Tradizione, metodo e organizzazione (semplici appunti)

Nell’ambito dei percorsi iniziatici, si parla e si scrive spesso di “metodo” per identificare le differenti, particolari, specificità “formative” di ognuno ma anche le convergenze analogiche, generali, che sembrerebbero manifestarsi, a prescindere dalle variabili riguardanti le vesti esteriori, esemplificate nelle molteplici allegorie che caratterizzano gli aspetti liturgici e filosofici delle numerose vie, le quali si indirizzano verso obiettivi che appaiono per lo più simili, se non proprio identici, ma solamente al termine di ogni percorso.Fine modulo

Nella maggior parte dei casi, si fa però riferimento ad un’origine straordinariamente importante, immaginata come unica, che li avrebbe influenzati tutti.

Così per identificarla, si utilizza per lo più il concetto di “Tradizione” (dal latino traditio, traditiònis, derivante dal verbo tràdere = «consegnare», «trasmettere»).

Quindi, qualsiasi metodo sembrerebbe essere semplicemente uno strumento adattato ai tempi, ai luoghi, ai popoli, per consentire il fluire perenne di qualche cosa che deve essere consegnato, trasmesso, sia all’interno di un singolo soggetto, che di un gruppo umano.

Da un punto di vista spirituale ed esoterico, la Tradizione (quella indicata di solito con l’iniziale maiuscola) sembrerebbe essere frequentemente ritenuta come una sorta di misteriosa forma dottrinale originaria, trascendente e universale che si riverbererebbe tramite un particolare influsso spirituale nelle varie Tradizioni religiose, filosofiche e sapienziali, le quali sarebbero inevitabilmente ramificazioni particolari di quella, per lo più adattate al contesto storico, geografico ma anche alla morale comune. Forse per questo, occorrerebbe tentare di salvaguardarne diligentemente il legame occulto con ciò che in modo perenne sembrerebbe avere origine da una dimensione metafisica, divina.

L

a Tradizione intesa etimologicamente come «trasmissione», si baserebbe sulla successione dei compiti e delle potestà proprie dei “creatori” dei vari filoni iniziatici, tramandate ai propri eredi, che così resterebbero in comunione con loro.

A riguardo, tra noi, non a caso si disserta spesso in merito alle caratteristiche dell’eggregora del Rito.

Tuttavia, sarebbe opportuno non confondere i percorsi cosiddetti “Tradizionali” con le sette o similari, dove non di rado, aderendo in modo superstizioso a vane osservanze indirizzate per lo più a conseguire obiettivi oggettivamente materiali, si trascurano o si ignorano doveri morali e spirituali più importanti, nonostante le apparenze degli emblemi e dei nomi con cui si presentano.

Rispetto ad alcuni punti di vista, si tenderebbe ad immaginare la Tradizione come qualche cosa di primordiale e di universale nella quale si troverebbe sedimentata una sorta di sapienza, di provenienza non umana. Avrebbe avuto origine dalle dimensioni spirituali e sarebbe pervenuta agli uomini, in epoche antichissime. Però per motivi affatto chiari o noti, se ne sarebbe perso progressivamente un contatto consapevole. Così, ne sarebbero rimaste solo tracce nelle innumerevoli correnti delle religioni, dell’esoterismo, delle culture popolari e folcloriche di cui si abbia notizia.

Conseguentemente si sentirebbe l’esigenza di recuperare l’essenza di quella sapienza misterica di cui i vari aspetti filosofici e dottrinali exoterici sembrerebbero costituirne solo la veste esteriore. Tutto questo non è certamente una novità, infatti, ad esempio, era un punto di vista sostenuto oltre che dal vescovo neoplatonico Agostino d’Ippona nel IV secolo, anche da altri nel periodo rinascimentale, nell’ipotizzare l’esistenza di un’unica e antica verità teologica che avrebbe permeato tutte le religioni essendo stata svelata da Dio sin dall’antichità. Tale ultimo concetto sarebbe nato a Firenze nel tardo XV secolo, più o meno esplicitamente negli scritti di Marsilio Ficino, immaginando una sapienza spirituale, fondamentale e perenne che si sarebbe manifestata sotto diverse forme nel corso della storia, unificando le diverse Tradizioni sotto un unico denominatore comune.

Anche Pico della Mirandola sembrò concentrare i personali interessi nella ricerca di ciò che riteneva si trovasse riflessa in diverse discipline esoteriche attraverso i secoli; ad esempio: il neoplatonismo, l’ermetismo, il pitagorismo, la kabbalah ebraica, gli oracoli caldaici e altre Tradizioni sapienziali.

