Il segreto iniziatico tra Massoneria e Misteri egizi. Una rilettura ermeneutica personale

“La forma è il contenuto che emerge in superficie.”

Victor Hugo

Il tema del cosiddetto “segreto massonico” ha attraversato, sin dalle origini della Libera Muratoria moderna e non solo, un ampio spettro di interpretazioni che spaziano dall’indagine storica alla speculazione simbolica, fino alla deformazione complottistica propria della cultura popolare contemporanea. In ambito iniziatico, tuttavia, tale questione non può essere affrontata in termini di occultamento informativo o di mistero sensazionale, bensì richiede una collocazione rigorosa entro il più ampio quadro delle tradizioni iniziatiche occidentali e orientali.

La presente diallage intende proporre una personale riflessione organica e unificata sul concetto di segreto in Massoneria, rileggendolo alla luce dei Misteri dell’antico Egitto e, in particolare, della simbologia riconducibile al Dwat quale spazio di trasformazione interiore. L’obiettivo non è introdurre nuove tesi, ma sistematizzare criticamente il materiale concettuale già esistente, eliminando ridondanze e sovrapposizioni, e restituendolo in una forma coerente con un registro simbolico‑ermeneutico e iniziatico.

Un primo nodo teorico riguarda la distinzione tra società segreta e società iniziatica. La confusione tra queste due categorie costituisce una delle principali fonti di fraintendimento del fenomeno massonico. Una società segreta, in senso proprio, fonda la propria esistenza sull’occultamento: i suoi fini, i suoi membri e spesso la sua stessa struttura rimangono nascosti per ragioni di natura politica, economica o di potere. La segretezza, in questo caso, è funzionale alla dissimulazione. Questo modello trova un chiaro antecedente nei Misteri egizi. Nei templi di Iside e nei collegi sacerdotali, il sapere non veniva consegnato come informazione, ma come esperienza graduale. L’accesso al senso profondo avveniva solo dopo una discesa nelle tenebre: il Dwat, regno dell’ombra, della prova e della morte simbolica. Non si trattava di eludere o nascondere, ma di riconoscere. Solo chi attraversava quella notte interiore poteva accedere a una forma rinnovata di coscienza.

La Massoneria, al contrario, si presenta storicamente in generale, come un’istituzione pubblicamente riconoscibile, dotata di sedi note, statuti dichiarati e finalità esplicitamente enunciate, quali il perfezionamento morale dell’individuo, la fratellanza universale e la ricerca libera della verità. Ciò che essa custodisce non è la propria esistenza, bensì il contenuto simbolico e rituale del suo percorso iniziatico. La riservatezza non ha dunque carattere politico o strategico, ma iniziatico e pedagogico.

Questa forma di riservatezza trova un antecedente strutturale nei Misteri dell’antico Egitto. Nei contesti egizi, la conoscenza non veniva trasmessa come informazione oggettiva, ma come esperienza trasformativa. Il sapere sacro non era accessibile mediante l’apprendimento discorsivo, bensì attraverso un percorso rituale che coinvolgeva l’intera persona dell’iniziato.

I Misteri non erano segreti per timore di persecuzioni, ma per rispetto del sacro. Il linguaggio simbolico, se estratto dal suo contesto rituale, perdeva la propria efficacia. La parola non iniziata, pronunciata al di fuori del tempo e dello spazio sacro, risultava priva di potere generativo. Tale impostazione consente di comprendere la segretezza non come negazione della conoscenza, ma come sua protezione.

All’interno della cosmologia egizia, il Dwat rappresenta il regno intermedio, lo spazio notturno attraversato da Rha assiso sulla barca notturna Mesektet (o Sektet). Esso non è semplicemente un luogo ultraterreno, ma un simbolo della discesa nell’ombra, della prova e della morte simbolica. Solo attraverso l’attraversamento del Dwat è possibile accedere alla rinascita luminosa.

Questo schema archetipico trova una corrispondenza diretta nel processo iniziatico massonico (soprattutto nella nostra Obbedienza-Rito). L’iniziazione non comunica un contenuto segreto, ma guida l’individuo attraverso una frattura simbolica della coscienza ordinaria. La discesa nelle tenebre non ha valore punitivo, bensì generativo: è la condizione necessaria per la riorganizzazione dell’interiorità.

Il mito di Osiride costituisce una delle più potenti rappresentazioni simboliche del processo iniziatico. Lo smembramento del dio, la dispersione delle sue membra e la loro paziente ricomposizione da parte di Iside descrivono, in forma mitica, l’esperienza della disintegrazione e della reintegrazione dell’essere. La nascita di Horus non rappresenterebbe un semplice evento genealogico, ma l’emergere di una coscienza rinnovata.

