatico. Diventano un club. Per contrastare questa deriva, occorre riaffermare una Massoneria fondata su principi filosofici dell’uomo libero, razionale nella sua essenza, inquieta nelle sue domande, umile nel pensare e audace nel mettere in discussione e poi soprattutto coerente nel mettere veramente in pratica.
Come ricordava Spinoza, la vera libertà consiste nel pensare con la propria testa. Nessuna iniziazione potrà mai sostituirsi a questo atto fondamentale.
Nella mia riflessione finale, ritengo che l’accento attribuito al concetto di “iniziazione” come mezzo privilegiato per entrare in contatto con il metafisico, comporti un rischio significativo. Se tale concetto non viene adeguatamente compreso nella sua profondità e complessità, può trasformarsi in un dogma rigido, non troppo distante da quelli religiosi tradizionali da cui si cerca di affrancarsi. In questo senso, ciò che dovrebbe rappresentare uno strumento di crescita e apertura, rischia paradossalmente di imprigionare il pensiero, limitando la libertà di esplorazione che invece dovrebbe caratterizzare un autentico percorso spirituale.
È davvero sufficiente partecipare ai “Lavori” per ritenere di stare avanzando verso l’UNO? Oppure, senza un’autentica comprensione, tali momenti rischiano di svuotarsi in liturgie ripetitive? Se la risposta metodologica non è concreta, il rischio è l’autosuggestione.
Al contrario, tra le risorse costruttive il ricorso a citazioni filosofiche: non come ornamento, ma come spunto di riflessione critica. La filosofia non promette utopie: mette in discussione, rompe illusioni, toglie i veli. La sua forza è l’essere anti-fantasiosa per definizione. Non conforta, ma libera. Da questo punto di vista, citare (se fatto con onestà e consapevolezza) non è debolezza, ma un atto costruttivo che arricchisce il pensiero. Il problema non è la citazione, ma la sua funzione: se serve a mascherare il vuoto, è fumo negli occhi; se chiarisce e mette in discussione, è uno strumento di crescita.
L’idea che la conoscenza debba trascendere i limiti spazio-temporali, e che per accedervi si debba distruggere il proprio ego materiale, assume un tono mistico che se è mantenuto a livello passivo e superficiale, può facilmente scivolare nella retorica dell’irraggiungibile. Dove sta scritto che la serenità interiore debba passare per l’abbandono totale delle paure, come se fossero scorie da eliminare? Non si può forse imparare proprio grazie a esse, usando la fragilità come strumento di consapevolezza?
È quindi necessario chiedersi: cosa cerchiamo davvero in un cammino massonico? Rivelazioni o consapevolezze? Iniziazioni o esperienze autentiche? Serve coerenza, lucidità e la capacità di distinguere tra visioni interiori e illusioni autoindotte. Altrimenti, ci si rifugia in un linguaggio iniziatico che diventa cifra di esclusione, e non ponte verso il reale.
Dunque, a noi la scelta per il nostro divenire oltre … lontani dai dominatori di ondine e tritoni. Quanti di questi sogni giungeranno a compimento? E quanti ancora, invece, si dissolvono nelle nebbie delle illusioni… a noi la scelta immediata e soprattutto meditata nel contesto del nostro confronto con noi stesso… e l’altro.
L’articolo è contenuto nel numero di agosto/settembre 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
In un’epoca in cui l’accesso all’informazione è potenzialmente illimitato, si moltiplicano coloro che, per propria convinzione o per bisogno di distinzione, si ergono a “illuminati”, affermando di possedere verità superiori, svelate o apprese tramite fonti esoteriche, spesso rielaborate superficialmente.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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