Come è noto, il concetto di “Tradizione” è estremamente importante e dibattuto in tutti gli ambiti iniziatici, quindi anche in Massoneria. Se alcuni lo riconducono a studi finalizzati alla trasmissione di storia, di filosofia e di valori non solo morali, altri lo evidenziano come una trasmissione misteriosa di poteri, di conoscenze, di verità. Da qui pertanto, sembrerebbe avere la probabile origine di significato iniziatico, sapienziale e spirituale.

Però, per quanto riguardasse i metodi per realizzare un’eventuale trasmissione, con chiarezza e convergenza di traguardi intermedi e finali, allora si evidenzierebbero una moltitudine di problemi affatto facili da comprendere e da superare.

Di solito, con il termine: “metodo”, si tende a riferirsi a un procedimento, a una regola, predisposti per conquistare un obiettivo attraverso una particolare attività. Ne dovrebbe conseguire uno specifico punto di vista tramite il quale attivare i pensieri a cui dovrebbero seguire le azioni, secondo regole opportunamente prefissate, per ottenere in modo efficace, il miglior risultato possibile. Questo, soprattutto se si affrontasse uno studio, una cerimonia rituale, una ricerca scientifica o un’indagine filosofica.

Quindi, si tratterebbe di un insieme di modalità di pensiero, di pronunciamenti e di atti concreti, già sperimentati e ordinati in modo tale, da consentire la ripetitività del loro svolgimento interattivo, in modo armonico ed efficiente, una volta definita una direzione con precisione ineludibile.

D’altronde dal punto di vista etimologico, questo termine sembrerebbe derivare dal greco méthodos, composto da “meta” (in direzione di) e “hodos” (via, cammino), che potrebbe significare: “cammino che porta avanti”.

Anche dal punto di vista filosofico, non si tratterebbe certo di una novità.

Ad esempio, Parmenide (V sc. A.c.), nel suo Poema sulla natura, suggeriva (se le traduzioni sono corrette) una direzione “all’in su” che ogni Essere avrebbe potuto seguire per raggiungere la dimora della dea Dike, dea della Giustizia che operava insieme alle sue sorelle Eunomia (buona costituzione) e Eirene (pace), per proteggere e garantire l’ordine della creazione. Ciò avrebbe consentito di pervenire, senza vacillare, al cuore della “Verità” e poi, quindi anche a individuare la via “all’in giù” dell’opinione che conduce all’apparenza e all’inganno.

Socrate (IV sc. A.c.), sullo stesso argomento per raggiungere quella Verità, aggiungeva implicazioni morali e tecniche di dialogo.

Anche Platone, Aristotele, Euclide, scrissero trattati mirati ad indicare un metodo particolare che secondo loro, risultasse utile ed efficace a raggiungere quell’obiettivo.

Poi, già a partire dal periodo rinascimentale, alle teorie filosofiche dell’antichità, si sostituirono quelle basate sul procedimento di analisi e di sintesi derivante dalla eredità matematica alessandrina e quelle derivate dalla fisica, come la dinamica e la cinematica, riferendosi all’analisi quantitativa per la comprensione del movimento dei corpi e alla ricerca delle cause efficienti per la definizione dei fenomeni naturali.

Giungendo a Galileo, un metodo esplorativo veniva inteso come una visione dell’universo scritta in un linguaggio matematico i cui: «caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola». Il che implicava una distinzione tra le qualità oggettive e qualitative dei corpi. Quindi anche la natura non era più immaginata come qualche cosa di permanente ma in continuo divenire attraverso fenomeni misurabili in funzione delle leggi. Così, le ipotesi deduttive si esprimevano non solo qualitativamente ma soprattutto in termini verificabili sperimentalmente secondo dati oggettivi.

Cartesio giunse ad enunciare quattro regole da applicare nella deduzione razionale; in sintesi: “non prendere per vero se non quello che appare chiaro e distinto alla mente, scomporre con l’analisi il problema da risolvere nelle sue parti più semplici, poi risalire con la sintesi alle nozioni più complesse e infine procedere con una verifica da realizzare con il controllo dell’analisi e la revisione della sintesi”.

Nel XIX secolo, Immanuel Kant contestò le ipotesi relative al metodo euclideo, negando la possibilità che potessero valere per una metafisica che volesse presentarsi orientata alla certezza della conoscenza similmente alla fisica galileiano-newtoniana. Secondo il suo punto di vista, nelle definizioni filosofiche non sarebbe stato lecito prendere a modello la matematica, tranne che a titolo di esperimento.