In questa prospettiva, il segreto non coincide con un elemento narrativo nascosto, ma con il processo stesso di trasformazione. Analogamente, la Massoneria non offre rivelazioni esteriori, ma propone un metodo simbolico‑rituale (ogni Obbedienza-Rito ne ha uno di cui detiene l’esclusività) volto alla ricostruzione dell’unità interiore dopo la dispersione.

Il rituale massonico svolge una funzione analoga a quella dei drammi sacri egizi. Esso non spiega, ma mette in scena; non istruisce in senso didattico, ma orienta l’esperienza interiore. Il simbolo, l’allegoria, la metafora, non sono riducibili a un concetto univoco: la loro efficacia risiede nella possibilità di essere interiorizzati e vissuti.

La riservatezza che circonda segni, parole e gesti rituali non è dunque una forma di esclusione, bensì una condizione pedagogica. Anticipare il simbolo a chi non ha ancora attraversato l’esperienza iniziatica, equivale a privarlo della sua funzione trasformativa. Il segreto, in questo senso, coincide con il tempo giusto e con lo stato di coscienza adeguato.

Un ulteriore elemento di continuità tra Massoneria e Misteri egizi è rappresentato dal legame fraterno che nasce dall’iniziazione. Nei collegi sacerdotali egizi, l’appartenenza non era definita da un’ideologia comune, ma da un’esperienza condivisa di morte e di rinascita simbolica. Il riconoscimento reciproco era di natura esistenziale.

Allo stesso modo, la fratellanza massonica non si fonda su una mera adesione formale, ma su un cammino interiore comune. Segni e parole non identificherebbero un gruppo sociale, ma dovrebbero attestare una trasformazione vissuta e condivisa.

Un aspetto centrale, spesso trascurato nel dibattito contemporaneo, riguarda la pedagogia dell’occulto simbolico, ossia quel modello educativo iniziatico fondato su un linguaggio deliberatamente non immediatamente leggibile dal punto di vista profano. Tale pedagogia non nasce dall’intento di creare esclusione o élite di potere, ma dalla consapevolezza che il simbolo opera su livelli di coscienza differenti e richiede una preparazione interiore per essere realmente compreso.

Nelle tradizioni iniziatiche, e in particolare nei Misteri egizi, l’occulto non coincide con ciò che è nascosto per essere sottratto, ma con ciò che è velato per essere maturato. Il simbolo non è cifrario nel senso di un codice da decifrare intellettualmente, bensì un dispositivo trasformativo che agisce solo quando il soggetto ha attraversato determinate soglie esperienziali. In assenza di tale attraversamento, il simbolo rimane opaco, ambiguo o apparentemente contraddittorio.

Questa pedagogia del velamento risponde a una logica formativa precisa: ciò che viene compreso troppo presto, senza il necessario lavoro interiore, viene ridotto a concetto o, peggio, a oggetto di curiosità. Il sapere iniziatico, invece, non mira all’accumulo di informazioni, ma alla ristrutturazione della coscienza. Per questo motivo, esso si sottrae volontariamente alla piena intelligibilità profana.

È proprio questa non-leggibilità immediata che, nel contesto moderno, fomenta diatribe sulla presunta segretezza. L’osservatore esterno, privo delle chiavi simboliche ed esperienziali, tende a interpretare il silenzio come occultamento intenzionale e il simbolo come indizio di trame nascoste. In tal modo, la pedagogia iniziatica viene rovesciata in narrativa complottistica: ciò che è custodito per proteggere l’esperienza viene percepito come nascosto per esercitare potere.

La Massoneria eredita pienamente questa pedagogia simbolica e allegorica. In termini storico-religiosi, essa si colloca all’interno di quel paradigma del sacro come esperienza strutturata che alcune letture contemporanee hanno mostrato essere costitutivo delle civiltà tradizionali, nelle quali il mito e il rito non spiegano il mondo, ma lo rendono abitabile attraverso una ripetizione simbolica di eventi fondatori. Il rito iniziatico non trasmette quindi un contenuto nuovo, ma riattualizza un tempo qualitativamente diverso, capace di incidere sulla coscienza del partecipante. I suoi rituali non sono pensati per essere spiegati, ma per essere vissuti; essi funzionano come esercizi spirituali nel senso più rigoroso del termine, ovvero come pratiche simboliche destinate a produrre una trasformazione del soggetto piuttosto che un semplice apprendimento dottrinale. I suoi simboli non sono enigmi da risolvere, ma strumenti di lavoro interiore. La riservatezza non tutela un contenuto segreto, bensì la possibilità stessa della trasformazione. Da un punto di vista psicodinamico, il simbolo agisce come mediatore tra livelli differenti della psiche, rendendo possibile l’integrazione di contenuti che, se portati prematuramente alla coscienza discorsiva, risulterebbero destabilizzanti o verrebbero banalizzati. Senza questa tutela, il simbolo si svuota e l’iniziazione si riduce a rappresentazione.

