Poiché è ormai trascorso più di un mese da quando si è celebrato il Solstizio d’Inverno (per me, si è trattato del 21 dicembre, alle 16:03, ora locale di Ravenna), mi sono ritrovata a meditare nuovamente su alcuni argomenti che riguardano quell’evento, mentre comincio a predispormi per osservare poi vari concetti riguardanti gli Equinozi.
Nel nostro emisfero l’evento solstiziale coincide con l’inizio della stagione fredda mentre in quello opposto comincia quella calda. Qui, viviamo il giorno più corto e la notte più lunga dell’anno. Infatti alla nostra latitudine nell’emisfero nord, anche se il pianeta si trova vicino al punto di minima distanza dal sole, l’inclinazione dell’asse terrestre rende il sole più basso all’orizzonte e le giornate più corte.
Quindi, le consuete dissertazioni “esoteriche” associate solo alle percezioni riguardanti l’aspetto naturale che potrebbero essere ricondotte ad un programma di azioni interiori ed esteriori, andrebbero utilizzate sempre con intelligente prudenza.
Dal punto di vista astrologico, un’osservazione geocentrica in direzione dell’eclittica, con l’ipotetica suddivisione in dodici segni, può individuare l’ingresso del Sole nel segno del Capricorno. Se a questa visione si volesse aggiungere una ripartizione in dodici case esistenziali (variabili per ampiezza, a seconda del metodo), si potrebbe individuare un accostamento di quel segno con la decima casa immaginata nella collocazione di mezzogiorno (riguardante anche la massima luminosità spirituale) in una carta astrale riconducibile ad un tema di nascita teorico.
Così, almeno per noi, all’interno dei nostri templi, risulterebbe poi naturale ritrovare l’iconografia capricorniana al centro della colonna del Sud (quella delle Maestre e dei Maestri).
Questa casa indica le aspirazioni e il compimento individuale. Rappresenta anche l’indipendenza, la misura in cui, come normali esseri umani, ad essi teniamo, il modo in cui siamo portati a realizzarli.
In tutto questo si potrebbe vedere rispecchiato il fatto che in tale periodo, si sia sottoposti alla massima esposizione dell’influsso anche metafisico delle forze del sole.
Entrando nella decima casa, dal punto di vista più mistico, si potrebbe dedurre che ci si possa trovare in una possibilità di grande espansione per uno sviluppo spirituale che nel nostro caso riguarderebbe auspicabilmente la tendenza ad una reintegrazione con il Supremo Artefice.
Cosa potrebbe significare per chi sia stato accolto e inceda correttamente in un percorso iniziatico come quello del nostro Rito?
Se si tiene conto dello sviluppo partendo dall’inizio sino alla fine del percorso, forse potrebbe divenire più facile riuscire ad intuire la particolarità del momento solstiziale. Ancora prima di entrare nel tempio, possiamo osservare nel gabinetto di riflessione, varie indicazioni come ad esempio un teschio e un testamento, che suggeriscono un concetto di morte da affrontare. Poi, esiste l’esigenza di una ricerca per una misteriosa pietra che si troverebbe dentro di noi; il suggerimento per questo tipo d’azione proviene dall’acronimo ermetico: V.I.T.R.I.O.L.
L’ingresso nel tempio avviene provenendo da Occidente e anche questa zona potrebbe ricordarci una morte. La parola stessa: Occidente potrebbe derivare dal latino “occidere” che principalmente vuol dire uccidere, ma anche morire oltre che a tramontare e perire. Infatti, tra i vari obiettivi, si entra anche per far morire la personalità profana e per liberare quella spirituale più genuina. Sarebbe il primo passo in questo viaggio verso la ricerca della nostra pietra occulta, passando attraverso il lavoro della putrefazione da svolgere a Settentrione dove alla testa di quella colonna, si posiziona il simbolo dell’Ariete (corrispondente alla prima casa).
