L’istinto dei viventi

Recentemente ho trovato in rete e l’ho fatta un po’ girare tra amici, una conferenza di Francesco Neri, molto curiosa e interessante per le associazioni di idee proposte e per alcune argomentazioni scientifiche. Omettiamo le considerazioni su economia a finanza, che condensiamo nell’antico motto “homo homini lupus”, mentre vale la pena soffermarci sulle strutture biologiche: prima di tutte, la cellula, poi le aggregazioni di cellule, le loro specializzazioni e gli organismi complessi, in cima ai quali troviamo l’uomo. Riporto alcuni spunti in maniera più che sintetica.

La caratteristica della cellula è che al centro si trova il DNA, ossia il codice secondo cui è costruita (potremmo dire il programma) contornato da una massa di sostanze nutrienti e la membrana che la delimita, separandola dall’ambiente, ma che permette le interazioni con l’esterno. Interazioni che avvengono mediante recettori/attuatori posti sulla membrana periferica, che si può così considerare la sede dell’intelligenza più basilare e primitiva, rendendoci conto che il suo ruolo si gioca tutto nel contatto con il mondo circostante.

Le interazioni di base sono l’attrazione per qualcosa posto all’esterno, ad esempio un nutriente o la percezione di un pericolo, che fa immediatamente chiudere il meccanismo di interscambio ed isola totalmente la cellula. In sintesi, questi meccanismi, istantanei ed alternativi, ossia attrazione e paura, sono alla base del comportamento di tutto ciò che vive.

Si cita anche l’affermazione “il contrario dell’amore non è l’odio, bensì la paura”. Cosa probabilmente vera, perché l’odio, come l’amore crea un legame, mentre la paura non lo ammette.

In un dibattito superficiale e “buonista”, uscirà certamente l’idea che la paura irrazionale di qualcosa che non si conosce è indegna dell’uomo moderno, evoluto, intelligente, aperto, che non si fa condizionare dall’istinto ma che lo supera e segue la propria ragione, e così via. Belle immagini e nobili concetti, ma è una logica corretta e salutare?

Qui non si tratta di morale e di pensiero (una cellula non pensa), ma di prender atto di una regola della vita, essenziale per poter sussistere e perpetuarsi. Tutto funziona radicalmente così, da un organismo unicellulare alla struttura più complessa. Non ci sono considerazioni etiche su queste problematiche, perché tutti i viventi che per qualche ragione non hanno agito in conformità, sono semplicemente estinti, perché si sono eccessivamente aperti o chiusi, o sbagliando il momento in cui fare l’una o l’altra cosa.

È abbastanza scontato che il nostro non è il pensiero di un’ameba, tuttavia, l’intelligenza istintiva dal punto di vista vitale, viene comunque prima di qualsiasi ragionamento. Primum vivere, poi si vede. Le sofisticazioni del pensiero, l’etica sociale, la buona educazione, i buoni sentimenti, sono certamente valori, ma andare contro la propria natura profonda, non è detto che sia sempre segno di una grande e luminosa intelligenza.

Ridurre tutto all’antitesi tra apertura e chiusura, tra attrazione e repulsione, scegliendo uno dei due atteggiamenti come preferibile perché eticamente superiore all’altro, è certamente insufficiente e banale, oltre che deleterio: è solo una questione di opportunità. La micro-intelligenza di una cellula, misura continuamente con i suoi recettori la realtà circostante e prontamente agisce di conseguenza: si apre o si chiude immediatamente.

La complessità che da una cellula porta a un gruppo omogeneo, a un insieme variamente e profondamente specializzato, non cambia questo meccanismo di accensione o spegnimento delle interazioni: il vivente è fatto così ed anche la comunità dei viventi lo è.

Che una persona possa pensare che la giusta misura sia un pensiero acritico costantemente chiuso al mondo circostante oppure continuamente ricettivo, è patologicamente contro natura, contro la nostra essenza più radicale e vitale, e richiederà certamente un alto prezzo da pagare. Il passaggio alla vita di relazione, al sociale, alla politica non implica un meccanismo diverso; la regola sempre attiva è: attenzione, comprensione, scelta. Se questo meccanismo si inceppa o sbaglia i tempi, la cosa finisce male.

La capacità mentale di interpretazione complessa del mondo di relazione, che arriva ad immaginarlo ed ipotizzarlo quasi fosse plasmabile dalla nostra volontà, è una grande risorsa della nostra specie, ma può diventare una trappola quando non distinguiamo più l’ideale dal reale e non cogliamo la distanza che li separa.

Se poi scendiamo dalla visione del mondo e diamo corpo all’ideologia politica o religiosa, il senso critico (che sarebbe in ciò più che necessario) fugge sovente verso zone irraggiungibili. Viene addirittura a mancare o è travisata, la coscienza fisica della realtà; banalmente, due più due non fanno affatto quattro, o se lo fanno, non ci sta bene.

Come un uso improprio della nostra più alta facoltà possa portare a simili disastri, rimane un mistero: sembra che la più ottusa stupidità accompagni spesso ed influenzi la nostra intelligenza, che, ricordiamolo bene, consiste nel cogliere il senso vero delle cose.

Vogliamo parlare di politica, internazionale, nazionale, economica, migratoria? No di certo, ma ciascuno, solo con sé stesso, come se fosse nella camera delle riflessioni, provi ad applicare questi parametri di base al pensiero proprio ed a quello indotto, prima di esporsi a dire ciò che è giusto o sbagliato, vero o falso, buono o cattivo, reale o di comodo, sentito profondamente o esibito agli altri.

Soprattutto, dobbiamo rilevare che la mentalità dominante (non da ieri, ma mai come oggi) cerca di indurci a vedere il mondo diviso in due categorie, incompatibili e stabili: il bianco ed il nero, per farci aderire una volta per tutte a quella che intende privilegiare.

Nella realtà delle cose, queste due caratteristiche continuamente si alternano, senza dar luogo al grigio, come si può ben vedere nel nostro pavimento. Credo che ognuno di noi, se ci fa caso, ha un attimo di esitazione nel porre il piede su di esso, fatto che rivela la necessità di una continua scelta e, per farla correttamente, di una costante presenza a sé stessi.

Sembrerà strano, ma è continuamente necessario spogliarsi dalla profanità delle suggestioni che ci portiamo addosso, e la frequenza ai nostri lavori serve soprattutto a rinnovare questa catarsi. Acquisita questa attitudine, essere gli artefici della costruzione del proprio pensiero, diventa possibile, fattibile, irrinunciabile.

L’articolo è contenuto nel numero di agosto/settembre 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Ridurre tutto all’antitesi tra apertura e chiusura, tra attrazione e repulsione, scegliendo uno dei due atteggiamenti come preferibile perché eticamente superiore all’altro, è certamente insufficiente e banale, oltre che deleterio: è solo una questione di opportunità.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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