Poco più tardi Georg Wilhelm Friedrich Hegel tentò di immaginare la filosofia come una scienza universale alla quale si sarebbero ricondotti tutti i principi delle “scienze particolari”, abbandonando le procedure analitico-sintetiche della matematica, dal momento che la filosofia come vera scienza universale, come metodo, non avrebbe dovuto limitarsi ad usufruire solo di una branca subordinata, come da quel punto di vista poteva essere intesa la matematica.

Nel XX secolo Husserl propose il metodo della fenomenologia, mentre Gadamer in “Verità e metodo” suggerì quello dell’ermeneutica.

Karl Popper evidenziò la constatazione che la scoperta scientifica non sarebbe dovuta avvenire per un passaggio dalle osservazioni empiriche all’elaborazione della teoria ma dalla iniziale posizione di ipotesi da verificarsi con i fatti, tramite tentativi di falsificazione. In sintesi, la base empirica delle scienze oggettive non avrebbe avuto in sé nulla di “assoluto”, dal momento che le sue caratteristiche erano derivate dalla provvisorietà delle ipotesi scientifiche.

Thomas Kuhn nella seconda metà del ‘900 arrivò ad evidenziare l’inesistenza di regole univoche per un metodo scientifico, dal momento che i cosiddetti “fatti” sarebbero spesso “carichi di teoria” e i “paradigmi” scientifici in contrasto, offrirebbero esposizioni differenti sugli oggetti che esistono nell’universo e sul loro comportamento. Così, avrebbe avanzato l’idea estremizzata di una visione “anarchica” della conoscenza. Poiché non ci sarebbe un’implicita razionalità nel metodo della scienza, questo non dovrebbe presumere di poter prevalere in modo assoluto, sulle altre attività dell’uomo.

Mi sono permesso di premettere tutte queste sintesi culturali da cui si potrebbe evincere la naturale ed inevitabile esistenza di innumerevoli metodi iniziatici, più o meno differenti tra loro, per introdurre con tutte le cautele necessarie, qualche osservazione su ciò che viene proposto tramite il nostro Rito che deriva dalla rielaborazione sapienziale del Rito di Misraïm o Egiziano, originato dai lavori della Loggia della Perfetta Unione di Napoli, risorto regolarmente a Venezia nel 1801 e dal Rito di Memphis o Orientale, sorto nel 1839 a Parigi ma poi accolto a Palermo. Nel 1945 con la fusione tra loro, sono stati rielaborati i nuovi gradi introducendo in essi iniziazioni e rituali di tipo Orientale.

Poi, nel nuovo risorgimento a Ravenna, nel 2014, alla linea iniziatica di M.E. Allegri, O.U. Zasio, G. Ventura, S. Caracciolo, si è unita anche quella dei rami francesi del “Mizraïm Puro” di R. di Sangro, L. D’Aquino, A. Cagliostro e del Memphis e Misraïm di J. Yarker, G. Troglio, G. Encausse.

Come risulta non solo dai nostri statuti, le finalità e le modalità per incedere su questo percorso sono riassumibili in pochi punti:

L’Antico e Primitivo Rito Orientale (Rettificato) di Mitzraїm e Memphis lavora alla ricerca della Verità.

Persegue i princìpi tradizionali come continuazione di quelli insegnati all’uomo nelle prime età; quindi, insegna la necessità di ricercare e ritrovare la propria essenza spirituale.

Conseguentemente, istruisce i propri adepti per rendere omaggio al divino Autore del nostro Essere anche attraverso la pratica quotidiana.

Ha per sua base, la credenza nell’esistenza di un Supremo Artefice dei Mondi e dell’immortalità dell’anima. Svolge i suoi lavori, altrimenti nulli, alla Gloria del Supremo Artefice dei Mondi, detto anche Grande Architetto dell’Universo, ed ha per suo motto «Fede, Speranza, Carità».

Attraverso un sistema tradizionale di allegorie e di simboli, la cui corretta decriptazione è rivolta all’esclusivo patrimonio collegato al proprio metodo, persegue il perfezionamento spirituale e quindi il rafforzamento del carattere dell’individuo singolo, al fine di migliorare l’intera Fratellanza umana.

Come metodo specifico, segue fedelmente le indicazioni Tradizionali, tendendo a perseguire la massima purezza, sia nell’iniziazione, che nella ritualità.

