Unità e separazione

Ciò che potremmo definire come “filosofia della pianta della fragola” sembrerebbe riconducibile, in particolare, ad alcuni aspetti delle dottrine indiane; potrebbe aiutare a intuire e forse a capire una delle questioni più peculiari del pensiero umano, ovvero quella dell’Unità nella e attraverso la molteplicità.
Tenterò di spiegarmi meglio con qualche esempio. In primavera, siccome amo le fragole, ho piantato nell’angolo del mio giardino una pianta di fragola. Con un po’ di fortuna, già in quest’estate mi ha dato qualche fiore, poi alcune fragole. Ma nella prossima primavera, sarà cresciuta; i suoi tentacoli, o meglio i suoi stoloni, si svilupperanno al suolo, si allontaneranno dalla pianta-madre e attraverso ogni estremità, varie radici penetreranno nel suolo sviluppando altre nuove piante.

Ammettiamo che la pianta-madre abbia cinque “piccoli” collegati a lei tramite cinque di questi stoloni-tentacoli, quante piante avrò? Una sola naturalmente poiché il tutto non forma che un’unità. Ma tra un anno i piccoli manderanno anch’essi degli stoloni attorno e forse avrò venticinque nuove piccole piante… perciò quante piante avrò? Una sola poiché il tutto rimane unito e collegato. Dopo una decina d’anni potrei così avere circa diecimila pianticelle tutte unite le une alle altre che formano ancora una sola unità.

Ora, se qui e là taglio qualche stolone ma senza separarlo totalmente dalla pianta madre, ho sempre un’unica pianta, l’unità è salvaguardata; ma se continuo a sezionare sino a separarli tutti e totalmente, mi trovo di fronte a 10.000 piante isolate le une dalle altre, piante che potrei eventualmente spostare e trapiantare altrove.

Dopo aver sezionato tutto, quante piante ho, 10.000 o sempre una sola? Se si riflette bene e se non ci si lascia coinvolgere dalle apparenze, si risponderà: una sola!

Colui che non mi avesse visto interrare la prima pianta-madre e tagliare gli stoloni, negherebbe che si possa trattare di un’unica pianta poiché con i suoi occhi le vedrebbe tutte separate!
Alcune di queste piante che si trovano in un terreno fertile, ben soleggiate, ben irrigate, protette dai venti del Nord, daranno frutti saporiti e profumati. Altre piante, che non hanno questa fortuna e hanno messo radici in un suolo arido, oppure che devono lottare contro le erbacce, che non hanno sole a sufficienza, che sono esposte a tutti i venti, saranno gracili ed i loro frutti piccolissimi; però tutte le piante sono delle manifestazioni dell’unica pianta-madre.

Le piante tra loro ben sviluppate (immaginate come entità simili a noi, umanizzate con i nostri pregi e difetti) potrebbero osservare con sufficienza le pianticelle gracili; si crederanno superiori e diranno: ma quelle sono fragole?! Non si renderanno conto che in ogni singola pianticella si manifesta non solo l’essenza della stessa pianta, ma che ogni pianta-individuo, che sia bella o brutta, rigogliosa o striminzita, è la stessa pianta…!

Ipotizziamo che la nostra “pianta da fragola sempre più cosciente” realizzi di risalire dallo stato più profondo del suo essere verso qualche cosa di differente…; forse trascenderebbe la sua percezione individuale e giungerebbe al piano di coscienza della pianta-madre unica che per lei forse rappresenterebbe una “divinità”, talmente andrebbe oltre la sua individualità.

Da centinaia d’anni, una stessa pianta-madre si riproduce e continuerà a riprodursi. Ciò significa che ogni pianta-individuo può, contemporaneamente, sparire senza intaccare realmente la Pianta-Madre e nello stesso tempo racchiuderne in sé il potenziale giacché, reimpiantata a sua volta, genererà decine di migliaia di piante individuali.

Proviamo ora ad analizzare e valutare le piante come individui supponendo in loro degli organi di senso, una cognizione che permetta di comprendere l’ambiente in cui vivono! Raggiungere la coscienza di tutto questo sarebbe un’esperienza vertiginosa per la nostra fragola-individuo. Prenderebbe coscienza che lei è la Pianta-Madre, così come ogni altra attorno a lei; sentirebbe che ogni pianticella è molto di più che una sua simile!

Ora, senza scordare i concetti di unità e separazione, sarebbe opportuno notare che il momento storico attuale starebbe fluendo nella replica di un ipotetico movimento sinusoidale (oscurantismo-crisi/rinnovamento-ripresa). L’umanità sembra trovarsi, ancora una volta, a dibattersi fra gravi e spesso esasperate sfiducie, paure, aggressività, che mettono in luce una sorta di cupo decadimento umano. Quello che appare come un profondo imbarbarimento spirituale, sta mostrando in particolar modo, la parte più bassa e oscura del nostro dualismo: la malvagità che emerge, si alimenta del dolore e dello pseudo-potere arrogante e manipolatore della debolezza altrui, esercitato spesso con compiacimento o indifferenza …

Secondo un certo punto di vista, l’etimologia del termine “malvagio” deriverebbe da una combinazione delle parole latine malus –male- e vagus -vagante in giro, indicando perciò una persona che vaga verso il male.