Il nostro viaggio, guardando il cosmo dal punto di vista astrologico, comincia perciò all’Equinozio di Primavera quando il sole entra nel segno dell’Ariete, che corrisponde all’inizio del percorso su una carta astrale.
Dal punto di vista ermetico, ma non solo, un riferimento ad un incedere interiore lo si trova anche nella mitologia egizia; lo si può osservare con Atum (uno degli aspetti divini del Sole) ad Occidente, dove il sole tramonta e viaggia con la barca notturna per combattere il serpente Apopi nel punto più basso a Settentrione assumendo anche altri nomi (ad esempio: Khnum). Solo dopo aver vinto il serpente può salire verso l’oriente dove riappare come Kepri per continuare il viaggio e poi diventare Ra-Harakhte (a Sud).
Il viaggio dall’Occidente verso il Settentrione, che, secondo alcuni, prenderebbe il nome dalle sette stelle dell’orsa maggiore, è possibile vederlo solo quando non c’è Luce, cioè nell’oscurità; potrebbe essere analogico alla Nigredo, il lavoro al nero nell’ermetismo-alchimia. È al culmine del mistico conflitto tra l’individuo e il serpente che si entra nella quarta casa, quella del Cancro nel Solstizio d’Estate. Ed è qui, avendo auspicabilmente vinto il proprio lato oscuro trasformandolo progressivamente in Luce, che si ha la possibilità di oltrepassare la mitica porta degli uomini, altro nome legato Solstizio d’Estate. È interessante notare che in questo momento, per le corrispondenze astrologiche, ci si trova nel buio, alla mezzanotte e ci si avvia verso la Luce del mattino.
Vincendo contro Apopi, trovando la nostra pietra occulta, si può salire verso Oriente. Oriente potrebbe derivare dal verbo latino “oriri” che vuol dire non solo sorgere ma anche nascere, iniziare, innalzarsi. Ad oriente non nasce solo il sole, ma si svela anche il nostro sole interiore, quella Luce divina che anela all’eternità dello spirito e alla reintegrazione con il divino, dopo aver trovato la pietra occulta. Forse, questo ritrovamento potrebbe essere simbolicamente individuato anche durante il viaggio in corrispondenza dell’Equinozio d’Autunno, quando si entra nel segno della Bilancia (corrispondente alla settima casa), e nell’equilibrio momentaneo tramite il quale ci si trova finalmente a vedere lo splendore della Luce; liberandosi progressivamente dal proprio nero, si inizia ad interagire anche con la dicotomia esterna.
Come abbiamo visto, tra i significati di oriri, oltre a sorgere, c’era anche nascere e iniziare. Trovare la pietra occulta, non sembra affatto il fine del nostro percorso; non si dovrebbe mai dire: “Ecco l’ho trovata e ho compiuto il viaggio”. Non è proprio così, altrimenti il cammino potrebbe ritenersi esaurito già nella situazione analogica con il Solstizio d’Estate, con l’ingresso in quella porta degli uomini di cui ho già fatto cenno. Ad Oriente si nasce, si tende a voler a diventare stabili, ma si è ancora del tutto simili a un neonato; non è stato completato alcunché. Se il Settentrione potrebbe essere legato anche alla fase della Nigredo, lì la vecchia personalità si sarebbe sciolta e si comincerebbe ad essere qualcosa di nuovo per provare a sperimentare la fase dell’Albedo in cui non si è ancora stabili, ma decisamente fragili. Bisognerebbe essere ancora più cauti, l’eventuale caduta è sempre lì dietro l’angolo; da un punto di vista mistico, le forze oscure faranno di tutto per far cadere l’anima che cerca di salire di nuovo verso l’alto e per tenerla in basso. In questo stato di fragilità ci si avvia a cominciare il proprio lavoro, a diventare un pezzo attivo della struttura del nostro edificio, a dare maggiore stabilità, sia a sé stessi, che all’Eggregora della quale si fa parte, tenendo conto di non essere ancora nella fase della Rubedo (se mai ci si arriverà).