Precisa la necessità di non mescolare mai i suggerimenti propri con quelli di altre Vie iniziatiche, avvertendo non solo i neofiti, sulla pericolosità delle eventuali conseguenze (questo concetto è stato ribadito a suo tempo, in modo romanzato, anche da Gastone Ventura nel suo libro “La terra delle quattro giustizie”).

Respinge ogni mentalità od atteggiamento settario. A tal fine ammette nel suo seno tutti gli uomini liberi, desiderosi di conquistare con il proprio lavoro interiore i piani superiori dello Spirito, secondo il metodo tradizionale custodito dal nostro Rito, a prescindere dalla provenienza o dal culto professato.

Non accoglie gli atei e rifiuta il riconoscimento di qualsiasi Rito/Obbedienza che segua qualche principio contrario alla Tradizione, ai Princìpi Generali della Massoneria, o sia stato originato dall’usurpazione di una legittima linea tradizionale.

Al contrario, rispetta ogni Religione (purché non sia rivolta ad entità oscure) e tutti i Riti Massonici che seguano metodologicamente la Tradizione.

Ho accennato quanto sopra, in merito alle nostre origini, al fine di consentire a chiunque di capire meglio chi siamo e come ci differenziamo da altri percorsi iniziatici, sia come metodo, che per i concetti di riferimento, ma anche come gli stessi possano esserne convergenti ed analogici.

Poi, procederò con alcune sintetiche precisazioni in più, rispetto ai punti di vista formativi del nostro percorso.

Ad ogni modo, al fine di evitare inutili confusioni purtroppo frequenti tra i cosiddetti “profani” (ma non solo), a causa di nomi apparentemente simili che sembrerebbero risultare evidentemente di non facile distinzione anche tra gli “addetti ai lavori” senza escludere quelli a noi più vicini, preciso ancora una volta per onorare gli avvenimenti storici, che vari personaggi come ad esempio: Yarker, Pessina, Reus, Ambelain, Kloppel, Kremmerz, Steiner, Scaligero, ecc. non hanno mai fatto parte delle nostre “ascendenze” e le loro organizzazioni, unitamente alle liturgie rituali proposte, non ci hanno riguardato in alcun modo (e non lo fanno neppure ora). Quindi tutte le discendenze che da loro derivano (spesso sono decisamente molto più note della nostra Obbedienza-Rito), non hanno alcunché da condividere con noi.

Sarebbe opportuno documentarsi e capirlo finalmente bene.

Solo alcuni soggetti prudentemente riconducibili a quelle linee iniziatiche, riconosciute come di derivazione Memphis-Misraim (che però ripeto, anche se simili col nome, non hanno i nostri Rituali e neppure la nostra storia), si sono amichevolmente avvicinati a noi nel settembre del 2014 ma senza portare alcun mutamento alle nostre liturgie ed al metodo formativo originale.

 

Alcuni cenni sul nostro metodo formativo.

Come tutti dovrebbero sapere, si sviluppa dal primo all’ultimo grado senza soluzione di continuità e senza tappe intermedie (12 camere operative maschili e 5 camere operative femminili). Quindi, si dovrebbe comprendere che volendo essere accolti tra noi, poi ci si deve assumere anche la responsabilità di completare correttamente il percorso, sino all’ultimo grado, con tutto ciò che questo implica nei confronti di sé stessi, degli altri e del Supremo Artefice.

Mi limiterò ad alcuni semplici esempi per illustrare come tentare e auspicabilmente riuscire a camminare correttamente sulla nostra via caratterizzata anche da meditazioni singole, ritualità collettive (quindi simile ma differente dalle modalità di altri percorsi, come ad esempio la via Martinista, ove la maggior parte dell’attività rituale è svolta singolarmente), ma anche da importanti studi.

Per questi ultimi (se ne ha la responsabilità, secondo le proprie possibilità e limiti) è opportuno precisare che, sin dai tempi antichi, consentono l’acquisizione delle basi culturali riguardanti le indagini razionali e le critiche sui fondamenti dell’esistenza, della conoscenza, dei valori, della ragione e del linguaggio. Perciò, si prevede un impegno almeno minimale ma costante anche di quanto è stato lasciato scritto nel tempo, sia tramite la millenaria e variabile Tradizione egizia, che negli ambiti come: Ermetismo-Alchimia, Astrologia, Kabbalah e poi nei molteplici testi sacri di varie religioni. Ovviamente non si dimenticano: miti, leggende, favole, ecc. dei vari popoli.

Ciò risulta indispensabile per tentare d’indagare quanto possa svelarsi sotto la superficie allegorica, simbolica, del testo liturgico di ogni Camera corrispondente ad ogni grado. Tali liturgie si presentano come riferimento primario, indispensabile, per cercare di prendere coscienza del nostro metodo.

