Suppongo che in alcune occasioni, da parte di chi percorra sentieri iniziatici, possa essere risultato auspicabilmente utile aver preso consapevolezza che qualsiasi simbolo (un segno, gesto, oggetto o varie altre cose) inserito come iconografia (sia in un ambiente ove ad esempio si svolgano cerimonie rituali, che in un testo liturgico), costituisca un elemento della comunicazione funzionale al raggiungimento degli obiettivi di un determinato percorso. Di solito, esprime contenuti di significato ideale dei quali diventa il significante. Dovrebbe essere in grado di portare alla mente dell’osservatore, uno o vari concetti per lo più compositi, a prescindere dall’aspetto meramente estetico, però frequentemente incomprensibile per molti.
In ogni ambito particolare, potrebbero esistere convenzioni prestabilite, per decriptare in modo minimale e generico, uno o più aspetti che lo caratterizzano, tenendo conto di varie etimologie che sembrerebbero tendere, ad esempio, ad una sorta di tessera di riconoscimento e di accordi, come nel caso di reminiscenze di varie abitudini nella Grecia antica, ma anche approssimativamente a concetti come: “gettare insieme, mettere insieme, unire parti distinte”.
Ovviamente i simboli non sono da confondere con i segnali o con i marchi, dal momento che questi hanno un semplice valore informativo o riguardano l’indicazione di un’origine empirica e non evocativa.
Non sono da confondere neppure con le allegorie che si esprimono preferibilmente tramite i supporti culturali di un luogo e di un tempo specifici. Infatti, i simboli contengono da soli, intimamente, quello che vogliono significare e evocare; ovviamente solo se lo si riesce ad intuire in funzione delle variabili del personale stato dell’essere che caratterizzano l’eventuale libertà mentale in un determinato momento. Non a caso i suggerimenti tradizionali si ripetono nel ricordare che per un iniziato, qualsiasi elemento simbolico deve essere interiorizzato affinché in coerenza con la progressiva ricerca di libertà cardio-animica, cominci a dischiudersi e a dialogare con la mente.
I simboli possono essere di vari tipi. Ad esempio, in funzione dell’esigenza di una convenzione sociale con un forte carattere intersoggettivo, in quanto sarebbero condivisi da un gruppo o da una comunità culturale, politica, religiosa, oppure analogici, tendenti a suscitare relazioni tra un oggetto concreto e molteplici immagini mentali da rappresentare con le parole.
In ambito esoterico (ma anche in molteplici religioni) il simbolo tenderebbe a suggerire sintetizzandola una verità che vada oltre alla realtà del momento, caratterizzandola in modo che sia sempre presente e che si mantenga tale anche per tutte le generazioni successive.
Vedasi ad esempio il caso del nostro “knep” alato contenente i due quadrati intrecciati, al centro dei quali c’è un triangolo con il vertice rivolto verso l’alto, racchiudente a sua volta, la lettera ebraica “Iod”.
D’altronde, ogni società umana sin dai tempi più remoti, si è sempre dotata di simboli, poiché una loro funzione è quella di fissare qualche relazione tra il sensibile e ciò che si intuisce come sovrasensibile.
In alcune circostanze però, non c’è molto accordo in merito all’interpretazione dei simboli e alla loro utilizzazione.
Tale situazione è dovuta probabilmente al fatto che, qualche volta, alcuni tentano di trovare un preciso significato ad un disegno o ad un oggetto, anche se questi in effetti non ne hanno. Forse perché in generale risentono della possibilità teorica di evocare e di focalizzare, in modo analogicamente polivalente, una molteplicità di elementi che ovviamente non si riducono a un unico significato e neppure ad alcuni significati soltanto.
Infatti, all’interno di un simbolo vi sono molteplici evocazioni simboliche, per lo più sovrapposte anche gerarchicamente. Quindi non si contrastano reciprocamente, ma sono anzi armonizzanti tra loro, perché in realtà esprimono le applicazioni di uno stesso principio a ordini diversi e così si completano e si avvalorano, integrandosi nell’equilibrio della sintesi completa.
Mi permetto di citare René Guenon perché immaginava il simbolismo come un linguaggio particolarmente adatto per l’espressione e per la comunicazione di certe conoscenze, per cui in un ambito iniziatico diveniva (ma per noi lo è ancora oggi) un veicolo straordinariamente importante per ogni insegnamento tradizionale.