Questa ultima e preziosa fase potrebbe trovare dei collegamenti analogici proprio con il Solstizio d’Inverno. Ci si ritroverebbe al massimo della potenzialità spirituale tramite la quale si caratterizzerebbe un nuovo essere che tenderebbe a salire verso l’oriente, dopo aver combattuto contro le proprie forze oscure passionali, trasformandole in Luce, diventando Luce egli stesso. In questo stato si aprirebbe la porta degli Dei (da cui si potrebbe o dovrebbe uscire, se tutto fosse stato compiuto in modo giusto) che come già accennato si trova a Meridione, in quel Mezzogiorno il cui simbolo capricorniano è collocato a metà della colonna del Sud e che astrologicamente è associato alla decima casa.
Da parte, sia delle Sibille, che dei Mistagoghi, quando si aprono i lavori secondo la liturgia del nostro Rito, viene affermato che i lavori iniziano a mezzogiorno, ovvero quando il sole si trova allo Zenith, la Luce irradia con la massima potenza e si è pronti a riceverla in sé stessi. Si sottolinea soprattutto: “quando siamo pronti”; è una condizione che però si può raggiungere solo con la massima purezza e presenza in sé.
I due Solstizi sono momenti di trasformazioni, ad essi è legato anche Giano Bifronte, con due visi: uno giovane e uno vecchio; è il Dio delle porte e dei passaggi. Nella mitologia romana Giano Bifronte veniva immaginato collocato alle porte come guardiano; teneva aperte quelle del Sole, custodendone l’entrata e l’uscita. Dal punto di vista iniziatico, attraverso la porta degli Uomini nel Solstizio d’Estate, si ipotizzava che potessero entrare coloro che erano riusciti a intraprendere la fase della Nigredo, dall’altra invece uscivano coloro che avevano superato la fase delle Rubedo e tendevano a fissare una propria reintegrazione nella spiritualità più elevata.
Da sempre, i solstizi sono stati considerati momenti delicati; ad esempio la terra diventava vulnerabile perché il sole mutava luminosità e così si immaginava anche che in quel momento le forze del male potessero aggredire facilmente gli umani. Quando il sole cambia luminosità, si ipotizzano momenti di transizione e di trasformazione. Quello più vulnerabile si ha probabilmente proprio nel Solstizio d’Estate quando analogicamente, la nuova personalità non è ancora legata in una fissazione di ciò che sarebbe stato coagulato, ma si è ancora in una fase di transito e si intuisce che la Luce spirituale può trovarsi in punto più lontano da sé; osservando anche la posizione del nostro pianeta, si può constatare che in quel momento è nel punto più lontano dal sole. Nel Solstizio d’Inverno, chi fosse riuscito ad avvicinarsi alla fase della Rubedo, si troverebbe in una situazione ben diversa, più prossima alla Luce divina; avrebbe più forza e resistenza nel tentare di compiere l’opera. Forse, si potrebbe diventare parte delle luminosità che operano a sostegno di quelle entità che vogliono il bene di tutta l’umanità e del divino.
Visto che i nostri lavori massonici iniziano a mezzogiorno quando il sole è allo Zenith, per analogia si potrebbe dedurre che il lavoro vero e proprio cominci precisamente nel Solstizio d’Inverno. Idealmente nel tempio interiore, la luminosità si ritroverebbe massima diventando parte stabile dell’Egregora e ci si reintegrerebbe progressivamente nello stato spirituale originario dell’essere umano.