In tale prospettiva, le diatribe sulla segretezza massonica appaiono come un effetto collaterale inevitabile della distanza tra linguaggio iniziatico e mentalità profana. Là dove il mondo moderno esige trasparenza totale e accesso immediato, la tradizione iniziatica oppone gradualità, silenzio e attesa. Non per sottrarsi al giudizio, ma per preservare l’efficacia pedagogica del simbolo.

La cultura moderna, fortemente segnata dal razionalismo e dall’immaginario complottistico, tende a interpretare la riservatezza come occultamento intenzionale. Tale lettura proietta sulla Massoneria categorie estranee alla sua natura iniziatica, riducendo il simbolo a indizio e il silenzio a sospetto. Le lezioni morali e filosofiche custodite nei rituali seguono una struttura analoga a quella dei testi funerari egizi: non spiegano, ma evocano; non istruiscono, ma orientano. La loro funzione è accompagnare l’iniziato nella propria traversata del Dwat, affinché possa risorgere a una nuova forma di consapevolezza. Il segreto è dunque il tempo giusto, il luogo giusto, lo stato di coscienza adeguato.

Questa riduzione impedisce di cogliere la dimensione autenticamente interiore dell’opera massonica, che non mira al dominio del mondo esterno, ma all’ordinamento dell’uomo. La vera costruzione non è sociale o politica, bensì simbolica e interiore. Rimarcare come accade l’idea di complotto, ha spesso trasformato questo linguaggio iniziatico in una caricatura. Ma nei Misteri egizi, come nella Massoneria, non si trattava di dominare il mondo, bensì di ordinare l’uomo. La vera opera non è esterna, ma interiore: è la ricostruzione del tempio interiore dopo la dispersione.

Ogni passaggio riflessivo deve sempre porre l’attenzione su aspetti che vanno soppesati grazie alla valenza di quella lettura simbolico ermetica. Per questo in un tempo dominato dalla sovrabbondanza di parole, dall’urgenza di prendere posizione e dalla pretesa di certezze immediate, ogni tradizione che rinunci a interrogarsi rischia di ridursi a semplice reliquia o a ritualità svuotata. Un cammino iniziatico, se vuole rimanere vivo, non può sottrarsi alla domanda su sé stesso. La Massoneria, proprio in quanto via simbolica, trova in questa interrogazione non una minaccia, ma la condizione della propria sopravvivenza interiore.

Viviamo una condizione profondamente contraddittoria: mai come oggi l’accesso alle informazioni è stato così esteso, eppure la distanza dalla sapienza autentica sembra aumentare. Il tempo accelera, il pensiero si irrigidisce in polarizzazioni, la dimensione politica si consuma nell’istante, la religione si dissolve o si irrigidisce, mentre la tecnica procede più velocemente della riflessione etica. All’uomo contemporaneo è richiesto di pronunciarsi su tutto, ma raramente gli è concesso il tempo di comprendere davvero. La complessità viene evitata, il silenzio diventa sospetto.

È proprio dentro questa frattura che la Massoneria è chiamata a riconoscere il proprio ruolo, o a smarrirlo. Non come risposta ai problemi del mondo, né come progetto di riforma collettiva, ma come luogo di resistenza interiore. Essa non si pone in competizione con la società profana; piuttosto, se ne distanzia simbolicamente per poterla osservare con maggiore lucidità. Non promette soluzioni rapide, ma propone un lavoro lento, esigente e spesso scomodo: il lavoro su sé stessi, condotto nel segno della discrezione e del silenzio.

Contrariamente a molte interpretazioni superficiali, ogni volta che tenta di assumere ruoli, tradisce la propria essenza. Il suo vero spazio d’azione è l’interiorità dell’iniziato. Essa si fonda su un principio arcaico e rigoroso: nessuna trasformazione esterna può essere stabile se non è preceduta da una trasformazione interna. In un’epoca che privilegia le riforme strutturali rispetto ai processi interiori, questa affermazione appare quasi intollerabile.