Suppongo sia utile comprendere quanto ho già accennato sopra, ovvero che c’è una differenza tra il simbolo e l’allegoria, dal momento che quest’ultima si esprime preferibilmente tramite il linguaggio (scritto e orale), mentre il simbolo contiene in sé quello che vuole significare e quindi deve essere intuito in funzione della libertà mentale per lo più variabile.
Si potrebbe dire che l’elemento simbolico si configura come qualcosa decisamente
più concreto, statico, assoluto rispetto all’allegoria, la quale, spesso, si esprime attraverso una situazione specifica che rimane condizionata dal luogo, dal tempo, dalla cultura, dalla morale, con cui interagisce.
Così, un eventuale legame tra un elemento significato e l’illustrazione significante, nell’allegoria si presenta arbitrario e intenzionale; non è così nel simbolo in cui un rapporto è per lo più convenzionale e quindi necessita di un’intuizione immediata. Diversamente l’allegoria necessita di un’elaborazione intellettuale, culturale e così, resta comunque sempre “relativa” nell’eventuale fase di interpretazione, ovvero aperta ad una discussione critica. Ne possono essere un esempio, le varie fasi tramite cui l’elemento allegorico si sviluppa in una nostra Camera con la specifica ritualità (sia in ambito maschile, che femminile) collegata alla leggenda di Asar (Osiride) e Aset (Iside).
Si potrebbe quindi intuire che un punto di vista simbolico, possa incanalarsi verso l’intuizione di un significato abbastanza immediato, contenuto al suo interno, caratterizzandosi con una valenza metafisica criptata, derivata da un particolare rapporto tra la raffigurazione sensibile espressa nel simbolo e la sua effettiva valenza ideale.
Ovviamente sia in filosofia, che nelle religioni (ad esempio nel neoplatonismo, a partire dal III secolo d.C, e nel Cristianesimo) il simbolo ha avuto un’importante rilevanza nell’ambito di una teologia mistica dove, a seconda dei periodi anche di crisi che ne hanno attraversato il loro sviluppo, anche le allegorie hanno trovato un’utilizzazione per adattarsi a significare i valori e gli elementi ideali della divinità.
Queste ultime usufruiscono di un’esposizione retorica, già usata nell’antichità greca classica, con la quale si tenderebbe ad esprimere un concetto astratto mascherato da un’eventuale immagine, da un’azione o da qualsiasi cosa che sembri raccontare altro rispetto l’immediato senso letterale.
Così, un ipotetico concetto astratto (ad esempio: ideale, morale, religioso o politico) verrebbe veicolato tramite una serie di immagini o esplicitato in varie azioni collegate alle quali si vorrebbero attribuire anche uno o più significati metaforici.
Allorché si tenti di decodificare un’allegoria presente in un testo liturgico (come nel caso di varie descrizioni, racconti, presenti nei nostri rituali), è indispensabile ricordarsi che il rapporto tra significante e significato, si presenta arbitrariamente intenzionale e che quindi non si basa sull’analogia. Ne consegue che l’eventuale possibilità di decriptazione, necessiterà di un processo deduttivo razionale (ovvero, non intuitivo), tenendo conto che in tal caso, una possibile relazione tra universale e particolare, non sarà affatto generale per tutti, ma socialmente e culturalmente caratterizzata.
Nell’allegoria, come nel caso della metafora, si può constatare la sostituzione di un elemento ad un altro, però non ci si adagia sul piano emotivo (più attinente alla metafora), bensì si richiede un’interpretazione razionale in merito a ciò che sottintende.
Essa si manifesta quindi su un piano differente e superiore rispetto al visibile e al primo significato, usufruendo, non di rado, di supporti filosofici o metafisici.
Un tipico esempio molto conosciuto lo si può trovare nel racconto delle “tre fiere” descritte da Dante (Divina Commedia, Inferno, canto I). Queste mentre raffigurano tre animali, tendono ad evidenziale alcune passioni che più o meno cupidamente imprigionano l’animo umano. Un altro potrebbe riguardare i caratteristici dei viaggi rituali che si sviluppano nelle cerimonie maschili d’iniziazione o nelle specifiche interrogazioni in quelle femminili.
La metafora è a volte confusa con l’allegoria, dal momento che può configurarsi come una figura retorica in base alla quale, un vocabolo o un intero discorso, sono utilizzati per esprimere un concetto diverso da quello che normalmente significano. Ovvero, se al termine che dovrebbe occupare un particolare posto nella frase, se ne sostituisce un altro il cui significato o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario, si possono creare immagini di forte carica espressiva.