Secondo alcuni punti di vista, la porta degli Dei non consentirebbe un’unica direzione; da quella non si uscirebbe solamente, ma alcune entità elevate sceglierebbero di entrarvi e di tornare per aiutare l’umanità verso la reintegrazione e la limitazione delle forze del male. Proprio questo aspetto potrebbe essere considerato di grande opportunità per tutti coloro che non riuscissero ad oltrepassare la porta degli Dei, similmente a ciò che accade per la maggior parte dell’umanità. Probabilmente è già una conquista di pochi riuscire ad arrivare alla porta degli uomini, superare la Nigredo e poi riuscire ad entrare nella fase dell’Albedo. Però, visto che quest’ultima rappresenta uno stato fragile e delicato come lo è la vita per un neonato, qualcuno potrebbe avere necessità di un aiuto per non ricadere nello stato precedente e non dover ricominciare a combattere contro gli stessi “nemici” contro i quali aveva già combattuto. Questo momento solstiziale è prezioso perché gli aiuti che potrebbero arrivare nel momento in cui si fosse tendenzialmente vicini alla Luce spirituale, sarebbero più forti e più puri. Inoltre, essendo quella Luce più forte, si sarebbe meno distratti, non si rivolgerebbe lo sguardo altrove; allora si potrebbe anche accogliere quel che ci venisse generosamente offerto. Però, è importante saper chiedere correttamente aiuto e forse è ancora più importante essere abbastanza umili per volerlo chiedere. C’è uno strumento particolare sull’ara che può essere inteso come un riferimento a questa necessità di conoscere i propri limiti e di chiedere aiuto quando e dove sia veramente necessario. Con la giusta leva si soleva il mondo, ma se non la si utilizza, se non si chiede aiuto dove da soli non si è in grado di incedere, allora non si superano gli ostacoli e magari neanche in un secondo giro esistenziale si riesce a legare la nuova personalità alla fase della Rubedo.
Ai due solstizi sono associati anche i due Giovanni. Giovanni il Battista al Solstizio d’Estate e Giovanni l’Evangelista al Solstizio d’Inverno. Il Battista pianse, sia di gioia perché annunciava la grande venuta, che forse di tristezza perché sapeva che “il Cristo” doveva crescere e lui invece diminuire. Ricollegandoci alla nostra crescita interiore, sappiamo che tutto quello che è oscuro e profano in noi deve diminuire per far cresce la Luce divina. La personale scintilla spirituale ci ha portato su questo percorso. Il fatto di aver bussato alla porta del tempio per essere accolti, è già l’annuncio della Luce che alberga in ognuno; sta a noi alimentarla correttamente per far diminuire l’Io e per far crescere l’essenza spirituale. Inizialmente però non si è in grado di saper distinguere ciò che è Luce da ciò che non lo è.
Giovanni l’Evangelista è importante per il nostro Rito. Infatti, è il prologo del suo Vangelo che si apre sull’ara; la squadra e il compasso vi si appoggiano sopra mentre il settenario lo illuminano. L’incipit si mostra con la frase: “In principio era il verbo, e il verbo era presso Dio, e il verbo era Dio. Esso era nel principio presso Dio”; sembrerebbe riportarsi all’inizio della Genesi dove Dio creerebbe il tutto con la parola: “Dio disse.. e così fu”. Senza le conseguenze del pronunciamento nato dall’intelletto divino, il tutto rimarrebbe vuoto e informe. Secondo la tradizione ebraica, il “verbo” identità della stessa divinità, sarebbe composto da quattro sacre lettere dell’alfabeto dove ogni lettera avrebbe la sua importanza e particolarità nell’opera di creazione. Lo studio della mistica ebraica è complesso; si potrebbe tentare di approfondire anche con il Sefer Yetzirah. In tal modo si comprenderebbe meglio la preziosità di un collegamento che si viene a creare con il prologo del Vangelo di San Giovanni. Si ricollega ai primi capitoli della Genesi, all’origine di tutta la creazione di cui uomo faceva parte; nell’ambito terrestre proprio lui era stato posto come co-creatore.
Quando si apre il libro sacro sull’ara, da un punto di vista mistico e teurgico, si tratta di ricercare un collegamento simbolico con tutta la creazione e un riferimento alla forza creatrice insita originariamente nell’essere umano prima della sua caduta.