La ricerca in merito a ciò che si potrebbe acquisire tramite le esplorazioni bibliografiche riguardanti gli studi di cui sopra, verte sempre anche sulla possibilità/necessità di trovare analogie e convergenze nei vari ambiti tradizionali. Quando però non si trovassero quelle ci si sarebbero aspettate, sarebbe opportuno fermarsi e ricontrollare cosa si stia facendo, perché, in particolare:

  • si potrebbe aver errato l’approccio all’indagine;
  • uno o più testi non raccontano in modo corretto il pensiero originale; ad esempio traduzioni sbagliate;
  • uno o più testi (soprattutto moderni) sono “fasulli”; ad esempio accade che per speculazioni commerciali, si siano inventate delle teorie più o meno accattivanti oppure si siano “copiati” testi antichi modificandoli in modo deviante, anche solo accidentalmente oppure per assumersene la paternità, o per altri scopi, per lo più affatto nobili.

 

Ad ogni modo, è importante tenere presente che pur presentandosi riferimenti iconografici e simbolici, i quali possono apparire affini ai nostri, quando si studiano quelli di altre Comunioni, Riti o Strutture, risulta indispensabile mantenere sempre una forma mentale che consenta una distinzione netta e inequivocabile. Le interpretazioni delle allegorie, delle metafore, dei simboli, non sono necessariamente sempre convergenti con le nostre. Infatti, sono strettamente legate allo sviluppo e alla coerenza del metodo di ogni Rito. Nel nostro caso, ogni corretta indicazione, ogni suggerimento esplicativo, discende direttamente dal Sovrano Grande Hyerophante Generale coadiuvato dal Sovrano Gran Santuario Byzantium e dal Gran Collegio Liturgico.

Quindi, va assolutamente evitata un’eventuale indesiderata confusione nelle interpretazioni. Altri Riti/Obbedienze hanno la legittimità di illustrare i simboli, di utilizzare metafore e allegorie, secondo le esigenze del loro cammino, ma tali vie, non di rado, si distanziano per metodo e per finalità intermedie, anche in modo significativo dal Sentiero che percorriamo.

Partendo da elementi apparentemente semplici, giusto per accennare ad un piccolo ma affatto banale esempio in merito ai simboli, si potrebbe osservare un nostro trilume acceso all’Oriente. I tre fuochi del candelabro, per noi sono posti sempre alla stessa altezza, sullo stesso piano orizzontale; tendono a formare un Triangolo di Luce con la punta rivolta verso l’Occidente (ecco, tra le tante, un’importante differenza rispetto ad altri, da notare e su cui meditare). Si proietta ad intersecarsi con il triangolo opposto: luci del Venerabile e dei Mistagoghi o delle Sibille in ambito femminile (quest’ultimi non sono mai da confondere con i sorveglianti di altri Riti; tra noi, sono soggetti con funzioni sacerdotali e con altri compiti specifici) per formare l’Esagramma con al centro l’Ara, al fine di favorire armonia e amplificazione per le funzioni di Intuizione, Comprensione e Conoscenza.

Pertanto, se qualcuno persistesse accidentalmente nell’equivoco e nella confusione, introducendo variabili prese a prestito da differenti percorsi, questo non sarebbe funzionale non solo per il personale progresso spirituale. È nostro dovere primario e imprescindibile mantenere ferma, chiara, la conservazione e poi la trasmissione degli insegnamenti, sia nel contenuto, che nel metodo, con cui essi vengono suggeriti. Per nessun motivo, al di fuori degli organi preposti e dei casi straordinari previsti dallo statuto, devono essere modificati e/o sostituiti con altri.

La preparazione idonea dello stato dell’essere che deve configurarsi adatto per queste nostre esperienze massoniche, si conquista con l’indagine interiore, come suggerito anche dall’acronimo ermetico-alchemico V.I.T.R.I.O.L. Se lo si vuole veramente, la conoscenza di sé che può derivarne, di solito induce a scegliere di rettificare il modo di pensare; poi anche di modificare ciò che si pronuncia e soprattutto di scegliere quali siano le conseguenti azioni quotidiane. Il tutto interagisce inevitabilmente con l’ambito metafisico e nel migliore dei casi, consente una concreta riduzione del cosiddetto rumore passionale.