È possibile perché in genere ci si basa sulla esistenza di un rapporto di somiglianza tra il termine di partenza e il termine metaforico. Però è straordinario notare che il potere evocativo e comunicativo della metafora si evidenzia tanto maggiore quanto più i termini di cui è composta, sono lontani dai significati. Ad esempio si potrebbe trovare in poesia una descrizione come quella di: “capelli di paglia” per indicarne un particolare colore.
Come ho già accennato, la metafora si distingue dall’allegoria, perché quest’ultima rimanda soprattutto a un piano concettuale, o a un’idea, mentre la metafora si riferisce per lo più a una relazione fra due elementi precisi.
Ho ritenuto opportuno premettere ciò di cui ho dissertato sino a questo punto, per portale l’attenzione su alcune considerazioni che ognuno volendo continuare ad incedere sulla nostra via, potrebbe svolgere nella propria intimità.
Si tratterebbe semplicemente di interrogarsi per verificare, a prescindere dai gradi acquisiti su un determinato percorso (maschile o femminile), se ci sia dotati correttamente degli strumenti minimali e delle facoltà necessarie per riuscire a camminarvi.
Mi riferisco a cose molto semplici. Ad esempio:
Quindi come avviene per qualsiasi impegno formale, sarebbe indispensabile che ognuno fosse coscientemente consapevole di dove si trova, perché abbia voluto accedervi e perché continui a farne parte.
Non solo in questa occasione, ho accennato spesso al concetto di meditazione. Come tutti dovrebbero sapere, il nostro metodo formativo, a differenza di quello di altre Obbedienze-Riti, ne prevede un importante impiego.
Infatti, oltre a meditare prima, durante e dopo i Lavori, su argomenti previsti in calendario per quelle cerimonie, viene suggerito a tutti di usufruire anche delle quattordici meditazioni strutturate (in precisa sequenza), estrapolate da quelle cosiddette settimanali, pubblicate in Francia, da Sedir (Yvon Le Loup) nei primi anni del ‘900 (sono utilizzate anche nell’Ordine Martinista). Queste, unite anche a particolari tecniche astrologiche (conosciute magari solo a livello minimale da parte di coloro che hanno affrontato questi studi), consentono di avere a disposizione un’interessante analisi di sé stessi, delle predisposizioni per uno sviluppo psico-fisico, specifico ed unico di ognuno, comprensivo di possibili “rettifiche”, rispetto ad ipotesi più o meno vincolanti da parte del “Fato”.
Ad ogni modo, come dovremmo sapere, la meditazione (meditatio) costituisce, per lo più, un’esperienza che si cerca di sperimentare per tentare di acquisire una maggiore efficienza e efficacia mentale. Così, ad esempio, si auspica di riuscire a concentrarsi su un solo pensiero, oppure su un concetto elevato, o su un preciso elemento della realtà. Tutto questo non lasciandosi condizionare dalle consuete esigenze esistenziali, più o meno importanti e mantenendo il flusso dei pensieri sempre più quieto e fluido.
Quindi, si potrebbe forse accedere anche a quella forma mentale che di solito viene identifica con il concetto di contemplazione. Ad esempio, secondo la dottrina di Platone, attraverso la contemplazione, l’anima umana potrebbe arrivare alla conoscenza di particolari forme divine sovrasensibili, chiamate «idee», con cui Dio opererebbe nel mondo.
Si tratta di pratiche indirizzate all’auto-realizzazione, che possono essere utilizzate in ambiti religiosi, spirituali, filosofici, o mirare semplicemente ad un miglioramento delle condizioni psico-fisiche.
Chi abbia esplorato alcune tradizioni orientali, potrebbe aver notato che tramite le Upaniṣad, scritture sacre induiste compilate a partire dal IX – VIII secolo a.C., è giunto fino a noi uno dei primi riferimenti espliciti alla meditazione. Questa è indicata con il termine sanscrito dhyāna (che letteralmente significa visione, ma generalmente ha l’accezione d’uno specifico tipo di meditazione).
Nell’ambito della psico-sintesi di Osho Rajneesh (giusto per citare anche qualche riferimento orientale abbastanza noto in Occidente), esistono definizioni che tendono ad illustrare uno stato della coscienza sviluppato tramite la volontà indirizzata alla focalizzazione di un particolare elemento (meditazione riflessiva) o mediante la completa assenza di pensieri (meditazione recettiva).