Il nostro percorso mira anche a una reintegrazione nella nostra condizione spirituale originaria prima della caduta. Quando si entra nel tempio all’inizio del proprio percorso, si è ancora lontani dalla Luce pura e vera; per procedere bisogna fare un passo dopo l’altro correttamente, secondo il nostro metodo. Proprio per questo, la squadra e il compasso, fungono da precisa indicazione metodologica, proteggendo in tal modo da errori e confusioni passionali oltre che da altri metodi. Ci si avvicina lentamente, pian piano alla Luce divina, senza rischiare di cadere più in basso, invece di salire verso l’alto. Si affrontano e si mettono correttamente in pratica prima i suggerimenti derivati dalla simbologia allegorica della squadra e poi forse col tempo, ci si avvicina per intuire quelli del compasso. Oltrepassando la porta degli Dei, l’uomo tende a riprendere il suo posto originario, ovvero diventare nuovamente co-creatore presso Dio, riportando la Sua parola anche in sé, innalzandola verso un livello puro e luminoso. Però, sarà opportuno prendere in considerazione anche un’altra parte di questo Vangelo: “E la Luce splende nelle tenebre, e la tenebra non l’ha vinta/ accolta.” La parola che viene usata per ‘vincere’ può significare anche accogliere, perciò la Luce non è stata accolta, ma neppure vinta, perché tenebra e Luce non si mischiano mai; rimangono sempre due cose ben distinte.
Come in greco, anche in ebraico e in tante lingue moderne la parola per indicare l’oscurità può significare anche ignoranza, non conoscere qualcosa e rimanere al buio. In questo aspetto si coglie la fragilità di coloro che camminano su una via iniziatica. Si vorrebbe essere Luce, ma non lo si è ancora e quando si soffre, spesso è segno di non aver compreso di vivere in quello stato che rappresenta la tenebra. Sarebbe necessario essere consapevoli che anche noi siamo in parte delle tenebre. Per chi non abbia raggiunto la fase della Rubedo (cosa affatto facile da realizzare per chiunque) è importante tenere in mente che si è continuamente immersi nella dicotomia. Il bianco e nero, il bene e il male, le dualità rappresentate anche dal pavimento a scacchi nel nostro tempio, non sono così semplici da comprendere.
Inoltre, i nostri camminamenti sono differenti da quelli praticati in altre Obbedienze. Ci muoviamo con “il cammino dei serpi”. Quindi ogni colore viene affrontato e attraversato. Se bisogna sapersi muovere su entrambe le caselle metafisiche, è anche necessario essere consapevoli che non sempre sappiamo distinguere come riuscirci essendo ancora vestiti in parte della propria natura profana. Non si sa dove ci porti tutto quello che accade, né se ciò che si suppone sia il male, in fondo sia un bene, forse per sé stessi, o forse anche per l’umanità.
La dualità rimane una condizione universale e quindi anche umana. Forse se ne potrebbe prendere differente consapevolezza se si fosse abbastanza elevati da superare queste acque inferiori e vedere l’unicità dinamica del progetto divino.
Abbiamo cominciato il nostro cammino iniziatico al crepuscolo provenendo dall’Occidente, per poi scendere verso l’oscurità totale della mezzanotte al Settentrione, auspicando di poterci indirizzare con tutte le nostre forze, attraverso le varie fasi dell’Opera Alchemica, verso una nuova aurora, in modo di essere in grado di stare nella Luce divina più pura. Inizialmente si è incapaci di vedere e di capire. Non a caso durante la nostra iniziazione, ci si ritrova rappresentati con le bende davanti agli occhi. Se lavoriamo correttamente, secondo il metodo suggerito dai testi liturgici, forse riusciamo a vincere le nostre passioni e la natura profana. In tal modo, si potrebbe nascere a nuova forma ad Oriente e pian piano si comincerebbe a intravedere qualcosa fino a poter aprire completamente gli occhi. Questo viaggio, a seconda dei riferimenti analogici, potrebbe culminare nel Solstizio d’Inverno dove nella fase della Rubedo, si fisserebbe fermamente quella nuova forma dell’essere che non è più possibile che venga annientata e trascinata nuovamente in basso dalle forze oscure.