Le meditazioni più o meno strutturate su argomenti specifici, possono aiutare a conoscersi. Ad esempio, si può e si deve meditare sugli argomenti previsti per ogni tornata (devono essere, per lo più, sempre collegati alla liturgia di una camera in cui si svolgono i Lavori), sia prima, che durante e dopo l’incontro rituale.

A tal proposito, è però opportuno focalizzare l’attenzione su una piccola ma in fondo forse importante differenza con le abitudini di altri percorsi massonici. Ovvero, da sempre, durante i nostri lavori, sono assolutamente indesiderate le letture di “tavole” preconfezionate. Le uniche letture autorizzate nei modi formali, previsti anche dalle istruzioni per i Venerabili, sono quelle provenienti dal Sovrano Gran Maestro ma solo quando è richiesto formalmente da lui.

I pronunciamenti di coloro che lo desiderano, devono sorgere spontanei e pertinenti all’argomento previsto per quel giorno, oppure quegli stessi soggetti possono rimanere in silenzio. Così poi i papiri dovranno riportare in modo sintetico (orientativamente, poche pagine) solo ciò che sia stato detto in quel momento, lasciando allo Hierotololista (o alla Sibilla Etiope in ambito femminile) la possibilità di sintetizzarlo nel modo estetico e lessicale più opportuno, secondo le sue capacità ma facendo attenzione nel riassumere a mantenere i concetti esposti.

Però, eventuali ricerche possono essere condivise al di fuori dal Tempio come semplice sintesi di una personale esplorazione culturale e/o inviate per la loro pubblicazione al comitato di redazione della nostra rivista che ne valuterà forma e idoneità.

Sono altresì molto valide le 14 meditazioni estrapolate da quelle messe a punto da Paul Sedir e pubblicate all’inizio del ‘900, utilizzate anche nell’Ordine Martinista. Inoltre, per chi, tramite gli studi personali, si fosse dotato di conoscenze astrologiche, almeno di base, risulteranno particolarmente vantaggiose le indagini (a seguito di una normale, razionale, deduzione) riguardanti predisposizioni esistenziali ed evolutive, presenti nel proprio tema natale. Meditazioni sommate a tecniche astrologiche, risulteranno molto efficaci per contribuire a conoscere le ineludibili caratteristiche della personalità e forse anche un’ipotesi di progetto esistenziale.

Poi, dal punto di vista operativo e teurgico (parole, gesti, toccamenti, ecc.), sono ipotizzate misticamente anche le possibili interazioni con i cosiddetti ambiti ed «essenze intermedie», che sono ritualmente previsti; ovviamente con la prudenza indispensabile, tenuto conto delle caratteristiche perennemente dicotomiche che, secondo Tradizione, le pervaderebbero.

L’operatività rituale, tramite il tentativo di ricreare precise armonie complementari tra poli opposti, è indirizzata verso un auspicio d’avvicinamento, singolo e contemporaneamente collettivo, al Supremo Artefice. Questa attività è sempre sperimentata solo nel Tempio o in altri spazi particolari opportunamente predisposti, soprattutto a cura di coloro che sono preposti a dirigerla ma con la partecipazione corale di tutti i presenti. In caso di successo, le conseguenze si riverbereranno anche nei Templi interiori di ognuno.

Le ipotesi tradizionali, mistiche, che si tramandano, ci inducono a immaginare che ciò che esiste nell’ambito metafisico, non interagisca d’iniziativa con le cose umane (per lo meno, non oltre a ciò che sia già previsto dalle regole del progetto della creazione) ma eventualmente, solo su nostra richiesta. Di solito, senza cosciente consapevolezza di sé stessi, si vive pedissequamente secondo quanto già scritto dal «Fato» per ognuno; forse lo si può decodificare e prenderne coscienza anche tramite le tecniche astrologiche.

Infatti, sembra proprio che spetti all’umanità e ad ogni singolo soggetto, agire nel proprio ambito materiale, affinché ciò che si compie, si riverberi poi in alto e quindi ritorni in basso in un ciclo continuo.