Secondo il suo punto di vista, tramite quella riflessiva, non ci sarebbe preselezione nei confronti dell’oggetto della meditazione. Ne consegue che nella pratica in genere, per raggiungere uno stato di maggiore concentrazione e di ponderazione, potrebbero essere utilizzati elementi che riguardino la propria interiorità oppure semplici oggetti. Diversamente, quella recettiva tenderebbe all’assenza di pensieri e permetterebbe alla mente di raggiungere un livello di “consapevolezza senza idee”, ovvero libertà dall’attività psichica dell’essere umano, non di rado caotica e confusionaria.
Suppongo che a questo punto possa essere utile accennare anche alle ipotesi per le quali il cosiddetto equilibrio energetico e spirituale riguardi l’armonia tra il corpo, la mente e l’anima. Ne potrebbe conseguire che un eventuale flusso di energia vitale, libera e bilanciata, tenderebbe a portare benessere globale, riverberandosi su salute, chiarezza mentale e crescita personale.
Mi sono permesso di accennare a tutte queste cose perché a volte, ho la sensazione che alcuni, forse troppo coinvolti da speculazioni di vario tipo, si propongano grandi obiettivi proiettandoli nel futuro. Però anche se non riescono a realizzarli, la loro mente si tende costantemente verso quelle mete lontane, mentre il loro corpo resta dimenticato nel presente accentuando una sorta di separazione tra forma corporea e componenti animico-spirituali.
La tradizione ci insegna che una simile disarmonia può provocare conseguenze negli equilibri di quel flusso vitale, sottinteso spesso nelle nostre liturgie nelle quali anche il simbolo dell’Ankh ne costituisce un interessante riferimento.
Il nostro metodo tende a suggerire un’armonia complessiva. Quindi non bisogna spingersi in modo esagerato verso mete che poi possono svelarsi anche solo fantasiose. Il che significa che bisogna fare in modo che la propria mente-spirito non si separi mai in modo assurdo dalla propria forma corporea ma riesca a controllarne progressivamente l’armonia esistenziale, per poi riuscire a liberarsi da quei condizionamenti materiali, psico-fisici, che si svelano sempre particolarmente pesanti.
La mente-cuore dovrebbe riuscire ad armonizzarsi con la personale volontà cosciente, la quale potrebbe riuscire a farlo con lo spirito che a sua volta, con il vuoto costituito tramite l’abbandono dai condizionamenti emotivi e passionali, tenderebbe a creare nuove armonie.
Le nostre allegorie che nei testi liturgici si evidenziano attraverso molteplici forme (emetiche, alchemiche, kabbalistiche, ecc.), suggeriscono implicitamente anche le progressive applicazioni metodologiche da portare nella quotidianità.
Ciò significa che è necessario mantenere consonanza tra la mente-cuore (includendovi anche l’aspetto materiale delle facoltà del proprio organismo) e l’attività mentale del cervello, ovvero l’attività cosciente del proprio pensiero. L’intima attività mentale dovrebbe mantenersi in consonanza anche con la propria situazione fisica (non si dovrebbe mai obliarla) e quindi non dovrebbe vagare a casaccio, a volte alla ricerca di chissà quali chimere (ma restare nel “qui ed ora” della propria mente-corpo-spirito).
Lo spirito dovrebbe poter agire assieme all’attività mentale cosciente. Se tale rapporto si presentasse disordinato, allora si verificherebbe una scissione tra forma corporea e spirito con relative conseguenze.
Allorché il flusso vitale, lo spirito e la mente, si trovassero in buona armonia, è probabile che sia meno frequente la possibilità che lo sviluppo del proprio pensiero si muova ancora in maniera disordinata, fuori controllo.
In tal caso, la mente-spirito si armonizzerebbe in quell’auspicabile vuoto dai condizionamenti emotivi e passionali. Sarebbe un vuoto puro della coscienza, senza la più piccola contaminazione.
Però sappiamo che questa è una condizione esistenziale affatto semplice da raggiungere.
Quindi, volendo concludere, per ora, mi permetto solo di aggiungere alcuni semplici pro-memoria.
L’articolo è contenuto nel numero di Dicembre 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Allorché si tenti di decodificare un’allegoria presente in un testo liturgico (come nel caso di varie descrizioni, racconti, presenti nei nostri rituali), è indispensabile ricordarsi che il rapporto tra significante e significato, si presenta arbitrariamente intenzionale e che quindi non si basa sull’analogia. Ne consegue che l’eventuale possibilità di decriptazione, necessiterà di un processo deduttivo razionale (ovvero, non intuitivo), tenendo conto che in tal caso, una possibile relazione tra universale e particolare, non sarà affatto generale per tutti, ma socialmente e culturalmente caratterizzata.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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