La pedagogia massonica non procede per spiegazioni discorsive, ma attraverso il simbolo. Essa parla poco, allude molto ed esige un coinvolgimento diretto. Il simbolo non è ornamento né residuo folklorico, ma linguaggio dell’essenziale. Esso non spiega: indica. Non definisce: apre. Dice ciò che il concetto non può contenere e conduce là dove il linguaggio ordinario si arresta. Il rito, in questa prospettiva, sospende il tempo profano e inaugura uno spazio altro, in cui la fretta resta fuori dalla soglia e il silenzio si manifesta come forma di ascolto attivo.

In una cultura dominata dall’immediatezza dell’immagine, dalla semplificazione algoritmica e dalla riduzione narrativa, questo linguaggio simbolico rivela una sorprendente attualità. Il simbolo non impone credenze, ma suscita risonanze. Non uniforma, ma inquieta. È per questo che la Massoneria, quando viene vissuta e non semplicemente ripetuta, continua a rappresentare una scuola di libertà interiore fondata sul segreto inteso come custodia del senso, non come accumulo di informazioni riservate.

In un’epoca oscillante tra un materialismo riduttivo e uno spiritualismo superficiale, la tradizione iniziatica ricorda che la conoscenza autentica è sempre progressiva e integrata. Non esistono illuminazioni istantanee né scorciatoie legittime. Esistono il lavoro paziente, la ripetizione consapevole, le cadute e i ricominciamenti. Questa lentezza, incompatibile con la cultura dell’immediatezza, è precisamente ciò che rende la Massoneria necessaria per alcuni e insopportabile per molti.

Il rapporto della Massoneria con il sacro si colloca nella medesima logica di equilibrio. Essa non sostituisce la fede né la nega, ma rifiuta l’imposizione dogmatica. Opera in prossimità del sacro senza fissarlo in formule rigide. In un mondo che ha superato le religioni istituzionali ma non il bisogno di trascendenza, offre uno spazio in cui il sacro può essere avvicinato senza costrizione.

La richiesta di riconoscere un Principio Creatore non va intesa come imposizione teologica, ma come affermazione simbolica di un limite: l’uomo non è la misura ultima di tutte le cose. In un tempo segnato dall’autoreferenzialità e dal narcisismo, questo riconoscimento rappresenta già un atto di radicale umiltà e costituisce uno dei nuclei silenziosi del segreto iniziatico.

Il pericolo più insidioso per la Massoneria contemporanea, tuttavia, non proviene dall’esterno. Non nasce dalle critiche profane né dai pregiudizi storici. Prende forma quando si è dimentica la propria natura e, soprattutto, ciò che non dovrebbe diventare.

Il primo segnale di questa deriva emerge quando il rito, anziché essere vissuto come esperienza trasformativa, si riduce a esecuzione meccanica. Il gesto viene compiuto, la parola pronunciata, la forma rispettata, ma il significato non penetra più nell’interiorità dell’iniziato. Il rito smette di aprire uno spazio simbolico e si trasforma in procedura. In quel momento, ciò che dovrebbe risvegliare si limita a intrattenere o, peggio, a rassicurare.

Segue poi la tentazione di confondere la gerarchia con l’affermazione dell’ego. Strutture nate per sostenere il lavoro simbolico possono diventare luoghi di vanità silenziosa, di influenza discreta o di competizione non dichiarata. Il ruolo prende il posto dell’esempio, il titolo oscura il lavoro interiore, e l’autorità perde la sua radice simbolica per ridursi a funzione amministrativa. Quando ciò accade, la gerarchia non sostiene più il cammino iniziatico, ma lo ostacola.

Un ulteriore segno di erosione è l’accumulo dei gradi privo di reale integrazione. L’avanzamento simbolico, che dovrebbe corrispondere a una lenta maturazione interiore, diventa un percorso quasi automatico, regolato dal tempo cronologico più che dal tempo della coscienza. Il grado viene interiorizzato ed il simbolo viene spiegato e abitato. L’iniziato avanza nella struttura, ma resta fermo nello spazio interiore.

Il lavoro massonico autentico richiede invece una disposizione permanente alla crescita. Migliorarsi costantemente nella ricerca della luce significa mantenere equanimità, coltivare il silenzio e restare, per tutta la vita, apprendisti. Ogni esperienza dovrebbe essere scandita da vigilanza, riflessione e ascolto interiore.

Per riaccendere il fuoco dell’ispirazione, è necessario tornare a vivere ogni conferimento di grado come se fosse la prima volta, guardandolo con gli occhi di chi ha appena bussato alla porta del Tempio. Ogni parola rituale dovrebbe trovare risonanza nel cuore, non limitarsi a essere riconosciuta dalla memoria. Solo recuperando quel momento originario, vissuto davanti all’Ara come autentica soglia simbolica, diventa possibile progredire realmente e riaccendere l’ispirazione ricevuta nel tempo della vera iniziazione.