Per partecipare in modo idoneo ed efficace alle liturgie rituali è necessario ristabilire, ogni volta, l’equilibrio tra poli opposti che con coscienza possono e debbono essere ricondotti a ritrovarsi armonicamente complementari al fine di tentare di essere riconosciuti dai livelli spirituali più elevati, in funzione di un progetto di reintegrazione in quegli stessi. Diviene così sempre più importante:

  • Volere e riuscire ad essere nelle condizioni interiori idonee, liberi dai cosiddetti metalli, dalle emozioni collegate alle molteplici passioni, più o meno cupide. Una mente ed un cuore già affollati da queste cose, non permettono l’ingresso, l’accoglimento, di alcuna intuizione che discenda dagli ambiti spirituali più elevati.
  • Essere consapevolmente coscienti di ciò che si pronuncia e quindi si chiede. Occorre fare attenzione al significato etimologico delle parole che si pronunciano; quindi è necessaria una cosciente precisione nella formulazione delle richieste.
  • Ricordarsi che svolgere nel Tempio un’attività semplicemente manieristica, riproducente eventuali acquisizioni culturali ma priva di quanto premesso nei due punti precedenti, è inutile, inefficace ed alla lunga sicuramente deviante. Non si viene riconosciuti dall’alto, l’auspicato contatto non avviene e rimane una semplice recita vuota di qualsiasi vero contenuto.

 

D’altronde, entrando nel Tempio, è opportuno non nascondere mai alla propria coscienza, cosa e come si agisca nella quotidianità dove le opere personali interagiscono con l’interiorità che si presenta come in una sorta di contenitore invisibile dell’intima vita divina. Quindi, la possono illuminare oppure contaminare.

Sarebbe opportuno utilizzare la nostra intelligenza, di cui ogni tanto ci si vanta, per difenderci dal supporre che sia da ritenere per noi una personale manifestazione di rigenerazione spirituale, tutto ciò che è banalmente legato soltanto a dei fatti esteriori, semplicemente illusori seppur a volte con “effetti speciali”, nei quali però la nostra essenza intima non c’è per niente.

La nostra intelligenza unita alla coscienza, ci può preservare dai molti equivoci a proposito del nostro corretto avanzamento verso la spiritualità più elevata, ma anche dalle molte inutili idolatrie che tenterebbero a farci deviare su sentieri per qualcuno forse affascinanti, ma che oggettivamente sono solo buoni in apparenza.

 

Brevi note sull’organizzazione e sulle regole.

Come tutte le aggregazioni umane anche la nostra struttura si è data un assetto per facilitare lo sviluppo del metodo formativo.

L’Ordine prevede quindi due percorsi, per lo più separati al fine di favorire lo sviluppo ottimale delle particolari caratteristiche psico-fisiche e spirituali; uno è riservato agli elementi di sesso maschile ed uno alle donne. Di norma possono incontrarsi in modo rituale durante le cerimonie solstiziali e equinoziali. Sono sconsigliati ulteriori incontri.

Per le Sorelle, rispetto alle origini settecentesche risvegliate nel 1971 dopo circa un secolo di assonnamento, è predisposto il Rito Egiziano Femminile d’Adozione che è regolato anche da un proprio statuto e da un proprio regolamento approvati dal Sovrano Gran Santuario Byzantium. Entrambi (statuto e regolamento) sono armonici ad integrazione e mai in contrasto con lo Statuto Generale.

Il Rito Egiziano Femminile d’Adozione dipende in via amministrativa ed in via iniziatica dal Sovrano Grande Hyerophante Generale, Sovrano Gran Maestro, il quale si avvale della collaborazione di una Sublime Gran Maestra, Regina del Sud alla quale può delegare i suoi poteri relativi al governo del Rito Egiziano Femminile di Adozione.

La forma di governo dell’Ordine-Rito è di tipo aristocratico e piramidale.

Il Sovrano Grande Hyerophante Generale, Sovrano Gran Maestro, Supremo Gran Conservatore, ne è il Capo Supremo, la fonte di ogni autorità Iniziatica e Giurisdizionale che governa, sempre in osservanza degli statuti e dei regolamenti che si presentano vasti ed articolati.

Ne consegue, che ogni incarico nei vari livelli, discende sempre solo da deliberazioni del Vertice. Quindi non sono previste elezioni di alcun tipo per le assunzioni di responsabilità nei differenti ruoli.

Le Logge e/o i Triangoli non possono essere mai liberi e/o sovrani, come avviene in altre Obbedienze.

Un Fratello o una Sorella (nella via femminile) con il grado previsto, ricevono l’incarico direttamente dal Sublime Gran Maestro Gran Commendatore della Nazione (oppure dalla Regina del Sud, se come di consueto, le sono stati delegati formalmente i poteri nella via femminile) per costituire, organizzare e dirigere il Triangolo o la Loggia, sotto la propria personale responsabilità.

Attraverso un nostro esclusivo metodo tradizionale, caratterizzato da allegorie, metafore e da simboli, derivati in modo analogico e convergente da diversi filoni tradizionali come ad esempio: Ermetismo-Alchimia, Astrologia, Kabbalah, si persegue il perfezionamento spirituale e quindi, il rafforzamento del carattere dell’individuo singolo al fine di migliorare l’intera Fratellanza umana.