È questo lo scopo finale del nostro percorso? Oltrepassare la porta degli Dei? Oppure è solo una delle tappe intermedie. Nell’invocazione finale della nostra ritualità, viene precisato: “Al momento di sospendere i nostri lavori che non hanno altro scopo che la Gloria del tuo nome e il bene dell’umanità …” Questo farebbe supporre che la realizzazione del singolo, anche se preziosa, non sarebbe lo scopo ultimo del nostro percorso perché non si lavorerebbe solo alla gloria di noi stessi, ma prioritariamente alla Gloria del divino e per tutta l’umanità (così, si ritorna anche alla triade del testamento nel gabinetto delle riflessioni).
Il solstizio d’inverno rappresenta il mezzogiorno; è interessante constatare che in quell’ora si inizino idealmente i nostri lavori. L’importanza di questo periodo si vede anche nel fatto che in tante grandi religioni si celebri la nascita del dio. Dato che Solstizio è derivato da sol (sole) e sistere (fermarsi), in quel momento c’è attesa per un nuovo avvento di Luce spirituale. Non a caso, Horus, Mitra, Sol Invictus, Tamuz e Gesù Cristo sono portatori di Luce; rappresentano la nuova Luce che trionfa sulle tenebre, il nuovo patto, la conquista del bene sul male. Dalla porta degli Dei grandi anime tornano e portano grandi mutamenti. Si potrebbe prendere come esempio, quello delle grandi anime che ci hanno preceduti e tentare a nostra volta, d’intuire cosa potremmo fare nei nostri limiti. Forse, il compito di ognuno non sarà solo quello di trovare la propria pietra occulta e poi forse di riuscire ad oltrepassare la porta degli Dei, ma una volta compiuta l’opera particolare a cui si era stati destinati, si dovrebbe tornare indietro dalla porta del Solstizio d’inverno per essere al servizio dell’umanità, per aiutare altri ad avvicinarsi a quella porta e poi eventualmente ad oltrepassarla. Possiamo cercare di vivere sempre più nella Luce divina e provare a portarla dove magari non può essere ancora accolta; forse possiamo preparare il terreno per Lei.
È però indispensabile mettersi in condizione da poter cogliere interiormente le scintille divine che escono e entrano tramite quel mistico diaframma; ovvero, quelle che vengono portate alla nostra parte a cura delle grandi anime. Se riuscissimo ad essere abbastanza umili e ad avere l’intelligenza per chiedere e cogliere l’aiuto, si potrebbe divenire anche noi dei piccoli portatori di Luce, almeno fin dove ci è possibile, in funzione di ciò che siamo in un preciso instante. In tal modo, si potrebbe cogliere al massimo la potenzialità del Solstizio d’Inverno mettendosi al servizio del prossimo all’interno del progetto superiore, sempre rivolto alla Gloria del Supremo Artefice.
L’articolo è contenuto nel numero di Febbraio 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Dal punto di vista ermetico, ma non solo, un riferimento ad un incedere interiore lo si trova anche nella mitologia egizia; lo si può osservare con Atum (uno degli aspetti divini del Sole) ad Occidente, dove il sole tramonta e viaggia con la barca notturna per combattere il serpente Apopi nel punto più basso a Settentrione assumendo anche altri nomi (ad esempio: Khnum). Solo dopo aver vinto il serpente può salire verso l’oriente dove riappare come Kepri per continuare il viaggio e poi diventare Ra-Harakhte (a Sud).
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
Ricevi aggiornamenti sull’uscita dei nuovi numeri della rivista o sulle nostre iniziative direttamente nella tua email.