Chi cerca sinceramente la luce scopre sempre qualcosa di nuovo ogni volta che un grado viene celebrato, perché la Massoneria, in quel riflesso rituale, continua a rimandare l’iniziato alla propria intima opera di divenire. È necessario conservare la freschezza dello spirito e della mente, lo stesso slancio interiore che accompagnava l’ingresso nell’Ordine, quando la ricerca della luce non era ancora appesantita dall’abitudine.

Se ci si accosta ai gradi in modo impersonale, riducendo la celebrazione a ripetizione fredda, esse cessano di nutrire. E se una prima intuizione spirituale non viene coltivata, lasciata crescere e maturare in visione e saggezza, anche quella luce iniziale si spegne. Si smette di crescere nel momento in cui si smette di cercare la fonte originaria dell’ispirazione.

È questo il punto critico, il vero bivio: il momento in cui ciascuno è chiamato ad assumersi la responsabilità del proprio cammino e a scegliere consapevolmente che tipo di Massone desidera essere.

L’iniziato che percorre detto cammino con piena consapevolezza e responsabilità giunge alla comprensione di un principio fondamentale: l’intreccio tra segretezza e sacralità non è un fatto accessorio, ma si rivela come un elemento essenziale per cogliere il significato più profondo di certi insegnamenti. Questo diventa evidente nel momento in cui si comprende che il segreto massonico possiede la stessa natura del mistero legato alla figura di Iside, un segreto inviolabile, talmente delicato che il semplice tentativo di esprimerlo a parole rischierebbe di tradirne l’autentica essenza. In questo contesto, il sospetto lascia progressivamente spazio alla vera comprensione, permettendo una chiara percezione di ciò che davvero importa: la Luce non viene celata in quanto negata, bensì custodita e difesa, affinché la sua funzione illuminatrice sia preservata e valorizzata pienamente.

In tale riflessione emerge la profonda analogia con l’Arcano Maggiore La Papessa, un simbolo eloquente della conoscenza nascosta e della saggezza che si cela dietro un velo di discrezione. La figura rappresentata evoca il mistero attraverso il suo mantello e la postura riservata, suggerendo che la verità non si rivela mai completamente, ma è solo parzialmente accessibile a chi cerca con sincerità e introspezione. Tuttavia, altri Arcani come La Morte o La Torre danno vita a una dimensione differente della rivelazione; sebbene non richiamino direttamente l’immagine del velo misterioso, essi portano avanti un discorso sul cambiamento radicale e sull’accesso a nuovi livelli di consapevolezza. Questi simboli contribuiscono ulteriormente ad approfondire il significato della nostra incessante ricerca interiore, arricchendo il cammino di chi aspira a raggiungere una maggiore conoscenza e una comprensione autentica del vero senso del mistero sacro.

Conclusione

Alla luce di quanto esposto, il segreto massonico può essere compreso come espressione di una logica iniziatica condivisa con i Misteri egizi. Esso non è un contenuto da svelare, ma un processo da vivere; non una verità da enunciare, ma una trasformazione da attraversare. Come nel Dwat egizio, solo il passaggio attraverso le tenebre consente l’accesso alla Luce.

In questa prospettiva, la Massoneria e soprattutto la nostra Obbedienza-Rito, nell’universalità si configura non come depositaria di arcani occulti, ma come custode di un metodo simbolico di rigenerazione interiore. Il segreto non è negazione della conoscenza, ma tutela della sua autenticità. Comprenderlo significa spostare lo sguardo dall’esterno all’interno, dalla curiosità alla responsabilità, dalla ricerca di rivelazioni alla pratica della trasformazione. A condizione della consapevolezza nell’essere pronti a ricevere la Vera Luce.

L’articolo è contenuto nel numero di Febbraio 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Il rituale massonico svolge una funzione analoga a quella dei drammi sacri egizi. Esso non spiega, ma mette in scena; non istruisce in senso didattico, ma orienta l’esperienza interiore. Il simbolo, l’allegoria, la metafora, non sono riducibili a un concetto univoco: la loro efficacia risiede nella possibilità di essere interiorizzati e vissuti.

La riservatezza che circonda segni, parole e gesti rituali non è dunque una forma di esclusione, bensì una condizione pedagogica. Anticipare il simbolo a chi non ha ancora attraversato l’esperienza iniziatica, equivale a privarlo della sua funzione trasformativa. Il segreto, in questo senso, coincide con il tempo giusto e con lo stato di coscienza adeguato.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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