Si segue fedelmente la Tradizione perseguendo la massima purezza, sia nell’iniziazione, che nella ritualità. Si respinge ogni mentalità od atteggiamento settario. A tal fine, si ammettono tutti gli esseri umani liberi, desiderosi di conquistare con il proprio lavoro interiore i piani superiori dello Spirito, secondo il metodo tradizionale custodito dal Rito, a prescindere dalla provenienza o dal culto professato. I Postulanti dovranno aver raggiunto la maggiore età, dovranno essere di buoni costumi e non esercitare una professione degradante; dovranno saper leggere e scrivere correntemente ed avere un guadagno sufficiente al mantenimento dei bisogni loro e della loro famiglia.

Il Rito e l’Ordine non sono per noi una religione e/o un ambito ecclesiastico; quindi, si riconoscono e rispettano tutti i Culti, purché non siano glorificanti entità notoriamente oscure e malvagie. Così, ognuno può continuare tranquillamente ad avere fede e praticare ciò che ritiene adatto a lui.

Accade spesso che proprio il nostro metodo formativo consenta ad alcuni che si erano spiritualmente “smarriti”, un ritrovamento più lucido, cosciente ed intenso della propria religiosità, originale, che poi però non si sovrappone mai in modo prevaricante sui nostri suggerimenti, avendo auspicabilmente preso sufficiente consapevolezza della loro validità metodologica e tradizionale.

Concludo ricordando ancora una volta che il nostro metodo contempla soprattutto l’esigenza di partecipare “attivamente” alle cerimonie rituali; non solo quelle del grado rivestito ma anche quelle dei gradi inferiori al proprio.

Infatti, è solo attraverso i momenti rituali, teurgici (invocazioni, evocazioni, catene fraterne, preghiere, ecc. sviluppate nel Tempio durante i Lavori rituali) che ogni altra cosa (compresi studi e meditazioni) trova compimento nel nostro ambito nell’intento di stabilire un contatto con l’ambito spirituale più elevato. Le meditazioni in merito ai testi liturgici di ogni grado, possono favorire le intuizioni che risulteranno necessarie per i progressivi cambiamenti interiori. Nonostante le fatiche e gli impegni della vita quotidiana, sarebbe però opportuno, ogni tanto, partecipare ai lavori del proprio grado (ad esempio, nel percorso maschile, nei Collegi, Capitoli, Senati, Consigli, ecc.), ovunque vengano organizzati durante l’anno anche in località differenti dalla propria residenza.

A monte, una corretta formazione metodologica appare quindi indispensabile al fine di operare un tentativo di elevazione spirituale che in quei momenti risulti oggettivamente idonea per un auspicabile riconoscimento da parte dei livelli metafisici più elevati e per una conseguente azione interattiva su più piani.

Infine, con l’obiettivo di non essere equivocato per ciò che concerne l’approccio culturale massonico, soprattutto da parte di coloro che sono stati accolti nei nostri gradi più elevati (sia maschili, che femminili), preciso che oltre a continuare ad indagare prioritariamente le liturgie allegoriche, simboliche, di ogni camera, sarebbe conveniente avere nel proprio patrimonio culturale una conoscenza di base anche dei metodi utilizzati dalle altre Obbedienze-Riti più importanti e della loro storia. Così, oltre a tentare di intuire analogie e convergenze con le nostre, diviene più agevole individuare anche qualsiasi “struttura anomala”, a prescindere da come si presenti.

Se si fosse preparati, non solo a livello culturale (però sarebbe opportuno esserne veramente certi, al di là degli impulsi velleitari) e se correttamente invitati, si potrebbero frequentare conseguentemente, senza timore di contaminazioni, anche persone e ambiti di altre Obbedienze. In tal modo, ci si predisporrebbe a rappresentare sempre meglio e con vera competenza massonica, la nostra Obbedienza-Rito.

L’articolo è contenuto nel numero di Febbraio 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

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Di solito, con il termine: “metodo”, si tende a riferirsi a un procedimento, a una regola, predisposti per conquistare un obiettivo attraverso una particolare attività. Ne dovrebbe conseguire uno specifico punto di vista tramite il quale attivare i pensieri a cui dovrebbero seguire le azioni, secondo regole opportunamente prefissate, per ottenere in modo efficace, il miglior risultato possibile. Questo, soprattutto se si affrontasse uno studio, una cerimonia rituale, una ricerca scientifica o un’indagine filosofica.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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