Per me, è ancora più interessante l’etimologia del termine “malvagità” che risale al tardo latino malifatius: cioè “che ha cattivo fato” o “che ha una cattiva sorte”, portandomi a considerare quanto il negare di avere, nell’umanità, uguali radici e sangue, cancellando in questo modo la coscienza dell’Uno, possa portare in definitiva, ad un “destino avverso”.

Ma, se la “malvagità” sembra nutrirsi del dolore generato dal “potere”, da parte del persecutore sulla vittima, è possibile che se la si osservasse da un punto di vista differente, potrebbe risultare invece alimentata dalla personale, sostanziale, paura di vivere, dalla totale mancanza di coraggio (cor-agere, agire con il cuore–empatia), che si dibatterebbe nella confusione dell’anima immersa, come in un antico Lete, nel “diabàllo” greco (diavolo), colui che separa e divide.

L’esemplificazione migliore, per me, l’ho trovata osservando l’opera intitolata “L’Angelo caduto” del 1847, a cura del pittore Alexandre Cabanel.

Il dipinto raffigura la ribellione e la caduta di Lucifero. Rappresenta un essere che ha perso il suo stato di grazia e il suo legame con il Divino; un atto di orgoglio lo ha portato all’esilio.

Le ali, a differenza del corpo illuminato, si stanno scurendo e appaiono ormai inutili. Il gesto del braccio che copre il volto sembra forse un tentativo per nascondere una dolorosa vergogna.

La sua espressione è un misto di rabbia e dolore: gli occhi sono accesi di furia nel risentimento, ma una lacrima scende sul volto, tradendo forse un’emozione di tristezza, di rimpianto, per la perdita del suo stato paradisiaco. 

Non è rappresentato come una creatura mostruosa, ma come un essere di grande avvenenza, tormentato dalle emozioni contrastanti. Questa sorta di ossimoro tende a condurre verso un’esplorazione del contrasto tra la sua bellezza e lo stato di reietto, focalizzando in tal modo un dualismo tra il bene e il male, tra la luce e il buio. Peraltro, una caduta che ogni individuo si ritrovasse vivere nella propria vita, potrebbe essere interpretata come il risultato di una scelta e di una perdita.

Quale potrebbe essere allora il rapporto analogico tra gli esseri umani e le piante da fragola?  Probabilmente a volte ci immergiamo in un equivoco se ci immaginiamo separati, isolati! Una differente presa di coscienza, potrebbe permetterci di andare oltre il probabile fraintendimento, trascendendo la singola individualità, il piccolo io, l’ego materiale, riuscendo così a percepire l’unità fondamentale con tutti gli esseri umani che vivono attualmente sul nostro pianeta, con tutti quelli che vi hanno vissuto e con tutti coloro che ci vivranno dopo di noi.

Allora è verosimile considerare il proprio vicino come una parte di noi stessi; ci si sentirebbe co-responsabili di tutti gli esseri umani presenti, passati e futuri, senza alcun complesso di inferiorità o di superiorità nei confronti di chicchessia. Si potrebbe riuscire a vedere anche nell’essere umano più misero, la nostra immagine, la nostra Essenza: presumibilmente sarebbe miserabile perché non avrebbe avuto la fortuna di crescere in un “suolo” favorevole, ma in valore assoluto avrebbe la stessa importanza di qualsiasi altro essere umano.

Di tutto questo, si potrebbe trovare un’ulteriore indicazione anche nelle remote scritture all’origine di molte grandi religioni in cui, sostanzialmente, si affermerebbe che la nostra esistenza non sarebbe un processo di separazione da Dio, bensì di differenziazione.

Quando gli antichi parlavano della Divinità-Madre, manifestavano l’amore più profondo concepibile, comune a tutti gli esseri umani e a tutta la Vita. Se ne sentivano protetti e accompagnati; avvertivano che ogni pulsione della loro esistenza non era che una pulsione della Grande Vita di cui ognuno non è che un’infima parte e siccome non erano forse capaci di elaborare qualcosa di astratto, diedero nomi e forme diverse ma anche simili. Sarebbero simboli che costituirebbero un tramite per aiutare la mente umana a concentrarsi e grazie a loro, l’umanità potrebbe riuscire a percepire, elaborare ed esprimere un’intima Realtà che ci colleghi al Tutto divino dal quale non ci siamo mai staccati, semplicemente perché non è possibile separarsi da un insieme di cui si è parte integrante e costitutiva.

L’articolo è contenuto nel numero di Gennaio 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

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Ora, senza scordare i concetti di unità e separazione, sarebbe opportuno notare che il momento storico attuale starebbe fluendo nella replica di un ipotetico movimento sinusoidale (oscurantismo-crisi/rinnovamento-ripresa). L’umanità sembra trovarsi, ancora una volta, a dibattersi fra gravi e spesso esasperate sfiducie, paure, aggressività, che mettono in luce una sorta di cupo decadimento umano.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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